Ho tradito la memoria di mio padre.

Ho camminato per i vicoli del mio quartiere a Torino per più di unora, anche se tra casa e il panificio ci sono solo cinque minuti a piedi. Ma questa sera mi sembrava più grigia e malinconica del solito. Non avevo davvero voglia di tornare nellappartamento dove mi aspettava solo un bollitore freddo, il pavimento da pulire e il vecchio gatto grasso, Cesare. Negli ultimi anni è stato il mio unico compagno di chiacchiere, se non conto la televisione che accendo dalla mattina presto e spengo solo quando vado a dormire, perché sentire voci in casa mi fa sentire meno sola.

Le gambe mi facevano male, il ginocchio mi doleva, piovigginava da ore. Ma mi sono comunque fermata nel piccolo parco giochi, dove tutte le altalene e le panchine erano ormai fradice. Ho scelto la panchina sotto il fungo di ferro arrugginito, infilando le mani in profondità nelle tasche del mio vecchio cappotto di panno, ormai alla sua settima stagione, ma comprarne uno nuovo non avrebbe avuto senso.

Una volta, quando mio marito Tommaso era ancora vivo, la vita era unaltra cosa. Casa piena di urla, risate, confusione: in quel bilocale crescevano due figli, il maggiore, Andrea, e la piccola Sara. Ora anche loro sono lontani, Tommaso non cè più già da quindici anni, e, come capita spesso, i figli a cui si era dato tutto, ora volano altrove e si dimenticano di guardare indietro.
Andrea con la moglie e i due bambini si è stabilito a Firenze, mentre Sara è sparita a Milano; ha sposato uno di quei consulenti informatici di successo e ormai sono sempre in viaggio: trasferte, vacanze fuori Italia. Si ricordano di me quasi solo a Natale e per il mio compleanno, un messaggio su WhatsApp, auguri mamma, un bacione, qualche foto dei nipotini sconosciuti, che passano le estati tra i campus linguistici, la Spagna e i corsi privati invece delle giornate da nonna.

Un corvo fradicio saltellava sullasfalto bagnato cercando da mangiare: lho osservato e ho sospirato. Da giovane pensavo che i figli sarebbero stati la mia compagnia in vecchiaia, che la casa si sarebbe riempita delle voci dei nipoti. Invece Andrea chiama al massimo una volta al mese, se si ricorda, sempre lo stesso discorso: Mamma, come stai? Qui un casino col lavoro, i piccoli son malati, capisci, non ho tempo. Sara peggio ancora; da quando le giro i bonifici della pensione via app, sono convinti che le questioni sostanziali siano risolte.

Così, la mia vita da pensionata è diventata un eterno Giorno della Marmotta: sveglia, TV, colazione con Cesare, un caffè o qualche biscotto, di nuovo TV, a pranzo, TV, la passeggiata serale, e infine, di nuovo, TV. Ogni tanto mi sorprendo a parlare a voce alta, a commentare i programmi o a lamentarmi con il telegiornale. Cesare mi fissa con il suo occhio giallo, scodinzola e poi va a dormire sulla poltrona.

Stasera, più che mai, non volevo rientrare. In casa cera il vuoto e lafa di troppe emozioni trattenute. Anche quando la pioggia si è fatta insistente, sono rimasta lì, rannicchiata, il cappotto stretto addosso e il berretto calato sugli occhi.

Lia? ho sentito una voce venire da dietro. Lia, sei tu?

Mi sono scossa e ho alzato la testa. Accanto alla panchina cera un uomo alto e un po ingobbito, con un vecchio impermeabile marrone e il berretto calcato sulla fronte da cui scappavano capelli ormai bianchi e occhi grigi attenti. Lho riconosciuto subito: era Gianfranco, il pensionato del palazzo accanto, quello che cammina sempre lento col bastone. Ogni tanto ci incrociavamo in ascensore o vicino ai bidoni e ci scambiavamo due parole sul tempo, niente di più.

Franco? Che ci fai qui sotto la pioggia? Prenderai freddo, ho detto sorpresa.

