Cercasi urgentemente marito

Cera un tempo, oramai lontano, in cui la necessità di un nuovo marito parve, per me e mia figlia, unurgenza pressante.

Mamma, devi assolutamente trovare un nuovo marito! E devi farlo presto, davvero prestissimo!

Quella mattina, per poco non lasciai cadere la tazzina del caffè che sorseggiavo con la solita calma. Una goccia macchiò la tovaglia. Appoggiai la tazzina e, dopo aver tossicchiato per riprendermi, fissai mia figlia con sguardo interrogativo.

Spiegami questa fretta, le chiesi cercando di restare calma. Perché questa richiesta?

Giulia così si chiamava allora mia figlia sembrava molto impacciata. Si muoveva avanti e indietro, con lo sguardo basso, come se cercasse qualcosa nella trama intricata del tappeto. Ma malgrado limbarazzo, avvertivo in lei unirremovibilità nuova.

Vedi oggi ho detto a papà che tu hai trovato un uomo, sospirò pesantemente. Non sai quanto mi ha assillata! Continuava a chiedermi se veramente avessi qualcuno. Io ho sempre risposto no e allora lui partiva a raccontarmi, a lungo, che lasciarlo era stato il più grande errore della tua vita. Che non capisci proprio niente se ti sei permessa di perderlo, un uomo così meraviglioso!

Mi rivolse uno sguardo pieno di frustrazione, stupore e perfino una certa rabbia verso suo padre.

E poi continua a ripetere che presto ti renderai conto di quanto hai sbagliato e tornerai da lui. Dice che nessuno sarà mai meglio di lui. Così io mi sono spazientita e ho detto che, invece, hai incontrato qualcuno.

Mi passai una mano tra i capelli, e nella memoria mi si affacciarono le fastidiose inflessioni dellex marito quella falsa sicurezza, quellarte di mettere sempre se stesso al centro di ogni discorso, come fosse sempre in cattedra.

Posso solo immaginare come accompagna i suoi discorsi con i soliti epiteti coloriti, dissi con un filo di ironia. Non si è ancora rassegnato che io labbia lasciato, lui che si crede il migliore. A volte penso che insista perché tu vada da lui nei weekend solo per avere qualcuno a cui raccontare le sue storie. Più che accoglierti, gli interessa sapere i pettegolezzi freschi. È un modo di nutrire il suo amor proprio.

Giulia sospirò e si lasciò cadere sul divano, sistemandosi le gambe sotto di sé in quella posizione che le era già abituale. Accarezzava distrattamente il tessuto del bracciolo, come per raccogliere i pensieri.

Sì, lo penso anchio, rispose, fissando un punto oltre la finestra. Unora e mezza a sentire quanto lui sia fantastico. Poi fa finta che io non ci sia. Nemmeno si interessa a come sto. Neanche chiede come va a scuola o se ho bisogno di qualcosa

Parlava con tale naturalezza, come se raccontasse il ripetersi della routine quotidiana: svegliarsi, colazione, scuola, compiti. Per Giulia era diventata la normalità, talmente radicata da non suscitare più emozioni forti.

Si sdraiò allindietro e fissò il soffitto, passandosi nella mente lultima conversazione con il padre. Sempre uguale: cominciava vantandosi dellennesima impresa, magari di una riunione andata bene con i soci, poi passava a parlare delle sue ambizioni future, delle difficoltà lavorative, di come tutti lo sottovalutassero. Unora e mezza di monologo e Giulia mentalmente aveva contato il tempo, pronta a riferirlo a me.

Quando provò a raccontargli della sua gara di matematica, lui fece appena un cenno con la testa e virò subito sulluniverso dei suoi affari: Brava, brava. Ma alla tua età io già e fu subito un vortice di racconti delle sue vittorie.

Giulia scrollò le spalle. Non era una novità, ormai. Da quando aveva memoria, suo padre era tutto un continuo ruotare attorno a se stesso; gli altri, lei e io comprese, parevano sempre sullo sfondo, mai davvero rilevanti. E qualsiasi discorso, anche il più piccolo, si richiudeva su di lui, anche quando tentavamo di parlare delle nostre cose.

