E così ci siamo conosciuti…

E così si sono conosciuti

Giulio, che hai? chiese Beatrice dopo alcuni minuti di silenzio, la voce come coperta da una foschia. Sembri un altro. Sei pallido Tutto bene?

Sì, sì, tutto a posto, rispose Giulio, mentre cercava di ritrovare la voce. Appoggiò la forchetta di lato, afferrò il bicchiere di succo di mela come se dovesse bruciare il tempo, dilatando il silenzio che sapeva sarebbe stato rotto da una risposta che non voleva dare.

*****

Giulio si trovava davanti al portone del palazzo, la sua mano ferma sulla maniglia di ferro lucido e freddo, fresco come il metallo dei lampioni nella nebbia di Milano. Stava per tirare la porta verso di sé, quando qualcosa, come una nuvola che bagna le ossa nei sogni, lo fece titubare.

Entrare era la cosa più distante che desiderava al mondo.

Sapeva che lo aspettavano, ricordava laccordo con Beatrice, questa promessa quasi irreale che sarebbe andato a casa sua, ma lansia, inspiegabile come un vento tra gli ulivi in piena estate, gli serrava i muscoli. Sentiva una vergogna dolciastra, un senso di adolescenza tra le ginocchia tremanti come se la maestra lo avesse appena richiamato alla lavagna in una scuola lontana nelle campagne di Parma.

Sembrava mancasse solo uninezia: aprire la porta, salire i tre piani di scale, trovare il campanello con inciso 36…

Ma qualcosa, che sembrava la voce di una vecchia zia che sussurra fra le assi dei pavimenti, lo fermava.

Una paura surreale gli avvinceva le braccia e le gambe, impedendo che la storia avesse una conclusione razionale.

In quel momento desiderava solo invertire la rotta e sparire. A casa, al confine con Bergamo, non contava: tutto bastava purché fosse lontano.

Ma chi me lha fatto fare? sussurrò, tornando sui suoi passi. È ovvio che mi scarteranno.

Fece qualche passo indietro, la testa rivolta alla finestra del terzo piano dove la luce sembrava più viva che in tutte le altre finestre. Una luce che era un faro, un segnale marittimo inventato per lui, per non perdere la rotta in quel labirinto urbano, dove trascinare giacche e speranze.

E in effetti, non si era perso: era arrivato proprio dove doveva. Solo che varcare la soglia del sogno, questo no.

Forse, lunica cosa che lo tratteneva veramente era il pensiero di come avrebbe reagito Beatrice se lui, semplicemente, se ne fosse andato. Lei ci teneva che andasse.

E lui, la promessa, laveva fatta.

*****

«Giulio, devo dirti una cosa Ma non spaventarti, la voce di Beatrice la sera prima aveva il tono degli avvertimenti del Destino. Insomma, i miei genitori vogliono conoscerti»

Beatrice era la sua ragazza.

Erano seduti in un bar del centro di Bologna, avevano condiviso una pizza margherita, parlavano dei prossimi weekend: la Riviera, forse un aperitivo sulla sabbia. Poi quella frase che neppure il più surreale dei registi napoletani avrebbe inventato: I miei genitori vogliono conoscerti. Lui rimase imbambolato, persino la mozzarella sembrò fermarsi in bocca, indeciso se ridere o guardarla negli occhi.

Niente di strano, in fondo. Anzi: normale che i genitori di Beatrice volessero vedere chi sarebbe stato il fidanzato, forse marito, della loro unica figlia. Strano sarebbe stato il contrario, se non lavessero chiamato a casa loro per una cena.

Eppure

Giulio aveva paura di steccare. Temendo che non fosse allaltezza. E le sue paure non erano fantasmi di sogno: avevano corpo e odore di realtà.

I motivi li aveva. Motivi solidi.

La madre di Beatrice Vittoria Bianchi per una vita aveva insegnato diritto romano allUniversità di Padova, prima di diventare rettore e ora un capo nellimperscrutabile Ministero dellIstruzione.

