– Ma dai, Emilia, quella ragazza ha il pacchetto completo! Oppure ti va bene così? domandò con un sorriso malizioso Teresa, appoggiandosi alla staccionata e fissando la vicina. Sei proprio sicura di non poter trovare di meglio? Tuo figlio non è certo uno qualunque, non è zoppo né storto. Un bravo ragazzo, e qua di ragazze ce ne sono una marea! Eppure, eccolo là
Emilia sospirò profondamente. Non avrebbe mai voluto ammettere a se stessa di non approvare la scelta di suo figlio, ma sentirlo dire dalla sua rivale di sempre le faceva ancora più male.
– Ma dai, Teresa Un bambino porta gioia! Ci hai mai pensato? Che difetti avrebbe? Giovane, bella, gentile. E su questo ci metto la mano sul fuoco. Che poi abbia già un figlio e allora? Non è mica un disonore. Non lo ha fatto per strada, il bambino. È rimasta vedova, e la vita si sa, a volte è tremenda. Cresceremo questo bimbo e mi farò un altro nipotino. E, guarda, evita di sparlare a vuoto!
Emilia serrò le labbra e scacciò via il gatto di Teresa che stava correndo in equilibrio sopra la loro staccionata.
– Sempre qua, sto felino. Già tre volte che entra e si mangia i miei pulcini, Tere. Tieni a bada la tua bestiaccia o ti mando contro il mio Dante. E poi non venire a lamentarti!
– Mi hai spaventata, eh! Teresa allontanò il suo micione tigrato e grassoccio dalla recinzione. Qui chi scaccia chi lo vediamo Comunque lo chiudo in casa, questanno pure a me ha rotto le uova. Se non fosse un cacciatore straordinario di topi lo avrei già spedito dal macellaio. Daltronde, certi istinti non si controllano
– Sì, istinti a casa tua, però!
– Emilia! Dimenticavo Le conserve! Ormai la marmellata sarà pure pronta.
– Tu blateri qua fuori e chi se la cuoce la marmellata?
– Olga. È arrivata ieri con le altre per aiutarmi nellorto.
– Ma non è incinta?
– Appunto! Le altre spostano le cassette e lei si occupa delle conserve. Non sopporta stare con le mani in mano. Non è una nuora, è una benedizione.
– E allora perché la elogi quando non ti sente e poi la fai sgobbare?
– Lordine ci vuole! rise Teresa. Quando diventerai suocera, prendi esempio. Se sei troppo tenera, ti salgono in testa!
– Vedremo Emilia scosse la mano. Vuoi i barattoli o puoi farne a meno? Qui cè da lavorare, non da chiacchierare.
Salutata Teresa, Emilia iniziò a impastare la sfoglia. Domani sarebbe arrivato suo figlio Daniele, con la promessa sposa. Sposa Lasciò cadere le mani nella farina guardando fuori dalla finestra. Cosa sarebbe successo?
Non conosceva bene questa ragazza, solo qualche voce e un paio di volte laveva scorta da lontano, in paese dalla sorella. Niente di che, una come le altre: biondina, occhi grandi, alta come Daniele. Però, donna davvero, non più una ragazzina. Sposata, vedova, mamma di un maschietto di tre anni, Matteo. La vita era stata crudele con questa Valentina, rimasta presto orfana e cresciuta dai nonni, appena aveva messo al mondo il bambino, il marito era morto in un incidente. Mamma e figlio. Da compatirla, certo, ma da lontano. Invece ecco che Daniele aveva deciso di metterla in casa.
Emilia sentiva il cuore stringersi come un piccolo riccio. Da quando era rimasta sola dopo la morte di suo marito Giovanni, Daniele era tutto il suo mondo, sostegno e motivo di vita. Da madre, lo voleva vicino, e temeva che la nuova famiglia lavrebbe allontanato. Ogni domanda riceveva solo sorrisi o battute: Aspetto lAmore! ripeteva sempre. E adesso lamore aveva il nome di Valentina.
Non sapendo che pensare, era corsa subito dalla sorella, la zia Lidia la più grande, sempre autoritaria.
– Ma che ti agiti come una papera, che sarà mai?
– Voglio sapere chi è Se poi non si trovano bene insieme?
– Intanto casa dei nonni lho lasciata a Daniele. È vecchia, non ci si può abitare, ma il terreno è grande.