E lei? mi ha sorriso, sedendosi vicino su un pezzo di giornale che aveva tirato fuori dalla tasca. La vedo qui da un sacco di tempo, pensavo se ne fosse già andata e invece è ancora seduta. Così ho deciso di scendere a vedere se andava tutto bene.

Tutto tranquillo, ho risposto. Solo che non ho voglia di tornare a casa. Una malinconia, Franco, che sembra non finire mai.

Capisco, ha annuito lui, tirando fuori una piccola fiaschetta. Un goccetto di brandy? È la medicina della solitudine, sa… Io non bevo mai, ma a volte trenta gradi servono per scaldare il cuore.

Ho esitato, poi ho pensato: tanto chi mi vede, chi mi giudica? Ho preso la fiaschetta e ne ho assaggiato appena un sorso. Un calore piacevole mi ha invaso.

Grazie, ho detto restituendogliela. Ma lei, Franco, sua moglie?

Era ha sospirato , è già il terzo anno che non cè più. I miei figli sono a Roma, uno a Testaccio, laltro a Montesacro. Sempre presi, famiglia, lavoro… Passano due volte lanno, il resto è una chiamata la domenica. Così va.

Anche i miei sono lontani, ho riassunto. Chiamano poco. Mio marito ormai… una vita fa.

Siamo sulla stessa barca, ha detto lui scuotendo il capo. Due solitudini che si incontrano.

Per un lungo momento non abbiamo parlato. Ma il silenzio era stranamente compagnone, come se ci conoscessimo da tanto e non ci fosse più bisogno di dire nulla.

Lo sa, Lia? ha detto allimprovviso, con una punta di imbarazzo. La osservo da tempo. Sempre così curata, elegante, passeggia da sola… Mi son detto tante volte di avvicinarmi, ma non ne avevo il coraggio. Stasera ho pensato che fosse un segno del destino.

Mi osservava? ho chiesto stupita.

E cosa dovrei fare? ha sorriso. Guardo dalla finestra: lei passa sempre agli stessi orari. Quando non la vedo, mi preoccupo persino.

A quelle parole mi ha fatto quasi piacere sentirmi vista, mi sono riscaldata dentro. Sentivo che qualcuno si preoccupava per me.

Allora, passeggiamo insieme, dora in poi? ha proposto Gianfranco. Così è anche più sicuro. Se succede qualcosa, ci sono io con il bastone.

E chi ci deve attaccare? I corvi? ho riso apertamente per la prima volta da mesi.

Lui ha annuito sorridendo, e ci siamo stretti la mano. Da quel giorno, la mia vita ha preso colore. Ci incontravamo ogni sera dopo cena, se il tempo lo permetteva, e passeggiavamo verso il parco del Valentino. Gianfranco era un ex ingegnere; aveva lavorato una vita alla FIAT. Ora si era appassionato di storia, scriveva articoli per il giornalino di quartiere. Io ero stata ragioniera, capivo poco di storia, ma sapevo ascoltare. E Franco a sua volta adorava le mie storie dei figli, della casetta in Liguria venduta troppo in fretta, perché a nessuno dei due importava più del rustico tra gli ulivi.

Le nostre serate volavano via, seduti su una panchina o camminando piano. Quando tornavo a casa mi accorgevo di sorridere, qualcosa che pensavo non avrei più fatto. L’appartamento era diventato più accogliente; ora preparavo la cena anche per Franco, pensavo a ciò che avrebbe potuto piacergli. Perfino Cesare, sentendo il profumo delle torte rustiche che sfornavo, era diventato più affettuoso.

Dopo circa un mese, una sera, Franco è rimasto a dormire da me, quasi per caso; era tardi, e gli ho proposto il divano letto. La settimana dopo aveva già portato ciabatte e spazzolino da denti. Ero felice: la mattina sentivo i suoi passi in cucina, sentivo di nuovo la gioia nella routine. La televisione non serviva quasi più: si parlava, si rideva, si condividevano silenzi. Cesare, allinizio geloso, poi aveva capito: spesso dormiva ai piedi di Franco.

Franco, facciamo i cannelloni domani? gli ho chiesto una sera, ridendo.

Volentieri. Tu pensa alla pasta, io prendo la carne.

