8 marzo
Oggi il mio mondo ha vacillato. È mio figlio, Marco, che ha portato a casa la sua fidanzata. Appena ho visto il suo volto e udito il suo nome Bianca il cuore mi è precipitato nello stomaco. Ho sentito come se la terra mi mancasse sotto i piedi. Bianca io quellanima la conoscevo fin troppo bene. E mai, mai avrei pensato di arrivare a tanto.
Tutto è iniziato tre mesi fa, quando Marco è cambiato. Tornava tardi, sorrideva tra sé e sé, si assentava senza spiegazioni. Poi, una sera, mentre cenavamo insieme nella nostra casa di Firenze, piegandosi un po in avanti e abbassando la voce, mi ha detto che frequentava una ragazza. Mi è quasi caduta la forchetta, da quanto ero sorpresa. Non ne avevamo mai sentito parlare: né una foto, né una voce, niente. Solo mistero.
Ci siamo incontrati in una caffetteria vicino alluniversità, ha detto. Si chiama Bianca.
Un nome sussurrato, ma per lui suonava come una poesia. A detta sua, Bianca era estremamente riservata, intimorita dagli incontri familiari. La cosa mi aveva un po spiazzata, ma ho deciso di non intromettermi. I figli devono trovare la propria strada. Eppure, quando Marco ci ha comunicato di averle chiesto di sposarlo, un brivido di sudore mi ha gelato le mani.
Abbiamo insistito: dovevamo conoscerla, questa futura nuora. Ho passato tutto il giorno ai fornelli, preparando con cura la cena; mia moglie, Lucia, ha scelto i migliori tagli di carne. Volevamo accoglierla come si deve, ma dentro di me cresceva una strana ansia.
Quando hanno suonato il campanello e li ho visti sulla soglia, ho provato la stessa sensazione che si ha al risveglio da un sogno sgradevole. Marco brillava di felicità; Bianca invece appena ho incrociato i suoi occhi, mi sono mancati i polmoni. In quei lineamenti cera qualcosa di sorprendentemente familiare, come una melodia sentita mille anni prima. E quando si è presentata, ho capito tutto, come una lampadina accesa nella notte.
Bianca, dai, scendiamo insieme in cantina a scegliere il vino, ho detto, con una voce fin troppo calma.
Sono sceso per primo, la facevo entrare davanti a me. La cantina odorava di legno e fresco. Non appena è stata dentro, ho chiuso con decisione la porta a chiave. Dallaltra parte, il suo richiamo era calmo, soffocato.
Quando sono risalito, Lucia e Marco erano pallidi come cera.
Ora chiamiamo la polizia, ho detto. Devo raccontare una storia.
Dieci anni fa, una ragazza spariva nel nulla era la figlia dei nostri vicini. Si chiamava proprio Bianca. Dolce, silenziosa, con certi occhi grandi e profondi. Veniva spesso a trovarci, mi aiutava a fare giardinaggio, rideva con Marco. Pensavo avesse davanti tutta la vita Poi la scomparsa. I suoi vestiti ritrovati vicino allArno. La polizia ha parlato di incidente, ma il corpo non è mai stato trovato. Quel giorno, le avevo concesso di usare il telefono fisso della cantina per chiamare un taxi. Nessuno laveva più vista.
Ero tormentata dai dubbi, per anni. Ora davanti a me cera unimmagine speculare: stesse fattezze, stessi occhi.
Papà, sei impazzito? gridava Marco. Lei non ha idea di cosa tu stia dicendo!
Ma la mia intuizione raramente sbaglia.
Abbiamo chiamato la polizia.
Mentre aspettavamo, Bianca rimase incredibilmente silenziosa in cantina. Nessun rumore, nessuna supplica. Solo un silenzio glaciale a farmi compagnia.
Quando sono arrivati i carabinieri, le hanno chiesto di salire. Mi aspettavo scoppi di rabbia, proteste invece Bianca appariva serena, come se sapesse che era giunto il momento.
