Ex fidanzato vuole fare il padre
Lho visto appena è entrato, prima ancora che potesse dire una parola.
Sette anni. Sette anni in cui, a volte, mi chiedevo come e se mai sarebbe successo. In testa, tanti scenari diversi: in alcuni piangevo, in altri gli dicevo cose così dirette e pungenti che avrei lasciato un segno. Ma quando Davide Verdi, seduto nel tavolino dangolo del mio ristorante, mi ha guardata con quellespressione piena di discorsi preparati in anticipo, non ho provato nessuna delle emozioni attese. Solo un leggero fastidio, come quando una zanzara ronza nella stanza in una sera destate.
Sono andata verso il tavolino. Non perché volessi. Ma perché era il mio locale. Il mio progetto, il mio lavoro, e il mio nome: **Martina Severini & Soci** campeggia in bella vista sul logo allingresso. E non avevo alcuna intenzione di evitarlo proprio lì, nel mio regno.
Martina, ha detto alzandosi, con quella voce incrinata e quellintonazione che gli uomini usano per sembrare fragili. Sei… incredibile.
Davide, ho risposto neutra. Hai ordinato?
Sono venuto per parlare con te.
I camerieri qui lavorano da quando hanno diciotto anni, ho detto. Avrai tempo di parlare, mentre ti portano il menù.
Mi sono seduta. Non perché volessi ascoltarlo, ma perché restare in piedi sarebbe stato troppo teatrale, e io ho smesso di amare le scene.
Così è iniziato tutto. O meglio, così è finito. Ma per capire perché quella sera guardavo il mio ex come si osserva un affresco scrostato in un palazzo antico, bisogna tornare indietro. Non troppo. Sette anni e tre mesi.
Allora mi chiamavo ancora solo Martina. Martina Bianchi, ventisei anni, designer autodidatta, part-time in una piccola impresa di ristrutturazioni a Milano. Disegnavo planimetrie che poi qualche collega più esperto correggeva; guadagnavo giusto quanto basta per affittare una stanza in condivisione e comprare da mangiare senza fare follie. Ma cera Davide. Davide Verdi, trentuno anni, manager in una società immobiliare, bello di quel fascino sicuro che col tempo o diventa pregio o si svuota. Io credevo sarebbe stato il primo.
Ci frequentavamo da due anni. Io pensavo fosse serio.
Quella sera dottobre, lho chiamato con una notizia importante, felice, così mi sembrava. La voce mi tremava, le mani strette intorno al telefono, lo sguardo fuori dalla finestra sulla strada milanese bagnata di pioggia.
Davide, devo dirti una cosa.
Dimmi, ti ascolto.
Sono incinta.
Silenzio. Non quello delle gioie improvvise, ma laltro, quello in cui si cerca una via duscita.
Martina… non so. Devo riflettere.
Va bene, ho risposto. Già allora nel petto si era stretto qualcosa, ma ho ricacciato indietro la sensazione.
Ha riflettuto due giorni. Il terzo giorno è arrivato con un sacchetto dei suoi vestiti lasciati da me. Senza entrare in camera, ha lasciato le sue cose sulla porta:
Non sono pronto. Sto attraversando un periodo complicato. Non posso prendermi questa responsabilità.
Che periodo complicato, Davide? ho chiesto piano.
Martina, ti prego. Non rendere tutto più difficile.
Non ho risposto. Lho guardato capire che avevo amato per due anni solo il volto e la voce di un uomo che dentro era vuoto. Una scenografia.
Un mese dopo, amici comuni mi hanno detto che Davide stava con Laura Romano. Laura Romano, trentacinque anni, proprietaria di una catena di centri estetici, appartamento in Brera, auto di lusso, abituata ai ristoranti di classe. Lho saputo in pausa pranzo, sopra un piatto di minestrone riscaldato, e non ho sentito niente. Nemmeno più le forze per sentire.
Linverno fu durissimo. Rimasi senza uno stipendio decente: in azienda tagliarono le ore, i clienti privati faticavano a spuntare. Risparmiavo su tutto, mangiavo quello che costava meno, mi cancellai da tutte le sottoscrizioni, abitai in una stanza ancora più piccola. La gravidanza non andava bene, il medico parlava di rischio, consigliava riposo ma riposare voleva dire soldi, che non avevo.
