Il muro di vetro invisibile

Un Muro di Vetro Invisibile
Un temporale di dieci anni fa

Quella sera, il cielo sopra Milano era carico e grigio come il volto di Piera Battaglia.

In questa casa vive solo chi rispetta le mie regole! La sua voce, temprata da anni di autorità nei corridoi della scuola elementare, rimbombava in tutto lappartamento.

Le tue regole sono una gabbia, mamma! urlò Matteo, ventanni appena compiuti, scaraventando la borsa da palestra per terra. Non mi lasci respirare. Non voglio essere il tuo bozzetto, quello che correggi mille volte per renderlo perfetto!

Allora vai a cercarti la tua aria! indicò la porta con un dito fermo e impassibile. Esci. E non tornare finché non impari ad apprezzare quello che ho fatto per te.

Matteo la guardò negli occhi; cera un fuoco gelido nel suo sguardo. Senza aggiungere una parola, raccolse la borsa, varcò la soglia e scomparve sotto la pioggia battente. Piera rimase alla finestra, certa che sarebbe tornato nel giro di unora, al massimo allalba: fradicio, affamato, pentito.

Ma Matteo non tornò. Né allalba, né una settimana dopo. E neppure nei dieci anni successivi.

Matteo Battaglia divenne proprio ciò che aveva desiderato: un architetto di successo. I suoi edifici riflettevano il suo carattere: vetro, cemento e acciaio. Eleganti, pratici e incredibilmente freddi.

Possedeva un appartamento al quarantesimo piano, una macchina sportiva costosa e una sola regola: mai guardarsi indietro. Tuttavia, nel suo mondo perfetto esisteva un «buco nero» il piccolo bilocale popolare in periferia, il cui indirizzo cercava sempre di cancellare dalla memoria.

Ingegnere Battaglia, domani abbiamo la consegna del progetto annunciò sua assistente, Serena. E sabato ha segnato sul calendario il compleanno di sua madre.

Matteo si bloccò di fronte alla vetrata che regalava la vista su tutta la città. Dieci anni. Nessuna telefonata. Nessuna ricerca. Ogni anno acquistava un regalo che restava dimenticato nel bagagliaio, poi lo regalava ad una casa famiglia. Ma questa volta qualcosa dentro di lui cedette. Forse aveva finalmente compreso che il cemento non basta a proteggere dalla solitudine.

Sabato. Il vecchio cortile lo accolse con il profumo di glicine e il gemito delle altalene arrugginite. Matteo spense il motore. Il suo elegante SUV italiano sembrava unastronave atterrata tra i resti della storia.

Scese dallauto. Sentiva le gambe pesanti, quasi fossero zavorrate. Un passo. Un altro. Nellandrone odorava di umidità e soffritto di cipolla. Secondo piano. Porta numero 14.

Alzò la mano per bussare. Le nocche rimasero sospese a centimetri dalla pelle screpolata della porta.

«Cosa potrei mai dirle? Ciao, sono tornato dopo dieci anni? O Scusa se non sono tornato quella notte?», le domande si rincorrevano nella sua mente, soffocandolo.

Dallaltra parte della porta, Piera si era affacciata alla finestra e lo aveva intravisto arrivare. Il cuore, che aveva imparato a sentire freddo come la pietra, adesso le martellava forte nel petto. Era lì, nellingresso, con le mani sulle labbra per non urlare.

Scorgeva il riflesso deformato del suo ragazzo attraverso lo spioncino. Era ormai un uomo. Un cappotto elegante, lo sguardo duro.

«Apri, si diceva. Basta girare la maniglia. Di che lacqua del bollitore bolle già. Raccontagli che ogni sera aspettavi il rumore dei suoi passi.»

Ma la mano non si sollevava. La fierezza, nata e cresciuta nellisolamento, la tratteneva: «E se fosse venuto solo per guardarmi con disprezzo? O per controllare se sono ancora viva? Non ha telefonato in dieci anni. Perché dovrei aprire io per prima?»

Rimasero così, divisi da quella porta, per cinque minuti che sembrarono infiniti. Matteo percepiva il calore oltre la soglia sapeva che sua madre era lì. Distinse il suo respiro irregolare.

Mamma sussurrò piano, sfiorando con la fronte il freddo rivestimento della porta.

