Grazie a Dio, ce l’ho fatta ad aspettarti! – La nonna respirava affannosamente, ma il suo volto era illuminato da una felicità autentica. Accarezzando dolcemente il viso del nipote con le sue mani asciutte, le lasciò ricadere sul piumone.

Grazie al cielo, finalmente sei arrivato! la nonna ansimava, ma sul suo volto si leggeva una sincera felicità. Accarezzò con mani ossute il viso del nipote e poi le lasciò ricadere leggere sul copriletto.
Riposa, nonna la esortò Marco. Domani passiamo tutta la giornata insieme, avremo tempo per chiacchierare.
No, Marco, la nonna sorrise con dolcezza e un velo di malinconia ho chiesto solo una cosa a Dio: rivederti. Basta così, ti ho visto, ti ho abbracciato. Ora mi riposo un po e poi parliamo chiuse gli occhi stanca. Rosina, dagli qualcosa da mangiare, sarà affamato dopo il viaggio.
La nonna sapeva che ormai aveva poco tempo. Marco era la sua unica famiglia, proprio come lei per lui. I genitori di Marco erano da tempo scomparsi, sconfitti da vecchie abitudini sbagliate; prima consumarono gli averi, poi i mobili, la casa, e alla fine se stessi. La nonna era riuscita a strappare Marco al destino, lo aveva cresciuto, supportato nei suoi studi, convinto a prendere anche la patente per auto e camion, e lo aveva salutato quando era partito per il servizio militare. Ora lo rivedeva, anche se avrebbe voluto che il momento del ricongiungimento fosse stato diverso.
Mentre Rosina, vecchia vicina e amica della nonna, preparava un piatto caldo per Marco in cucina, la donna pensava alle parole che avrebbe dovuto dirgli, cercando quelle che toccassero davvero il cuore. Ma la memoria le sfuggiva, si confondeva. Accarezzava la sua gatta, la fedele Minù, che negli ultimi giorni non si era mai allontanata dalla padrona, sentendo che qualcosa stava per cambiare. Alla fine chiamò:
Marco, vieni qui vicino. Quando si sedette accanto a lei, la nonna parlò piano: Avrei voluto tenere tra le braccia i tuoi figli ma non credo succederà. Rimarrai solo. È dura, figlio mio. Se incontri una brava ragazza, tienila con te scegli per la vita, e ricorda che la vita non è mai facile, lo è stata raramente ieri e lo sarà domani. Non abbandonarti alla pigrizia né alle distrazioni sciocche, e soprattutto guardati dal vino maledetto! Uno cade nel vizio, ma soffrono tutti quelli che gli vogliono bene. Ci sono molte strade davanti a te, scegli quella giusta, Marco. Si interruppe per riprendere fiato, o forse pensava agli sfortunati genitori di Marco. Poi, con forza, proseguì: Ho lasciato lappartamento a te, così avrai una casa per portare la tua futura sposa. Per il funerale ho messo da parte qualcosa, Rosina ti mostrerà dovè. Il resto è tutto sul tuo conto, dovrebbero bastare per cominciare. Abbi cura di Minù, non lasciarla sola. È sveglia e affettuosa, come sai sei stato tu a portarla qui da cucciola Ecco, penso sia tutto. Ora va a riposare, anchio ho bisogno di dormire, sono stanca.
La mattina dopo, la nonna non si svegliò più.
Marco trovò lavoro come tecnico, installando reti internet, su consiglio di un amico. La squadra, sei persone, si occupava di posare la fibra ottica e collegare nuovi utenti. Il lavoro era pesante, ma il salario era buono e la soddisfazione per un compito ben fatto gli dava motivazione.
A casa lo attendeva Minù, la sua gatta grigia, raccolta dalla strada otto anni prima. Dopo la scomparsa della nonna, la micia si era intristita: mangiava poco, passava le giornate sulla vecchia poltrona preferita della nonna, gli occhi fissi sulla porta come a sperare di rivederla. Ma la padrona non tornava.
Marco cercava in ogni modo di tirare su Minù, le parlava a lungo, la prendeva in braccio e le faceva compagnia raccontando la giornata e viziandola. Solo dopo un mese la micia parve reagire.
Quel giorno, aveva appena ricevuto il suo primo stipendio. Gli amici insistettero per brindare era una tradizione, e non farlo sarebbe stato considerato scortese. Marco li invitò in una trattoria, dove offrirono e bevvero. Lui tornò a casa tardi, allegro. Ad attenderlo sulla soglia cera Minù. Non ebbe il coraggio di incrociare i suoi grandi occhi verdi, pieni di comprensione e rimprovero; eppure, dovette affrontarli. Capito lo stato del padrone, Minù miagolò a lungo, triste e delusa, e si nascose sotto il divano.
Minù, non potevo dire di no agli amici si giustificò Marco, quasi stesse parlando con la nonna.
La sera dopo, quando tornò sobrio, Minù lo accolse come sempre, affettuosa, e lo seguì ovunque per casa, per poi accoccolarsi fiduciosa accanto a lui nel letto.
Tu capisci tutto sussurrò Marco accarezzandola. Ma non ti preoccupare, sono cresciuto ormai, so prendermi le mie responsabilità. Da adulti si perde il controllo solo col vino, e io, credimi, lo temo. Magari dovrò cambiare lavoro: lì si beve spesso, ogni scusa è buona, specialmente di venerdì. Provo a tirarmi fuori, ma iniziano a guardarmi male. Meglio cercare altro. Avrei sempre desiderato guidare i camion sulle lunghe distanze, ma ho solo una patente base e per i tir serve altro. Chi mi prenderebbe?
