«Buttate giù quella baracca!» — urlava l’imprenditore, ignaro che alla casa si stava già avvicinando un ufficiale dei Carabinieri delle Forze Speciali

«Demolite questa baracca!» urlava limprenditore, ignaro che ormai un ufficiale dellunità speciale si avvicinava già alla casa.

Non ho mai sopportato novembre. Qui in Piemonte questo mese è fatto di piogge infinite, la terra diventa fango e il cielo pare cadere sui tetti delle cascine, sfiorando le cime dei pioppi. Lautobus mi ha scaricato alla curva dopo Asti, regalandomi una nuvola di gasolio prima di scomparire tra la nebbia.

Ancora un chilometro e mezzo e sarei arrivato alla frazione di Colla Nuova. Lo zaino premeva sulle spalle come sempre, pieno di cose che sapevano di casa: uno scialle di lana morbida, una scatola di Baci Perugina i preferiti di nonna Nina, e una confezione di buon caffè Lavazza. Non lavevo chiamata prima. Volevo sorprendere i suoi occhi al mio ingresso. Tre anni sotto contratto nellantiterrorismo, lesioni gravi, sei mesi tra ospedali: sentivo in cuore solo la sete di pace e il desiderio dei biscotti appena sfornati di nonna, della legna scoppiettante in stufa.

Ma la pace non cera.

Già mentre scendevo verso via del Pioppo, sopra il brontolio delle rane e il canto dei pettirossi, sentii quel suono pesante: un motore diesel acceso al minimo, regolare, ostinato. Aumentai il passo, saltando pozzanghere dacqua e fango. Il cancello che avevo dipinto di verde quattro anni fa era ormai a terra, spezzato su un lato.

Davanti al cancello spalancato troneggiava un grosso SUV nero. Accanto, due uomini robusti in giacche di pelle schiacciavano semi di zucca con lenti sputi nel fango. Poco più avanti, sui gradini, cera un uomo dal cappotto color cammello, che dominava la minuscola e curva sagoma di nonna Nina, avvolta nel suo giaccone ormai logoro.

Ma che hai in testa, vecchia? la voce delluomo vibrava, tesa come una corda. Ti avevo dato una settimana! Una settimana! Ho i macchinari fermi, gli investitori già fremono!

Figliolo dove posso andare la voce della nonna tremava, pronta a spezzarsi in lacrime. Tra poco è inverno Qui cè la tomba del nonno qui il mio orto

Vai in casa di riposo! abbaiò lui, calciando con la punta lucida della scarpa un vecchio secchio di latta che rotolò rumorosamente sul cortile. Demolite questa baracca! urlò rivolto ai suoi scagnozzi. Se non capisce con le buone, si farà con le cattive!

Uno degli uomini sorrise storto e fece un passo avanti.

Non urlai. Non corsi. Entrai soltanto in cortile, in silenzio, come avevo imparato negli anni difficili. Lasciai lo zaino sullerba.

Solo quando tra me e il tipo con la giacca cerano due metri, questi si accorse della mia presenza.

Oh, chi sei tu… iniziò, ma non finì la frase.

Un passo, un movimento secco: una presa, e quello si piegò, senza fiato. Il secondo pensò di intervenire ma incrociò il mio sguardo.

Non cera rabbia nei miei occhi. Solo quel gelo stanco che conosce chi ha visto troppo.

State fermi, dissi piano, ma deciso.

Luomo con il cappotto si voltò di scatto, la faccia lucida e curata distorta dalla sorpresa.

E tu chi diavolo sei?

Mi avvicinai a nonna. Lei mi guardava dal basso, stringendosi al petto.

Tommasino… sussurrò. Sei vivo

Le cinsi le spalle con un braccio. Quanto si era fatta fragile! Profumo di gocce calmanti e vecchia lana, così famigliare.

Vivo, nonna. Va in cucina, prepara il tè.

Senti, Rambo! luomo col cappotto sbavava rabbia Con chi credi di parlare? Sono Edoardo Corsi! Questo quartiere è il mio regno! Mi pagherai per quello che hai fatto alla mia sicurezza!

Mi voltai, calmo. Andai vicino quasi sfiorandolo. Lui era più alto, ma fece un passo indietro di riflesso: sentiva lodore dellimprevisto.

Ascolta bene, Edo, dissi sottovoce. Prendi i tuoi pagliacci, sali sul SUV e tra un minuto voglio che nemmeno si senta più la scia del tuo profumo qui.