Piera trattenne il fiato. La voce del figlio, filtrata dal legno, suonava come uneco di unaltra epoca.

Non sono capace di chiedere scusa, continuò Matteo, rivolgendosi alla porta chiusa. Me lhai insegnato tu, no? Essere forte. Testardo. Orgoglioso. Ho progettato centinaia di case, mamma. Ma nella tua, ancora oggi, non trovo posto.

Piera chiuse gli occhi. Una lacrima le attraversò il volto segnato.

Questo muro lho costruito io, sussurrò lei, conscia che lui non lavrebbe sentita. Ti ho mandato via sperando che tu tornassi strisciando. Ma tu hai imparato a volare. E ora temo che, se ti aprissi, vedresti quanto sono fragile senza la mia rabbia.

Matteo sollevò di nuovo la mano. Questa volta quasi toccò la maniglia. Dallaltra parte, anche la mano di Piera vi si posava tremolante. Tra di loro, solo tre centimetri di metallo e legno.

Un solo gesto, e il muro sarebbe crollato. Una singola azione, e dieci anni di silenzio sarebbero spariti.

Ma Matteo la abbassò.

«Non apre. È ancora arrabbiata. Non mi vuole vedere», si disse.

Piera percepì il movimento interrotto.

«Se ne va. Non bussa nemmeno. Ormai non gli importa».

Matteo si voltò piano. Dal taschino, tirò fuori una scatolina una spilla doro a forma di ramo di glicine, la stessa che aveva comprato con il suo primo stipendio per regalarla a lei.

La posò con delicatezza davanti alla porta.

Buon compleanno, mamma, disse a voce alta. Scusami se sono diventato proprio come volevi.

Si avviò giù per le scale. I suoi passi risuonavano secchi nellandrone vuoto.

Piera non resse più. Giri rapidi nella serratura, le chiavi le sfuggirono di mano tintinnando sul pavimento. La porta si spalancò.

Matteo! gridò nel vuoto del vano scale.

Matteo si fermò a mezza rampa e si voltò. Nel chiarore del corridoio, tra il buio e la luce del suo vecchio ingresso, cera una donna minuta e con i capelli candidi. Non assomigliava più alla temuta preside di un tempo. Pareva fragile come porcellana antica.

Nelle mani stringeva la spilla che le aveva lasciato.

Si fissarono attraverso le scale.

Te ne vai? le tremò la voce. Ancora una volta senza aspettare risposta?

Non aprivi, rispose Matteo, tornando su di uno scalino.

E tu non bussavi, replicò Piera, avanzando sulla rampa. Eri fermo lì Pensavo solo volessi controllare se la mia superbia mi avesse uccisa.

Matteo salì ancora di tre scalini. Ormai li separavano solo pochi passi.

Avevo paura che mi dicessi: Perché sei venuto?.

Io temevo sentirmi dire: Sei qui solo per dirmi che non ti servo più.

Si fermarono. Nellandrone laria si fece più leggera.

La spilla è bellissima, sussurrò Piera. Ma il glicine che fiorisce nel cortile ha un profumo migliore. Matteo, ho messo su lacqua per il tè dieci anni fa, e penso sia evaporata del tutto. Ne ho versata di nuova.

Matteo le si avvicinò. Era alto, forte, sicuro. Eppure in quel momento era di nuovo il ragazzino con la borsa in spalla. La abbracciò piano. Lei sapeva di medicine e di glicine fresco.

Mamma, se non vuoi, non entro

Smettila, si accostò al suo petto. Basta con i muri. Vieni a bere il tè.

Entrarono insieme. La porta numero 14 si chiuse alle loro spalle, questa volta con un lieve scatto, lasciando fuori il freddo della città.

Non impararono mai a dirsi parole dolci. Restarono spigolosi e complicati. Ma quella sera, Matteo capì che aveva finalmente terminato il progetto più difficile della sua vita. Aveva ricostruito una casa a partire da un fondamento spezzato. Ma ora, finalmente, quelle pareti erano trasparenti: non più vetri invisibili, solo luce.

A volte, la forza non sta nellalzare muri, ma nellavere il coraggio di aprirgli una porta.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

fifteen + fifteen =

Il muro di vetro invisibile