I confini dell’amore

I confini dellamore

Mi pare ancora di vedere la scena, anche se sono passati tanti anni, come se stesse accadendo di nuovo: Giulia entrava veloce in salotto, furiosa. Non diceva una parola, gettava il cellulare sul divano con tale forza da farlo quasi cadere per terra. Poi si sistemava nervosamente una ciocca di capelli sfuggita dallo chignon. Era evidente che stava lottando per trattenere le emozioni.

Ha chiamato di nuovo sospirava, rivolgendosi al marito. È già la terza volta stamattina!

Giulio, che si trovava sul divano a scorrere pigramente il cellulare mentre finiva il suo caffè, alzava lo sguardo sereno su di lei, senza la minima traccia di irritazione.

È solo preoccupata per Martina diceva con voce pacata. È la prima volta che fa la nonna… per lei è tutto nuovo, tutto da scoprire.

Giulia si voltava di scatto, lo sguardo acceso.

Preoccupata? la sua voce tagliente suonava quasi offesa. Non è preoccupazione, è controllo! Te lo ricordi cosa è successo ieri? È piombata qui senza neanche avvisare, in pieno pomeriggio. Subito in cucina, a frugare nel frigo come fosse casa sua. Poi ha pure detto Ma cosa dai da mangiare alla bambina? Perché tutti questi omogeneizzati? Bisogna darle cibo vero, sano, naturale!

Giulia imitava la suocera, alzando le mani come per scuotersi di dosso quel ricordo.

Giulio poggiava la tazzina sul tavolino con gesto calmo, evitando di alimentare il fuoco.

Dai, non litighiamo mormorava piano. Forse si sente sola. Francesco quasi non viene mai a trovarla, e noi…

E noi lo interrompeva Giulia, viviamo la nostra vita. Ce la caviamo, eccome! Ma ogni giorno è la stessa solfa, ogni giorno visite, commenti, consigli… sempre uguali. Non ne posso più!

La voce di Giulia si incrinava e per un attimo taceva, raccogliendosi. Giulio la osservava, colmo di comprensione ma incapace di trovare le parole giuste. Sapeva che non erano semplici capricci: era la fatica accumulata per quella sensazione continua di essere messa in discussione come madre.

Dalla cameretta arrivava un pianto sommesso: Martina si era svegliata. Giulia smetteva di parlare di colpo, lanciando al marito uno sguardo ancora carico della frizione appena esplosa. Senza aggiungere altro, si dirigeva spedita verso la figlia. Giulio restava in cucina ad ascoltare sua moglie che cullava e intonava una ninnananna per la piccola.

Ma la situazione non migliorava affatto. La signora Livia ora si presentava alla porta non a mani vuote, ma con borse ricche di prodotto genuino: panna fresca in barattolo di vetro, ricotta fatta in casa, mazzetti derbe di campagna che curano tutto, credimi.

Un giorno, quando Giulia tirò fuori un vasetto di omogeneizzato per la figlia, la suocera comparve in cucina e fece una smorfia vedendo cosa la nuora stava per dare alla bambina.

Ma è roba chimica quella! esclamò, toccando letichetta con disgusto. Lunica cosa che serve a un bambino è la genuinità! Ti ho portato ricotta vera, di paese. Lì non ci sono porcherie.

Giulia inspirò a fondo, sforzandosi di restare calma. Si girò verso la suocera, mise il vasetto sul tavolo e cominciò a spiegare con gentilezza, ma con fermezza:

Sì, la genuinità è importante. Però Martina ha solo sei mesi, il pediatra mi ha detto che per ora servono prodotti adatti, bilanciati e sicuri.

I pediatri sono dei mediconi! ribatteva Livia senza nascondere il fastidio. Io i miei figli li ho cresciuti con i prodotti veri, mai un omogeneizzato! Guarda come sono cresciuti forti!

Si avvicinava decisa al frigorifero a prendere la ricotta, allungando già la mano verso il cassetto delle posate. Giulia osservava la scena sempre più in tensione e quando la suocera si diresse verso la stanza della bambina con il cucchiaio colmo di ricotta, intervenne.

Basta! la sua voce risuonò netta. Si frappose tra la suocera e la cameretta. Non darà niente a mia figlia che io non abbia approvato. Apprezzo la premura, ma le decisioni su Martina spettano a noi genitori. Se vuole aiutarci, basta chiedere di cosa cè bisogno. Basta scegliere tutto da sola.

