Figli viziati: quando i bambini crescono senza regole

Bambini viziati

Sofia, lhai rovinato! Gli hai sempre dato corda in tutto, e ora ti si è piazzato sulla testa! Non si fa così! Io ho viziato te, ai miei tempi! Almeno questa colpa me la prendo pure io! Non cè nessuno da incolpare, solo noi stesse! Siete tutti bambini viziati! E non venirmi a dire che sei adulta ormai! Sei rimasta una bambina come allora! Non sai mai riflettere con la testa, non sai prendere decisioni giuste! sbottò la signora Valeria, sbattendo lo sportello del frigorifero con tale veemenza che il magnete con la foto della famiglia di Sofia volò a terra come una piuma.

La fotografia era stata scattata la scorsa estate, in quel villaggio turistico sul mare, dove stranamente quellanno Valeria non era stata invitata. Per anni aveva seguito la famiglia in vacanza, badando ai nipoti, rilassandosi, intrecciando nuove conoscenze utili, ma chissà come mai questa volta non era previsto.

Le ragioni per cui le avevano negato la partenza le sono apparse assurde, irreali.

Mamma, questanno, con i soldi, è dura. Partiamo solo noi con i ragazzi. Più avanti ti prendiamo un biglietto, così ti fai un bel soggiorno come preferisci. Inizia a vedere dove ti piacerebbe andare, va bene?

Ma, Sofia! E con i bambini come fate? Chi ci pensa a loro?

Mamma, Nicola ormai è grande, può badare lui stesso a chi vuole, e Gaia sarà con me. E poi, stavolta non possiamo permetterci lhotel come quello dellanno scorso. Dovremo arrangiarci. Gaia ha bisogno del mare, lo sai: dopo non prende mai neanche un raffreddore per tutto linverno. E se non bastano i soldi per un villaggio animato, andremo così come si diceva una volta? Alla buona e cercheremo un appartamento o una casetta in affitto, ci arrangeremo noi con i bambini.

E per me, ovviamente, non cè posto!

Valeria era annodata di delusione. Partire da sola, magari verso una di quelle terme dove lunico divertimento è il ballo liscio del pomeriggio per over sessanta? E intorno solo pensionati e quattro chiacchiere da bar? Nulla a che vedere con quei bei resort, dove incontri ogni tanto qualche straniero interessante, dove la gente nostra è comunque gente per bene. Lei, poi, fra studi, lingue straniere e cultura, non aveva che limbarazzo della scelta.
Ma non stavolta

Mamma, capisci bene anche tu! Le vacanze non sono solo la sistemazione cè il viaggio, la spesa per mangiare e tutto il resto.

E sembra che vi mangio in testa anchio! ringhiò Valeria, ormai sul piede di guerra.

Per carità, mamma! Ma perché devo spiegarti ogni volta lovvio? Non ce li abbiamo i soldi per partire tutti. Vorrei tanto portarti, ma questanno non si può. Con la ristrutturazione di casa tua, i miei problemi di salute dellanno scorso, ripetizioni per Nicola sai quanto ci sono costati! Ora abbiamo il portafoglio tiratissimo. Che vuoi che faccia? Rinuncio al mare per i ragazzi? Anche io sono esausta, mamma, lo sai. Hai visto il ritmo che ho tenuto questanno!

Visto, certo che ho visto! Ho visto che sei una madre pessima! Di tempo per i bambini non ne hai mai! È tutto su di me e su tua suocera, Maria. Portare Gaia allasilo, prendere Nicola da scuola, sfamarli, portarli qua e là

Mamma! Non esagerare! Nicola fa sport da solo. Porti solo Gaia a danza, e neanche tutti i giorni. Potevamo anche farne a meno, dato che cè il gruppo pomeridiano dellasilo, ma tu insistevi: La bambina deve crescere stimolata!

Quindi ora la colpa è mia? la voce di Valeria si fece acutissima, portandosi la mano al cuore. Siete tutti ingrati! Faccio e rifaccio, e non va mai bene niente!

Ti prego, mamma Sofia sentì i pensieri annebbiarsi, appoggiando la fronte contro il vetro. Ti sono tanto grata, davvero. Ma non mettermi sempre tutto in conto, ti prego.