A febbraio, alla trentaduesima settimana, un malore improvviso: ambulanza, ospedale. Ricordo solo i soffitti bianchi, la terra che sparisce da sotto i piedi. Giovanni è nato prematuro. Un chilo e mezzo appena. Lo portarono via subito. Non ho sentito nemmeno il suo primo urlo.
Per due settimane sono andata davanti al vetro della terapia intensiva a guardare quel minuscolo esserino nella sua culla di plastica e tubicini. Due settimane che sono state forse le più lunghe della mia vita. Non perché stavo male. Ma perché ogni giorno mi davo una promessa semplice: se sopravvive, sarò unaltra. Non migliore, non peggiore. Semplicemente diversa. Imparerò a tenermi insieme.
Giovanni è sopravvissuto.
Quando finalmente me lhanno portato, avvolto nella coperta rigida dellospedale, e lho preso tra le braccia, tanto piccolo, caldo, con gli occhi chiusi, non ho pianto. Ho solo pensato: Ecco. Si ricomincia da qui.
Del primo anno ricordo poco. Una sequenza di azioni: allattare. Cambiare. Cullare. Dormire tre ore. Sveglia. Apri il portatile. Altra planimetria. Mandare una mail. Ricevere un no. Inviare ancora. Nutrire. Cullare. Cercare il sonno.
Giovanni dormiva in braccio. Io ho imparato a disegnare con una mano sola.
Accettavo ogni lavoro: rifare un bagno per centocinquanta euro, scegliere i colori di una cucina, sistemare con la mente la disposizione dei mobili nelle foto mandate dai clienti su WhatsApp. Allinizio mi vergognavo. Poi la vergogna è sparita: pensavo solo a fare al meglio ogni incarico, per farmi raccomandare ancora.
A fine anno ormai gestivo una ventina di clienti fissi, piccoli ma costanti. Ho iniziato a leggere le persone attraverso le esigenze che raccontano di casa loro: chi dice moderno spesso vuole che i vicini capiscano che ha successo, chi chiede funzionale non ha soldi extra ma si imbarazza a dirlo. Saper decifrare queste cose mi ha aiutata.
Al secondo anno di Giovanni ho preso un posticino in un coworking. Non perché potessi permettermelo. Ma perché lavorare con un bambino piccolo in una stanza in affitto e sembrare seria era impossibile. Lì ho incontrato Pietro Olivieri. Sui cinquantacinque, aveva unimpresa di recupero di edifici in centro a Milano. Persona di poche parole, attenta, lo sguardo che si sofferma sempre un attimo in più.
Ci siamo conosciuti per caso. La stampante si era bloccata e io, senza perdermi, lho sistemata. Pietro osservava.
Paziente, lei, ha detto quando finalmente il foglio è uscito.
Non proprio. So solo che agitarsi non aiuta la stampante.
Lui ha sorriso e mi ha stretto la mano.
Olivieri Pietro.
Martina Bianchi.
Cosa disegna?
Gli ho mostrato la planimetria: un appartamento antico, soffitti storti. Lui ha guardato a lungo, poi:
Sa che qui hanno toccato i muri portanti senza perizia?
Non lo sapevo. Questo è un progetto di un altro, io sto solo rifinendo.
Lavora in proprio?
Sì, secondo anno.
Studio?
Ho lasciato architettura al terzo anno.
Non ha chiesto perché.
Ho un lavoro piccolo, ma interessante. Ex casa borghese vicino ai Navigli, vorrei fare uffici e una caffetteria. I miei architetti sono banali. Vuole dare unocchiata?
Quando?
Venerdì. Le do lindirizzo.
Sono andata. Mi sono persa tra quelle stanze sbilenche, ho misurato tutto, osservato la luce, le travi. I progetti precedenti ignoravano la personalità delledificio, tentavano soluzioni standard in uno spazio speciale.
Ci ho lavorato una settimana. Non che corressi, ma vedevo chiaramente la risposta. Capita che lidea giusta arrivi, basta non ostacolare.
Pietro ha osservato i disegni a lungo.
Da dove viene questa idea? mi ha chiesto, facendo scorrere il dito sulla muratura a vista lasciata nel disegno del bar.
Era bella. Perché coprirla?
La prendo sul progetto. Contratto regolare, compenso pieno. Se va bene, ce ne saranno altri.
È andata bene.
Per tre anni ho lavorato con lui su cinque progetti. Nel frattempo, i miei clienti aumentavano. Giovanni cresceva: prima una babysitter, poi lasilo. Ho lasciato la stanza piccola per un bilocale, poi trilocale. Ho comprato la prima vera scrivania.
