Il divano dagli anni Novanta
Ragazzi, abbiamo una sorpresa per voi! Rosanna, con gli occhi che le brillano come le luci di Natale, osserva entusiasta il nostro salotto nuovo di zecca, arredato solo a metà. Abbiamo deciso di regalarvi il nostro divano!
Per un attimo il mondo si ferma. Guardo Alessio. Sorride tirato, come avesse appena addentato un limone intero.
Mamma, papà, ma davvero… il vostro divano è ancora in ottimo stato prova a stemperare lui. Magari lo usate ancora.
Macché! Macché! scuote la mano Antonio. Noi ce ne siamo comprati uno nuovo. Modernissimo. Questo invece è robusto, vero, con il telaio in legno! Oggi non li fanno più così. Per voi che dovete sistemarvi, è perfetto. E risparmiate pure un po’ di euro.
“Per un po'”. Quelle parole cadono come una sentenza. Vi vedo già quellenorme mastodonte bordeaux dalla tappezzeria consumata, che per mesi, quando vivevo da loro, avevo soprannominato nella mia testa Il Mostro del Salotto. Ingombrava metà della loro sala. Ora invaderà la mia.
Signora Rosanna, gentilissimo… però il nostro stile… avevamo pensato a qualcosa di più moderno… cerco parole più convincenti.
Moderno?! sbuffa la suocera. Se ne vanno e vengono queste mode delle case bianche e vuote. Un mobile buono, invece, dura una vita. Vedrai che mi ringrazierai più avanti, Giada. Domani chiamiamo i traslocatori e si sistema tutto.
Ed effettivamente, il giorno dopo due facchini paonazzi entrano trascinando questo mostro bordeaux nella mia nuova, luminosa sala. Quando vanno via, io e Alessio restiamo immobili a fissare la bestia: troneggia sulla parete principale, assorbe luce, spazio, allegria. Le sue zampe massicce intagliate sembrano dita contorte che si aggrappano al mio parquet. Lodore di velluto stantio, di polvere, e qualcosa di dolciastro e indefinibile penetra piano nellaria.
Beh… prova a dire Alessio. Almeno ora abbiamo un posto dove sederci.
Senza rispondere me ne vado in cucina. So bene che non è solo un divano. È il cavallo di Troia. Dentro ci sono aspettative familiari, sensi di colpa, doveri. Ora questo cavallo vive nel cuore della nostra casa.
***
Ho impiegato tre mesi per progettare questo salotto. Ogni sera, dopo il lavoro, sfogliavo cataloghi, salvavo idee, disegnavo piantine. Il salotto doveva essere il cuore dellappartamento: diciotto metri quadrati, una finestra a est che si sarebbe inondata di sole ogni mattina sul parquet chiaro, quasi color rovere sbiancato. Le pareti le ho tinte di un bianco caldo, quasi panna. Ho trovato tende di lino leggerissime, trasparenti e in tono con le pareti. Avevo scelto un divano angolare, stile nordico, grigio su gambe in legno sottili, compatto ma comodissimo. Davanti, una poltrona bassa, un tavolino dai piedi in metallo e dal piano in legno chiaro. Alla parete una mensola sottile per la tv, altre due per i libri. Minimalismo, luce, respiro.
Invece, ora cè lui.
Un divano anni Novanta, comprato da Antonio e Rosanna agli inizi del loro matrimonio. Massiccio come un carro armato. Velluto bordeaux scuro, decorato da grandi fiori ormai scoloriti: rose viola, foglie confuse. I braccioli sono consumati fino a scoprire la gommapiuma gialla. Lo schienale, altissimo, è incastonato da listelli di legno scuro coperto da uno spesso strato di vernice oramai scheggiato. Le zampe, intagliate a forma di zampe di leone, stonano su tutto, spiccano come una parodia sul mio arredo moderno. Il divano è lungo quasi quattro metri; profondo quanto una bara. Se mi ci siedo, sprofondo in una buca, difficile rialzarsi. Le molle cigolano, alcune sono rotte, tanto che al centro si spalanca una voragine che inghiotte ogni cuscino.
