Martina rientrò a casa nella nebbia di un sogno, tre giorni prima del previsto, stringendo tra le dita le buste colme di regali di famiglia che odoravano di conserve e nostalgia. Tutto aveva la trama onirica del ritorno: i sanpietrini sotto i suoi piedi sembravano tappi di sughero che la facevano rimbalzare sulla strada; i lampioni gettavano ombre lunghissime, come gatti di fumo; le sue spalle le sembravano fatte di pongo, deformate dal peso delle borse.
Sospirò, e il bambino dentro le fece il solletico con i calcetti. Sesto mese, pensava: come una di quelle lune piene che galleggiano appena sopra i tetti di Firenze. Aveva contato ogni oliva lungo lAutostrada del Sole, divorata dalla fretta di sorprendere suo marito. Che cosa starà facendo adesso Gabriele? Forse non ha idea che tra dieci minuti mi materializzo davanti al portone, pensava.
La strada sembrava liquida, e le borse piene di vasetti di marmellata fatta dalla mamma, pecorino, crostate pesavano come mura antiche. Dopo cinquanta passi, realizzò che la sua schiena la stava tradendo. Estrasse il telefono (il suo sogno-telefono emetteva solo il suono delle campane di una chiesa lontana) e compose il numero.
Gabriele, ciao sussurrò. Le parole uscivano dalla bocca come chicchi di riso.
Martina? Che succede? Tutto bene? rispose lui, con la voce impastata come pane crudo.
Tutto bene sono qui davanti casa, sono arrivata prima! Vieni giù ad aiutarmi. Ho le mani che trasudano olio doliva dal peso
Un silenzio surreale si insinuò tra i fili del telefono. Martina guardò lapparecchio, come se volesse controllare che le linee temporali non si fossero spezzate.
Qui, adesso? Ma dovevi arrivare giovedì! strillò lui.
Era una sorpresa Martina, delusa, diede un colpetto al marciapiede con la punta della scarpa. Non sei felice di vedermi? Vieni, ti prego
Aspetta! Non puoi salire adesso. Cioè, sì, ma… Martina, qui non cè neanche un grissino. Ho finito tutto ieri sera, credevo di avere ancora giorni davanti! Fai così: vai dal macellaio di notte, quello allangolo da Mario. Prendi del vitello, quello tenero, che voglio farti un pranzo vero, mica panini. E già che ci sei, anche qualche patata, che le nostre sono vecchie come la Cupola.
Ma Gabriele, sono incinta, con due borse che sembrano valigie dei pellegrini! Ho la schiena di cartapesta… ci sono uova e patate in casa, dai…
Ti prego te, Marti, è un attimo. Così faccio tutto come nei film! Tu compri, io cucino, e facciamo finta che la vita sia una commedia romantica! Chiedi aiuto se serve, facciamo contenti tutti.
Quasi come in una fiaba stortamente reale, Martina rimase in silenzio. Sembrava che il portone brulicasse di occhi invisibili, e che i suoi palmi scottassero come pane appena sfornato.
Gabriele, sei serio? Vuoi che vada al supermercato con queste borse e il pancione, invece di scendere tu ad aiutarmi? Non potresti interrompere… qualunque preparazione tu stia facendo?
Non capisci! È tutto pronto tranne il dettaglio! Compila la spesa, ti prego, per una volta sola… che sorpresa sarebbe se non avessi preparato la casa come un santuario!
Poi la chiamata cadde, proprio come una tegola di cotto toscano da un tetto malandato. Martina, col suo corpo che sembrava fatto di pesche mature, si trascinò verso il negozio con passi zoppicanti, cullata dalla logica storta del sogno.
Il supermercato era una grotta piena di scaffali-colline, e la cassiera aveva occhi da civetta assopita. Ogni patata che metteva nella rete sembrava pesare quanto una valigia di emigrazione. Quando uscì, le mani le tremavano come fili derba dopo il temporale.
Squillò il telefono.
Allora? Preso tutto? chiese Gabriele, con una voce allegra come la sigla di Domenica In.
Sì, sono davanti al portone… apri subito.
No, aspetta! Non salire! Siediti sulla panca e respira. Dammi dieci minuti!
