Ieri ho ricevuto una telefonata che mi ha sconvolto. E adesso sono qui, seduto sul divano con Giulia accanto, e scrivo per mettere ordine nei pensieri.
Tutto è cominciato un anno fa. Quella dannata mattina. Avevo appuntamento dal notaio a Roma, dovevo firmare le carte per l’eredità di Anna. Ero nervoso, la testa mi scoppiava, e Giulia, la mia vecchia cagnolona meticcia, mi trotterellava tra i piedi durante la passeggiata. Un anno prima, dopo che Anna se n’era andata, lei era rimasta l’unica creatura viva in casa. Mi aspettava ogni sera scodinzolando, mi faceva sentire meno solo.
Ma quel giorno persi la pazienza. Lei si infilava dappertutto, annusava l’asfalto, tornava indietro. Il guinzaglio si tendeva e si allentava. – Giulia, piantala! – gridai. E tirai. Un colpo secco. Lei guaì. E io continuai a camminare, arrabbiato con il mondo, con me stesso.
Arrivammo sulla superstrada. Camion sfrecciavano, auto sfrecciavano. Tirai fuori il telefono per controllare l’ora. E in quel momento… uno strattone. Il moschettone si aprì. Il guinzaglio mi rimase in mano, vuoto. Giulia schizzò dall’altra parte della strada.
Urlai. Corsi dietro di lei, agitando le braccia, fermando le macchine. Ma sparì tra i cespugli. Scomparve. La cercai per tre giorni, lungo la strada, chiamandola, fischiando. Poi mi arresi. Pensai che fosse morta, sotto una ruota o al gelo in qualche bosco. Colpa mia. Avevo gridato, avevo tirato. Era la mia punizione.
E ieri squillò il telefono.
– Buongiorno, è il signor Vittorio? Lei ha una cagnolina? – voce femminile, giovane, un po’ tesa.
– Sì.
– Siamo del rifugio “Speranza”. Ci hanno portato una cagnolina randagia. Dal microchip è saltato fuori il suo numero. Può venire a vederla?
Il cuore mi cadde nello stomaco.
– Che cagnolina?
– Una meticcia rossiccia. Vecchietta. Zoppica sulla zampa posteriore.
Rimasi muto. Stringevo il telefono con le nocche bianche.
– Verrà? – insisté la ragazza.
– Sì.
E adesso sono qui, davanti al rifugio, bloccato. Le chiavi della macchina sono sul tavolo di casa. La giacca è nell’ingresso. Solo un’ora di strada. Ma ho paura. Paura che non sia lei. E paura che lo sia.
Il canile mi ha accolto con un coro di latrati. Dozzine di voci – acute, roche, disperate – si sono fuse in un ululato unico. Ho chiuso la portiera e mi sono fermato. Le mani tremavano. “Vecchio idiota”, ho pensato. “Perché tremi come una foglia?”. Ma i piedi sembravano incollati all’asfalto.
– Signor Vittorio? – dalla cancellata è uscita una ragazza. Giovane, giacca consumata, capelli nascosti sotto un berretto di lana. – Sono Chiara. Ci siamo sentiti ieri.
Ho annuito. La gola stretta. Non riuscivo a parlare.
– Venga. È nel recinto in fondo.
Abbiamo camminato tra le gabbie. I cani si lanciavano contro le sbarre, guaivano, grattavano. Guardavo i miei piedi. La neve scricchiolava sotto le suole.
– Senta – ha detto Chiara – l’hanno portata qui solo l’altro ieri. I parenti di una signora anziana. La signora è morta e loro non potevano tenere il cane.
– Una signora?
– Sì, la signora Vera Rossi. Viveva lungo la superstrada, in una casetta. Dice che l’aveva trovata un anno fa. L’ha curata. La zampa era rotta, forse un’auto l’aveva investita. La signora l’aveva rimessa in sesto, ma non la lasciava uscire – aveva paura che scappasse di nuovo sulla strada.
Mi sono fermato.
– Aveva un collare col numero?
– Sì, ma le cifre erano quasi cancellate. La signora ha provato a chiamare, ma sbagliava numero, o forse non riusciva a mettersi in contatto. Alla fine ha pensato che il padrone l’avesse abbandonata. «Visto che non la cerca», diceva.
Ho stretto i pugni in tasca. Era viva. Tutto questo tempo era viva. E io, dopo quei tre giorni, avevo smesso di cercare.
– Ecco – Chiara si è fermata davanti all’ultimo recinto. – È qui.
Ho alzato gli occhi. E ho visto la mia Giulia.
Era accucciata in un angolo, su una vecchia coperta. Il pelo rossiccio opaco, il muso imbiancato. La zampa posteriore piegata sotto di sé – ancora zoppicava. La cagnolina ha alzato la testa. Mi ha guardato. È rimasta immobile.
Ho fatto un passo avanti. Un altro. Le dita hanno stretto le sbarre fredde.
– Giulia? – ho rantolato. La voce mi è tremata.
Lei ha avuto un sussulto. Le orecchie dritte.
– Sono io. La tua ragazza, sono io.