Ma il peggio non è nemmeno questo. Il peggio è ciò che il divano rappresenta: memorie e odori di decenni di famiglia. Era il punto di incontro davanti alla tv, ci si addormentava dopo la notte, si copriva con pesanti plaid con frange. Sa di tabacco, profumo di Rosanna, sugo, vita. È impregnato di passato al punto da sembrare una creatura viva. Ora questa creatura ha trovato posto nella mia casa.
La prima sera cerco di coprirlo con un telo bianco. Invano. Le zampe da leone sbucano ridicole da sotto. Il tessuto scivola, fa pieghe grottesche. Dopo unora mollo tutto.
Magari un copridivano? suggerisce Alessio, preoccupato vedendo la mia faccia scura. Fatto su misura, proprio.
Su misura per tre metri e mezzo? E le zampe? Le copriamo pure a quelle? rispondo, esasperata. Non è colpa del colore, Ale, è che occupa metà salotto!
Lui tace. È fatto così ogni volta che si tratta dei suoi. Lo capisco: nella sua famiglia ogni oggetto era prezioso; le cose si aggiustavano, non si buttava via nulla. Antonio, ex maresciallo dellEsercito, gli ha insegnato a essere parsimonioso, pratico. Rosanna conserva tutto: tovaglie, piatti, anche quello che si è guadagnato dopo tanti sacrifici. Liberarsi del divano? È rinnegare la propria storia.
Ma io che centro? Sono cresciuta diversamente. Per me sono importanti lo spazio, la luce, il senso di armonia; non il possedere cose robuste per una vita. Perché devo vivere con questo mostro?
Il giorno dopo chiama Rosanna.
Giada, come ti trovi col divanetto? allegra come sempre.
Sì, grazie, stringo il telefono fino a sbiancare le nocche. Imponente, davvero.
È una meraviglia! Labbiamo preso nel 93, quando Antonio era ancora in Germania per lavoro. Un altro livello rispetto a quello che fanno oggi. Ti durerà ventanni, vedrai! Quelli moderni durano una stagione e via.
Ventanni. Lidea di ventanni con questo divano mi fa salire una lieve ansia.
Voi quindi avete preso un divano nuovo? fingo interesse.
Sì, sì. Piccolino, grigio, stile europeo. Si apre tutto, lo spazio che ci serve. Ormai siamo in due, perciò…
Chiudo la chiamata, mi siedo per terra a fianco del divano-mostro. Loro si sono concessi il moderno, il pratico, e a noi hanno lasciato quello che non volevano: spacchettandolo come dono generoso. Eppure sono convinta che siano sinceri: credono davvero di farci un favore, di regalarci parte della storia di famiglia.
Ma io questa storia non la voglio. Almeno non nel mio salotto.
***
Passa una settimana. Provo davvero a conviverci. Al mattino, col caffè, cerco posizioni comode; finisco sempre nella buca centrale, le molle nelle scapole. La sera con Alessio accendiamo la tv, ma il velluto scivola, lodore di vecchio mi sembra impregni i vestiti. Non riesco a invitare amiche. Ho vergogna: io, che aiuto gli altri a creare case da rivista, mi ritrovo a vivere in un salotto invaso da un relitto del secolo scorso.
Quando finalmente Marina, la mia migliore amica, viene a trovarmi, resta congelata sulluscio.
Giada, ma cosè sta cosa? punta il dito.
Un regalo dei suoceri, cerco di sdrammatizzare.
Regalo? Marina gira attorno al divano come un investigatore sulla scena del crimine. Ma non dovevi avere quel divanone angolare, grigio minimalista? Questo sembra uscito da un film di Vittorio De Sica!
“Il Mostro”, lo chiamo io, abbozzo un sorriso.
Ma così ti rovina tutto! si siede con me in cucina. Non riuscirai a mettere nulla; se non lo togli, poi arrivano pure tavolino, tappeti, credenze…
Lo so. Il divano detta legge: tutto ruota attorno a lui. E questa sopraffazione mi soffoca.
***
Dopo due settimane arrivano Antonio e Rosanna: vogliono vedere come ci sistemiamo. Preparo torta, pulisco, metto il timer per reggere quarantanni di conversazione sorridente. Entro in salotto con loro.
