«Hai la pelle che pende!» — Mio marito, che ha 60 anni, mi pizzicava il fianco davanti agli ospiti; ho preso uno specchio e gli ho mostrato chi ha davvero la pelle che pende.

«Anna, ma che hai qui?» Antonello, che ormai ha sessantanni, mi ha dato uno scappellotto sul fianco davanti agli ospiti, come se nulla fosse. Ho preso subito lo specchio e gli ho fatto vedere a lui cosa gli pende.

Era già la terza volta che Antonello si serviva un bicchiere generoso di limoncello fatto in casa. Capelli radi ma ancora unaria di chi si sente protagonista, si è sporto verso di me mentre i nostri amici i vicini Paolo e sua moglie Graziella ridevano sulle polpette di melanzane. E lui, con la faccia tosta che solo certi maschi italiani di una certa età riescono a mantenere, mi ha preso un lembo di pelle sopra la vita: «Guarda qui, Anna! Te lho detto che mangiare pane e mortadella la sera non ti fa bene. E tu: Eh, sono gli ormoni. Ma quali ormoni, qui è solo pigrizia!»

È scoppiato a ridere da solo, la sua pancia ondeggiava sotto la camicia bianca tutta tirata sui bottoni. Ho sentito le guance in fiamme.

Paolo fissava il piatto di insalata russa come se ci vedesse la Cappella Sistina. Graziella, colta in imbarazzo, sistemava la tovaglietta come se lavesse appena trovata fuori posto.

«Basta, Antonello», gli ho sibilato senza nemmeno guardare nessuno negli occhi, con la speranza che capisse e invece nulla. Anzi, lui insistente: «Che cè, non si può più dire la verità nemmeno in casa propria? Guarda che la pelle ti cade, Anna!».

Ha schiacciato di nuovo con il dito come volesse controllare la lievitazione della focaccia. A quel punto, con un senso di gelo, ho realizzato che era tutto il solito copione: prediche da mangiatore e bevitore incallito, che non si accorge della trippa che cade dalla cintura e si permette pure di fare il giudice deleganza.

Dapprima ho pensato di lasciar correre. Ma non ce lho fatta.

Lho guardato davvero per la prima volta dopo trentanni di matrimonio. Sessantadue, porta la pancia alta come una nuvola di tempesta che grava minacciosa sullorizzonte. Il doppio mento si confonde con le spalle, lisce come la superficie di una mozzarella; la testa lucida, che sotto il lampadario di casa brilla come una crêpe al burro di carnevale.

«Ah, devessere proprio uno spettacolo per gli occhi, no?» ho chiesto a voce bassa, e dentro ho sentito qualcosa scattare. Ho capito che non dovevo più coprire gli angoli taglienti della rabbia, né cercare inutilmente di minimizzare. Era arrivato il momento della chiarezza, secca.

Antonello, orgoglioso, si è battuto il petto come un gallo da cortile: «Io almeno tengo la forma, eh! Ogni mattina faccio ginnastica, un po di manubri, mi sento in forma».

Ha provato pure a rientrare la pancia: un buffo tentativo, la massa si è solo scossa dallo spavento e poi è ricaduta sulla cintura unaltra volta. «Luomo devessere aquila, mica un sacco di patate», ha proclamato convinto.

Non ho detto nulla. Ho lasciato la stanza e sono andata nel corridoio, dove cera il vecchio specchio della mia infanzia, in una pesante cornice di noce. Chissà quante volte ci aveva visti giovani quello specchio, con la schiena dritta e la vita sottile Lho staccato dal chiodo, pesava come un segreto, ma lo tenevo in mano senza sforzo.

Sono tornata in salotto: Paolo ancora col boccone sospeso, Graziella quasi si strozzava col cetriolino, latmosfera tesa come una pasta sfoglia in forno.

Sono arrivata davanti ad Antonello e con voce ferma ho detto: «Alzati».

Mi ha guardata spiazzato, ma si è alzato. Pensava forse a un ballo improvviso, ma io gli ho allungato lo specchio sotto il naso.

«Prendi», gli ho detto. Lui ha afferrato la cornice e ha sentito subito la pesantezza del gesto. Ha sorriso teso, col solito tono: «Anna, che stai combinando?».

«Guarda», ho ordinato con la voce di chi sgrida il gatto che sale sul tavolo. «Guardati bene».

E lui, spaesato, ha fissato per un attimo la sua immagine che tremava nelle sue mani. «Vedo, sono io. E allora?»

«Ora abbassa lo sguardo», e ho messo il dito proprio lì, dove la camicia era tutta chiazzata di sudore. «Vedi quello?»

«Cosa?» ha tentennato, ancora sul difensivo.

«Anche tu hai la pelle che pende!» ho detto, scandendo ogni sillaba come aveva fatto lui cinque minuti prima. «Ma mica pende e basta, Antonello: si stende, si allunga, ci potresti appoggiare un vassoio di pasticcini sopra!»

Ha provato ad abbassare lo specchio, piuttosto rosso in faccia, ma io ho spinto ancora un po sotto la cornice: «No, tienilo bene. E questo pezzo che spunta sopra la cintura? Che cosè, muscolo d’acciaio?»

