Raduno tutti a casa mia

Radunerò tutti da me
Aurora Primaveri appoggiò il tablet e prese il telefono:
Nonna, come stai? Ti senti bene? E il nonno? Beh, se sta friggendo le patate, allora va tutto bene. Ho finito il lavoro oggi, passo a prendere Daniluccio della ginnastica, poi andiamo al supermercato e presto saremo a casa.
Poi Aurora compose un altro numero:
Jacopo, ciao, sto tornando a casa, voi con Marianella siete già in strada? State arrivando? Fantastico, il nonno sta preparando le patate, ceneremo tutti insieme.
Aurora si alzò, mise in borsa ciò che le serviva, salutò i colleghi:
Ciao a tutti, alla prossima!
Ciao Aurora, buona serata!
Rapida, si infilò le ballerine sotto la scrivania, indossò limpermeabile e lanciò uno sguardo distratto al finestrone annerito dal crepuscolo. Era una tiepida sera autunnale. Le luci della città, Roma, brillavano amichevolmente, la gente si affrettava verso casa su strade cosparse di foglie. Aurora scorse il proprio riflesso nei vetri: pensò di non aver mai creduto fosse possibile anche per lei avere una vita normale, una casa, una famiglia che la aspettava. Fino a poco tempo prima era convinta che mai ci sarebbe riuscita.
Sì, la sua era una famiglia strana, ma tutti si volevano veramente bene.
Sua madre abbandonò Aurora subito, nata e lasciata in ospedale. Nei documenti del brefotrofio cera solo una frase: madre ignota, senza documenti, padre assente. Persone sconosciute le diedero il nome, Primaveri perché la trovarono ad aprile. Perché Aurora? Nessuno laveva mai saputo. Da piccola giocava solo con i bambini maschi. Il suo migliore amico si chiamava Jacopo, di un anno più grande, pure lui Primaveri così succedeva per chi non aveva genitori.
Aurora studiava bene, sempre diligente e laboriosa, socievole allestremo per il sogno di essere adottata. Le case vere le aveva viste solo nei film. Ma chi sa, forse era troppo alta, troppo magra, troppo scomposta. Oppure la sorte laveva presa di mira. Quando Jacopo fu adottato, Aurora pianse tutta la notte, non per invidia, ma perché perdeva lunico amico.
Aurora, vuoi che rinunci? le chiese lui, dietro gli occhiali.
Sei matto Jacopo? Non si rifiuta la felicità. Vai, ognuno ha la propria sorte. Ti troverò, te lo giuro! promise Jacopo. Ma Aurora rise non cè bisogno!.
Finito il liceo, Aurora entrò in un istituto tecnico per geometri, visse in una pensione per giovani. Quando si diplomò, le diedero un piccolo alloggio popolare, come a tutti gli orfani. Era in periferia? Pazienza! Si trovò subito lavoro in uno studio di progettazione, sistemò la sua vita adulta. Molte amiche, ma per la famiglia non era ancora il momento, decise.
Aurora sognava una casa con un marito che la amasse, e figli, almeno due, magari tre, che giocassero, corressero e gridassero: «Mamma! Papà!». Queste parole la riscaldavano come magia, parole quasi sconosciute, mamma e papà. Aprire la porta e sentire correre incontro i bambini: Mamma! Papà!. Come una fiaba strana e dolce.
Una sera, tornando a casa, la porta del palazzo si spalancò e un ragazzo le corse addosso, quasi la buttò a terra, stringendo una borsa. Quando entrò, trovò una vecchietta distesa sulle scale:
La pensione… la borsa… mi ha spinto, non vedo senza i miei occhiali!
Aurora corse in strada, ma ormai il ragazzo era sparito. Aiutò la nonna a risollevarsi, per fortuna non si era fatta troppo male.
Come si può essere così crudeli, figlia mia? singhiozzava la nonna.
Aurora la accompagnò a casa; il marito, il nonno Augusto, era a letto malato e non si muoveva. Aurora iniziò a visitarli spesso, portava loro la spesa, visto che ormai la pensione era stata rubata. Denunciarono il fatto, ma il ragazzo non si trovò più, anche se Aurora ricordava bene il suo viso. La borsa fu ritrovata pochi giorni dopo, sotto casa, senza soldi, ma con i documenti: meno male.