Livia si bloccò, rossa in volto e con la bocca serrata tanto da far sparire le labbra. Posò la vaschetta sul tavolo, si girò e senza dire una parola uscì di casa. Dietro di lei la porta sbatté così forte che per un attimo la casa fu immersa in un silenzio pesante. Giulia rimase per qualche secondo in piedi in cucina, le mani strette a pugno per fermare il tremore. Martina la richiamò piagnucolando e la madre accorse, sforzandosi di tornare padrona di sé…

*************************

Il silenzio durò poco. Già il giorno dopo la porta si spalancò di nuovo: Livia era lì, stavolta con un librone di vecchie ricette in pelle sgualcita, aria grave, quasi solenne, come se portasse la verità rivelata.

Senza neppure salutare, si accomodò in cucina, dove Giulia cucinava il pranzo, e aprì il libro su una pagina segnata.

Guarda qui insistette, puntando il dito su un paragrafo : Il bambino deve stare al caldo. Il freddo è il peggior nemico di un neonato. E tu la porti a passeggio così, con una tutina leggera! Ma siamo pazzi?

Giulia, col mestolo sospeso in aria, si girò lentamente, stringendo le labbra per non esplodere.

La vesto in base alla temperatura, rispose con un sorriso diplomatico. Oggi fa caldo, non rischia di prender freddo. Anche surriscaldarla però è pericoloso: può venirle il sudore o peggio ancora. Il medico ha detto che bisogna guardare la bambina e la giornata.

I medici non capiscono niente! la interruppe Livia, sbattendo la mano sul libro. Ai miei tempi nessuno diceva queste cose: si coprivano i bambini per bene e stavano benissimo!

Giulia sentì la gola stringersi, le mani si irrigidirono sul mestolo. Doveva restare lucida: urlare o piangere non sarebbe servito a nulla.

Signora Livia disse guardandola negli occhi ho un grande rispetto per la sua esperienza. Lei ha cresciuto due figli, so quanto vale. Ma ora la madre sono io e la responsabilità per la salute di Martina è la nostra. Ascolto i dottori, mi documento, osservo la bambina. Mi fido di ciò che scelgo. Le chiedo solo di non interferire: io e Giulio sappiamo cosa è meglio per nostra figlia.

La suocera restò immobile. Gli occhi lampeggiarono di stizza, la bocca tremò in cerca di una risposta tagliente. Ma invece richiuse il libro di scatto, lo raccolse e uscì verso la porta. Stavolta la chiuse con tanta forza che le ante della credenza vibrarono e il coperchio della pentola sobbalzò.

Giulia rimase sola nel silenzio pungente della cucina, le mani ancora tese dalla rabbia e dalla stanchezza. Si avvicinò alla finestra, vide la suocera uscire dal portone, e solo il chiacchiericcio allegro di Martina nella cameretta la convinse a scuotersi. Il pranzo doveva proseguire, e la sua bambina era lì ad aspettare di vederla sorridere.

Quando la sera calò e la piccola si addormentò, Giulio entrò in cucina. Giulia era seduta nel semibuio, le mani nei capelli, le spalle che tremavano leggermente. Non aveva toccato cibo.

Giulio si avvicinò piano, si sedette accanto a lei, posandole la mano sulla spalla, in silenzio.

Stai bene? le chiese sottovoce, dolce.

Giulia sollevò il viso. Gli occhi gonfi di lacrime, le palpebre arrossate, la fatica che si leggeva in quei lineamenti dolci.

No, sussurrò con la voce che tradiva la tensione. Non ce la faccio più. Ogni volta che entra in casa è come ricevere un pugno. Capisco che tenga a Martina, ma perché non vede che la adoriamo? Facciamo di tutto per lei, non siamo degli sprovveduti. Seguiamo orari, ascoltiamo il pediatra, scegliamo il meglio… Ma lei sembra non accorgersene mai! Sa solo criticare.

Lui la abbracciò, attirandola a sé. Sentiva ogni fibra del suo corpo tesa, tutto vibrava di stanchezza.

Parlerò io con lei promise con fermezza. Le dirò chiaramente che le sue continue ingerenze ci fanno solo male. Non possiamo vivere sempre così.

Giulia lo guardò scuotendo la testa.

No, lo pregò piano, stringendosi di più. Per favore non creare uno scandalo. Ho solo bisogno che tu sia dalla mia parte. Che tu creda in me, nel modo in cui sto crescendo nostra figlia.