Valeria non volle sentire altro. Uscì solenne, lasciando il sacchetto col nuovo costume da bagno in mezzo al salotto, e si offese mortalmente.

Il prendere la malora era la sua specialità, lo faceva di mestiere ormai. Bastava sparire: non rispondeva al telefono, ignorava i messaggi, e quando si degnava di rispondere dopo giorni di silenzio, sospirava pesantemente:

Sofi, se sento il cuore fermarsi, battere appena, che significa?

E Sofia lasciava tutto, correva alla casa in campagna dove Valeria trovava pace dopo ogni litigio, e da quei viaggi tornava svuotata, buttava le chiavi della macchina sul tavolino allingresso, si chiudeva in camera ancora vestita e piangeva pianissimo, chiedendosi perché la madre fosse così dura con lei.

Nicola veniva piano, le copriva le spalle con la coperta, la sfiorava una mano.

Mamma, basta! Non ci andare più. La nonna si placa e poi torna da sola.

Oh, Nicola! Vorrei crederci anchio così tanto

Sofia sapeva di che parlava. Fin da bambina, ricordava la madre così: sottile, sensibilissima, padrona delle lingue, garbata e colta. Ma profondamente offesa da ogni cosa. Ti rimproverava in italiano, francese o inglese con la stessa glaciale facilità. E per la piccola Sofia, la punizione peggiore era sempre lo sguardo freddo e la voce bassa della mamma:

Sofi, rifletti su come ti sei comportata. Va nella tua stanza.

Mai aveva sentito quella parola dolce, “figlioletta”, quando lumore era buono. Lumore poi era raramente buono. Valeria era una di quelle per cui il bicchiere è sempre mezzo vuoto, e nella sua regione interiore conta solo una parola: inadeguato. E inadeguati per Valeria erano amici, colleghi, parenti, vicini, chiunque si muovesse attorno.

Sofia era esente, da piccola, da questa etichetta. Era il sole e la luna insieme: bimbetta letta nei libri a tre anni, incantava tutti seduta al pianoforte col ricciolo sulla fronte: Sento la musica!, diceva.

C’era di che andare fiere. La figlia era motivo di gioia. Frequentava i corsi, eseguiva i comandi, riteneva la mamma la persona più saggia del mondo.

La crepa avvenne in prima media. Sofia, orgoglio della scuola, prese inspiegabilmente un quattro in un dettato. Valeria scuoteva il capo, mano sul petto, e non le diede modo di aprire bocca:

Figlia mia, mi hai delusa! Come puoi?! Vai in camera!

Sofia obbedì, senza riuscire a spiegare che stava male, che le faceva male la pancia. Fu la nonna, trovandola in lacrime in bagno, che seppe tutto. Nessuno le aveva mai parlato di certo grande passaggio naturale, Valeria riteneva che non servisse. La bambina non pensò di chiedere: non sapeva che simili domande si dovessero fare, non avendo quasi amiche; comunque, quelle che la mamma giudicava adatte, mai avrebbero affrontato certi temi. Che educazione

La lunga discussione fra Valeria e sua suocera, la nonna, non portò niente, se non una emicrania interminabile.

Sofia, certe cose si confidano solo alla madre!

Ma io non non lo sapevo

Impara a usare il cervello! Te lhanno dato per questo!

Sofia non capì mai dovera la colpa. E fu la prima volta che la sua visione del mondo perfetto della madre vacillò, lievemente, ma abbastanza da cominciare a intuire: la mamma non era perfetta, e forse non è vero che una madre mette sempre i figli davanti a tutto, sempre.

Le delusioni si fecero sempre più frequenti, finché Valeria cessò di fingere contentezza. Sempre più spesso Sofia la vedeva con un foulard stretto attorno alla fronte una striscia di seta che aiutava per lemicrania: se la madre scivolava per i corridoi carezzandolo distrattamente, era segno che la tempesta stava per scoppiare.

Valeria però non urlava mai. Si accomodava maestosa in poltrona, dita sottili sulle tempie, e un tono tanto gelido che anche il sole sarebbe diventato pallido.

Sofia! Mi stai distruggendo

Perché e come, non era mai chiaro: doveva indovinare la colpa. Bastava niente. Come il voler seguire le orme del padre come chirurgo.