Un altro venerdì, ancora una serata in trattoria. Gli altri della squadra brindavano e ridevano rumorosamente per la fine della settimana; Marco, come al solito, si limitava a sorseggiare acqua minerale.
Quel giorno il loro tavolo era servito da una giovane cameriera dai capelli scuri, italiana, vivace. I ragazzi la invitavano insistentemente a unirsi, uno di loro, il caposquadra, le afferrò il polso trascinandola. La ragazza si spaventò, ma non riusciva a liberarsi.
Lasciala andare si alzò in piedi Marco. Un silenzio gelido calò sul tavolo: nessuno si sognava mai di contraddire il caposquadra. Lui, preso di sorpresa, allentò la presa e la ragazza si liberò, restò qualche metro più in là lanciando uno sguardo preoccupato a Marco.
Il proprietario della trattoria, un uomo grande e robusto con il grembiule e le maniche tirate su, intervenne prima che la situazione degenerasse. Gli altri si affrettarono ad andarsene, rivolgendogli occhiate avverse.
Non avere fretta lo fermò il padrone, presentandosi come Michele. Lasciali fuori a raffreddarsi, magari la smettono di comportarsi così. Guardò Marco con calore: Che ci fai con loro? Non bevi, lo vedo che bisogno hai di questa compagnia?
Lavoriamo insieme Marco alzò le spalle si esce in gruppo.
Lascia perdere brontolò Michele. Non li chiamerei neanche amici. Giulia, dai, preparaci un buon tè, quello che fai tu. Così riposiamo un po, che stasera cè poco da fare.
Tua figlia? chiese Marco.
Sì, mi aiuta dopo le lezioni. Si sedettero allo stesso tavolo, gustando un tè profumato dal servizio in porcellana. Ma guarda, dovresti cambiare lavoro, lì ti rovinano se rimani. Hai una patente, no?
Presa subito dopo il liceo, mi piacerebbe fare lautista di camion, ma non so se trovo qualcuno disposto a darmi fiducia…
Subito magari no, ma posso informarmi: conosco qualche buon camionista. Per ora, se vuoi, lavori con me sul furgone, qualche trasferta cè, mi aiuti e intanto cresci. Poi, una volta che sei pronto, passi ai mezzi pesanti, facendo il corso per la patente superiore.
Accetto volentieri! sorrise Marco. Michele gli ispirava simpatia, calmo, grande e buono. E poi era anche il padre di Giulia, solo quello meritava rispetto. Michele, notando che Marco guardava spesso la ragazza, disse, ammiccando:
Dai Giulia, va pure, Marco ti accompagna a casa. E sorrise vedendo le guance dei due giovani arrossirsi per la timidezza.
***
Cinque anni dopo, Marco guidava un camion diretto verso casa, sfidando il freddo dellinverno italiano. Mancavano ancora una trentina di chilometri da Firenze, dove lo aspettavano la moglie Giulia, la figlia Mariella e la gatta, ormai anziana, Minù.
Sul ciglio della strada notò una figura sola, con una giacca troppo leggera per la stagione. Congelerà qui, pensò Marco fermando il camion per dare un passaggio.
Caposquadra? lo riconobbe, quando luomo salì stancamente a bordo.
L’altro lo fissò con occhi spenti, confusi dai troppi bicchieri:
Ah… sei tu… sospirò. Sì, ero caposquadra, ormai non cè più la squadra. Quelli che cerano si sono persi: uno è morto congelato, uno affogato, tutti per colpa dellalcol. Gli altri sono sparsi, cercano lavoretti, come me. Estrasse una bottiglia, ne bevve un sorso, poi proruppe in uno stanco: Ma sì, andrà tutto bene!
Marco si fermò vicino al centro del paese e lo fece scendere, guardandolo con tristezza. Rimise in moto, riflettendo sulla vana arroganza di quelluomo.
Mentre si avvicinava a casa, vide la luce della cucina: Giulia vegliava, magari la vicina Rosina era con lei, a chiacchierare mentre Mariella dormiva la bambina che ormai aveva appeso sopra il lettino la foto sorridente della bisnonna. Le raccontava i suoi piccoli guai e le avventure con lo stesso candore con cui aveva confidato da piccolo alla nonna. E Minù, dal davanzale, guardava la notte; vista lauto, sgattaiolava in corridoio per andare incontro al suo padrone.
Non sono solo, nonna, sussurrò Marco, sorridendo verso le finestre illuminate. Siamo tutti a casa, insieme, anche tu ci sei. Questa è la mia strada.

La vera ricchezza della vita non sta nei soldi o nei successi, ma nelle persone che scegliamo di amare e nellonestà con cui affrontiamo le nostre scelte, perché solo così si trova la propria strada e il vero significato di casa.

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Grazie a Dio, ce l’ho fatta ad aspettarti! – La nonna respirava affannosamente, ma il suo volto era illuminato da una felicità autentica. Accarezzando dolcemente il viso del nipote con le sue mani asciutte, le lasciò ricadere sul piumone.