Ha portato a casa un neonato dall’ospedale per salvarlo, anche se non era suo, ma diciotto anni dopo alla sua porta ha bussato qualcuno tornato dall’ombra del passato, sconvolgendo per sempre la sua vita.

Lei aveva portato via una bambina che non era sua da una clinica, solo per salvarla. Ma diciotto anni dopo, alla sua porta bussò qualcuno che riemerse dagli oscuri abissi del passato, stravolgendo ogni certezza che aveva costruito.

Era un gelido novembre del 1941. Il vento sferzava i rami secchi degli alberi, aggrappandosi agli ultimi sprazzi di calore della terra ormai arida e dura. La strada che portava alla città, immersa nel fango misto a ghiaccio, rendeva ogni metro una battaglia per le ruote vecchie del carro, che sprofondavano senza pietà tra le pozzanghere.

Non arriveremo mai a ospedale con questa strada orrenda, non ce la facciamo, piangeva Amalia Stefani, asciugandosi gli occhi rossi dal vento e dallangoscia.

Forza, ci arriveremo, Mariella, coraggio! cercava di rassicurarla il marito, Teodoro Petroni, spronando inutilmente la cavalla stanca. Le sue mani ghiacciate stringevano le redini, determinato a non fermarsi.

Sul carro, distesa tra paglia e coperte, una giovane donna si lamentava piano, il corpo sconvolto dai dolori. Sperava solo che quel supplizio avesse fine presto, che potesse finalmente liberarsi da quel peso soffocante. E il destino sembrava ancora una volta beffarsi di loro: la levatrice del villaggio si era rotta una gamba, e il medico del paese vicino era via, da giorni, al capezzale di un bambino malato.

Pensa alla bimba, a Leonardo, a tuo marito, sussurrava la madre, accarezzando dolcemente il ventre della figlia.

Non penso ad altro, mamma mia, sempre.

Hai già deciso come chiamerai la piccola? tentò di distrarla Amalia, la voce tremante.

Leonardo ha detto che, se sarà femmina, la chiamerà Lucia. Se nato maschio, sarà Vanni.

Magnifico, tesoro mio, magnifico. Tuo padre ti porterà fin là, ci credo. Guarda, vedi quelle ciminiere? Siamo già ai confini di Bologna…

Davanti finalmente alle mura dell’ospedale, le doglie divennero incontenibili, e presto nacque una neonata fragile, ma tenace, che fece sentire il suo primo grido nellaria ovattata. Mentre stringeva la figlia, Mariella, attraverso le lacrime di gioia e fatica, trovò un sorriso che le illuminò il volto, e per un attimo le sofferenze non furono che un ricordo offuscato dal calore dellamore.

Lucia, così ti ha chiamato tuo padre. Tornerà dalla guerra, vedrai sei la nostra speranza.

Intanto, colma di gratitudine, Mariella sentì il bisogno di scrivere subito una lettera a suo marito. Quando uninfermiera portò la bambina via per il controllo, lei chiese, quasi timida, un foglio e una matita allinserviente.

Aspetta, Petroni, adesso ti porto tutto il necessario.

Ma linfermiera, visibilmente scocciata, sbatteva cartelle e borbottava.

Va tutto bene? tentò con delicatezza Mariella.

Uff, lasciami stare, pensaci da sola, rispose linfermiera senza neanche guardarla.

Al suo rientro in stanza, la giovane madre trovò laltra partoriente, una ragazza di nome Violetta, intenta a sistemare i suoi poveri effetti.

Ti dimettono già? chiese incredula Mariella.

Sì… domani me ne vado, rispose flebile Violetta, con negli occhi un dolore profondo, infinito. Uscì, portando via con sé solo una borsa di tela e unespressione di chi lascia una parte di sé per sempre. Dieci minuti più tardi, una nuova infermiera entrò sbrigativa, lasciando carta e matita a Mariella, poi se ne andò con un colpo secco alla porta.

Comè che lei va via e io devo restare ancora giorni? chiese Mariella, confusa.

Quella se nè andata da sola. La bambina non lha voluta, non sapeva dove portarla. Succede spesso: capitano figli indesiderati, e poi… chi se ne occupa?

Ma che figlia era? domandò Mariella, lidea di abbandonare una creatura sua la faceva rabbrividire.

Una bambina, sana come una mela. E queste non le vogliono, rispose secca linfermiera, scomparendo.

Quando la piccola Lucia fu riportata per la poppata, Mariella si sforzò di scrivere a Leonardo la lettera della loro nuova vita. Eppure il pensiero della neonata abbandonata non la lasciava. Di notte, pur stanca, non riusciva a chiudere occhio.

