Mio marito ha portato a casa gli amici senza chiedere, così ho preso la sua carta e sono andata a do…

Dai su, Antonella, non fare così! Sono solo passati i ragazzi a vedere la partita, cosè che ti dà tanto fastidio? È da una vita che non ci vediamo, ancora dai tempi del liceo. Fai piuttosto due fettine di cetriolo e quella salame che abbiamo preso per le feste, eh? La birra cè ma da stuzzicare poco o niente… la voce di Marco, mio marito, rimbombava dal salotto tra il volume della TV e le risate di quei tre energumeni.

Io ero ancora lì, ferma allingresso, con le chiavi strette in mano. Avevo appena varcato la soglia di casa sognando solo una cosa: togliermi le scarpe che dopo nove ore di lavoro mi avevano fatto venire i crampi, struccarmi e buttarmi sul divano con il mio romanzo preferito. Era stata una giornata infernale: bilancio annuale, la capa che dava di matto, due ore nel traffico sotto la pioggia che ti si infila anche nelle ossa. Arrivavo a casa come in un porto sicuro. E invece sembrava di stare alla stazione Termini allora di punta.

Mi arriva subito unondata di puzza di birra scadente e pesce secco. Proprio sul mio tappeto preferito, quello chiaro della Coin, cera una montagna di scarpe da uomo numero 46, qualcuna ancora infangata e sporca. Una giacca buttata a terra sembrava un gabbiano morto.

Ho preso un respiro profondo per non urlare. Sono entrata in salotto. Altro che casa: Marco, mio marito regolare da dieci anni, era sbracato in poltrona, e il divano se lo spartivano Andrea, Fabrizio e un tipo barbuto che non avevo mai visto. Sul tavolino di vetro quello che lucido con il detergente apposta bottiglioni, sacchetti di patatine e una montagna di squame di pesce buttata su un vecchio Corriere della Sera.

Marco… ho detto piano. Ci eravamo messi daccordo. Niente ospiti nei giorni feriali senza avvisare. Sono stanca. Voglio solo un po di silenzio.

Lui manco mi ha guardata, incollato alla TV con ventidue milionar… pardon, calciatori, che correvano dietro un pallone.

Ma dai, ricominci? Stanca, mal di testa… Anto, non fare la solita nonna brontolona, dai! Ragazzi, ditele anche voi!

Signora, tranquilla, noi stiamo piano piano! urla Andrea che per lui piano è uno che lancia i treni con la voce. Appena segnano i nostri, magari balliamo pure! Dai, venga qui a bere una birra!

Non ho bisogno di birra, ora il sangue ribolliva freddo e deciso. Mi serve che tra dieci minuti qui sia vuoto e pulito.

Dai Anto, non farmi fare brutta figura! finalmente mi guarda, Marco, con la faccia rossa e scocciata. Vai in cucina, dai, fai qualcosa. Butta su quattro tortellini, che stiamo morendo di fame qui. Dai, stai sempre lì a controllare, non ci lasci godere nulla.

In quel momento lho guardato come se non lavessi mai visto in vita mia. Dieci anni di matrimonio, dieci anni passati a fare la moglie ideale: casa, ordine, cene buone. Ho sopportato le sue serate in garage, la suocera e i suoi consigli non richiesti, i calzini lasciati ovunque. Ma stavolta qualcosa si è rotto. Forse le squame sul tavolino, forse quel suo tono da sergente “vai a fare i tortellini”.

Sono uscita senza dire una parola.

Eh, ora si offende… ho sentito dietro di me. Tranquilli, tra poco torna con qualcosa da mangiare. È fatta così.

Sono andata in camera. Sul comò cera il portafogli di Marco. Lui, appena entra, svuota le tasche: chiavi, spiccioli, carte. Sapevo che ieri gli era arrivato il bonus trimestrale, quello bello corposo, quello che dovevamo mettere da parte per sistemare il terrazzo o, magari, per le gomme invernali.

Lo sguardo è caduto sulla sua carta oro.

Il piano è venuto così, lampo. Fino a ieri non lavrei nemmeno pensato. Ma quella Antonella non cera più. Ora cera una donna che pretendeva rispetto. O almeno una piccola vendetta morale.

Ho preso la carta, ho aperto larmadio, infilato un po di roba in una valigia piccola. Biancheria pulita, il pigiama di seta che a Marco fa sempre storcere il naso, caricabatteria, trousse dei trucchi.

Dal salotto un boato: “GOOOOL!” Quasi cadeva il palazzo.

Ho buttato il soprabito addosso, scarpe e via. In corridoio mi sono guardata allo specchio: occhi stanchi, bocca serrata.

Tortellini, eh? Arrivano, arrivano… ho sussurrato.

Sono uscita senza che nessuno si accorgesse della porta che si chiudeva: la confusione copriva tutto.