Non mi pareva vero, essere così serena a questetà. Ma in fondo la serenità non conosce età, mi dicevo davanti allo specchio.

Cera però unombra: i miei figli. Non trovavo il coraggio di dirlo a Andrea e Sara. Avevano idolatrato loro padre, Tommaso; avevo paura pensassero che tradissi la sua memoria. Anche dopo questi anni senza di lui, spesso le conversazioni finivano lì: Papà avrebbe fatto così, papà sarebbe stato fiero di noi.

Franco, percependo il mio tormento, non insisteva.

Sono tuoi figli, Lia mi diceva. Parlagliene quando ti sentirai pronta.

Arrivò il mio compleanno. Andrea scrisse: Mamma, con Sara abbiamo deciso di festeggiare insieme, arriviamo tutti in treno. Che vuoi come regalo? Restiamo tre giorni, portiamo anche i bambini.

Ho sentito un brivido di panico, poi il cuore in gola. Franco… mi sento in trappola gli dissi quella sera dopo cena. Hanno deciso di venire: tutti, con i nipoti.

Bene, rispose calmo. Ci presenterai. Che male cè?

Non è facile. Temono che faccia torto alla memoria del papà. Puoi restare a casa tua quei giorni? Avrò tempo di preparare il discorso… Poi, il secondo giorno, vieni tu, te li presento.

Franco ha taciuto un attimo. Lia, dobbiamo proprio nasconderci? Non sono un amante da tenere segreto. Voglio solo vivere tranquillo con te. Se vuoi così per davvero, va bene, ma mi sembra triste.

Per favore, ho supplicato. Solo per qualche giorno.

Va bene, Lia, ma ricorda: io per te ci sono, ma non voglio nascondermi all’infinito.

Il mattino seguente Franco ha preparato una borsa e se nè andato. La casa si è ghiacciata nel silenzio, Cesare ha girato spaesato per cercare Franco, io mi sono seduta sul letto e ho aspettato i miei figli.

Sono arrivati di buonora, nei giorni seguenti: Andrea, sua moglie Martina, i bambini, Sara con il marito Marco e la piccola Sofia. In casa era un viavai, tavoli da apparecchiare, regali ovunque, voci. Ma nei miei pensieri cera solo Franco.

Quella sera ho chiamato Andrea e Sara in cucina. Avevo il cuore in gola.

Figli, vi devo parlare.

Che succede mamma? Andrea ha subito pensato al peggio.

Non è niente di male. Solo… ormai da qualche mese sto con una persona. Gianfranco. Viviamo insieme.

Un silenzio gelido ha riempito la cucina, come se avessi detto lirreparabile.

Insieme? Sara mi fissava con quegli occhi da reginetta. Mamma, quanti anni hai? Ti sembra il caso?

Sessantacinque ho sussurrato. Ma sono viva.

Andrea non ha retto. Quindi porti un estraneo nella casa che era di papà? Lo hai tradito! Lui era tutto per noi, e tu…?

Franco non è uno qualunque, dicevo io, è una brava persona, ingegnere, anche lui solo…

Non mi interessa chi è! ha sbraitato Andrea. Tradisci tutto quello che hai sempre sostenuto. I nostri figli non dovranno vedere questa roba.

Andrea, abbassa la voce, svegli Sofia, Sara però parlava forte quasi quanto lui. Ma ti sei mai posta il problema di chiederci qualcosa? Magari a noi non va!

E io dovrei chiedere a voi il permesso di avere qualcuno accanto? Sono vostra madre, sono adulta!

Ma cosè questo?! Andrea gridava. A sessantacinque anni vuoi pensare alla vita privata? Pensa ai nipoti! Se vuoi vedere noi, devi scegliere: o noi o lui.

Sara ha annuito. Questo è il punto. O noi, o lui. Scegli.

Sono rimasta senza parole, la testa bassa mentre mi scivolavano le lacrime. Non sapevo rispondere altro. Andrea e Sara hanno chiuso la conversazione e sono usciti dalla cucina, lasciandomi sola.

Quella notte non ho dormito. Pensavo a Franco che mi stringeva la mano, alle nostre risate, alle serate passate insieme. Poi rivedevo gli sguardi duri dei miei figli.