Mi chiedevo talvolta, tra me e me, come io avessi resistito quindici anni accanto a quel tipo duomo così preso da sé. Forse ero rimasta solo per Giulia, per evitare che crescesse senza un padre. Ma crescendo, mia figlia aveva capito da sola che un padre non sempre vuol dire presenza e amore. E dopo la separazione neppure tanto sofferta aveva scoperto che si viveva meglio, con meno tensione e senza qualcuno che monopolizzasse sempre lattenzione, svalutando il resto.

E quindi perché questa urgenza? domandai con una punta di stizza nella voce, che non riuscivo a mascherare. Daccordo, hai detto questa cosa. Ma ora?

Dopo che papà lha sentita, è impazzito! Giulia fece una smorfia, stringendo a sé un cuscino. Prima è sbiancato, poi è diventato rosso come il pomodoro e ha cominciato a urlare tanto che la signora del piano di sotto è salita a vedere cosa succedeva. Devo dire la verità, mi ha fatto anche un po paura.

Si fermò un istante, rivivendo la scena: la voce stridula e scomposta di lui, i pugni stretti, lo sguardo sfuggente. Mi sembrava sul punto di scoppiare.

Voleva sapere nome e cognome delluomo, persino comera fatto. Giulia rigirava il bordo del cuscino tra le dita. Ma io ho risposto che non potevo dirgli nulla, che tu mi avevi chiesto il riserbo Non mi stupirei se presto ti chiamasse per aggredirti al telefono.

Mi voltai piano, mi appoggiai al davanzale e guardai Giulia: una bella giornata mi aspettava Potevo ben immaginare il teatro di Alessandro così si chiamava mio ex marito. Mi ha fatto proprio un favore, pensai tra me.

Mi sedetti accanto a Giulia e la strinsi forte. Non cera ormai nulla da fare. Le parole erano state dette, non potevamo certo cancellarle.

Perché hai sentito il bisogno di inventarti questa storia? le chiesi sottovoce, cullandola appena fra le braccia. Era tutto tranquillo fino ad oggi Ora di nuovo dovrò sopportare le sue crisi e lagne. Quasi quasi mi viene voglia di spegnere il telefono.

Giulia si sciolse piano dal mio abbraccio, si mise seduta e mi guardò con serietà. Nei suoi occhi, la sicurezza era cristallina.

Perché tu sei fantastica! dichiarò. Sei bella, intelligente, hai tanti amici, piaccia o no agli uomini! Forse credi che io non me ne accorga? Papà dice sempre cose brutte di te. Sono stanca!

Le accarezzai i capelli, piano, con la punta delle dita. Nei miei occhi, un velo di tenerezza e una piccola, dolce, confusione.

Ti capisco, tesoro, sussurrai. È che credevo non volessi che avessi qualcuno di nuovo. Dopo il divorzio sono passati appena sei mesi.

Furono parole difficili. In cuor mio temevo che lei percepisse una nuova relazione come un tradimento, un tentativo di sostituire il padre. La osservai attenta, cercando anche il più piccolo segno di disapprovazione.

Sciocchezze! sbottò Giulia, con una risolutezza così adulta da strapparmi un sorriso. Limportante è che tu sia felice!

Incrociò le braccia e mi fissò con decisione. Appariva sorprendentemente matura per la sua età, e pronta a sostenere le sue idee contro tutto.

Mi accorsi che lansia in me si scioglieva poco a poco, svaniva davanti a quellonestà limpida. Forse davvero esageravo a lasciarmi frenare dal passato e dalla paura del futuro.

Sei proprio in gamba, le dissi, stringendola ancora. Grazie di cuore che ti prendi cura di me.

Giulia si rannicchiò accanto a me, e quellabbraccio ci fece sentire la nostra piccola famiglia più forte che mai, pronta ad affrontare ogni cosa insieme.

