Il dieci del mese mia figlia mette trecentoventi euro sul tavolo.
Non me li dà.
Me li conta, uno sull’altro, come fosse un rito.
«Che cosa sono questi?» le ho chiesto.
«La mia parte», ha detto Giulia. «Per la spesa e per le bollette. Ho fatto i conti.»
«Ma sei impazzita? Non ti chiedo niente, io.»
«Non ti ho mai chiesto niente», ho ripetuto, più piano.
Lei si è seduta al tavolo della cucina.
Ha preso una mela dal cesto.
Ha cominciato a sbucciarla con il coltellino, lenta.
Io la guardavo e pensavo a quando era piccola.
Le dicevo sempre di non giocare con i coltelli.
Adesso li usa ogni giorno, al lavoro.
Pela patate in una cucina piccola, calda come un forno.
«Mamma, io vivo qui. Mangio qui.»
«Uso la luce, l’acqua, il gas, la lavatrice.»
«È giusto che contribuisca», ha detto.
«Il tuo stipendio è basso», le ho risposto. «Metti da parte.»
«Non farti problemi per me. Io arrivo a fine mese.»
Giulia ha tagliato la mela a fette.
Me ne ha offerta una.
Io non l’ho presa.
Allora se l’è mangiata lei, piano, guardando dalla finestra.
Fuori, i tetti rossi di Bologna.
Silenzio per qualche minuto.
Solo il rumore del coltellino sul legno.
«Perché proprio adesso?» le ho chiesto.
«Perché ho trent’anni, mamma.»
«Non sono più una bambina da proteggere.»
«Voglio fare la mia parte, come una persona adulta.»
Mi sono seduta anche io, di fronte a lei.
Ho guardato i soldi sul tavolo.
Banconote piegate, qualche moneta.
«E se dicessi di no?»
«Li lascerei lì comunque», ha detto Giulia.
«Ogni mese, il dieci.»
Ho sorriso, senza volerlo.
«Sei testarda come tuo padre.»
«Lo prendo come un complimento», ha risposto lei.
Ha finito la mela e si è pulita le mani.
Poi mi ha guardato negli occhi.
«Non voglio che tu ti senta sola a portare il peso.»
«Siamo due, in questa casa.»
«Dividiamo anche questo.»
Non ho più protestato.
Ho preso i soldi e li ho messi nel cassetto della cucina.
Lo stesso cassetto dove tenevo i suoi disegni da bambina.
Quella sera ho preparato la cena insieme a lei.
Abbiamo parlato del lavoro, di Bologna, di niente.
Il dieci del mese, ora, è diventato un piccolo rito tra noi.
Trecentoventi euro, contati piano, su un tavolo di cucina.