Corsi arrossì.

Mi stai minacciando? Tornerò domani, con altri uomini! Distruggerò questa catapecchia con le vostre ossa!

Fece cenno ai suoi. Quello messo KO riusciva a malapena a reggersi. Salirono in macchina. La portiera si richiuse che sembrava sfondare il silenzio. Via col SUV, sradicando la piccola aiuola di crisantemi ormai secchi sotto le ruote.

In casa cera caldo, ma il calore sembrava effimero. Sulla tavola, le patate arrosto si stavano già raffreddando. Nonna Nina portava i sottaceti, i funghi, i crauti, ma le mani le tremavano tanto che la forchetta picchiettava sul piatto.

Sono apparsi un mese fa, mi raccontò mentre guardava fuori. Prima gentili volevano comprare la terra. Offrivano pochi euro. Poi è arrivato Corsi. Ha detto che qui ci farà un resort, per gente ricca. La Dora è vicina

Qualcuno ha ceduto? Il tè era forte e dolce, come lo bevevo da bambino.

Quasi tutta la via, sospirò. Sono sparite galline ai Semeraro il capanno ha preso fuoco di notte Qui la gente ha paura, Tommy. Corsi ha il fratello in comune e il nipote nei carabinieri. Noi anziani contro questi non possiamo niente.

Ascoltavo: dentro sentivo tendersi la molla. Sapevo di che pasta era fatto Corsi. Non sarebbe finita lì. Se aveva detto che sarebbe tornato, sarebbe tornato. E non da solo.

I documenti della casa dove sono?

Nella scatola del comò, tutto in regola.

Va bene. Vai a letto, nonna. Io resterò di guardia.

Non chiusi occhio. Ispezionai la proprietà. Il recinto era più nome che sostanza. Dietro la casa bosco fitto: facile avvicinarsi non visti. La casa era vecchia, di legno, bastava poco per prender fuoco.

Uscì sul portico e accesi una sigaretta. Il segnale prendeva male, salii in soffitta.

Compilai il numero. Lunghi squilli.

Sì? il tono dallaltra parte era vigile, nonostante le tre di notte.

Simo, sono io, il «Calmo».

Calmo! Fratello! Pensavo fossi ancora in riabilitazione.

Sono qui da nonna, a Colla Nuova. Situazione brutta. Uno del posto impazzito, domani arriva con la ruspa per buttarci fuori. Fa quel che gli pare.

Quanti sono?

Oggi erano tre. Domani ne porterà altri. E ha agganci nelle forze dell’ordine. Col diritto non ci si riesce.

Mandaci la posizione. Siamo a Torino ora, arriviamo con la squadra alle prime luci.

Simo, fate piano e niente di esagerato.

Ti pare? Siamo dei signori.

Ridiscendo. Mancavano quattro ore allalba.

La mattina fu grigia, laria fredda e umida, la bruma copriva la Dora. Sedevo sui gradini spellando una mela. Alla nonna, avevo promesso di restare in camera.

Arrivarono alle nove in punto. Corsi manteneva la parola.

Prima il ruggito del motore. Poi dalla nebbia emerse una ruspa gialla, la benna alzata come un elmo. Dietro, due SUV scuri e un furgone.

Si fermarono davanti al cancello.

Corsi fu il primo a scendere, oggi con un bomber corto. Accanto a lui un tipo con una cicatrice, aria da capo della sicurezza. Dal furgone uscirono una dozzina fra bulli in tuta e altri più grezzi, con mazze e tubi di ferro.

Allora, campione, hai raccolto la roba? O vuoi che ti aiutiamo? sorrise Corsi, vorace.

Mi alzai, mordendo la mela.

Lo dissi ieri, Edo. Non ascolti?

Giù il cancello! strillò lui al ruspista. E questo qui insegnategli le buone maniere!

Il bulldozer tossì nero fumo e sussultò. La banda si avventò sul cancello. Io rimasi lì, sul portico, nel mio vecchio maglione.

Si sentivano forti, erano tanti, avevano armi e denaro dalla loro parte.

Ragazzo, sdraiati, meglio per te, ghignò lo sfregiato.

In quel momento in fondo alla via, dal bosco, riecheggiò un rombo alto e arrabbiato.

Tutti si voltarono.