Il padre di Beatrice Venceslao Moretti anche lui aveva scalato la piramide sociale. Cominciato come ingegnere in una grande impresa edile, era diventato vice-direttore e ora si diceva possedesse la ditta stessa, amico personale del Sindaco di Bologna, persona che si muove fra assessori e notai come un pesce nella laguna di Venezia.

Perfino Beatrice a trentanni tondi e qualcosa aveva già conquistato una posizione di comando: dirigente dellufficio legale in una nota banca milanese.

E Giulio? Trenta cinque primavere e cosa aveva raccolto?

Nulla che potesse competere: amministratore di sistemi informatici per un piccolo studio a Modena, senza laurea. Lo stipendio era dignitoso, ma le prospettive di crescita si perdevano nel fumo, come i sogni di chi si sveglia troppo tardi.

Che figura avrebbe fatto? Cosa avrebbe detto ai genitori di Beatrice? E come avrebbe incrociato i loro occhi?

Il destino li aveva fatti incontrare per caso.

Quel giorno, Giulio aveva deciso di fare una passeggiata nel Parco Sempione a Milano. E fu proprio lì che vide Beatrice, che sedeva su una panchina con due amiche. Queste ultime andarono a prendere un gelato, lasciandola sola. Lei, intenta a telefonare alla madre.

Mentre parlava, non si accorse di un giovane in scooter elettrico che, sbandando come se avesse bevuto troppo chinotto, le volava incontro.

Giulio scattò, afferrando Beatrice per il braccio e trascinandola via al volo. Lo scooterista ubriaco sbucò di lato, centrò un bidone dellimmondizia e cadde rumorosamente.

«Ma che fai?!» sbottò Beatrice.

Eppure, vedendo il ragazzo crollare, capì. E guardò Giulio con occhi diversi, occhi che conoscevano la gratitudine.

Fu così che si conobbero, mentre le amiche attendevano in fila per un gelato alla crema in cono di cialda. Si scambiarono i numeri, fissando un appuntamento. Da allora, sei mesi insieme.

A tutto questo pensava Giulio mentre digeriva le parole ascoltate al ristorante.

Temeva, quel momento ineluttabile in cui avrebbe dovuto conoscere i genitori di lei. Immaginava già il discorso: Lei è qui solo per i soldi! Come era già successo tanti anni prima, quando perse la ragazza che amava a causa della diffidenza. Ora, rischiava di perdere anche Beatrice

Giulio, che hai? ripeté Beatrice dopo altri minuti di silenzio. Ti sei fatto di cera Sicuro che stai bene?

Sì, sì, tutto bene, balbettò Giulio, cercando di riprendere il controllo. Lasciò la forchetta e cercò ancora consolazione nel succo di mela.

Allora, verrai?

Cosa? Dove?

Dai, a casa mia, sorrise Beatrice, con quella risata da ragazzina di Torino. La mamma cucina qualcosa di speciale. E papà ah, papà stappa una bottiglia di vino antico, di quelle che solo un amico di famiglia può raccogliere. A te, caro Giulio, chiedo solo di venire. Vieni?

Non so esitò Giulio. Ho paura che i tuoi genitori giudichino male la tua scelta.

Perché?

Perché sono uno qualunque. Niente laurea. Solo bravo a sistemare computer e recuperare dati dai dischi rotti. Sicuro che speravano in un genero meglio: tipo imprenditore, o figlio di un deputato romano, o almeno un promettente dirigente. Io sono solo un amministratore di sistema senza futuro. Come potrei piacergli?

Non farti film in testa, lo rincuorò Beatrice, stringendogli la mano. I miei sono persone normali, credimi. Ti aspetto domani alle sette. E non tardare.

Va bene annuì Giulio, anche se non era convinto dandarci davvero.

*****

Arrivò domani.