Pietro non dava mai consigli, a meno che non glieli chiedessi. Quando però parlava, era sempre preciso. Sapeva tutto del settore: clienti, imprese, amministratori. Con lui ho imparato non solo a progettare, ma anche come funziona davvero il mercato.
Perché mi ha dato una possibilità, quella volta? gli ho chiesto un giorno davanti a un caffè.
Perché ho visto una persona che aggiusta la stampante con pazienza. E una planimetria fatta da qualcuno che riflette, non esegue soltanto. Quello basta.
Ci ho pensato a lungo. Non ho smesso di lavorare sodo ma dentro di me è cresciuta una nuova consapevolezza: il mio valore. Non orgoglio, non vanità. Solo chiarezza.
Al quinto compleanno di Giovanni ho aperto lo studio: Severini & Soci. Severini era il cognome materno di mia nonna, che ho adottato per distinguermi, non per nascondere il passato. Solo per segnare che ero unaltra.
Il primo anno è stato duro. Ho assunto collaboratori sbagliati, qualcuno se nè andato, qualcun altro è stato assunto da altri. Ogni volta ho analizzato gli errori e sono andata avanti. Pietro, se chiedevo, dava consigli, ma senza invadere.
Tra noi qualcosa è cambiato, lentamente. Non come nei film, con la folgorazione improvvisa: era più sottile. Ho iniziato a desiderare i suoi pareri anche su questioni non lavorative. Quando Giovanni era malato e non potevo andare sul cantiere, Pietro veniva lui, senza mai lamentarsi.
Una sera, finita una lunga giornata di preventivi, Giovanni dormiva di là. Tazze di caffè sul tavolo. Ho capito quanto fosse tempo che non provavo una simile serenità.
Non ti annoi mai, Pietro?
Con te?
Con la vita. Sei sempre così… equilibrato.
Si annoia chi non ha niente tra le mani.
Ho sorriso. Non ho aggiunto altro. Ma dopo quella sera, qualcosa tra noi era cambiato, come se entrambi aspettassimo solo il momento giusto.
Quando Giovanni compì sei anni ho preso il primo incarico da grande ristorante in un palazzo storico di Via della Moscova. Il proprietario, giovane imprenditore milanese, voleva qualcosa di diverso, con carattere, non classico, non minimalista, qualcosaltro ancora senza nome. Gli ho fatto vedere la mia idea.
È esattamente questo.
Ci sono voluti otto mesi. La complessità storica, la ventilazione, lacustica difficile, i tempi stretti. Andavo ogni giorno a vedere come nasceva lo spazio. Come la vecchia Milano abbracciava la nuova energia, senza perdere sé stessa.
Allinaugurazione sono entrata da cliente. Da sola a un tavolo, un bicchiere dacqua, emossa guardando quello che avevo creato. Gli ospiti non sapevano che larco sul bancone ha richiesto tre tentativi, che quel colore del parquet lho cercato in cinque falegnamerie, che quella parete scoperta era un omaggio al mio primo progetto con Pietro.
Era una soddisfazione quieta. Vera.
E proprio lì, tre mesi dopo, cera Davide, seduto in fondo.
Sai come si chiama questo posto? ho chiesto appena ordinato.
Severini, ha risposto lui.
Già.
Mi guardava con quellespressione stanca, pentita, forse anche tenera che in unaltra vita avrei trovato affascinante. Ora vedevo soltanto il vuoto dietro.
Martina, ci penso da anni.
Vuoi parlarmi, o vuoi il tuo monologo preparato?
Si è fermato.
Sto ascoltando, ho detto. Vai.
Ho sbagliato. Ero un vigliacco. Dovevo restare. Non lho fatto.
Continua.
Laura… ci siamo lasciati tre anni fa. Il lavoro è andato male. Faccio altro, ma non è lo stesso. Ti ho pensata, ho pensato a nostro figlio.
A Giovanni. Si chiama Giovanni. Ha sette anni.
Ho visto passare qualcosa nei suoi occhi. Una sofferenza forse credibile.
Voglio conoscerlo.
No.
Martina…
Tu la tua decisione lhai presa sette anni fa. Ora Giovanni ha una vita, serena, completa, con degli adulti intorno. Tu non ne fai parte.
Ma sono suo padre.
Biologicamente. Il tuo ruolo si ferma lì.
Non puoi… cancellare una persona.