Verso il cortile piombavano due fuoristrada «Alfa Romeo», modello civile, ma robusti. Si posero di traverso, chiudendo la via di fuga ai SUV di Corsi.

Le portiere si aprirono.

Ne scesero sette uomini. Nessun urlo, nessun gesto vistoso. Si posizionarono in linea. Gente tra i trenta e i quaranta, vestita pratica e scarpe da montagna. Erano immobili, fianco a fianco come solo chi ha condiviso difficoltà sa stare.

Simo compatto, i capelli rossi, faccia simpatica si fece avanti.

Buongiorno, signori vacanzieri, disse a voce alta. Che succede qui? E perché non siamo stati invitati?

Corsi sirrigidì: sentiva laria cambiare.

Territorio privato! Siamo qui per lavoro! Voi chi siete?

Noi? Simo sorrise. Volontari. Aiutiamo le nonne a spaccare la legna, sistemare staccionate mentre voi pare disturbiate la quiete pubblica.

Cacciateli! urlò Corsi, fuori di sé. Buttate fuori tutti!

I picchiatori caricarono. Fu il loro errore.

Lo scontro finì in meno di due minuti.

I miei amici erano precisi, rapidi, risoluti. Ogni colpo avversario si rivoltava contro chi lo dava. Zero caos.

Lo sfregiato impugnò un tubo contro Simo. Simo schivò, gli afferrò il polso e lo stese con estrema delicatezza.

A terra! tuonò uno. Il tono bastò: il ruspista spense il motore e alzò le mani.

In due minuti la banda di Corsi era allungata al suolo, incredula. Corsi, pallido, si aggrappava al SUV. Mi avvicinai.

Edo, parlai piano. Tira fuori il telefono.

P-perché? balbettava.

Guarda le notizie. Scegli la pagina regionale.

Simo sbirciò dallo schermo.

Ehi, già pubblicato. Sono veloci.

Sul sito del «La Stampa» campeggiava il titolo: «Abusi edilizi a Colla Nuova: limprenditore Corsi e lamministrazione comunale sotto accusa. Un video li smaschera».

Cera anche il video: Corsi che calcia il secchio, che grida, che minaccia la nonna.

Vedi, Edo, non ho solo amici sportivi, sussurrai. Ce nè uno che lavora nei media. Ama certe storie. Il video è già partito per la Procura e la Regione.

Corsi fece cadere il telefono nel fango.

Possiamo accordarci sussurrò. Vi pago, quanto volete

Ovvio che ci accordiamo, annuii. Ora te ne vai. Porti via uomini e mezzi. E se succede qualcosa a mia nonna, o ai vicini mi hai capito?

Annaspava come una statuina del presepe.

La polizia arrivò dopo unora. Non quella locale: lunità mobile di Alessandria. Il Prefetto, accortosi del casino sui social, aveva mandato gli uomini giusti. Corsi e soci finirono sul furgone della polizia come spazzatura da discarica.

Quella sera, casa di nonna Nina era piena.

Avevano messo il tavolo al centro. Profumi di arrosto, conserve, pane caldo e fumo di stufa. Simo raccontava storie, gli altri ridevano, io rabboccavo il tè. Nonna Nina, con le guance vivaci, distribuiva frittelle e crostate.

Grazie, figlioli, ripeteva asciugandosi gli occhi. Senza di voi

Via, signora Nina, faceva Simo. Siamo solo venuti a respirare un po il vostro buon profumo di campagna.

Quando cadde la notte, uscimmo sul portico. La nebbia era sparita, sopra brillavano le stelle solo in tardi autunni cosi chiare si mostrano.

E ora che fai? chiese Simo, acceso la sigaretta.

Guardai il bosco, la staccionata che iniziavamo a risistemare.

Resto. Devo rifare il tetto. Qualche capanno nuovo. E piantare dei meli

I vecchi non hanno attecchito, dice nonna. Serve una buona Antonovka.

Simo mi strinse la spalla.

È ora di costruire, non distruggere.

Allalba, i miei amici ripartirono. Restai al cancello a guardarli sparire nel paesaggio piemontese. Poi mi girai verso la casa: nella finestra la luce, la sagoma di nonna Nina che trafficava serena.

Presi la vanga. La terra era dura, gelida, ma lo sapevo: se un albero lo pianti col cuore, crescerà. Anche in novembre. Basta avere radici forti. E qui, le nostre radici, nessuna ruspa le porta via.

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