Giulio era davanti al portone di Beatrice, mancavano cinque minuti alle sette, il termometro pareva essere un ago conficcato nella notte emiliana. Lui

non sapeva che fare.

Prima o poi lincontro era inevitabile (con Beatrice sognava sul serio: si vedeva sposato), ma oggi non se la sentiva.

Tra qualche mese al massimo forse lavrebbero spostato nel reparto IT della filiale nuova e allora, magari, sarebbe risultato più accettabile. Forse avrebbe avuto una chance che Vittoria Bianchi e Venceslao Moretti non lo cacciassero a pedate appena aperto il portone.

Stava già per girare sui tacchi quando il telefono cominciò a vibrare insistente nel sogno.

Era Beatrice.

Ciao Giuli, la sua voce allegra veniva da un altro mondo. Qua tutto pronto. Papà è in ritardo di cinque minuti ma arriva a momenti. Tu dove sei, stai arrivando?

Ciao Bea faticò Giulio a pronunciare. Sì, sì, sono quasi arrivato

Si sente male, sei sotto casa ormai?

Eccomi, sto quasi qui, sospirò. Solo che

Se è per quello di ieri, non voglio sentir nulla. Fidati di me: andrà bene tutto. Vuoi che scendo a prenderti?

No-no, lascia stare, balbettò impaurito. Arrivo tra poco.

Benissimo. Ti aspettiamo.

Rimise il telefono in tasca e si strinse le tempie provando a trovare una buona scusa per non salire.

Nulla.

«Aspetta che arrivi Venceslao Moretti, incontrarlo lì fuori sarebbe la fine» pensò terrorizzato. Così si mise a camminare lungo ledificio. Lungo la via incontrò un ragazzo e gli chiese una sigaretta: non fumava più da anni, ma ora gli serviva. Calmare le idee, mettere ordine.

Stava in un angolo del caseggiato, tirando fuori nuvole di fumo che si scioglievano nel buio, lo sguardo che saltava da una pattumiera a un terreno vuoto. Beatrice gli aveva detto che lì, una volta, cerano dei garage ora li stavano abbattendo per costruire nuovi palazzi.

Niente di particolare, solo

Lo sguardo di Giulio venne attratto da un cane randagio sul terreno spoglio. Si irrigidì: i cani randagi possono essere imprevedibili in ogni sogno. Ma osservando meglio si tranquillizzò. Quel cane non lo degnava di uno sguardo.

Avvolto sulla neve che sembrava zucchero filato, giaceva immobile.

Strano, pensò ma dove altro poteva andare un cane, se non dove trova un po di pace? Nessuno lavrebbe accolto nellandrone a riscaldarsi col termosifone, nemmeno in pieno inverno

*****

Quel cane si chiamava Lupo (un nome da cani italiani di quartiere). Erano giorni che non toccava cibo.

In unaltra vita viveva in un cortile di Milano, qualche vecchio lo accarezzava, qualcuno allungava gli avanzi di pasta con parmigiano. Poi una donna decise che lui non andava più bene.

Scrisse reclami al Comune, raccolse firme tra i vicini e, presto, il condominio si spaccò in due fazioni: lasciamolo vivere e via il cane!.

Ma lo vedete? Questo cane randagio si avvicina troppo ai bambini! E se morde? E se si avventa su qualcuno? Quegli occhi affamati sono pericolosi!

In realtà, gli occhi di Lupo erano tristi, non affamati. Il suo primo padrone era stato un bambino chiamato Niccolò.

Un sabato, in macchina verso la casa di campagna, si erano fermati sul ciglio della strada, dove un cucciolo di quattro mesi si aggirava come unanima smarrita. «Papà, mamma! Guardate! Portiamolo con noi!» I genitori accondiscesero, purché il figlio fosse contento.

Ma quando tornò il tempo di rientrare, nessuno portò Lupo in città.

Non possiamo tenerlo in casa, dai! Chi lo porta fuori, tu?

No, non voglio, fece spallucce Niccolò.

