Caro diario,
Stasera io, Gelsomina Moretti, mi sono seduta su una panchina libera, dopo aver controllato che fosse pulita: il mio vestito chiaro non doveva correre il rischio di sporcarsi, e nemmeno la mia borsa bianca, nuova di zecca, comprata proprio prima di partire per le terme. Qui, dopo cena, è diventata un’abitudine mettersi uno degli abiti più bei e uscire a passeggiare. Anche molte altre ospiti sfoggiano i loro vestiti. Una signora ha confessato: “Dove, se non in vacanza, posso farmi vedere con questi vestiti? A casa non c’è mai un’occasione”.
Con la coda dell’occhio ho visto avvicinarsi Giorgio Marchetti. Si è seduto con calma, accanto a me, e con una voce calma, quasi intensa, ha detto: “Stiamo zitti insieme”. Una voce che si inseriva perfettamente nell’armonia del silenzio e del paesaggio. Sotto la giacca beige portava una camicia bianca, i pantaloni erano impeccabili, i capelli scuri tagliati come se fosse appena uscito dal parrucchiere. Qualche filo d’argento sulle tempie non rovinava il suo aspetto, anzi gli dava un’aria più sicura e solida.
Due giorni fa mi ero accorta che, quando ci incontravamo, lui mi guardava in un modo particolare, come se mi distinguesse tra le altre donne.
“Che bella frase: stiamo zitti insieme”, ho osservato, perché mi era piaciuta davvero.
“Con lei, Gelsomina, è bello anche tacere, anche se di solito sarei sempre pronto a parlare.” Si è voltato verso di me, come per catturare tutta la mia attenzione. Ho capito che gli ero piaciuta fin dal primo istante.
Anch’io mi sono girata verso di lui, regalandogli uno sguardo caldo.
“A proposito, ieri l’aspettavo al ballo, ma non è venuta. Non le piace ballare?”
“Anzi, mi piace. Ma ieri sono andata a fare una passeggiata. La sera l’aria è così fresca che viene voglia di respirare e respirare.”
“Non sapevo che amasse le passeggiate serali.” Con un gesto quasi invisibile mi ha sfiorato la mano. Ho sentito una leggera scossa. I suoi occhi scuri mi guardavano con una speranza che andava oltre le parole.
“La invito stasera a fare una passeggiata su un percorso tutto mio. L’ho scoperto io: da lì le montagne si vedono benissimo. Ma non avevo nessuno con cui condividere quella bellezza… adesso c’è lei.” Mi ha stretto un po’ la mano, come per dare il via a un corteggiamento più deciso.
Ho pensato: “Perché no? È solo una passeggiata. E poi, andare lontano da sole è più pericoloso; se c’è un uomo, ci si sente più sicure”. Ho guardato una coppia che passava davanti alla nostra panchina: parlavano con entusiasmo, si capiva che si erano conosciuti lì e che stavano trascorrendo un bel momento.
“Che bella mano, Gelsomina”, ha mormorato Giorgio, quasi sussurrando. Si è avvicinato ancora, ammirando il mio profilo.
Non volevo chiedergli se fosse sposato: in un posto così, la maggior parte delle persone non è libera, e giustifica le proprie distrazioni con il desiderio di novità e di nuove emozioni. Eppure, in quel momento, mi faceva piacere stare su quella panchina con un uomo a cui piacevo e che aveva scelto proprio me.
“Facciamo due passi adesso?”, ha proposto. “Parliamo un po’, e stasera la invito al caffè.” Mi ha offerto la mano con eleganza per aiutarmi ad alzarmi.
Ho accettato senza esitare, ho preso la borsa bianca e l’ho preso a braccetto. Dopo cinque passi, con la noncuranza di una ragazzina, ho sventolato la borsa e mi è sfuggita di mano. È caduta in una piccola pozzanghera rimasta dopo la pioggia. Ho fatto “oh!” per la sorpresa e per il contrasto: una borsa bianca, in mezzo al fango.
“Non fa niente, tornerà come nuova”, ha detto Giorgio, raccogliendola con delicatezza e appoggiandola sull’erba. Ho tirato fuori le salviettine e ho provato a pulirla, ma le macchie grigie sono rimaste.
“Vado in camera e la lavo”, ho detto.
“Allora ti aspetto. O facciamo così”, e qui è già passato al “tu”: “Ti aspetto dopo cena, in questo stesso posto. Va bene?”
Ho annuito e sono corsa in camera, tenendo la borsa lontana dal vestito. L’ho lavata con cura. Era nuova, l’avevo comprata apposta per il soggiorno. Sembrava di nuovo pulita, eppure dentro di me era rimasta la sensazione che fosse sporca, che avesse perso la sua novità.
Mi è tornato in mente l’invito di Giorgio, il suo sguardo che prometteva un seguito, e ho sentito un retrogusto sgradevole. Per la prima volta in una settimana provavo quella fastidio, qualcosa che irritava proprio me. All’improvviso ho accostato la nostra relazione, all’apparenza innocua, alla borsa caduta nella pozzanghera.
Il telefono ha squillato. “Mamma, Gianluca e Fabrizio non mi lasciano fare i compiti!” Ho sentito la voce di Fiamma, la mia figlia più piccola, e in sottofondo le risate.
“Ma che state combinando?”, ho chiesto, come se fossi appena tornata alla realtà.
“Gelsomina, sono io”, ha detto Andrea. “Ho portato i nipotini. Volevamo fare una crostata, ma Fiamma protesta: dice che sporchiamo tutta la cucina.”
“Andrea, compra qualcosa di buono per i bambini in pasticceria. Quando arrivo, faccio io la crostata, o magari una torta.”
“Torna presto, ci sei mancata”, ha detto Andrea. Poi, con voce più bassa: “Io più di tutti. Se vuoi, salgo in macchina e vengo a prenderti adesso.”
“Manca ancora poco. Abbiate pazienza. Anche tu mi manchi. Passami Fiamma.”
Ho parlato con mia figlia, poi con i nipotini, e alla fine ho detto ad Andrea che lo amavo. Mi sono accorta di essere in ritardo per la cena. Mi sono cambiata in fretta, ho preso la borsa, l’ho girata tra le mani: non era rimasta nemmeno una goccia di sporco. “Adesso va bene”, mi sono detta, con il buonumore ritrovato. E non dovevo assolutamente correre a fare una passeggiata con un certo Giorgio. Ormai l’avevo capito chiaramente: la borsa caduta nel fango era come quella storia che stava nascendo.
Ho sentito quanto mi mancavano Andrea, i bambini e i nipotini. Ero partita per riposarmi da loro, e invece ora ero contenta di sentire le loro voci, e sarei stata felice di vedere mio marito in cucina, che cercava di preparare una crostata per i nipoti. Mi è venuto in mente quando, per la Festa della Donna, aveva voluto sorprendermi con un capolavoro culinario. Era stato buffo vederlo così impacciato: divertente, ma così dolce e pieno di gioia.
Non prenderò l’autobus. Dirò ad Andrea di venire a prendermi quando finirà il soggiorno; così gli mostro quanto sono belli questi posti e facciamo una passeggiata insieme. E a noi non serve nessuna “borsa sporca”.