Fuori piovigginava, ma io sentivo un caldo addosso che sembrava estate. Ho chiamato un taxi dal cellulare. Comfort Plus? No, vai col Business.

Cinque minuti e arriva una Mercedes nera con interni in pelle. Lautista, vestito elegante, mi apre la portiera.

Buonasera, dove andiamo?

Al Grand Hotel Roma, dico. Il più lussuoso della città, cinque stelle, marmi, portieri in divisa con il cappello. Ci passavo davanti e pensavo magari…. Adesso ci entravo da regina.

Ottima scelta, fa il tassista.

Intanto il cellulare vibra nella borsa. Chissà Marco: sarà finita la pubblicità e gli sarà venuta fame. Silenzioso e stop. Che si arrangi, che mi cerchi. Che pensi che sono andata a prendere due mozzarelle.

Reception rilucente, odore di profumi costosi e fiori freschi, lampadario di cristallo da sognare.

Buonasera. Ha una prenotazione? la ragazza con il sorriso dordinanza.

No, e le passo la carta oro di Marco. Voglio una suite. Con la jacuzzi. Vista Tiberina, se possibile.

Abbiamo la Presidential Suite al settimo piano, colazione inclusa, spa aperta H24. Sono millecinquecento euro a notte. Procediamo?

La mia vocina di risparmiatrice cri-cri che in euro sono metà dello stipendio!ma la zittisco sul nascere.

Sì, prendiamola.

Il documento, grazie.

Pin, bip. Pagamento accettato. Già mi immagino il messaggio che compare sul telefono di Marco, appoggiato vicino alle patatine: “Addebito 1.500 EUR GRAND HOTEL ROMA”.

Se ne accorge? Figuriamoci, quando ci sono i rigori…

Il portiere mi accompagna nella camera. Quando apre la porta, resto a bocca aperta: letto king-size, lenzuola candide, salotto con divanetti morbidi, bagno che sembra una spa vera, tutto marmo. Finestra panoramica sulla città che luccica nel buio.

Prime cose: tolgo le scarpe, sento il tappeto morbido sotto i piedi. Poi dritta al frigo bar. Una bottiglietta di prosecco costa più di tutta la birra che si stanno scolando quelli a casa.

E chi se ne frega, dico da sola, e stappo.

Verso, mi siedo e accendo il telefono. Quindici chiamate perse. Tre messaggi.

Anto, dove sei?

Stai al supermarket? Prendi la maionese!

Antonella, sei sparita? Qua i ragazzi vogliono cenare!

Nessuna domanda, solo richieste. Un sorso di prosecco bello fresco: che pace.

Poi ancora un messaggio.

Anto, mi è arrivato un SMS strano. Addebito da 1.500 euro. Che hai comprato? La carta non è qui! Lhai presa tu? Rispondi subito!

Ah-ah, svegliato. Sorrido e chiamo Room Service.

Buonasera. Vorrei ordinare la cena in camera. Sì, mi rendo conto che è tardi ma sono affamata. Uninsalata di mare, filetto al sangue, tiramisù e una bottiglia di rosso. Buono, grazie. Addebitate tutto sulla stanza.

In bagno, bagno caldo con sali profumati. Il telefono ricomincia a trillare. Adesso lo prendo.

Pronto?

Antonella! Sei fuori di testa?! Dove sei? Che sono questi addebiti? Millecinque per cosa? Hai preso un visone?

No caro, non ho preso pellicce, gli rispondo, serena e sdraiata nella schiuma. Ho preso silenzio e rispetto. Sono in hotel.

Che hotel?! Perché?!

Perché casa nostra sembra la trattoria dello stadio e puzza di pesce. Io te lavevo detto niente ospiti. E tu mi hai risposto butta i tortellini. E allora li mangio qui: filetto e bagno caldo.

Ma sei matta? Torna subito! Sono soldi nostri! Servono per il terrazzo!

Il terrazzo può aspettare, ma i miei nervi no. Ah, arriverà un altro messaggio per la cena. Sui 400 euro, più o meno.

QUATTROCENTO EURO PER UNA CENA? Antonella, sei fuori! Ci sono i tortellini in freezer!

Mangiali con Andrea e Fabrizio. O che ballino pure! Sennò imparano.

Anto smettila, torna! I ragazzi adesso se ne vanno!

Davvero? E lodore se ne va pure? E chi lava i piatti? No, caro. La stanza è pagata. Domattina vado pure alla spa. Dicono che qui fanno dei massaggi divini.

E quanto costa ancora? È una rapina! Antonella, torno io a pulire tutto! Torna a casa!

Bene, vediamo domani allora di pranzo. Se sento altre urla, prolungherò la stanza. Tanto la carta è con me.

Chiudo. Spengo il telefono.

Cena: mi portano tutto con carrello, servizio dargento, filetto spettacolare e tiramisù che sa proprio di bar italiano. Sono lì in accappatoio, con lo skyline di Roma, e per la prima volta dopo anni non mi sento la serva, la donna-comodità, ma la regina della giornata. Anche se mi sto regalando questo lusso coi risparmi di famiglia.