Lho guardato tranquilla, come quando rivedi un vecchio progetto e trovi errori che hai già sistemato.
Non cancello. Vivo. È diverso.
Il cameriere ha portato lacqua. Davide ha preso il bicchiere, poi lha posato.
Vorrei solo unaltra possibilità, ha detto. Non per ieri. Per tutto ciò che poteva essere.
Davide, ho detto calma. Io mi sposo.
È rimasto zitto.
Con chi?
Con chi cera mentre tu non ceri. Chi non mi ha mai domandato perché faccio ciò che faccio. Chi portava i documenti quando Giovanni era malato e io non potevo uscire. Con chi mi guarda e vede una persona, non un problema.
Martina…
Davide, ti chiedo solo una cosa: niente discorsi sullamore. Non che mi ferisca non serve. Non ha più senso.
Non ha detto nulla. Guardava il tavolo.
Ho preso la borsa, lasciato qualche banconota sul bordo. Un conto più che sufficiente per la sua cena.
Per il conto, ho detto. È stato… interessante parlare.
Mi lasci dei soldi? ha chiesto, tra offeso e confuso.
Ti lascio dei soldi, ho confermato. Mi sembra un momento complicato, no? Chiamala… una piccola mano. Si mangia bene, qui.
Mi sono alzata. Ho chiuso il cappotto grigio, tagliato su misura da unatelier di Corso Buenos Aires. Un anno fa non avrei mai potuto permettermelo. Ora sì.
Martina.
Dimmi.
Non mi hai perdonato.
No, ho annuito. Ma non è importante. Il perdono serve a chi ancora ci agita qualcosa dentro. Tu no.
Sono uscita tra i tavoli. Qualcuno mi ha notata. Un uomo al banco mi ha seguita con lo sguardo. Io non ho visto nessuno. Pensavo ad altro.
Fuori era ormai buio, fine settembre, aria fredda che sapeva di pioggia e pietra bagnata. Amo Milano così, senza trucco e senza folle turistiche. Solo lei.
Pietro era davanti alla macchina. Non con il telefono in mano. Stava soltanto lì, appoggiato al cofano, a fissarmi. Cappotto blu, niente cravatta come sempre. Una volta gli ho detto che le cravatte fanno sembrare la gente in cerca di una scusa ufficiale.
Tanto?
Venti minuti, non di più.
Come va?
Mi sono fermata. Ho pensato davvero a come.
Bene. Stranamente bene. Come se qualcosa fosse andato finalmente al suo posto.
Hai freddo?
No.
Mi ha preso la mano. Senza dir niente. Siamo saliti in auto.
Giovanni ha chiesto quando torniamo, ha detto.
Ha chiamato da molto?
Unora fa. Ho detto tra poco. La baby-sitter lo ha messo a letto.
Vado lo stesso a vederlo. Soltanto un attimo.
Certo.
Parte la macchina. Pietro mi guarda.
Era lì lui?
Sì.
E?
E niente. Ha detto le solite cose. Ho risposto come era giusto.
Tutto bene?
Mi sono girata verso di lui, illuminato dal lampione. Un po stanco, trattenuto, ma tanto familiare.
Pietro… sai che non ho mai saputo ringraziare davvero la gente?
Lo so.
Ecco. Non dirò niente di bello. Ma tu capisci comunque.
Annuisce. Parte.
Lungo i Navigli, i lampioni si riflettono nellacqua nera. Io penso che nel mio ristorante, quello che ho sognato e costruito, ora siede luomo che una volta se nè andato con la borsa piena di vestiti. Lui legge il menù, o il vuoto. È solo. E a me non fa caldo né freddo. Il passato non va perdonato o dimenticato. È parte del progetto. Guardi il disegno, vedi dove stava lerrore e così non lo ripeti nella prossima casa.
Arriviamo. Giovanni dorme. Entro, mi fermo a guardarlo un attimo. Sette anni. Dorme su un fianco, le orecchie schiacciate sul cuscino. Vivo. Vero.
Torno indietro nella memoria: il vetro della terapia intensiva, un bimbo minuscolo, un chilo e mezzo, le tubature, i muri. È da lì che sono partita. Non dalla delusione. Non dal dolore. Quel momento davanti al vetro. E la promessa fatta a me stessa.
Gli risistemo la coperta. Esco.
Pietro è in cucina, una tazza di tè tra le mani. Si mette a leggere il telefono, ma poi lo posa.
Dorme, dico.