E così Lupo fu lasciato. Non capì perché. Era stato tutto così bello, e poi

Un mese dopo una donna lo raccolse e lo portò in città. Lì cercò di venderlo al mercato, dicendo che era di razza, anche senza certificati. Una coppia lo comprò, ma appena lui crebbe e mostrarono che era un miscuglio tra pastore e fantasia, lo portarono fuori Milano e lo abbandonarono.

Per fortuna era primavera.

Da allora, Lupo fu solo.

Gironzolava per le strade finché non finì in un quartiere dormitorio: silenzio, niente cani grossi e aggressivi, pace. Decise di restarci.

Guardava spesso la ludoteca e i bambini, pensava a Niccolò, sperando che un giorno il suo primo padrone tornasse e magari avesse di nuovo una casa.

Ma Niccolò non tornò mai. E giorni fa Lupo capì che doveva andarsene anche da lì: ormai la gente lo guardava male, qualcuno lanciava pietre, una signora urlava sempre contro di lui.

Così, senza disturbare, se ne andò.

Ora, Lupo era steso in un fazzoletto di neve, così rigido e vuoto dallinverno che neppure alzava la testa. Vedeva Giulio con la sigaretta, ma non cera da sperarci: Finisce la sigaretta e se ne va, pensava.

*****

Giulio concluse la sigaretta, gettò il mozzicone nel cestino: avrebbe potuto lasciarla nella neve, ma sua madre diceva sempre Se vuoi cambiare il mondo, comincia da te stesso.

Proprio allora vide entrare nel cortile una berlina nera, fari come occhi di gufo che lo accecarono. Forse era Venceslao Moretti? Giulio, nel panico, si allontanò a passo svelto, dimenticando il cane, almeno fino a che non ci inciampò quasi sopra.

Che guaio, speriamo non abbai” pensò, ma il cane non si mosse, completamente assente, incastonato nella neve.

Ehi, tutto ok? quasi sussurrò Giulio.

Nessuna risposta. Si accovacciò, gli illuminò il muso col cellulare. Niente reazione.

Ma il cane respirava, appena: era tanto freddo che pareva di avere tra le mani un tronco, più che un animale. Se non faceva qualcosa, quella notte non sopravviveva.

Allora, senza pensare, prese il cane tra le braccia. Pensava di fermarsi in un portone qualunque, vicino al termosifone, e poi chiamare un taxi per una clinica veterinaria notturna, senza sapere quale.

Ma tutti gli androni erano chiusi. Allora risoluto si inoltrò nel prossimo cortile.

Il telefono vibrava nel sogno, decine di volte; Giulio ignorò le chiamate, le mani occupate, la mente in corsa.

Passò davanti al portone di Beatrice, guardò la luce al terzo piano: lei lavrebbe aiutato, ma i genitori?

Non sarebbero stati felici di una bestia congelata fra le coperte del salotto.

Raggiunto il fondo della strada, ecco una macchina: elegante, nera, nuova. Abbagliato, Giulio si fermò. Il finestrino si abbassò: apparve un uomo distinto.

Ragazzo, hai bisogno di aiuto?

Sì ho trovato questo cane, sta morendo di freddo. Sa se cè una clinica veterinaria aperta qui vicino?

In zona, no. Ma so dove andare. Vieni dietro, ti porto io. Ho un amico veterinario che ci aspetta, disse luomo senza esitazione.

Giulio rimase di sasso. Una berlina di lusso che apre le porte a un cane randagio e al primo che passa, solo nei sogni. Infilò il cane nel sedile posteriore, luomo guidò come se il tempo non esistesse.

Durante il tragitto parlò al telefono:

Tesoro, ho avuto un imprevisto. Farò tardi. No, non lho visto, neanche vicino a casa. Lo cerco. Me lo descrivi ancora? Ah Ok, ti chiamo se lo vedo.

Le sto creando dei problemi? chiese Giulio.