– Quindi se ne andrà E io?
– Emilia, devi lasciarlo andare. È cresciuto. Ha diritto a vivere da uomo.
Emilia ascoltava Lidia, sentendo dentro una matassa che si stringeva, tanto da toglierle il fiato. Accarezzò la pasta, cercando di dare la miglior accoglienza a quella ragazza che non conosceva. Lidia aveva ragione, non si doveva vedere che dentro il cuore aveva tempesta. Farà il possibile, poi si vedrà.
Piccoli panzerotti si allineavano sulla grande teglia. Emilia ricordò quanto ne andava ghiotto suo marito: Sono come i semi di girasole! Più ne mangio, meno mi bastano! scherzava baciandole la mano.
In quella notte senza sonno, Emilia attendeva lalba come se fosse un miracolo.
Arrivarono. Valentina, in piedi dietro Daniele, con il piccolo Matteo attaccato al collo: occhi spalancati sul cortile, il cane legato che non abbaiava (strano), il gatto che trotterellava via con aria furba. Matteo si girò verso la mamma.
– Siedi tranquillo, amore.
– Fallo giocare, Valentina. Chiudo il cane e qui non cè nulla da temi. Emilia osservava la nuora.
Ma che ragazza! Magra, quasi trasparente quasi non sembrava la mamma di un bimbetto così tosto. Qualcosa si smosse sotto le costole di Emilia, che quasi si commosse quando Matteo lasciò la mano della mamma e si avvicinò: Dovè il gatto? chiese.
– Quale gatto? Io non ho gatti Dovè che lo hai visto?
Matteo indicò in fondo al cortile. Emilia corse, gridando: A rincorrerlo! Se no mi spara ancora i pulcini!
Matteo partì allavventura con quella donna che non sapeva come chiamare. Arrivarono vicino alla gabbia delle galline, acciuffarono il gatto che tentava il colpo, risero insieme, Emilia prese Matteo sulle ginocchia, gli portò una frittella e commentò: Bel bambino, Valentina! Furbo e buono. Proprio una gioia per una nonna.
Vedendo gli occhi di Valentina rilassarsi, Emilia sentì che quella pietra dentro si faceva più leggera. Piccola, la paura non spariva, ma almeno dava respiro.
Si pranzò. Daniele chiacchierone, le donne silenziose. Quando lui uscì dalla stanza Emilia si rivolse finalmente a Valentina:
– E tu, perché non parli? Vai, offrigli pure un po di marmellata, tesoro!
– Che devo dire? Io a Daniele lho detto: niente festa. Bastava una firma in comune.
– Lui invece vuole fare tutto, ché se no i parenti si offendono.
– E io ho paura… La felicità si nasconde nel silenzio. Una volta ho fatto una gran festa e poi È andata come è andata.
– Valentina, il tuo primo marito, pace allanima sua, avrebbe voluto vederti felice. Tutti abbiamo una quota di dolore, e pure di gioia, e la dobbiamo accogliere come viene.
– Credevo che voi mi avreste giudicata, perché Daniele poteva scegliere chi voleva.
– Invece sei arrivata tu, con Matteo, e chi dice che non fosse giusto così?
Matteo saltò sulle ginocchia della nonna. E tu chi sei? domandò, occhi grigi come la mamma.
– Adesso sono la tua nonna, Matteo. Sono la Nonna Emilia.
– Va bene! annuì serissimo.
La festa ci fu, come voleva Daniele. I parenti sparlarono un po, ma con lo sguardo di Emilia che stringeva le labbra, nessuno esagerò. Passò un anno. Emilia si abituò. Valentina sapeva essere di una gentilezza tale da disinnescare ogni tensione, aggirando le frecciatine della suocera con una carezza, restando sempre composta.
– Ma piangi mai? le domandava Teresa, cacciando la mucca fuori dal cancello. Non ti sfoghi mai?
– Piangere porta zizzania, Teresa rispondeva Valentina. Meglio sorridere a chi ti guarda storto.
La casa promise del nonno fu sistemata e si trasferirono. Passò poco tempo e Valentina ebbe il sospetto di aspettare un bambino. Questa volta, però, fu più complesso, e il medico le ordinò riposo assoluto.
Emilia arrivò in aiuto. Valentina spalancò la porta accogliendola, un po tesa.