***

Erano tempi difficili anche a lavoro. Seduta alla scrivania, mi sforzavo invano di concentrarmi sulle cifre dei bilanci. Le righe davanti agli occhi si confondevano e le tempie mi pulsavano. Massaggiai i lati della testa con gesti lenti e svuotati chissà quante volte lavevo già fatto quella mattina.

Alla fine, decisi di chiedere alla collega di passare in farmacia a prendere qualche pasticca. Lufficio era a due passi, e lei fu gentile nellaiutarmi. Presi le compresse con un sorso dacqua dal bicchiere, poi mi rimisi sui documenti, ma era tutto inutile: ogni clic sulla tastiera o ronzio proveniente dal corridoio mi trapassava la testa.

Fu allora che comparve sulla porta il custode, Tito. Sguardo gentile, eppure cauto.

Signora Alessandra, la cercano, disse timido. È qui il suo ex marito, insiste per vederla. Scende lei, o dobbiamo invitarlo ad andarsene?

Mi congelai. Una vampata di esasperazione e fatica. Misi un respiro profondo, combattendo per rimanere composta.

Arrivo, scusatemi per il disturbo, risposi alzandomi.

Mentalmente, lanciai più di un improperio. Non ci voleva proprio. Giorno già storto, emicrania in aumento, e lui che si presenta senza preavviso! Perché non ha neppure mandato un messaggio? Doveva venire a farmi una scenata proprio qui, in mezzo ai colleghi?

Mi muovevo lenta, ché ogni passo accentuava il mal di testa. Il corridoio era pieno: qualcuno rideva alla macchinetta del caffè, qualcun altro discuteva di lavoro davanti alla bacheca. Ero tesa, ancora di più avvicinandomi alla hall.

Appena scesa, intravidi Alessandro, che si agitava su e giù davanti alla reception, gesticolando furiosamente, argomentando chissà che cosa con il personale della sicurezza, ora con voce sempre più alta. Gli addetti erano cortesi, ma tesi: bastava poco perché perdessero la pazienza.

Che vuoi adesso? domandai, senza preamboli. Cercai di sembrare fredda, sebbene dentro sentissi ribollire il sangue. Sei qui per recitare una scenetta, oppure preferisci conoscere meglio i carabinieri? Posso facilmente chiamarli.

Alessandro si voltò di scatto, il viso acceso da una rabbia poco chiara. Mi si avvicinò, puntandomi contro un dito accusatore.

Tu! gridò. Proprio tu! Giulia mi ha raccontato tutto! Dopo appena sei mesi, hai già trovato un altro uomo?

Era una miscela di incredulità, offesa e gelosia. Sperava forse che lei si fosse inventata tutto, che fosse uno scherzo mal riuscito? Ma, davanti alla mia calma, capiva che era vero.

Io alzai un sopracciglio, con aria sprezzante.

Dovevo forse restare tua moglie, fedele, a vita? risposi senza battere ciglio. Anche dopo il nostro divorzio? Mi sembra chiedi troppo, caro. Specie considerando quantera elastica la tua fedeltà da sposato

Alessandro rimase interdetto. La sua mano, ancora puntata su di me, si abbassò lentamente, mentre negli occhi gli si leggeva uno smarrimento inedito: quella sicurezza aggressiva si sgretolava per la prima volta.

Intorno, la gente curiosava: colleghi, clienti, spedizionieri… Ma per noi il mondo si era ristretto a quello spazio teso e vibrante di vecchie offese e cose non dette.

Tu Tu proprio balbettò, ma io non gli diedi il tempo.

Basta scene, Alessandro, dissi più pacata, ma ferma. Se vuoi parlare, parliamo da adulti. Ma non in ufficio e non così.

Scene? Adesso te le faccio vedere io le scene!

La sua voce rimbombava sotto i soffitti del salone. In volto, macchie rosse, le vene tese sul collo, i pugni che si serravano e si aprivano, in preda allagitazione. Faceva un passo avanti, poi indietro.

Non permetterò mai che mia figlia cresca in casa con uno sconosciuto! urlava, ignorando il pubblico che si radunava. Ti tolgo la custodia di Giulia! Non la vedrai mai più, hai capito?