Lui le accarezzò i capelli, le posò un bacio tenero sulla testa.

Sono dalla tua parte, lo sono sempre stato. Sei una mamma meravigliosa, Giulia, e stai facendo tutto al meglio.

Il giorno dopo, a mezzogiorno, la porta suonò ancora una volta. Giulia, che stava mettendo a nanna Martina, si irrigidì. A quellora sapeva già chi poteva essere.

Con un sospiro pesante, andò ad aprire. Sullo zerbino Livia, con aria determinata e una borsa da cui spuntavano erbe essiccate.

Ho preparato delle tisane, per rafforzare la salute esordì appena varcò la soglia, senza togliersi neanche le scarpe. Martina deve berle tutti i giorni. Così non avrà mai malanni, dormirà meglio…

Giulia sentì montare la protesta, ma si costrinse alla calma. Incrociò le braccia, guardando la suocera negli occhi.

No disse con fermezza. Non daremo le tisane a Martina. Sta bene, è sana. Se dovesse servire qualcosa, ci rivolgeremo al pediatra.

Non vuoi ascoltarmi! sbottò Livia, con il volto arrossato. Pensi davvero di saperne più di me? Io due figli li ho cresciuti, tu…

Non dico di essere migliore la interruppe Giulia, con voce ferma ma calma, nonostante tremasse dentro. Dico che questa è mia figlia. E io prendo le decisioni per lei, insieme a Giulio. Apprezzo quello che ha fatto per i suoi figli, ma ora tocca a noi.

Sei unegoista! gridò Livia, e nel suo tono riecheggiava una ferita antica. Pensi solo a te! Ho aspettato tanto per una nipote, speravo di aver modo di aiutarla, di stare con lei…

Giulia vide le lacrime brillare negli occhi della suocera. Improvvisamente capì che dietro a tanta invadenza non cera solo il desiderio di controllare, ma anche la paura di non essere più necessaria, di restare fuori.

Mi dispiace se le sue attese non si sono realizzate come sperava. Ma Martina è nostra figlia. E la cresceremo come crediamo giusto. I consigli non servono.

Il viso della suocera perse colore; le mani si strinsero a pugno, la bocca tremava, come se volesse rispondere, ma le parole restavano incagliate. Nessun cattivo commento, nessun litigio: si voltò e uscì, questa volta silenziosa, senza sbattere la porta. E proprio quel silenzio pesava più di ogni urlo.

Nei giorni che seguirono, il tempo parve sospeso. Ogni suono alla porta, ogni notifica sul telefono metteva Giulia in tensione. Si tuffava nelle faccende della casa, si concentrava su Martina, ma la paura che Livia potesse tornare in qualsiasi momento non la abbandonava.

Una sera Giulio le mostrò un messaggio: Volevo solo aiutare. Perché non mi lasciate una possibilità?

Giulia restò a lungo sullo schermo, rileggendo quelle parole. Cera una tristezza profonda lì dentro.

La capisco, veramente murmurò, poggiando il telefono. Ma non possiamo permettere che la sua presenza rovini la nostra famiglia. Dobbiamo proteggere il nostro spazio, i nostri modi di crescere nostra figlia.

Giulio annuì, le prese la mano. In questo erano assolutamente uniti…

**********************

Passarono un paio di mesi e arrivò lepisodio che Giulia temeva di più. Tornò dal supermercato carica di buste, e si bloccò davanti alla porta di casa. Sul pianerottolo la aspettava Livia, con la valigia e unespressione ferma, quasi sfidante.

Mi trasferisco da voi annunciò senza preamboli. Aiuterò con Martina. So che siete sempre stanchi, sempre di corsa. Sarò qui, pronta a dare una mano. È la cosa migliore per tutti.

Giulia sentì il pavimento mancarle sotto i piedi. Le buste quasi le caddero. Cercò le parole, ma la mente era vuota. Come spiegare a chi è convinto di agire per il bene di tutti, che la sua presenza è un peso?

In quellistante alle sue spalle si sentì la voce di Giulio, appena rientrato dal lavoro. Vedendo sua madre con la valigia capì allistante.

Mamma disse con fermezza avanzando di un passo, non se ne parla. Non verrai a vivere con noi. Siamo in grado di gestirci da soli. Se serve, la mamma di Giulia ci aiuta volentieri; è già dentro, anzi.