La mattina dopo, nel corridoio, sentì un piccolo pianto provenire da una camerata. Guardò dentro, inquieta.

Posso allattarla io quella bambina? chiese a mezza voce all’inserviente burbera incontrata la sera prima.

Ma che dici. Se ti affezioni, poi comè che ce la portiamo in brefotrofio? Si legherà a te, e lì solo mani fredde…

Brefotrofio?! sussurrò, come colpita da un fulmine.

Eh sì, dove vuoi che la si metta? disse fatalista la donna, come se stesse parlando di un oggetto.

Mariella non resistette: si precipitò dal medico, il dottor Domenico Fumi, che aveva assistito al parto.

Dottore, posso parlarle un momento?

Dimmi, Petroni. Ma facciamo in fretta, rispose lui alzando gli occhiali dal naso.

Al reparto cè una bambina che nessuno vuole. La posso portare con me? Ho tanto latte e una figlia in braccio. Una in più non pesa. Mille volte meglio con una mamma che in istituto!

Sei proprio sicura, Mariella? È una scelta grossa.

Sicurissima, dottore.

Lui la fissò, serio, poi, cedendo, annuì. E Mariella, col sorriso che le tagliava il volto, corse nel reparto neonatale. Lucia dormiva beata nella sua culla, mentre laltra bimba singhiozzava debole e abbandonata; ogni lamento era una lama nel suo cuore di madre.

Ancora qui? Ti avevo detto che non si poteva entrare! esclamò la vecchia inserviente, pronta a sbarrarle la strada.

Il medico ha dato il permesso. Ora la piccola viene con me, ribatté ferma Mariella, avvicinandosi alla culla per prendere tra le braccia quella creaturina leggera e insicura che subito cercò il calore del seno, disperata. Mariella sentì unondata damore travolgerla per quella figlia arrivata dal vuoto.

La carezzava piano, con gesti materni, e si sforzava di non piangere.

Va tutto bene, stellina. Ora siamo insieme. Ti chiamerò Letizia. Letizia e Lucia… quello che manca in questo mondo.

E fu quella, la scelta che cambiò la sua vita.

Santa Maria! gridò Amalia Stefani quando videro le due bimbe nel carro. Ma come? Hai fatto due gemelle?

Due figlie, mamma. Letizia e Lucia.

Ma son così diverse queste due, mica come i gemelli dei Rossi qui accanto!

Quelle erano identiche, le nostre sono solo sorelle, non gemelle mentì Mariella, abbassando gli occhi.

Almeno non le confondiamo! Dai, Teo, prendi in braccio la tua nipotina, conoscila.

Teodoro prese Letizia, sorridendole con affetto, il suo sguardo ruvido si fece dolce.

Questa la vizio, altro che!

A vizià non si impara niente di buono, lo scacciò Amalia.

Va là, che Mariella non è cresciuta malaccio, ribatté lui ridendo mentre tornavano a casa.

Fermatisi alla posta, Mariella infilò una lettera nel cassonetto blu, indirizzata al marito in fronte. Gli scriveva che era nata la figlia, e che unaltra orfanella era venuta in famiglia. Le avrebbe amate entrambe, senza distinzione. Menzionò la verità, conscia che, un giorno o laltro, bisognava confidarsi.

Cinque anni dopo, Lucia e Letizia crescevano sane e vivaci. Nessuno sapeva, nessuno notava differenza tra loro. Mariella non sentiva alcun rimorso: le aveva nutrite entrambe, vegliato le notti, spaventata per ogni febbre, rallegrata per ogni gioia. Non aveva rimpianti. I genitori la aiutavano, e il destino fu buono persino con Leonardo, il marito: tornò dalla guerra malconcio ma vivo, fermatosi a Vienna.

Il giorno atteso arrivò. Il piccolo Stefano, a piedi nudi, correva gridando per le strade polverose di Granarolo:

È tornato, il soldato, è tornato!

Tutti accorsero a vedere; Mariella lasciò gli abiti da lavare e corse al cancello. Dalla curva sbucò fra il vento un uomo magro in uniforme appena riconoscibile, eppure era lui, Leonardo.

Leo! gridò lei, correndogli incontro. Quando lui la strinse, sentì il cuore scoppiare di felicità.

Sono a casa, Mariella. Sul serio a casa.

Intorno fu solo abbracci, pianti e risate. Cercò subito le figlie, guidato dalla suocera:

Dove sono le mie ragazze?

Nel giardino di sorbi con tuo suocero, rispose Amalia.