Ma non vedi, ho vissuto una vita intera con tuo padre e lho visto così poco! La chirurgia non è per donne! Lascia perdere!

Ma nonna dice che aiutare la gente è nobile, e papà sognava di essere chirurgo sin da scuola

Si dice tanto! E poi il risultato? Io vedova, tu cresciuta senza papà. Tuo padre è morto di lavoro! Pensa agli altri, Sofia, non solo ai tuoi sogni!

I contrasti durarono fino alla maturità, quando Sofia entrò finalmente a Medicina, e Valeria per sei mesi quasi non le parlò: solo sì e no muti.

La prova successiva fu il matrimonio: Valeria non accettò lo sposo, Marco.

Mi stupisci, figlia mia! Proprio nessuno di meglio? Parlo del livello culturale! Non sa chi sia Manzoni, mai ascoltato lopera di Verdi!

Marco è buono, mamma E mi ama.

Con lamore non si campa mica a lungo! Capirai più tardi! Ma sarà troppo tardi

Al matrimonio, Valeria recitava la madre incompresa, versando una lacrima sistematicamente ogni tre frasi:

Sarà dura, poveri ragazzi! Giovani così, inesperti. Ma io sarò sempre accanto, li aiuterò!

Per fortuna, fu proprio al matrimonio che Valeria incontrò il suo secondo marito, Umberto, un colonnello in pensione, zio lontano di Marco, elegante e galante con un francese da lasciare senza fiato.

Che meraviglia questo accento! flirtava Valeria, dimenticando il fazzoletto immacolato.

Mia madre era figlia di un diplomatico, cresciuta a Parigi.

Meraviglioso!

Umberto recitava versi di Prévert alloriginale, apprezzava lordine e possedeva una villa in campagna dove Valeria trovò varie passioni, smettendo almeno un po di tormentare la figlia.

Nel secondo matrimonio, Valeria si sentì finalmente donna. Umberto la venerava, e lei rifiorì, diventò più dolce. Quando nacquero i nipotini, li accolse con gioia:

Sofia! Ma guarda che tesori! Nicola è tutto il nonno! E Gaia che meraviglia! Ha il mio naso e i miei occhi! Sarà una bellezza!

Sofia non ribatteva; felice del cambiamento, desiderava, dal cuore, che la madre fosse serena.

Contrariamente ai cupi pronostici, il matrimonio di Sofia e Marco funzionava. Piano piano Marco imparò a gestire i rapporti con la suocera. Lavorava sodo, Valeria fu costretta ad ammettere che la figlia aveva scelto un buon marito. Era contrarissima al mutuo sulla nuova casa, ma Marco si impose:

Così è meglio. La vostra casa è la vostra. Noi ne vogliamo una nostra.

Ma non sarà facile per Sofia: lavoro, figli! Non ce la farà mai da sola!

Il lavoro va bene. E Sofia vuole tornare in ospedale: non mi opporrò. Mia madre ci aiuterà con i bambini.

I tuoi figli, Marco, hanno due nonne! con il mento in aria, Valeria lanciò allo sposo il solito sguardo tagliente. Me ne occuperò io!

Il sogno di Sofia di tornare in sala operatoria divenne realtà. I figli crescevano, la nuova vita era partita, ma il destino si accanì: Umberto ammalato, e nonostante i tentativi di Sofia e i migliori medici, lasciò Valeria sola con il cuore in frantumi.

Oh, Umberto! Come si fa?! Proprio ora che ero davvero felice! Perché privarmi di questa felicità così presto?!

A chi attribuiva ora la sua vedovanza, rimase un mistero.

Adesso, due mazzi di garofani bianchi ogni visita al camposanto, e una pazienza terribile verso i viventi.

Sofia faceva di tutto per attenuare lisolamento della madre: ferie, fine settimana, feste: Valeria sempre presente.

E che cè di male? È giusto! Faccio parte della famiglia anchio! proclamava alle amiche.

Ma forse, Valeria, Sofia vuole stare con la sua famiglia tranquilla, senza sentirsi sorvegliata

Ma che dici! Sofia senza di me non ce la fa! Io non controllo nessuno; io aiuto!