Ho dormito come una pascià. Letto da sogno, nessuno che mi tira la coperta o russa in mezzo alla notte. Al risveglio, una luce limpida, finalmente una testa sgombra.

Spa: piscina, hammam, massaggio memorabile. La massaggiatrice mormora: “Ma lei è tutta contratta, signora, si deve voler più bene.”

Da oggi ci provo, le sorrido io.

Quando esco sono già le due. Accendo il telefono, raffica di messaggi. Uno, lultimo di Marco: Ho pulito tutto. Ti aspetto. Parliamone.

Taxi di nuovo, Comfort Plus. Mi merito anche questo.

A casa puzza di detersivo e limone, e pure un po di scuse. Marco è seduto in cucina con la faccia smontata; la casa risplende. Tappeti puliti, pavimenti lucidissimi, piatti a posto. Anche la stufa, che mi fa sempre penare, è perfetta.

Marco si alza di scatto.

Sei tornata… Non immagini che notte ho passato. Ma ti rendi conto di quanto hai speso? tira fuori la carta che lascio sul tavolo.

Sì, lo so. Tremila euro e trecentocinquanta. Questo è il prezzo della mia pace e della tua lezione.

Marco si mette le mani tra i capelli.

Tremila e trecento in una notte?! Mezza ristrutturazione!

E quanto costerebbe avere una donna delle pulizie-casalinga-cuoca-psicologa per dieci anni, Marco? Tu dai per scontato che io sia comoda. Che taccio, sopporto, servo i tuoi amici. Che il mio no valga aria. Ieri hai fatto finta che i miei sentimenti non esistessero. In casa mia mi sono sentita ospite.

Vuole ribattere, ma non gli esce nulla.

Non è stato… sono solo venuti senza avvisare…

E tu non sai dire di no? O i ragazzi sono più importanti? Senti, Marco: se succede ancora non vado più in hotel. Parto davvero. E credimi, la divisione dei beni costa molto più di tremila e rotti euro.

Marco guarda la carta, la cucina impeccabile, poi me. Ha capito che non scherzo. La vecchia Antonella accomodante si è persa per strada. Davanti a lui cè una donna bella, riposata, inattaccabile.

Va bene, hai ragione. Ho esagerato. Anche Andrea… maleducato. Gli ho detto che basta, non viene più.

Perfetto, accendo un sorriso appena. Ho fame. Sono rimasti i tortellini o vi siete scofanati tutto?

Marco spalanca gli occhi.

No! Ho fatto il brodo. Di pollo. Di dado, eh, ma ci ho messo pure la patata. Ne vuoi?

Mi sta quasi scappando da ridere. Brodo col dado, roba da medaglia doro.

Va bene, servimi pure.

Mangiamo in silenzio. Ogni tanto mi guarda storto, sembra non fidarsi. Ma io mangio, un po salato ma chi se ne frega, e penso che quei tremila euro sono stati linvestimento migliore della nostra storia. A volte, per farti rispettare, devi proprio diventare una donna costosa. Sul serio!

La sera guardiamo un film (stavolta scelgo io: commedia romantica, che lui chiama smanceria di solito). A un certo punto si avvicina, mi abbraccia.

Anto…

Eh?

Ma hai dormito davvero bene là in hotel?

Una meraviglia. Jacuzzi, vista fiume, accappatoio da favola…

Magari… si blocca. Magari la prossima volta ci andiamo insieme? Alla nostra festa, magari. Appena mettiamo da parte qualcosa, eh…

Mi appoggio sulla sua spalla.

Sì, ci andiamo. Ma la carta la tieni tu stavolta. Non si sa mai che mi prenda di nuovo voglia di filetto alle tre di notte.

Marco ride, nervoso, e mi stringe ancora.

Sai che appena posso imparo a farli io i filetti. Risparmio assicurato.

Sono passati sei mesi da quella notte. In casa non viene più nessuno senza preavviso e solo nei weekend. Ma la cosa più incredibile è che Marco ora si lava sempre la sua roba: piatti e tutto. Il fantasma del Grand Hotel e quei tremila euro in meno hanno fatto più di mille discorsi.

Io, intanto, ho aperto un conto tutto mio, lo chiamo Fondo Salvezza Personale. Ogni mese metto via qualcosina. Non si sa mai: voglio sempre poter dire che, se serve, la suite con vista fiume è comunque alla mia portata. E questa consapevolezza mi scalda più di qualunque camino!

Se ti sei rivista in questa storia e anche tu pensi che bisogna volersi bene e pretendere rispetto, fammelo sapere. Scrivimi nei commenti, metti mi piace e condividi: mi farebbe davvero piacere!

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

two × three =

Mio marito ha portato a casa gli amici senza chiedere, così ho preso la sua carta e sono andata a do…