Ho Perso la Mia Destinazione

NON HO DATO IMPORTANZA AL DESTINO

Dicono che cercare l’amore al lavoro sia una cosa poco seria. Io non lo cercavo affatto. È stato l’amore a trovare me. E non con le sembianze di un collega galante con una tazza di caffè e una cravatta, ma sotto forma di un uomo silenzioso in una “Alfa Romeo” nera in fila per il carburante. Lavoravo in un distributore.

Inizialmente, si limitava a guardarmi in silenzio. Poi cominciò a sorridere. E, a un certo punto, sembrò conoscere i miei turni e arrivava solo quando ero di servizio. Io mi chiamavo Elena. Avevo 33 anni. Ero una vera ragazza ribelle: biondo platino, ardita, schietta, con un carattere formato in un ambiente maschile. E lui… lui era diverso. 42 anni, occhi del colore del cielo di febbraio, spalle capaci di sfondare muri. E un sorriso… calmo, sereno, un po’ da ragazzino.

Lui si chiamava Cesare. Viveva in una casa vicino alla stazione di servizio con il figlio e un cane di nome Rocky. Il figlio era di un precedente matrimonio. La moglie li aveva lasciati entrambi. Non lavorava. Era un rentier, riceveva entrate da quattro appartamenti ereditati dalla nonna, e viveva semplicemente. Viaggiava, passeggiava, si rilassava.

Un giorno, si avvicinò alla pompa e disse: “Andiamo, ti mostro una città in cui ti innamorerai”. Poi fu un’altra città. E un’altra ancora. Bevavamo birra nei caffè semivuoti, andavamo negli alberghi sulla costa fuori stagione, dormivamo con il rumore delle onde, passeggiavamo nei mercati di Roma e Firenze, ascoltavamo jazz a Torino.

Mi innamorai. Mi persi completamente in lui. Io, che avevo sempre mantenuto la mia libertà e non credevo alle etichette, dopo solo tre mesi già vivevo con lui. Non avevamo formalizzato nulla, eravamo semplicemente insieme.

Inizialmente parlavo di avere un bambino. Sognavo. Immaginavo come sarebbe stato fare passeggiate in tre: io, lui e il piccolo. Ma Cesare era categorico. Mi disse che aveva già “scontato la pena” della paternità e non avrebbe firmato nuovamente per questo. E, soprattutto, i bambini limitano la libertà.

“Non potresti volare a Capri per il weekend con il pancione, Elena, e poi ancora con il passeggino sui ciottoli. Non sarebbe vita, ma una prigionia”. Lo diceva con una tale calma e sicurezza che, come ipnotizzata, cominciai anch’io a temere il futuro con un bambino.

Così passarono gli anni. Diventai la devota ancella della sua vita spensierata. Cucinavo, stiravo, compravo i suoi dolci preferiti, ridevo quando dovevo, e lui… Lui guardava sempre più calcio, sfogliava il giornale con pigrizia e diceva che io ero “quella giusta”.

Suo figlio crebbe. Inizialmente mi disprezzava. Poi cominciò a guardarmi con interesse. E infine portò a casa una ragazza – proprio com’ero io sei anni fa. Giovane, vivace, bionda. Passava la notte da noi, rideva alle mie battute, mi chiamava “Elenuccia”.

La guardavo e capivo tutto. Volevo urlare: “Scappa! Non sprecare la tua vita come ho fatto io! Non perderti, non smettere di sognare. Puoi ancora cambiare tutto!”

E io? Non ci credo più. Ho 39 anni. Non ho figli. Ho lasciato il lavoro, perso gli amici, i genitori non ci sono più. Rimangono solo io, Cesare, Rocky e un amore arrugginito che da tempo è diventato un’abitudine.

Lui continua a non lavorare. Continua a raccogliere l’affitto dagli appartamenti, e ogni sera continua a bere birra. E io continuo a servire un piatto con insalata davanti a lui e ad aspettare. Aspetto di sentire che non è ancora tutto perduto. Ma è un’illusione.

A volte, di notte, mentre lui dorme, esco sul balcone e guardo il cielo. E mi sembra che, se solo lo desiderassi intensamente, potrei cambiare tutto. Solo che è tardi. Ormai è troppo tardi.

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