Problemi? Ma no! Pensa al cane. Respira ancora?

Sì, anche se appena

Bene. Bisogna sbrigarsi allora.

Dopo una decina di minuti, erano già in clinica. Il veterinario avvisato prese il cane tra le braccia e sparì. Giulio rimase nei corridoi, il telefono vibrava di nuovo: troppe chiamate perse da Beatrice, messaggi: Giulio, dove sei? Stai bene?

Avrebbe dovuto richiamarla, spiegare. Ma non se la sentiva: la mente era solo per il cane.

Neppure ringraziò il signore della berlina. Uscì un attimo a cercarlo, macchina sparita in un lampo di sogno. Rientrò nella clinica, deciso: Lupo doveva vivere. E se con Beatrice non funzionava, almeno un amico fedele lavrebbe avuto sempre accanto, a raccogliere i suoi sogni spezzati.

*****

Dopo quaranta minuti, ancora niente dal veterinario.

Sentì voci dalla reception; una, quella, sì, la riconosceva benissimo.

E sbucò Beatrice, la madre e assurdo, quasi impossibile proprio il guidatore della berlina nera.

Quando lo vide, luomo sorrise sornione.

Te lavevo detto, figlia mia, che lo avremmo trovato qui preoccupato per il cane. Questo tuo Giulio ha cuore.

Giulio capì subito: si trovava davanti ai genitori di Beatrice.

Giulio, perché non hai chiamato? Mi sono preoccupata, disse Beatrice correndo verso di lui.

Scusa Bea temevo un po che portare un cane randagio in casa vostra non vi avrebbe fatto piacere.

Ma sei scemo! rise Beatrice. I miei amano gli animali: da noi vivono tre gatti trovatelli che la mamma ha raccolto per strada.

Davvero?

Davvero.

Arrivarono anche i genitori. Si presentò, temeva il gelo, ricevette invece la mano cordiale di Venceslao Moretti: E così, ci siamo conosciuti

Giulio, aggiunse Vittoria Bianchi stringendogli la mano, quello che hai fatto è da uomo vero. E Beatrice ha ragione: saremmo stati felici di accogliere un cane. Speriamo solo che si riprenda.

Ce la farà, non dubitate, fece il veterinario uscendo. Il cane è in buone mani: torna in vita.

Quella notte, Lupo fu affidato alla famiglia. Ce lavevano fatta: bastava curarlo e donargli affetto.

«Ecco: lamore opera miracoli, sentenziò il veterinario. Lamore può prendere qualcuno e riportarlo indietro perfino dallaldilà dei sogni.»

Giulio avrebbe voluto tornare subito a casa.

Ma Beatrice e i suoi insistettero: Porta Lupo da noi, i nostri tre gatti lo veglieranno meglio di qualsiasi dottore. E per festeggiare, stappiamo il vino che papà ha portato.

Lupo, circondato da gatti curiosi e diffidenti, incredulo di non dover più rabbrividire o patire la fame, si accoccolava sul divano. Giulio, in cucina, brindava con i genitori di Beatrice e lei.

Tutta questa paura era stata inutile. Erano persone magnifiche, semplici e schiette, davvero italiane.

Dopo qualche giorno, Lupo camminava di nuovo. Giulio decise: Ora viene a casa mia.

E me, mi porti con te per caso? chiese Beatrice, emergendo in vestaglia con una borsa.

Te? Davvero?

Più che mai! Ho appena saputo che i miei mi proibiscono di dormire a casa.

In che senso?! chiese Giulio spiazzato.

Vogliono dei nipoti! Sostengono che bisogna aumentare la popolazione italiana!

E allora Giulio scoppiò a ridere. Con lui risero Beatrice, e anche i gatti. Perfino Lupo, forse, fece un sorriso col muso.

Ancora non capiva nulla, ma sentiva che qualcosa di davvero bello stava accadendo.

Ecco il sogno: così finisce questa storia.

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E così ci siamo conosciuti…