Immaginavo. Si muove nel sonno?
Sempre uguale.
Riempio un bicchiere dacqua, siedo davanti a lui.
Pietro, hai mai avuto ripensamenti?
Su cosa?
Su tutto. Su noi. Sul non essere più soltanto colleghi.
Mi guarda a lungo.
Martina, lunico rimpianto che ho avuto è non aver iniziato a parlarti prima anche oltre il lavoro. Nientaltro.
Annuisco. Stringo la sua mano tra le mie.
Fuori piove, sottile, milanese e coerente. Nel ristorante di Via della Moscova servono ancora qualche piatto caldo. Qualcuno parla ai tavoli, osserva il mattone in vista che ho lasciato apposta, la luce che ho tanto calcolato perché cadesse giusta. Un tavolino allangolo, probabilmente, ormai è vuoto.
Io penso che domani Giovanni ha il suo corso di pittura preferito. Che tra una settimana vedrò un cliente nuovo: un lavoro importante. Che sembra pioverà tutta notte, e questo mi piace.
Penso che tutto: la pioggia, la lezione di pittura di domani, il nuovo progetto, questa cucina, questa mano nella mia, me li sono costruiti io. Mattone dopo mattone. Di notte, col bimbo in braccio, sopra la planimetria di un bagno di sconosciuti.
Questa è la mia vita. Non quella che sognavo a ventisei anni. Unaltra. Migliore.
Pietro.
Sì?
Va tutto bene.
Mi ha stretto la mano.
Lo so.
Pioveva. Giovanni dormiva. Il ristorante di Via della Moscova avrebbe chiuso a mezzanotte. Da qualche parte, in quella sala accogliente, cera un bicchiere dacqua intatto e qualche banconota sul tavolo.
Bastava per una cena abbondante.
***
Per essere onesta, però, devo dire ancora una cosa. Quella che non si legge tra le righe.
Nei primi due anni, in cui passavo le notti davanti al portatile, a volte ho pensato di chiamare Davide. Non per riprenderlo. Solo per dirgli: guarda cosa hai fatto. Guarda come viviamo. Non lho chiamato. Non per orgoglio, ma perché sapevo che quella chiamata serviva a me, non a lui. E dovevo imparare a ottenere ciò che mi serviva in altro modo.
Una sera di febbraio, Giovanni aveva circa otto mesi. Io, buio, lui che dorme, il portatile davanti, e non ce la facevo. Mani ferme, testa vuota. Lho chiuso e mi sono seduta al buio dieci minuti. Non ho pianto. Poi lho riaperto.
Quella era la scelta. Non quelle grandi, non i momenti solenni. Solo una piccola scelta, ogni giorno, anche nel buio: riaprire il portatile invece di chiuderlo per sempre.
Quando lo studio ha iniziato a far guadagnare, la prima vera spesa di lusso non è stata un vestito, né una macchina; mi sono iscritta a un corso di statica applicata, che non avevo mai terminato alluniversità. Volevo sapere, non solo fare finta. Il professore mi ha guardata stranito fra tutti quei ventenni.
Lavora già nel settore?
Da un po di anni.
E perché allora?
Voglio sapere davvero, non solo credere di saper fare.
Non ha fatto altre domande.
Questa capacità di riconoscere il proprio limite e di superarlo mi ha servita più di qualunque sicurezza. I clienti lo sentono, anche senza che glielo spieghi. Un rispetto nuovo.
Un giorno Pietro mi ha detto:
Conosco gente che accetta qualunque lavoro, dicendo al committente solo quello che vuole sentire. Tu a uno su tre dici di no, perché ammetti che non fa per te.
E quindi?
E per questo hai la fila per tre mesi.
Ormai la gente è stanca delle frasi fatte, ho risposto. Vogliono la verità.
Probabile, ha detto lui.
Lì ho capito che tra noi cera qualcosa di diverso: non cliente e fornitore, ma pari dignità. Nessuna sudditanza. Rispetto reciproco. Solida base per ogni cosa.
Col tempo ho visto in lui cose che non emergevano nei discorsi tecnici: leggeva romanzi veri. Ho trovato un suo libro amato anche da me dai tempi del liceo.
Perché proprio quello?
Lo rileggo ogni tanto. Mi ha chiesto: Anche tu?
Sì. Penso spesso al finale…
Abbiamo parlato per unora. Non di lavoro. Leggere, cambiare col tempo. Era la prima volta in cui mi sentivo ascoltata e non solo tollerata.