La mattina dopo Andrea mi ha detto che sarebbero partiti prima, che non volevano festeggiare un compleanno in questo clima. Hanno lasciato i regali, salutato in fretta. Sono usciti tutti, la casa era silenziosa e fredda come non mai.

Tutto il giorno sono rimasta immobile. Cesare, saltato in braccio, cercava di rassicurarmi col suo ronfare, senza risultato. Nel tardo pomeriggio ho preso il telefono e chiamato Franco.

Franco, ho detto, la voce spezzata. È meglio che non ci vediamo più. I miei figli non vogliono saperne. Mi hanno chiesto di scegliere. Scelgo loro. Mi dispiace.

Ma Lia… era incredulo. Ti manipolano. Non hanno diritto di scegliere per te.

Lo so. Ma sono miei figli. Tu… sei stato un dono, ma io Scusami, Franco. Addio.

Ho chiuso la comunicazione, ho spento il telefono, ho preso in braccio Cesare e ho pianto come dopo la morte di Tommaso, ma allora almeno cerano i figli col loro caldo.

Sono passati due mesi. La TV è tornata il mio rumore di fondo, Cesare ogni tanto si ferma davanti alla porta come in attesa. Ho tante volte pensato di chiamare Franco, ma la promessa fatta ai figli mi inchioda la mano.

Da loro, le notizie sono sempre meno frequenti, un messaggio, una foto. Nessuno viene più a chiedermi come sto davvero.

Una sera, per caso, ho incontrato la signora Giovanna, la pettegola del quarto piano.

Lia, comè che da un po non si vede più Franco? Litigati? Lui sta male, pover’uomo. Lho visto col bastone, magro, pallido. Anche suo figlio è venuto a trovarlo, ma se nè andato subito.

Mi si è stretto il cuore. Entrata a casa, ho fissato il telefono a lungo. Poi, tremando, ho composto il suo numero.

Sì, una voce debole, quasi irriconoscibile.

Franco… sono io. Come stai?

Lia? Sei tu? Hai avuto il permesso dei figli?

Non parliamo di loro, ti prego. Perché non mi hai detto che stavi male?

Non volevo pesarti, ha detto con un fil di voce.

Che sciocco sei, ho risposto piangendo. Aspettami, ora arrivo.

Sono corsa da lui, portando una sporta piena di cose. Quando ha aperto, mi ha abbracciato forte e le sue mani tremavano.

Scusami, Franco, ho detto. Sono stata una stupida. I miei figli non hanno mai capito quanto tu sia importante per me. Io scelgo te. Tu sei la mia famiglia adesso.

Ma non litigare con i tuoi figli per colpa mia, ha sussurrato.

Non preoccuparti. Ho passato la vita a farmi comandare: ora basta. Voglio essere felice, per una volta.

Quella notte ho dormito da lui. Al mattino, con il cuore leggero, ho chiamato Andrea.

Andrea, ho deciso. Vivrò con Franco. È una scelta mia, se non riuscite ad accettarlo pazienza, ma non permetterò più che mi diciate cosa posso fare. Vi voglio bene comunque. Non giudicatemi.

Silenzio, poi: Mamma, sei pazza. Ti avevamo avvisata.

Avvertita sì, ma io scelgo per me. Vi aspetto sempre se volete, ma la mia vita è la mia. E la memoria di papà non la tradisco, questo non dovete giudicarlo voi.

Ho riattaccato, sentendomi finalmente libera. Una settimana dopo è arrivato un messaggio di Sara: Mamma, ci abbiamo pensato. Non approviamo, ma se ti fa stare meglio Vieni pure a trovare i nipoti quando vuoi. Ma di Franco per favore non parlarci.

Ho letto il messaggio, ho sospirato e poggiato il telefono. Sapevo che non era unaccettazione, ma almeno era una tregua. E soprattutto, accanto a me cera Franco. Accarezzava Cesare, sorrideva, la TV mormorava in sottofondo. Ma ora avevo qualcuno con cui parlare davvero.

Franco, domani facciamo i cannelloni?

Certo, mi ha sorriso con uno sguardo pieno di luce. Porto io la carne, tu pensa alla pasta.

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