Si è alzata. Zoppicando, ha fatto qualche passo verso la rete. Si è fermata a un metro da me. Semplicemente in piedi, a guardarmi.
Mi sono inginocchiato nella neve. Ho infilato la mano tra le sbarre.
– Perdonami – ho sussurrato. – Perdonami, stupida rossa. Quel giorno ho gridato. Ti ho strattonata. E poi ho smesso di cercarti. Ho pensato che fossi morta. Avevo paura, capisci?
Le lacrime scorrevano da sole.
Lei ha fatto un passo avanti. Un altro. Con cautela, come per controllare che non sparissi. Sono rimasto immobile. Ho smesso persino di respirare.
E allora Giulia si è avvicinata. Ha infilato il naso freddo nel palmo della mia mano. Mi ha leccato le dita.
– Apro? – ha chiesto Chiara a bassa voce, asciugandosi di nascosto una lacrima.
Ho annuito.
Il lucchetto ha scattato. La porta del recinto si è aperta. E Giulia, zoppicando, goffamente, mi è corsa incontro. Si è stretta alla mia gamba e ha scodinzolato, felice.
L’ho abbracciata. Ho sepolto il viso nel suo pelo rossiccio.
– Andiamo a casa – ho mormorato. – Senti? A casa. E non ti lascerò mai più. Mai.
Lei ha guaito piano. E ha scodinzolato ancora più forte.
– Mangia poco – ha detto Chiara, accovacciandosi accanto a me. – I primi giorni rifiutava del tutto. Pensavamo, beh, capisce. Succede: un cane arriva in canile e si spegne. Specialmente quelli vecchi. Si affezionano più di quanto crediamo.
– Lo so – ho risposto con voce roca. – L’ho sempre saputo.
L’ho accarezzata sulla testa. Ha aperto gli occhi – opachi, stanchi – e mi ha guardato. In quello sguardo c’era tutto.
– Chiara – ho alzato lo sguardo – ce la farà? Voglio dire, vivrà ancora?
La ragazza ha sospirato.
– Il veterinario dice che ha il cuore debole. La zampa è rimasta storta, per questo zoppica. Quasi non ha più denti. Ma, sa, signor Vittorio, lavoro qui da tre anni. Ho visto di tutto. I cani non muoiono per le malattie. Muoiono di tristezza. Ma se hanno un motivo per vivere…
Non ha finito. Non ce n’era bisogno.
Ho capito.
Mi sono alzato con cautela.
– Andiamo a casa, ragazza – ho bisbigliato. – La signora Gina ci ha preparato le polpette. Ti piacciono le polpette, vero? E dormirai sul divano. Sul mio divano. Quello che ti ho sempre vietato, ricordi? Non lo farò più. Dormi dove vuoi. Purché non te ne vai, va bene?
Giulia mi ha leccato la guancia.
E per la prima volta dopo un anno ho sentito qualcosa sciogliersi dentro di me.
– Grazie – mi sono voltato verso Chiara.
– Abbi cura di lei – ha annuito. – E abbi cura di te.
Ho sistemato Giulia sul sedile del passeggero, avvolta in una vecchia giacca. Mi sono messo al volante. Ho acceso il motore e sono partito verso casa.
La signora Gina ha sgranato gli occhi quando ci ha visti sulla porta.
– Vittorio! Ma è Giulia?!
– Proprio lei – ho portato con cautela la cagnolina nell’ingresso. – È tornata.
– Madonna – ha esclamato la vicina, mettendosi a sedere sui talloni. – Povera piccola! Com’è dimagrita. Vittorio, portala in cucina, le do subito da mangiare!
Giulia ha girato per la casa lentamente, zoppicando. Ha annusato ogni angolo, ogni oggetto familiare. Poi è tornata da me e si è accovacciata ai miei piedi.
– Giusto – ho annuito. – Resti con me.
La signora Gina l’ha nutrita a poco a poco, con cautela, per non farle male. Lei mangiava avidamente, quasi soffocando, come se avesse paura che glielo togliessero.
– Piano, piano – la calmavo accarezzandole il dorso. – Non scappa nulla. Mangia con calma.
La sera Giulia è saltata sul divano. Non l’ho cacciata – come promesso. L’ho semplicemente coperta con una coperta di lana e mi sono seduto accanto.
Ho acceso la televisione, ma non guardavo. Solo accarezzavo il suo pelo rosso e tacevo.
Lei ha appoggiato la testa sulle mie ginocchia e ha chiuso gli occhi.
E la sua coda si muoveva appena – pochissimo, ma si muoveva.
Guardavo fuori dalla finestra. La neve cadeva come un anno fa, come quel maledetto giorno sulla superstrada.
Ma adesso tutto era diverso.
Per la prima volta dopo un anno non avevo paura del domani.
Perché sapevo che domani Giulia si sarebbe svegliata accanto a me. E dopodomani. E per tutti i giorni che ci restano.
*Lezione imparata:* Non si può riparare il tempo perso, ma si può ancora scegliere di non sprecare quello che rimane. Il perdono non arriva dalle parole, ma da un naso freddo che si posa sulla tua mano.