Tornarono tra i rami carichi di bacche, e lì Leonardo poté finalmente abbracciare Lucia e Letizia, stringendole forte a sé. Mariella, guardando le bimbe avvinghiarsi al padre, ebbe la certezza che tutto era giusto, tutto era come doveva essere.

Gli anni passarono. Persero i nonni, trovarono nuova serenità. Leonardo prese a lavorare al Comune, Mariella al magazzino del paese. Le due ragazze, diciottenni ormai, restarono in paese, devote al vecchio giardino di sorbi che avevano ereditato.

Forse, Leo, è ora che si pensi al matrimonio delle ragazze, suggeriva Mariella.

Sono ancora delle bambine, ribatteva lui testardo.

Solo Lucia aveva attratto lattenzione del pacato Valentino, e Letizia quella del meccanico Gennaro; ma Leonardo non era ancora pronto a lasciarle andare.

Andiamo in giardino, papà! gridarono le ragazze.

Sempre lì, con quegli alberi, chi ve lo fa fare! borbottava lui, ma la madre sapeva bene che le attendevano i loro innamorati.

Allimprovviso, però, irrompe la tragedia. Dopo mezzora di silenzio ansioso, Lucia rientra gridando:

Mamma! Papà!

Che succede? si affaccia Mariella.

Ci sono ospiti. Venite!

Alla porta, una donna raffinata in abiti di città: cappello elegante, vestito a pieghe di seta, scarpe da città così inusuali in paese. Lo sguardo di Mariella la trafigge: in quei tratti cè qualcosa di terribilmente noto.

Buongiorno. Voi siete Mariella Petroni?

Sì… Ma lei chi è?

Sono Ninetta Saviano.

Un lampo squarcia la memoria.

Eravate alla clinica, a novembre del 41…

Appunto, risponde la donna. Sono venuta a vedere mia figlia.

Cosa?

Non vi ha detto, vostro marito, che una delle vostre figlie non è vostra?

Lo so! E sarà sempre figlia mia! Mi sono presa cura di lei quando tu lhai lasciata senza uno sguardo! Ora, dopo diciottanni, pensi di portarcela via?

Non potevo, allora… Ero sola, cacciata da casa. Sono tornata, perché non ho avuto figli… E ora la voglio conoscere.

Non puoi. Non puoi portarla via, urla Leonardo. Credo tu abbia perso il diritto a chiamarla tua figlia.

Le ragazze, sconvolte, entrano dietro la porta. Lucia, paralizzata, chiede:

Mamma, chi di noi…?

Non è lei che conta! urla Mariella. Voi siete mie figlie entrambe, sia chi vi ha generato, sia chi vi ha cresciuto.

Letizia, però, comprende. È lei la figlia perduta della donna venuta dal passato.

Io non andrò via, esclama. Ma ormai la tempesta è scoppiata. Letizia grida, si rifugia fuori, Lucia si smarrisce negli occhi del padre.

Ninetta va via, ma la ferita ormai è aperta. Il giorno dopo, Letizia se ne va, abbandonando un biglietto colmo di amarezza.

Il silenzio cade sulla famiglia.

Non resisto, Leo. È un dolore che mi divora, piange Mariella seduta sulla vecchia panca nel giardino di sorbi. Da un mese nessuna notizia.

Tornerà, vedrai. Qui è la sua casa, lo sa.

Un giorno Letizia compare dai rami di sorbo, pallida ma decisa.

Mamma, sono tornata.

Tesoro mio! Mariella la stringe. Scusami, perdonami…

Ho capito chi siete. Quella donna… Lei fa di tutto per sembrare madre, ma non lo è. Siete voi la mia famiglia. Luciano, Gennaro, Lucia, questo giardino… non ho altro al mondo. Qui ho trovato pace.

Leonardo le accarezza la testa.

Adesso si può pensare alla tua felicità. Vai, Gennaro ti aspetta.

Epilogo

Una settimana dopo, nel giardino di sorbi, sotto la benedizione di grappoli rossi e foglie doro, si celebrano i matrimoni: Lucia e Valentino, Letizia e Gennaro. I vestiti bianchi delle spose spiccano tra i colori della natura, che sembra benedire la loro gioia.
Ninetta Saviano non si fece più vedere, e Letizia scelse di dimenticare il dolore di quella visita.

Perché una madre è chi veglia sulle ferite, chi dona il cuore, chi si consuma per amore. Questo insegnamento divenne per sempre il suo, scolpito nel cuore come i nomi Lucia e Letizia: due sorelle, due vite, una sola famiglia sotto lombra eterna dei vecchi sorbi emiliani.

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