Aurora divenne quasi di famiglia, la chiamavano nipotina, non avevano nessun altro al mondo.
Poi, come nei sogni strani, un giorno in autobus un ragazzo la fissava e sorrideva:
Signorina, ha un volto familiare. Ci siamo conosciuti?
Non credo rispose lei ridendo.
Si chiamava Gennaro, viveva con la mamma, lavorava come impiegato. Le raccontò quasi tutto di sé in pochi passi, come se già la conoscesse. Sembrava persino di ricordarsi di lui, daltronde Roma è come una grande piazza.
Gennaro iniziò ad aspettarla ogni sera, laccompagnava fino alluscio. Una sera lo invitò a casa, una tazza di tè, qualche fetta di pane e olio. Così, distinto, gli raccontò dellinfanzia in orfanotrofio. Gennaro la fissava, come se volesse confessare qualcosa ma restava zitto forse la compativa. Aurora si sentiva attratta, ma qualcosa la inquietava.
Alla visita successiva accadde limprevedibile:
Gennaro entrò, Aurora mise a bollire lacqua. Lui la avvicinò, la circondò con le braccia.
Gennarino, andiamo con calma?
Ma lui le strinse i polsi. Poi Aurora urlò, mentre lui sibiliava crudele:
Mi hai rovinato, sapevo di te, maledetta! Ho scoperto che eri la ragazza dellorfanotrofio. Ho visto anche lidentikit! Non parlare, tanto chi ti crede?
Traumatizzata, Aurora non denunciò, temeva lo scandalo. Un mese dopo, fu portata via dallufficio in ambulanza: gravidanza extrauterina, operazione durgenza, forse non avrebbe più avuto figli.
Nonna Teresa le fu vicina, la vegliava con brodo e tisane, sussurrava parole di coraggio. Aurora uscì dallospedale svuotata, camminava per Roma senza meta finché i suoi passi la condussero al monastero delle Suore Benedettine. Il cielo pareva di vetro blu, le campane inalzavano oro e suono tra le cupole. Nei giardini i volontari toglievano le ultime rose dellautunno.
Primaveri Aurora? si alzò una voce.
Un monaco sorridente si avvicinò, lei trasalì:
Jacopo! lo riconobbe e pianse, abbracciando forte lamico. Lui le asciugò le lacrime:
Andiamo in refettorio, cè il risotto e le crostate. Poi parleremo.
Aurora non ricordava bene neanche come, ma confessò a Jacopo ogni angolo del cuore, e lui ricambiò: la dura adozione, le botte del patrigno, la fuga, il vagabondare, finché trovò pace come laico in convento.
Tornando a casa pensava a quanto la vita fosse diventata luminosa, grazie a Jacopo. Se non fosse stato per lui, non sarebbe più tornata. Passò giorni al monastero e lì decisero cosa fare.
Nonna Teresa e nonno Augusto volevano già lasciare la casa ad Aurora, ma lei e Jacopo pensarono di più:
Vivremo tutti insieme, dissero.
I vecchietti quasi non credevano alla gioia; pensavano che non avrebbero mai trovato chi volesse vivere con loro.
Aurora e Jacopo Primaveri sono sposati ormai da cinque anni. Si sono trasferiti nella prima cintura verde di Roma, nellappartamento cè spazio per tutti. Nonna Teresa e nonno Augusto stanno davvero bene: finalmente hanno una famiglia. Due anni fa, il sogno: adottarono due bambini, Danilo e Marianella, proprio dallo stesso brefotrofio.
Jacopo, ti ricordi quando aspettavamo con ansia che qualcuno ci portasse a casa, che avremmo avuto una famiglia? cinguettava raggiante Aurora Guarda i loro occhi, giuriamo che saremo i genitori che abbiamo sempre sognato da bambini.
Ed ecco:
Mamma, dovè papà? Nonna, vieni a vedere cosa abbiamo costruito io e il nonno!
Aurora non vuole nemmeno ricordare il passato triste. Anche se una volta nonna le sussurrò che avevano arrestato quel delinquente di nuovo nei pasticci, in galera, stavolta per davvero.
Che la giustizia renda a ciascuno il giusto, in questa vita e nellEterna.

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