Parole dure e disperate, ma io lo guardai quasi compatendolo. Voleva portarmi via Giulia? Avrei voluto vedere il giudice tentare di credergli!

Finito lo spettacolo? ribattei ironica. Sembra dessere al circo.

Che succede qui?

Alessandro si soffermò a metà parola. In quel momento, nellatrio, fece ingresso un uomo in abito blu scuro, portamento sicuro, sguardo fermo. Gli addetti alla sicurezza si ricomposero immediatamente: era chiaro che quelluomo contasse molto in azienda.

Non si intrometta! sbottò Alessandro, voltandosi a muso duro. Il suo viso era acceso dira, ostile.

Luomo ignorò il tono, avanzò calmo, fermandosi a una distanza che permetteva di fissarci entrambi. Sorrideva appena, come a divertirsi per gli eccessi altrui.

Si parla di fatti personali quando li si discute in privato, disse pacato. Ma se si urla in un ambiente di lavoro, allora diventa una questione pubblica.

Seguivo la scena trattenendo il respiro. Non mi aspettavo lintervento di Lorenzo De Santis, il direttore generale, ma fu un intervento provvidenziale: aveva interrotto il copione strillato di Alessandro.

Alessandro fece per rispondere male, ma Lorenzo fu rapidissimo a bloccarlo. Nel suo sguardo, nessuna emozione, pura determinazione.

E lei chi si crede di essere, per dire la sua? ringhiava Alessandro.

Lorenzo, invece, si girò verso di me e, davanti a tutti, con eleganza, mi circondò la vita con un braccio, come a voler lasciare tutti senza dubbi su chi fossi per lui.

Chi sono io? disse chiaro, quasi monotono, ma con una fermezza tale che Alessandro arretrò. Sono colui che rende Alessandra felice. Non accetto che tu urli contro la mia compagna. E se pensi di usare tua figlia come pedina, fidati che saprò intervenire in maniera ben più seria…

Alessandro impallidì. Guardò dapprima Lorenzo, poi me, interdetto. Non aveva previsto di trovarsi di fronte un uomo così sicuro, che non temeva reazioni né minacce.

Esitò, massaggiandosi le nocche quasi dolenti, indeciso se replicare. Non trovò le parole, forse perché capiva che con Lorenzo i suoi soliti trucchi erano inutili.

Alla fine, abbandonò la sala borbottando qualcosa di poco comprensibile e, mentre varcava la porta, lanciò una minaccia inutile:

Degli alimenti scordateli!

Non mi servono affatto, ribattei sorridendo tra me e me. Mi sentii leggera, quasi allegra. Almeno Giulia non dovrà più subire le sue visite.

Solo allora mi accorsi che la mano di Lorenzo calda e protettiva era ancora sulla mia schiena. Abbassai lo sguardo, leggermente arrossita, staccandomi con delicatezza.

Con quella lieve esitazione, e occhi sinceramente riconoscenti, mi rivolsi a lui:

Grazie mille, dottor De Santis. Non sa quanto mi abbia aiutata.

Lui sorrise, e la sua espressione si addolcì.

Pranziamo insieme? propose, accennando linvito con la mano.

Esitai solo qualche istante, inseguendo i dubbi abituali: non sarà troppo presto? Che penserà la gente? Ma passò in fretta: Lorenzo era solo gentile e rispettoso, e anchio sentivo unirrefrenabile curiosità e simpatia nei suoi confronti.

Volentieri, risposi, posando la mia mano sulla sua.

La sua stretta fu forte e rassicurante, e tutte le tensioni accumulate svanirono pian piano, sostituite da una leggera trepidazione.

Più tardi, in quel piccolo ristorante profumato di pane fresco, la conversazione fu naturale, piacevole. Fra una portata e laltra, Lorenzo trovò il coraggio di confessarmi che mi osservava da tempo, che i suoi sentimenti erano cresciuti pian piano, con delicatezza, e aveva sempre avuto timore di sembrarmi invadente, visti i giorni difficili che stavo vivendo dopo il divorzio.