Dieci minuti? Ma mi stanno per cadere le caviglie
È il tempo di un miracolo… cinque minuti, giuro! E staccò.
Martina scivolò sulla panca di legno come se stesse per dissolversi, circondata dal chiacchiericcio invisibile dei gerani alle finestre. Le borse la fissavano, pesanti come gattini addormentati.
Trascorsero dieci minuti, poi venti, poi trentacinque. Lei si immaginò sorprese: petali bianchi ovunque, cena a lume di candela, magari zampone che suona il violino dietro la tenda. Nulla che potesse giustificare quel sacrificio.
Alla fine, Gabriele sbucò dal portone, spettinato e sudato, la maglietta al contrario, odorante di candeggina e gelosia domestica. Afferrò le borse come eroi che salvano galline in campagna invasa dalla pioggia.
Eccoti qua! Dai, è bellissimo fuori! gridò. Aveva le gambe ballerine.
Perché puzzi come una lavanderia di Prato a luglio? domandò Martina.
Sorpresa! E via verso lascensore, saltellando come una moneta rotolata.
Aprì la porta con enfasi. L’appartamento odorava di salsedine chimica e limone industriale. Martina camminò, i piedi che scivolavano fra le piastrelle lavate a specchio. Niente calzini fuori posto, tappeto ancora lucido dacqua, polvere scomparsa. Persino le statuine portafortuna delle zie erano state spostate a far corona allaltare che era diventata la mensola più alta.
Eh? Hai visto? Gabriele brillava come un euro nuovo. Casa da rivista, te lo dico io!
Martina lo fissò. Tutto qua?
Gabriele si fece piccolo sullo sgabello come uno gnomo offeso. Ma… vedi? Tre ore di lavoro! Ho lavato pure sotto il letto, la tazza del bagno riflette il lampadario… volevo che entrassi e respirassi solo pulizia, che andasse tutto bene… ti ho fatto star giù solo per sistemare lultimo angolo!
Una palla di rabbia e delusione le salì in gola.
Ma quindi… per lavare per terra mi hai lasciata giù da sola, con la schiena a pezzi? Non potevi solo venirmi incontro?
Gabriele lasciò cadere lo straccio nel lavandino come un pezzo di carne lessa. Non sei mai contenta! Io mi sono alzato allalba, volevo che rientrassi a palazzo come una regina! Potevi aspettarmi per una volta!
Gabriele, la casa pulita mi serve meno che poter camminare. Io aspettavo solo un abbraccio e una mano sulle spalle, non una campagna pubblicitaria della candeggina!
Si litigarono come due personaggi di commedie allitaliana: volavano mani, gesti, sberleffi, accuse, Io ho fatto questo, io ho fatto quello!. Martina, esausta, si lasciò cadere sulla sedia, con il sacchetto di carne pronto per essere cucinato che puzzava di tutto davvero tranne che di gioia.
Dopo poco Gabriele tornò a fare loffeso: Vuoi che cucini, o preferisci digiunare per farmela pagare?
Lasciami soltanto stare, Gabriele voglio solo dormire, sussurrò lei guardando attraverso la finestra.
Fa come credi! ringhiò lui, sbattendo la porta.
Martina si trascinò al bagno. Lo specchio rifletteva una donna spettinata, i cerchi scuri sotto gli occhi come piccoli caffè non finiti.
Ripensò al viaggio, a come aveva immaginato che Gabriele lavrebbe aspettata con una coperta sulle spalle e un bacio in fronte. Invece aveva trovato solo il luccichio sterile della candeggina, una lite di saponi e rimproveri.
Alla fine, senza cambiarsi, prese il primo treno del mattino e tornò dai genitori, come se in sogno la casa pesasse meno di un pensiero leggero.
Tutti la scoraggiavano dal separarsi: suoceri, cugini, persino il parroco diceva di riprovarci ancora. Anche Gabriele chiamava, prometteva pomodori maturi e parole dolci, che avevano sempre lo stesso odore di pulito finto.
Ma Martina aveva deciso. Nella logica surreale del suo sogno, aveva compreso che non voleva un uomo che mette la lucidità del pavimento sopra il benessere della loro vita. E così tolse le tende, lasciando solo il profumo di marmellata di pesche dietro di sé.