I problemi sorsero con la crescita di Nicola. Il controllo non sfuggiva al ragazzino; amava la nonna, ma trovava le sue continue critiche insopportabili.

Nicola! Ancora tu?! Ti ho detto un milione di volte di non mettere quella musica orribile! Ma come puoi ascoltare certe cose?! Valeria entrava senza bussare, storcendo la faccia. Questo è un inferno!

Di nuovo il foulard in scena, ma per Nicola non aveva potere. Non amava lamentarsi con i genitori, preferiva farla franca a modo suo.

Gaia, vieni! Balliamo e cantiamo!

Trovando i nipoti che cantavano i testi dei Måneskin, Valeria impazziva.

Nicola, passino i tuoi gusti! Ma Gaia! No, non posso! Chiamo subito vostra madre!

Meglio papà, nonna! Mamma non risponde quando è in sala operatoria. Lo sai.

Marco restava sempre calmo alle lamentele. Tornando, lasciava Valeria davanti a casa e, rincasato, cantava insieme al figlio. Nicola sognava, prima o poi, di suonare anche davanti a un pubblico vero.

Le doti musicali di Nicola richiedevano uno sbocco, e Sofia decise: gli avrebbe comprato una chitarra.

Sofia, non azzardarti! Così volete sbarazzarvi di me? si sentì offesa Valeria.

Cosa dici?

Non lo accetto! Il ragazzo deve studiare, non perdere tempo con stupidaggini!

Ma Nicola va benissimo a scuola! Lo sai bene! E che cè di male nella musica? Tu stessa dicevi che i bambini vanno stimolati a tutto tondo!

Ma io intendevo altre attività e tu lo sai! Ah, Sofia! Ancora una volta…

Le discussioni durarono giorni. Marco sostenne la moglie, Valeria ripiegò sulla strategia preferita: non rispondeva più al telefono e le aveva ritirato le chiavi di casa per non perderle.

Questa volta, Sofia perse la pazienza.

Se non vuole parlare, pazienza! Quanto ancora si deve durare così? lavando i piatti di domenica, smosse goffamente la tazza preferita, regalo di Nicola, che si infranse in mille pezzi colorati.

I cocci brillavano come frammenti di sogno. Quello fu il segno: era lora di amare in modo nuovo, un amore che accetta la distanza, che non si lascia ferire senza fine.

Nicola! chiamò Sofia verso il piano di sopra.

Arrivo!

Hai deciso che chitarra prendi?

Davvero posso? lo scintillio negli occhi del figlio fece a Sofia chiudere i suoi, abbagliata.

Devi! Quale vuoi?

Un basso, mamma! Sei sicura?

Al cento per cento! Non si dice così?

Sì! E la nonna?

Dirà che siamo bambini viziati Non ci pensare! Preparati, si va!

Dove?

Dove si vendono le tue chitarre, no?

Ora! Vado a dire a Gaia che viene anche lei! Mi aiuta a scegliere!

Sofia osservando il figlio rifletté: quale altro ragazzo trascinerebbe con sé la sorellina di sei anni a comprare una chitarra?

La chitarra fu presa. Presto la stanza di Nicola diventò una specie di sala prove, i suoi amici venivano a suonare e provavano a registrare pezzi con l’attrezzatura comprata da Marco insieme agli altri papà. E quando il video che girarono con Gaia piccolina che cantava col fratello raggiunse successo sui social, fu il segnale che tutto aveva senso.

Sofia era in pace sapendo che i ragazzi erano contenti; Nicola non si pungolava più per ogni sciocchezza. Tornata dal lavoro, colma della sofferenza e della speranza di altri, li abbracciava mentre le raccontavano nuovi progetti, sapendo di aver fatto il meglio.

Valeria aspettava. Ogni giorno metteva ordine, cucinava cose buone e aspettava la figlia che venisse a chiederle scusa come era sempre stato.

Ma passò una settimana, poi unaltra: Sofia non comparve.

Prima Valeria restò spaesata, poi si incollerì, giurando a se stessa che questa volta si sarebbe fatta sentire. Infine, si mise a pensare. Era la prima volta che qualcuno le teneva davvero testa, le mostrava che il mondo non girava secondo i suoi desideri. Con chiunque altro, Valeria avrebbe chiuso senza appello; con Sofia era impossibile. Al suo modo, voleva bene alla figlia.