Ecco! Che figura fa, guarda, perfetto! esclama Rosanna commossa.
Antonio lo esamina, ci si siede, preme. Solidissimo, altroché. Almeno qui non crolla niente sotto il sedere, mica come quei cosini dellIkea, dice serio.
Alessio annuisce. Io rimango muta sulla porta. Il timer ticchetta in tasca.
Giada, non ti piace proprio? chiede Rosanna, intuendo il mio disagio.
Non è quello, è solo molto grande…
E allora? si irrigidisce. Dovrete mica fare la famiglia, figli, amici Su cosa li fate accomodare tutti? E poi ci dormi pure, se serve. Così è pratico!
Pratico. La parola magica. Tutto devessere pratico per loro: piatti, lenzuola, abiti. Stile, bellezza, leggerezza? Frivolezze.
E il tavolino? La tv? domanda Antonio.
Non abbiamo ancora deciso, risponde Alessio.
Eh, dategli retta a noi, fa Antonio. In campagna ne abbiamo uno solido, ve lo portiamo appena andate.
Mi immagino quel tavolino: legno scuro, zampe tornite, una replica del divano. No, un altro mostro.
Grazie, ma abbiamo già le idee chiare, riesco a rispondere ferma. Stiamo facendo qualcosa di più moderno. Più leggero.
Rosanna mi squadra, fra il dispiaciuto e il perplesso.
Ragazzi, vogliamo solo darvi una mano. Non buttate i soldi quando si può riusare!
Ma questa è la nostra casa, esplodo piano ma chiaro. E vogliamo arredarla secondo il nostro gusto.
Calano gelo e silenzio.
Certo, certo, è casa vostra, Rosanna ha la voce gelida. Capito. Non vi disturbiamo oltre.
Quando se ne vanno, Alessio si gira accusandomi.
Potevi essere un po più delicata. Cercano solo di aiutare…
Aiutare chi, Ale? Se fosse stato un aiuto, almeno ci avrebbero chiesto cosa volevamo!
Era un regalo! si infiamma lui. Un modo per non dover spendere!
Un modo per liberarsi di quello che non serve più a loro! E farlo passare per generosità!
Litighiamo. Lui si rifugia in salotto, io in camera. Più tardi lo trovo che piange, la testa affondata fra i cuscini del dannato divano. Un uomo di trentadue anni, tecnico informatico, lucido e razionale, eppure fragile rispetto a queste dinamiche.
Mi siedo con lui.
Non volevo ferirli, sussurro.
È che per loro queste cose contano singhiozza. Quel divano era il primo mobile serio che avevano comprato da sposati, avevano fatto mille sacrifici. Donarcelo per loro significava passare la staffetta. E ora sembra che io rinnego tutto.
Ma io voglio la nostra storia dico piano. Non quella di loro.
Non so risolvere confessa lui.
***
Così provo a integrarlo: compro cuscini chiari a righe scandi, piazzo una pianta alta, Fiorenzo il ficus, accanto. Appendo scaffali chiari per i libri, prendo un tappeto nuovo. Il risultato? Unorribile collisione fra minimalismo e anni Novanta. È una guerra: e vincono sempre i Novanta.
Marina viene, osserva, scuote la testa.
Basta, ora devi liberartene. Vendi il mostro o regalala via. Non puoi vivere prigioniera del divano.
E a loro cosa dico? Che li ho scaricati al mercatino?
Di che si è rovinato, che ci si è riversato il vino. O che il cane l’ha distrutto.
Non abbiamo un cane.
Allora adottalo, mi sorride. Ma liberatene.
Perché il punto è proprio questo: non è solo un divano. È il simbolo che il mio parere non conta. E se ora cedo, saranno solo guai: tavolini, tappeti, tovaglioli.
***
Arrivano amici di Alessio: Davide e Gigi. Entrano, vedono il divano, restano stupiti.
Mitico! ride Gigi sprofondando nella buca centrale. La mia nonna aveva una cosa del genere: cera pure la tarma nella stoffa!
Faccio una smorfia.
La tarma?
Adora il velluto, dovresti controllare.
La sola idea mi fa rabbrividire.