– Perché quella faccia? chiese Emilia mettendo in ordine le sporte.
– Ho visto che eri preoccupata Pensavo mi rimproverassi.
– Ma figurati. Dovevo affrontare Teresa, quella befana stregata, che stamattina mi ha detto
– Eh già, pure lei! Che siamo troppo buone, o che siamo malate, sempre trova qualcosa
– Non darti pena, Valentina. Nessuno tocca Matteo. E la salute tua e del bambino viene prima di tutto.
Daniele accompagnò Valentina in ospedale. Emilia rimase coi nervi a fior di pelle. Un giorno, laltro, e poi finalmente notizie buone: via libera per un breve ritorno a casa.
Ma proprio quella mattina Matteo scomparve. Emilia, presa a cucinare in vista del ritorno di Valentina, lo perse docchio per un attimo. Guardò fuori e non vide più il bambino. Corse in ciabatte fuori, chiamando. Il cancello era spalancato. Vuoto, il paese.
In realtà Matteo, dietro il suono di strilli dallaltra parte della siepe, era scappato dietro una banda di ragazzi che stavano malmenando un cucciolo di cane legato male.
– Lasciatelo! Gli fate male! gridò Matteo, buttandosi fra loro.
I ragazzi scapparono, redarguiti pure da una signora che, vedendo quella scena, esclamò: Ragazzi senza cuore, vi hanno mai dato un ceffone come si deve?
Poi lo guardò severa: E tu, non torturare il cagnolino!
– No, io lo aiuto!
E se lo strinse forte. Poi, ricordando la raccomandazione della mamma, Matteo si sedette su una panchina davanti a un cancello, stringendo il cucciolo, certo che qualcuno sarebbe venuto a cercarlo.
Nel frattempo, Emilia correva su e giù per le vie, il panico che la azzannava.
Tornò Daniele a casa, vide le scarpe del figlio mancare, la madre sconvolta. Matteo scomparso! gridava Emilia, senza fiato.
Partirono alla ricerca. Daniele lo trovò addormentato col cane in braccio, sotto un portico. Il cucciolo abbaiò, Matteo si svegliò, Daniele se lo prese in braccio.
– E questo chi è? disse indicando il cane. Sembra Dante, ma più paffuto, questo lo chiamiamo Giotto! Lo teniamo?
– Sì, papà! Ecco, proprio come da nonna.
Tornarono verso casa, incontrarono Emilia che si accasciò per la commozione sulla panchina. Basta, basta, dolcezza mia, mi hai fatto morire di paura!
– Nonna, non succederà più, promesso.
– Ti voglio bene, cucciolo!
Valentina seppe dellavventura solo in seguito. Si abbracciarono tutti e tre, giocando a lavare il nuovo peloso finché non fu decente.
Arrivò il momento, la sorellina nacque puntualmente. Una bimba urlante e sanissima, che chiamarono Emilietta, come la nonna. Emilia fiorì. Andava spesso nel paese accanto, aiutando la nuora senza mai pretendere nulla.
– Poteva accadere anche con me. Non ti biasimo, mamma diceva Valentina.
– Crescere con cuore gentile è la più grande ricchezza, rispondeva Emilia.
Il paese sapeva. Anche Teresa sapeva. Allennesima volta che la vide chiudere casa per correre dai nipoti, commentò:
– Eh, li vizi proprio, i tuoi nipoti
– Li amo tutti, Teresa. Non cè nessuna differenza.
– Quella bimba, sì Ma il maschio
– Sono due, e sono miei. E poi, vuoi il segreto della felicità? sorrise Emilia chiudendo la borsa.
Lamore non viene mai a senso unico. Bisogna impegnarsi, e ritorna sempre. E se non cè? Meglio il rispetto?
– Forse grugnì Teresa.
– Sarà, ma lamore è meglio. Ha senso correre a prendere lautobus se qualcuno ti aspetta.
Emilia sorrise, i pensieri confusi come un sogno strano e colorato in una pianura allagata di sole, mentre l’orologio la rincorreva come fa un cane con la coda. E avanti, sempre avanti, verso nuove tavolate, nuove mani da stringere, nuove storie, là in fondo, presso il profumo del pane caldo e della marmellata che ribolle, dove lamore si fa sempre largo come può.