Non volevo metterti pressione né essere uno tra tanti, disse, agitando lento il cucchiaino nel caffè. Ti ho sempre ammirata per la tua forza, ma ho aspettato il momento giusto.

Ascoltai in silenzio, col cuore pieno di riconoscenza. Non cera in lui nulla di vanitoso o autocelebrativo: solo un rispetto genuino.

Quando ho visto come quelluomo ti trattava oggi scosse il capo, accigliandosi. Non sono riuscito a restare fuori.

Quella tenerezza sincera mi commosse. Sapevo che mi era sempre stato simpatico, ma mai avrei osato farmi avanti io, per via del ruolo che aveva in azienda

***

Tre mesi dopo, quella che era stata una scena tesa nellatrio dellazienda lasciò il posto a un giorno di festa: io e Lorenzo diventammo marito e moglie. Fu una cerimonia splendida, con tutto quello che avevo sempre sognato, e Lorenzo realizzò ogni desiderio mio con generosità.

Giulia era felice come non mai. Mi aiutò a prepararmi per le nozze, curando ogni dettaglio il velo, le rose tra i capelli, i bottoncini del vestito. Quando ci scambiammo le fedi, lei mi abbracciò forte e anche Lorenzo, sorridendo di pura gioia.

Sono così contenta per voi! mi sussurrò commossa.

Ma fu sincera subito: non sentiva di poter chiamare Lorenzo papà.

Mi piaci molto, Lorenzo, gli disse in una sera tranquilla, pochi giorni dopo. Sono felice che mamma abbia accanto qualcuno, ma il mio papà, comunque sia, un papà già ce lho.

Lorenzo rispose con comprensione:

È giusto così, Giulia. Limportante è che siamo insieme.

Con una punta dironia, inviai comunque linvito del matrimonio anche ad Alessandro. Nessun biglietto, solo il cartoncino con data, ora e luogo della cerimonia. Mi pareva giusto che sapesse quanto la mia vita fosse andata avanti.

Ovviamente Alessandro non si presentò. Neppure ci pensò. Reagì invece nellunico modo in cui era maestro: chiamando uno a uno i vecchi amici e parenti. Proprio il giorno dopo linvito, chiamò il più stretto compagno delluniversità.

Puoi crederci? scoppiò subito. Mi ha invitato al suo matrimonio! Proprio a me!

Lamico, educato, chiese cosa ci fosse di tanto offensivo. Ma lui si lasciò infervorare dal racconto:

Come ha potuto? Umiliarmi così?

Questo copione si ripeté per giorni: chiamava, raccontava, cercando conferme, ma trovava solo frasi di circostanza o spallucce. Nessuno lo seguiva nel suo risentimento, nessuno osava offendersi per me.

Cominciò allora a dire che mi ero risposata troppo in fretta.

Sei mesi appena! Come si può trovare il vero amore in così poco? È solo una fuga. Vuole solo dimenticarmi, capisci?

Poi cambiava tono:

Non mi ha dato occasione di rimediare. Se solo avessimo parlato, forse

E ogni tanto si lasciava andare ad accuse poco convincenti:

Ho fatto tanto per lei, e guarda ora Non mi ha nemmeno ringraziato. Ha preso, se nè andata, e con la figlia!

I suoi ex amici scuotevano la testa o chiedevano: Per cosa dovrebbe ringraziarti? Siete stati sposati, era naturale.

Alle fine, stanco del nulla di tutte queste telefonate, Alessandro si spense. Rimase da solo, in quella casa mezza vuota, tra piccoli oggetti dimenticati, una ciocca di capelli su una spazzola, un vecchio album di fotografie e un paio di vestitini troppo piccoli. Capì, forse per la prima volta, che la vita continua, anche senza di lui.

E così, mentre Alessandro restava fermo nel suo passato, la nuova vita mia, di Lorenzo e di Giulia scorreva serena, tutta da costruire nei piccoli gesti: le cene insieme, le passeggiate sotto le luci di Firenze, le litigate scherzose su quale film scegliere la sera Giorni semplici e dolci, come solo quelli di una vera famiglia riescono a essere.

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