Paolo non ha resistito, è scoppiato a ridere e stava quasi per strozzarsi con unoliva. Io continuavo senza pietà: «Quello è il salvagente, caro mio. Sì, serve se naufraghi nella pasta sfoglia».

Antonello era paonazzo, le guance gonfie, sembrava un pomodoro maturo. «E questi, cosè? Le ali daquila? O piuttosto le orecchie del porcellino che vendono qui a Natale?»

«Basta, Anna», sibilava lui cercando di girare la testa. «Ci sono gli ospiti, non è il caso!»

«Ma no, sei tu che volevi la verità, no? Sei tu il cultore dellestetica familiare! Allora abbi il coraggio di guardarti anche tu», ho detto con voce squillante.

Mi sono spostata per inquadrarlo meglio tutto intero: «Dai, mettiti di profilo verso la luce». Lui tentennava, ma poi ha obbedito, arrancando tra un piede e laltro.

Nel riflesso dello specchio si vedeva la sua forma da aquila: il collo era quasi sparito tra le pieghe; sotto il mento, una bella riserva che sembrava fatta apposta per nascondere pane e prosciutto.

Graziella rideva di nascosto, col tovagliolo stretto sul viso, le spalle tremavano. Io però andavo dritta: «E qui? Sotto il mento, cosè quello? La sacca del pellicano? Che ci metti, la scorta di arancini?»

Antonello, con voce debole, cercava la scusa maschile per eccellenza: «Ma sono un uomo, io, posso!»

Mi è venuta da ridere, ma era una risata fredda, asciutta: «Ah, tu puoi. E allora quando io, dopo due figli e trentanni ai fornelli, mi ritrovo una sola piega, diventa una colpa, una vergogna? E tu invece: seduto davanti al televisore, dieci anni che non alzi una busta della spesa, ma sei uomo vero anche col salvagente?»

Gli ho strappato lo specchio di mano. Era visibilmente esausto.

Lì, in mezzo al salone, seduto con la camicia ormai sfinita, il bottone che aveva finalmente ceduto e rotolato sotto la credenza, Antonello aveva perso in un attimo tutta la spavalderia.

Non era più unaquila: era solo un uomo qualunque, appesantito dalla vita e dalla pasta. Per la prima volta, lho visto come davvero era: vulnerabile, spettinato, con le gambe molli e i calzini uno nero e uno blu.

Mi sono riaccomodata a capotavola, ho sistemato lo specchio contro il mobile, ben visibile a tutti.

«E ora basta. Alla mia linea ci penso io. E ricorda: se solo ti azzardi a fare unaltra battutina del genere, metto questo specchio proprio di fronte al tuo posto, così tu e il tuo pellicano vi fate compagnia a ogni pasto».

Paolo rideva senza ritegno. Antonello si è rimesso a mangiare in silenzio, ficcando la forchetta in un funghetto sottaceto, il volto basso come un bambino ammonito.

Quella tensione che si respira dopo le litigate in famiglia era sparita. Anzi, si stava davvero bene. Mi sono servita un enorme pezzo di millefoglie, quello che avevo fatto il giorno prima con la crema pasticcera. Avevo quasi deciso di non assaggiarlo per la linea, si dice sempre. E invece lho gustato come non mai.

«Anche per me, Anna, un pezzo grande, grazie», mi ha bisbigliato Graziella porgendomi il piattino. «Alla dieta, che vada a farsi Viviamo una volta sola!»

«E pure per me!», ha fatto locchiolino Paolo, versandosi un bicchiere di spremuta. «Mi sa che pure a me stanno crescendo le ali Meglio nutrire il pellicano!»

Antonello mi ha lanciato uno sguardo strano, a metà tra rispetto e incredulità. Poi ha dato unocchiata allo specchio accanto al mobile. Sotto si riflettevano le sue gambe con i calzini spaiati. Laquila domestica.

Si è schiarito la voce: «Scusa, Anna ogni tanto mi scappa la bocca, non volevo».

Ho assaporato ancora una forchettata di millefoglie: «Mangia, Antonello, ti serve energia».

Ha alzato il sopracciglio, e io, sorridendo: «Per sollevare i manubri, no? Tu che sei sportivo».

La serata è proseguita tranquilla, tra discorsi su prezzi e vacanze. Ma qualcosa, lì intorno al nostro tavolo ovale, era cambiato per sempre.

Il mio giudice domestico aveva finalmente stoppato il rito della critica gratuita. Era rimasto solo un uomo vero, con le sue debolezze e la sua fame di torta.

E sapete una cosa? Quella millefoglie con tanta crema e zucchero a velo era dannatamente buona. La più buona degli ultimi ventanni.

Da quel giorno lo specchio è sempre restato in salotto. Antonello, passandoci davanti, tendeva pancia e schiena come se non volesse più incontrare il pellicano.

E della mia pelle che pende, non ha mai più detto una parola.

Forse, ha solo paura di svegliare davvero il pellicano.

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