Livia vacillò. Per un attimo parve più fragile, quasi impaurita, come una bambina. Poi si irrigidì, sollevò il mento:

Non capite cosa fate. Mi togliete lunica cosa che mi è rimasta: la possibilità di vivere vicino a mia nipote!

Non ti escludiamo rispose Giulio, dolce ma deciso. Ma stabiliremo confini chiari. Sarai sempre la nonna di Martina, potrai venire a trovarla, aiutare quando ti chiederemo. Ma vivere con noi, questo no.

La suocera li fissò entrambi lui serio, lei decisa e nei suoi occhi lampeggiò una tristezza antica. Si volse di colpo e raggiunse lascensore.

Tornerò disse, senza voltarsi. Non potete fermarmi.

Le porte si chiusero e nel pianerottolo calò il silenzio. Giulia si aggrappò a Giulio, sentendo il cuore allentare la tensione.

E adesso cosa facciamo? bisbigliò, la testa sul petto di lui.

Adesso viviamo la nostra vita la rassicurò, abbracciandola con sicurezza. Proteggiamo la nostra serenità, le nostre regole, la nostra felicità. E crediamo che, col tempo, andrà meglio.

Appena entrati, risero di gioia: Martina saltellava nella culla, batteva le manine tutta contenta, ripetendo con entusiasmo la nuova parola imparata:

Mamma! Mamma!

Giulia restò un attimo allingresso, col sorriso che le si allargava sul volto, una lacrima le rigava la guancia ora di sollievo, ora di tenerezza . Si voltò a Giulio.

Vado da lei mormorò dolce. Tu… chiama tua madre, parlagliene con calma. Senza parole dure, se puoi.

Giulio annuì. Sapeva che sarebbe stata una telefonata difficile. Ma il bene della loro famiglia era più importante di tutto.

Certo disse lui, prendendo il telefono. Troverò le parole giuste.

I giorni scorrevano uno dopo laltro. Livia non si rifaceva più vedere alla porta con valigie o buste di erbe. Eppure Giulia conservava una certa inquietudine: ad ogni squillo alla porta sobbalzava, ogni numero sconosciuto la faceva stringere il cuore, come se temesse unaltra irruzione della suocera nella loro vita.

Una mattina, uscendo con la carrozzina, Giulia si fermò, sorpresa: sullo zerbino giaceva una scatola con un grande mazzo di peonie rosa, avvolte in un fiocco di raso. Accanto, un biglietto piegato.

Giulia lo raccolse, lo aprì con dita tremanti. Cera scritto solo: Perdonami. Vi voglio bene. Mamma.

Restò un po a guardare i fiori, respirando il profumo, pensando alle volte in cui la suocera laveva fatta arrabbiare, e ad altri momenti, in cui Livia sorrideva tenera a Martina raccontandole storie. In fondo, dietro a tutte quelle intromissioni, cera solo amore: di una nonna per la nipote, di una madre per il figlio.

Sollevò il mazzo, entrò in casa, mise i fiori in un vaso sul tavolo della cucina. Poi pensò che era tempo di fare lei un passo.

La sera, quando Giulio rientrò, lo aspettò sulla porta.

Credo che dovremmo invitare tua madre a cena disse, fissandolo negli occhi . Ma alle nostre condizioni. Per farsi capire che rispettiamo il suo affetto, ma qui le regole le facciamo noi.

Giulio le sorrise con sollievo sincero.

È la cosa giusta rispose. Chiamiamola subito.

Telefonarono a Livia. Rispose subito, in tono incerto:

Pronto…

Mamma cominciò Giulio , volevamo invitarti per cena. Che ne dici?

Silenzio, poi un sospiro commosso.

Certo… con piacere. Quando?

Domenica, alle quattro suggerì Giulia senza esitazione. E… per favore, senza portare buste. Solo tu.

Va bene, sì, certo, rispose subito Livia. Grazie.

La domenica arrivò puntuale: Livia si presentò alle quattro precise, senza bagagli né pacchi con erbe, solo con una torta tra le mani e un sorriso impacciato.

Entra, la accolse Giulia, aprendole la porta. Siamo felici che tu sia qui.

Livia guardò il suo nuovo mondo la casa, la figlia, la nipote e gli occhi le si riempirono di lacrime.

Ho capito di aver sbagliato balbettò , mi dispiace tanto. Amo Martina, e amo anche voi. Non volevo essere un peso. Avevo solo paura di restare fuori.