Passò un mese e capì: nessuno sarebbe arrivato, nessuna scusa stavolta.

Lamarezza divenne una pietra nello stomaco. Non le pareva vero che la figlia fosse così dura. Aveva vissuto tutta la vita per lei e i nipotini! Perché questo trattatamento ora? Bastava una parola sbagliata, e tutto buttato?

Stanca di girare a vuoto in casa, Valeria partì per la villa, sperando di trovare la pace, ma non funzionò. Vagava nel giardino, tra i pioppi scrosciati dacqua, senza ammettere a se stessa che, forse, un po di responsabilità ce laveva anche lei.

Lestate finì sotto le piogge dautunno, e Valeria si arrese.

Quel giorno, quando finalmente il suo cuore cedette, era seduta in cucina, la tazza di tè fra le mani, osservando dalla finestra i bambini dei vicini con i loro stivalini e gli impermeabili colorati, che corrono nel giardino. In passato, aveva chiesto al marito un muro alto, ma Umberto aveva preferito la cancellata di ferro battuto fatta dal suo amico: tanto valeva sorridere ai vicini e osservare.

I vicini erano docenti universitari, realizzati; cinque nipotini, educati e brillanti. Vederne uno saltare nelle pozzanghere fu per Valeria il segnale: basta aspettare, si rischia di restare soli finché anche Sofia, un giorno, non verrà con i garofani bianchi. E a chi servirà più?

La tazza tintinnò nel piattino, e pochi minuti dopo, Valeria accendeva la macchina e partiva.

La domenica le strade erano deserte, raggiunse velocemente il quartiere residenziale dove Sofia viveva.

Giunta davanti alla casa, provò una paura sconosciuta. Era la prima volta che doveva fare lei il primo passo. Straordinario. Prima rimase in auto, poi si decise, spinse il cancelletto e percorse il viottolo fino alla porta. Aperta, come se la aspettassero, salì i gradini.

Un boato impressionante: la batteria e le chitarre tremavano dai piani alti. In cucina, Sofia ballava col mestolo, cantando a squarciagola una canzone su una bambola e uno stregone.

Mamma che spasso! Facciamo anche noi un video? Gaia applaudiva, mollando i bicchieri che stava apparecchiando.

Sofia appoggiò il mestolo, riempì i bicchieri, porgendone due a Gaia.

Prendi, portali su. I ragazzi saranno assetati.

Stava salendo le scale, quando si immobilizzò: sulla soglia, Valeria.

Il tempo si fermò, trattenendo il fiato per vedere che si sarebbero dette queste donne.

Gaia si bloccò anche lei, aprendo la bocca. Ma fu Sofia a parlare:

Ciao mamma! Tieni docchio la carne, eh? È quasi pronto. I ragazzi stanno finendo, poi si mangia. Hai fame?

Valeria lentamente si tolse la giacca e annuì, un po confusa.

Sì…

Ottimo! Sofia sorrise alla figlia. Gaia, tutto a posto? O hai scordato la nonna?

Gaia sorrise:

No che non ho scordato! Nonna, ho lasciato danza! Mamma mi ha iscritta a canto! Nicola dice che sono bravissima!

Valeria sentì bruciare gli occhi, così si chinò a prendere i bicchieri:

Porto io questi! Devo vedere la chitarra di Nicola. È bella?

Bellissima! Rossa! Lho scelta io! Vieni, ti faccio vedere!

Gaia saltò su per le scale; Sofia fece un cenno alla madre.

Dai, vai anche tu, mamma. Il passo più difficile ormai lo hai fatto.

Valeria annuì e salì. Nicola, serio, le mostrò la chitarra come un adulto.

E qualcosa cambiò.

Non tutto, ovviamente. Non ci si cambia in un istante. Le discussioni e i silenzi ci saranno ancora. Sofia sospirerà ascoltando i consigli della madre, e Valeria si chiederà dove ha sbagliato.

Ma una cosa, in questa famiglia, venne capita una volta per tutte: vuoi essere ascoltato? Impara prima ad ascoltare. Solo così, chi ti vuole bene rimane davvero accanto a te. Non è forse questo il vero miracolo?

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