Aspetto che vadano via e passo ore con una pila a controllare cuciture, interstizi. Niente tarma. Ma sotto un cuscino trovo un paninetto fossilizzato, coperto di muffa. Lì, chissà da quanto. Forse da bambino, Alessio. O chissà chi altro. Non importa. Importa che tengo fra le mani la prova che questo non è solo un mobile vecchio: è sporco, rischioso. Non più vivibile.
Mi siedo esausta a fianco, le lacrime agli occhi, non tanto per lo schifo, quanto per la sensazione di impotenza totale. Non ce la faccio più.
Ale…
Lui arriva e si blocca. Porco la pagnotta come un trofeo.
Era lì sotto, mormoro, e chissà cosaltro.
È solo un panino, capita, prova a minimizzare.
Non vedi? È solo il simbolo di ciò che ti hanno mollato! Roba che non vogliono più. Loro adesso stanno comodi sul nuovo, noi con la reliquia!
Alessio capisce. Ma per lui ammetterlo è come tradire i genitori.
Cosa proponi?
Che ce ne liberiamo.
E glielo diciamo? Che buttiamo il divano comprato col sudore in Germania?
Non è il colore, Ale! È casa nostra, dobbiamo scegliere. Io non lo voglio, e nessuno mi ha mai chiesto se mi andava.
Lui si copre il volto con le mani.
Però mamma non lo reggerà, si offende di brutto.
E il mio parere non conta? chiedo a voce bassa.
Silenzio. Lui mi guarda, vede il mio dolore. Io vedo il suo: dover scegliere tra me e i genitori. Alla fine sussurra:
Provo a parlarci io. Dirò che non si abbina, che ci serve qualcosa daltro…
Veramente?
Ci provo… Ma non garantisco niente. Lo sai comè mamma: sa farti sentire in colpa.
***
Passano tre giorni. Alessio cerca il coraggio di affrontare i genitori. Ogni volta inizia a digitare il numero e poi lascia stare allultimo momento. Lo capisco.
Alla fine, una sera, telefona. Sto in cucina a spiare le parole.
Mamma, ciao… Sì, tutto bene. … Volevo parlarti del divano… No, non è brutto! Solo… è un po grande per noi… Avevamo pensato, magari lo usate in campagna, o lo passate a qualcun altro… Ma no, non è per disprezzo, solo che…
La voce della madre dallaltra parte si fa tagliente, delusa. Poi sento Antonio che prende il telefono e ribadisce: se non ci serve, lo riprendono, ma addio regali per sempre. Perché i figli non apprezzano mai i sacrifici.
Quando Alessio chiude, ha la faccia grigia.
Sta piangendo, dice. Hanno detto che li abbiamo umiliati. Sabato vengono a riprenderselo. Non so se me lo perdoneranno.
Lo abbraccio. E sento una strana leggerezza. Finalmente potrò respirare nel mio soggiorno.
***
Sabato, piove. Antonio e Rosanna arrivano con i facchini. Volti di pietra, non salutano quasi. Prendono il divano, lo trascinano via. Rosanna appena fuori borbotta:
Portatelo pure in discarica, se qui non va bene.
Antonio né si oppone né commenta. Non li accompagno nemmeno; mi sembra di aver fallito. Ma guardo lo spazio vuoto, il segno scuro sul parquet inondato di luce e non so nemmeno io se piangere o sorridere.
La sera, provo a parlare con Alessio.
Datti pace, mi dice, ora hai quel che volevi.
Non pensavo finisse così…
Che ti aspettavi? Che applaudissero la tua “vittoria”?
Non era una gara. Volevo solo vivere questa casa a modo mio.
Ci sei riuscita, chiude lui, andando in cucina.
Passa una settimana. Nessuna chiamata dai genitori. La tensione si taglia a fette. Ma la mia sala ora respira.
Compro il divano dei miei sogni: angolare, grigio, minimal, elegante. Tavolino nuovo, mensole, libri. È tutto come volevo. Ma la gioia è velata. Sento la distanza che ho creato con la famiglia di Alessio. Non so se ne sia valsa la pena.
Bello, eh? dice lui una sera entrando, ma il tono è spento.
Sì… ammetto con sincerità Ma il prezzo è stato alto.