Giulia esitò solo un attimo. In lei restava il ricordo vivido dei conflitti, ma negli occhi della suocera vedeva sincerità. E la abbracciò.

Ti vogliamo bene anche noi sussurrò. Ma rispetta le nostre regole. Così saremo tutti felici, anche Martina.

Livia annuì, asciugando una lacrima con la mano tremante.

Ci riuscirò. Lo prometto.

Quella sera scorsero sereni: risate, canzoncine per bambini, dolci e tè. Livia guardava la nipotina ballare sotto le note di una canzone e nei suoi occhi non cera più pretesa, solo gioia silenziosa.

Quando venne il momento di salutarsi, Livia si fermò sulla porta, guardando Giulia, Giulio, e Martina che zoppicava già verso il sonno, stringendo il suo peluche.

Grazie, sussurrò la suocera. Farò la nonna migliore che posso.

Ce la metteremo tutta, tutti, rispose Giulia calma.

Chiuse la porta, si appoggiò con la schiena, sollevata. Giulio fu subito lì, a stringerla tra le braccia.

Andrà tutto bene le sussurrò allorecchio.

Lei sorrise, ricambiando labbraccio.

Sì. Ora davvero sì.

Guardò dalla porta verso il corridoio, mentre la suocera entrava in ascensore, poi chiuse piano la porta. La casa era immersa in una pace insolita. Martina dormiva già, tutto era tranquillo, come se quella sera anche i muri avessero tirato il fiato.

Allora, Giulio la raggiunse, baciandola tra i capelli abbiamo fatto il primo passo.

Il primo ripeté Giulia, guardando fuori dalla finestra, dove il tramonto spegneva piano la città. Ma ce ne saranno altri. E altre difficoltà.

Insieme ce la faremo lui la rassicurò, negli occhi tutta la fiducia.

Giulia si strinse a lui, inspirando il suo profumo e il lieve aroma di caffè delle sue giacche. In quellistante sentiva che davvero, insieme, avrebbero superato tutto.

**********************

Qualche mese dopo, Giulia prese una decisione importante: iscrivere Martina allasilo. Aveva riflettuto a lungo, ma sapeva che la bimba ormai aveva bisogno dei suoi coetanei, di imparare lautonomia, mentre lei avrebbe potuto respirare un po.

Quel primo giorno, con il cuore stretto, Giulia vestì Martina, laccompagnò nella nuova stanza, la baciò e la lasciò tra i giochi. Poi, seduta in auto, guardava la foto della figlia che sorrideva entusiasta con il suo aeroplanino in mano. Andrà tutto bene… si ripeteva.

Più tardi Giulio le scrisse: aveva già preso Martina e la rassicurava: Si è divertita, voleva restare ancora!

Durante la pausa pranzo, la telefonata di Livia arrivò inattesa. Giulia esitò un attimo, ma rispose.

Senti Giulia, la voce della suocera era insolitamente dolce. Ti andrebbe che portassi Martina allo zoo sabato? Prendo io i biglietti, la porto a vedere gli animali, ci divertiamo un po… Se vuoi ci sei anche tu, naturalmente. Decidi tu.

Quel modo di chiedere, timido, nuovo, commosse Giulia.

Va bene disse attenta. Ma sarò con voi, voglio esserci io.

Sicuro rispose sollevata Livia. Come preferisci. Grazie.

Quella sera, raccontando tutto a Giulio, lui sorrise:

È un passo avanti. Sta imparando. Piano piano.

E sabato davvero andarono insieme allo zoo: Martina esultava vedendo la giraffa, accarezzava i conigli, si nascondeva divertita dietro la mamma quando passavano davanti allorso. Livia era attenta, chiedeva sempre prima di fare qualcosa: Posso darle questa carota? Possiamo andare lì? E Giulia annuiva ogni volta, sentendo sciogliersi il gelo nel cuore.

A pranzo, in un piccolo bar, Martina si addormentò, stanca ma felice. Livia la guardava con occhi pieni di dolcezza.

È così tenera, mormorava . Avevo paura di essere tagliata fuori, di perdere la possibilità di stare con voi…

Giulia la guardò attenta. Questa volta, negli occhi della suocera, vide solo voglia di essere amata.

Non vogliamo escluderla, disse Giulia. Ma per noi è importante che le nostre scelte siano rispettate.

Livia annuì, asciugandosi gli occhi.

Lo capisco ora. Quando è nata Martina ho sentito di avere una seconda occasione, di poter recuperare ciò che mi era mancato con i miei figli. Volevo essere importante.