Con Davide non parlavamo quasi. Cinema, cene, amici comuni. Ma tutto era presenza, non incontro vero.
Quando Giovanni aveva quasi sei anni e lo studio era ormai avviato, lho portato su un cantiere. Gli ho mostrato dove lavorava la mamma. Occhioni attenti, mani sulle pareti.
Lhai pensata tu, mamma, questa casa?
Ho ideato come sarebbe stata. I muratori lhanno resa vera.
Ma lidea è tua?
Sì.
Allora è un po tua.
Un po, sì.
Poi mi ha chiesto:
Ma tutte le mamme hanno un posto loro?
Non ho risposto subito; poi:
Alcune sì, altre no. Ma è bello averne uno.
Lui ha annuito serio, come spesso fanno i bambini. Ho preso la sua mano e siamo andati nel cortile che volevo lasciare così comera cento anni fa. Quasi.
Il lavoro porta anche fastidi: clienti che svaniscono senza pagare tutto, artigiani da richiamare in cantiere, colleghi che copiano idee. Ho gestito a modo mio, senza drammi né ricatti.
Non sono mite, nel senso della bontà che tutto scusa. Sono giusta. E cè differenza.
Quando Pietro mi ha invitata a una cena non di lavoro, gli ho chiesto:
Sei sicuro sia una buona idea? Lavoriamo insieme…
Può complicare. Ma non proporlo sarebbe da vigliacchi. E non voglio esserlo.
Ho apprezzato la sincerità.
Quella sera, e le successive, sono state semplicemente belle. Il lavoro continuava, ma cera il resto.
A Giovanni ho spiegato tutto: Pietro Olivieri per me è una persona molto importante. Verrà spesso a trovarci, ok?
È quello che mi ha portato la torta al compleanno?
Sì.
È simpatico. Può venire.
Dopo qualche tempo, Giovanni ha chiesto a Pietro:
Mi insegna a giocare a scacchi?
Se tua madre è daccordo…
Va bene, mamma?
Va bene.
Così hanno iniziato. Io li guardavo dalla cucina. Pietro spiegava, Giovanni ascoltava e cresceva. Questa affidabilità serena, questa presenza silenziosa, ecco cosa era mancato prima.
La proposta di matrimonio, senza pose teatrali: di sera, a tavola, finito un incontro. Giovanni dormiva. Pioveva fuori.
Martina, mi vuoi sposare?
Perché?
Perché voglio essere qui, sempre.
Non è romantico.
È preciso.
Ho sorriso.
Va bene.
Lanello, senza scrigno, il giorno dopo. Argento, una pietra chiara. Lho messo subito.
Ecco cosa portavo con me la sera del ristorante. Ecco cosa resta dietro ogni addio.
La verità che non ho mai detto a Davide, e che non dirò mai a nessuno, è questa: fu una notte, tanto tempo fa, Giovanni aveva tre mesi, e io davanti alla finestra mi sono chiesta se la vita è giusta. Non nel destino, ma nel concreto. Ho capito che no. La vita non è giusta né ingiusta. Va avanti. Come ci stai dentro, dipende solo da te.
Non è stato il dolore a rendermi forte. Sono state le piccole scelte, giorno dopo giorno. Aprire il portatile. Accettare il lavoretto. Presentarmi a terapia intensiva dicendo: ancora un giorno.
La solitudine? Vera anche lei. Non lho superata, ma ora so distinguerla dal silenzio che mi piace. Quello era mio.
Una seconda possibilità ho imparato a darmela da sola. Ogni giorno. In questo, forse, sta il segreto.
Quella sera, guidando insieme, pensavo solo al futuro: lo studio cresce, ci sono nuovi collaboratori da formare, Giovanni dovrà scegliere una scuola, noi dobbiamo trovare una casa insieme.
La vita, piena e normale, va avanti.
Al ristorante, di là da qualche isolato, avranno già sparecchiato quel tavolo. Il conto pagato. La storia chiusa.
Tutte le storie finiscono. Non perché decidi di chiuderle, ma perché, a un certo punto, parli del passato e ti accorgi che stai già raccontando del domani.
Forse è solo questo, il vero finale.
Pietro in macchina ha acceso della musica, solo pianoforte. Mi sono rilassata sul sedile.
Sei stanca?
No. Sto solo bene.
Non ha detto altro. Ha guidato nel silenzio.
E pioveva, come doveva.