Lei somiglia a una ragazza scomparsa dieci anni fa, ha detto uno degli agenti.
Bianca ha sorriso, gelida.
Lo so, ha risposto.
Linterrogatorio è durato due ore; ci hanno rimandato a casa in attesa. Dopo neanche unora i carabinieri sono tornati, sconvolti.
È sparita, ha detto un agente. Svaporata, come se non fosse mai esistita. Nelle telecamere: il nulla. Entrata, mai uscita.
Ho sentito il pavimento cedere sotto i piedi.
Nei giorni seguenti regnava la confusione. Marco ci evitava, sbatteva le porte, mi accusava di tutto. Era innamorato, lo vedevo; nei suoi occhi cera più dolore che rabbia.
La terza notte non è rientrato.
Abbiamo cercato ovunque: casa, garage, le vie del quartiere. Nulla. Poi Lucia è scesa tremante in cantina a cercare. Mi ha chiamato con un filo di voce.
Sul tavolo una nota, scritta con grafia nitida:
“Non cercateci. Tornerò quando potrò. Bianca.”
Insieme al biglietto, una foto ormai vecchia: io, Marco e, tra noi, unaltra ragazza. Bianca, quella vera. Lo sguardo pieno di casa, di famiglia.
Quella foto era rimasta nascosta per anni. Ma chi laveva tirata fuori?
Una settimana dopo, alle prime luci dellalba, un bussare alla porta. Marco, emaciato.
Non era umana, papà, sussurò.
Il cuore mi batteva fortissimo.
Raccontò: quando Bianca scomparve dieci anni prima, qualcuno in realtà laveva trovata viva. Ma il suo corpo aveva subito troppo. Scienziati un progetto segreto, privato provarono a salvarla. Non una resurrezione, non una cura: altro. Hanno trasferito la sua coscienza in un corpo artificiale. Ma la memoria, frammentata, tornava a pezzi.
Ti ha rivisto, papà, e si è ricordata. Troppo, tutto insieme.
Bianca era tornata apposta. Per completare ciò che era rimasto sospeso dieci anni fa. Per recuperare lultimo ricordo perduto: la cantina, la telefonata, le parole dette prima di andare verso il fiume.
Ho avvertito un brivido corrermi lungo la schiena.
Cosha ricordato? ho sussurrato.
Marco mi ha dato un secondo foglio.
“Hai detto: torna a casa da sola, questa sera. È importante. Mi sono fidata. Poi solo lacqua.”
Mi sono coperta la bocca. Ricordavo. Ero convinta che suo padre laspettasse in strada.
Un tragico errore. Le è costato la vita.
Ti ha perdonato, disse piano Marco. Ma non ha perdonato se stessa. Per questo è tornata.
E adesso? Dovè? chiese mio marito.
Marco ha scosso la testa.
È tornata allacqua. Lì dove tutto è iniziato. Per sempre.
Quella sera, noi tre eravamo sulla riva dellArno. Lacqua scorreva calma, torbida. Il vento portava freddo, io ho posato una mano sulla spalla di Marco.
E poi labbiamo vista: una figura lontana, sul ponte. Immobile. Si è girata, ha posato la mano sul cuore un gesto di gratitudine.
E si è dissolta. Come un riflesso cancellato da unonda.
Marco è rimasto a lungo in silenzio, poi ha detto:
Era metà macchina, ma il cuore era reale.
Io ho annuito. Ho capito finalmente: non dovevo scusarmi con la polizia, né con mio marito, ma con la memoria. Bianca non era tornata per vendicarsi Ma per chiudere il cerchio.
Da allora la nostra cantina è rimasta vuota. Ma a volte, passando vicino alla porta, sento un lieve tintinnio di bottiglie come un sussurro:
“Ricordo tutto. E ti perdono.”
È il suono più inquietante e al tempo stesso più caldo che un essere umano possa ricevere.