Lo sei. Ma da nonna, non da madre, rispose Giulia con sincerità. Vogliamo che Martina sappia di essere amata, accolta, non giudicata.

A casa, quella sera, Giulio disse alla moglie:

Vedi? Tutto cambia, poco a poco.

Non sarà un cammino privo di errori rispose Giulia , ma stiamo finalmente imparando a capirci.

Poco dopo Livia chiamò ancora, stavolta animata dallemozione.

Ho trovato un bel corso per bambini. Musica e movimento. Due volte a settimana, ci sono danze, canti, giochi. Vorrei proporlo a Martina. Ma se pensi sia presto decidi tu… può darsi che le piaccia.

Giulia rifletté. Martina amava danzare, la musica la rendeva allegra. Era unidea che le piaceva, ma volle prima verificare con il pediatra.

Va bene rispose poi. Proviamo, dopo aver chiesto al medico.

Certo! la suocera era veramente felice. Fai tu, avvisami quando decidi. Non decido nulla senza il tuo ok!

Giulia guardò fuori dalla finestra: la pioggia bagnava le foglie, Martina canticchiava nella cameretta. Giulio entrò con una tazza di tè caldo.

Va tutto bene? le domandò sorridente.

Sì annuì lei. Credo che abbiamo trovato un equilibrio. Ancora imperfetto, ma buono per tutti.

E quando lei dovesse superare il limite?

Ne parleremo, pacatamente lo rassicurò Giulia. Abbiamo imparato a confrontarci. E continueremo così.

Sei forte le disse lui. Sono fiero di te.

Giulia posò la testa sulla sua spalla, finalmente serena.

Voglio solo che Martina cresca amata da tutti, senza essere schiacciata dalle aspettative di nessuno. Che sia libera di essere se stessa con noi accanto.

E così sarà promise Giulio, baciandole la fronte.

Alla sera, mettendo Martina a letto, Giulia le sussurrò piano:

Piccola principessa mia, faremo di tutto perché tu sia felice. Crescerai circondata dallamore, e capirai che il tuo parere conta, che i tuoi sentimenti sono preziosi.

Martina sorrise, con gli occhi chiusi, abbracciando il coniglietto di peluche che le aveva regalato la nonna.

Giulia abbassò la luce, uscì in punta di piedi…

************************

Passò mezzo anno; i rapporti lentamente si assestavano. Livia non si presentava più senza avvisare, non imponeva soluzioni, ma prima di ogni proposta chiedeva delicata: Ti va che aiuti? Se vuoi posso….

In una domenica di sole, Giulia, Giulio, Martina e Livia andarono insieme al parco. Martina corse libera sullerba, ridendo. Livia scattava foto, cercando di catturare ogni sorriso, ogni salto. Poi mostrò i video a Giulia, gli occhi pieni di orgoglio.

Guarda che gioia, sospirava. Un vero tornado!

Giulia vide negli occhi della figlia la stessa luce dei suoi ricordi dinfanzia, nella stessa villa comunale.

Passeggiarono piano, tutti insieme. Martina correva avanti, Giulio portava la borsa con frutta e panini, come da tradizione.

Non era tutto perfetto, certo: a volte Livia lasciava scappare che ai suoi tempi si faceva così, ogni tanto Giulia sentiva il vecchio fastidio riemergere. Ma adesso, ogni volta, cera la voglia di parlare, spiegarsi, venire incontro luno allaltra. La voglia di trovare un compromesso.

La sera, con una tazza di tè in cucina, Giulia fissava il vapore che usciva, e disse:

Ti ricordi tutto comè cominciato?

Giulio sorrise.

Sì. Hai detto: Non lascerò che distrugga il nostro mondo.

E tu: Nessuno può distruggere ciò che stiamo costruendo.

Le prese la mano.

E ce labbiamo fatta disse lui. Non senza fatica, ma abbiamo costruito qualcosa che terrà anche sotto la tempesta.

Solido confermò Giulia con un sorriso di pace. E soprattutto caldo. Dove tutti hanno il loro posto.

Fuori le luci dei lampioni cominciavano a brillare sulle strade umide, il brusio della città si faceva ovattato.

Ma in casa regnava il loro piccolo mondo, solido e vivo: un mondo fatto di parole gentili, di passi pazienti, damore che si insegna e si impara, tutti i giorni; un mondo dove, finalmente, ognuno poteva sentirsi a casa.

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