Si chiama scegliere sospira. Tu hai scelto la casa. Io te. Loro lorgoglio.
Ci sediamo vicini. Il divano è perfetto, ma privo di storia, di ricordi, di radici. Non come quel vecchio mostro che a forza di odori e pance sfondate raccontava la storia di una generazione.
Ale, proviamo a chiamare i tuoi. Invitiamoli per cena, facciamogli vedere la sala. Spieghiamo che non volevamo offenderli.
Dici che servirà a qualcosa?
Non lo so, ma è giusto provarci.
***
Dopo mille insistenze, accettano di venire. Rosanna inizia a sciogliersi solo dopo un po. Antonio borbotta che la stanza è “freddina”, che il divano è fragile, che con la famiglia crescerà e non ci staremo. Rispondo gentile ma ferma. Ora so difendere le mie scelte.
A tavola, racconto loro che il valore della famiglia non sta in un divano, ma nella comprensione e nell’ascolto. Rosanna fa spallucce, ma nei suoi occhi vedo che ci pensa.
Quando vanno via, la saluto stringendole la mano.
Mettetela come volete, dice con un filo di voce. Basta che siate felici voi. Noi ormai ci facciamo da parte.
***
Col passare delle settimane la tensione si ammorbidisce. Le chiamate tornano. Il dialogo, poco alla volta, si riapre. Alessio si sente più leggero, più autonomo. Io mi sento a casa, finalmente.
Un pomeriggio, mentre leggo sul nostro nuovo divano, Alessio mi chiede:
Te ne sei pentita?
Solo di aver fatto soffrire i tuoi. Ma non di aver difeso la mia casa. Il nostro spazio. Sono grata, ma anche orgogliosa di aver detto “no”.
Lui sorride.
Da piccolo ricordo quando mamma portò quel divano a casa: era la sua conquista, il simbolo che ce lavevano fatta. Per lei regalarcelo era come proteggerci.
Lo capisco, accarezzo i suoi capelli. Ma quello di cui avevamo bisogno era autonomia.
Chissà se mai lo capiranno.
Restiamo abbracciati finché la luce del tramonto colora la parete. Silenzio, calore, una casa che finalmente sento mia.
Qualche giorno dopo, Rosanna mi chiama:
Giada? Pensavamo di venire a vedere come state…
Quando volete, venite!
E ascolta… ma il vostro divano nuovo, che modello è? Forse ce ne serve uno pure in campagna. Moderno, ma comodo eh?
Sorrido.
Ti mostro tutto, ti aiuto a scegliere.
Quando arrivano, questa volta sorridono davvero. Rosanna si lascia andare seduta sul nostro grigio, Antonio controlla le cuciture.
Eh, niente male ammette lei. È comodo.
Vedi? Anche le cose moderne possono essere fatte bene.
Parliamo di campagna, figli, mobili, della vita che scorre. È la prima sera senza rimproveri, senza tensioni. Alla fine Rosanna mi abbraccia, e mi dice:
Decide tu come vuoi la casa, Giada. Tu e Alessio siete giovani: è giusto così. A noi basta sapere che siete felici.
Cedo anch’io. È capitolazione, e mi scalda il cuore.
***
La sera, mentre io e Alessio siamo sdraiati sul divano, lui riflette:
Quanto era importante per loro restare parte della nostra vita. Ognuno ha i suoi modi…
Ora sanno che la porta è aperta, ma secondo le nostre regole.
Siamo cresciuti tutti: io, lui, loro. Ognuno ha dovuto imparare a mollare qualcosa: controlli, colpe, vecchi modelli.
Un giorno Rosanna mi manda la foto del loro nuovo divano in campagna: grigio, moderno, compatto. Mi scrive: “Hai avuto ragione: è comodo e leggero. Antonio lha montato da solo.”
Mostro la foto a Alessio.
Questa sì che è svolta!
Vedi? sorrido. A volte bisogna lasciar andare il vecchio per far entrare il nuovo.
Non vale solo per i mobili. Vale per tutta la vita.
Giada, vuoi un tè? chiama Alessio dalla cucina.
Certo, arrivo!
E sorrido davvero, perché sono a casa mia. Finalmente. Nel vero senso della parola.



