— Ma che urli contro di me?! — protestò l’uomo. — Io curo e do da mangiare a tua moglie, e tu alzi la voce con me?! Ma che storia è questa!!! Urlavano uno contro l’altro da mezz’ora, finché l’uccello non rimase senza voce e l’uomo esausto…

Diario di Giovanni Ricci, venerdì sera

Ma che giornata, oggi. Rientravo da lavoro, ancora con la tuta della FIAT addosso e già pregustavo il fine settimana. Solo il pensiero di due giorni senza la sirena della fabbrica mi metteva di buon umore, ma soprattutto aspettavo con ansia la serata di sabato: finalmente avrei incontrato quella donna, Lucia conosciuta un mese fa su internet. Tra messaggi e telefonate era nata una bella complicità: parlavamo della fatica sul lavoro, dei nostri sogni, delle trasmissioni preferite la domenica pomeriggio in TV. Insomma, tutte quelle cose che animano le chiacchiere tra sconosciuti che iniziano a conoscersi. Era arrivato il momento di prenotare un tavolo in un piccolo ristorantino qui a Torino e scegliere la camicia migliore. Bastava solo una telefonata e un po di coraggio.

Perso nei miei pensieri, con la testa un po tra le nuvole, stavo quasi per varcare il portone del mio palazzo una palazzina popolare di quattro piani in corso Giulio Cesare quando, dimprovviso, mi si para davanti una scena singolare.

Proprio sopra lingresso un corvo è caduto dal ramo di un platano, proprio ai miei piedi. La bestiola si agitava, strillava come se le fosse successo chissà cosa e, sopra di noi, tutta la colonia volava e gracchiava come a dare lallarme.

Ma dai ho pensato, proprio ora?

Ho osservato meglio: la zampa destra del corvo era messa male, probabilmente rotta. Impossibile tirare diritto e far finta di niente. Così, tolta la giacca nonostante il freddo, ho avvolto il corvo nella stoffa con mille attenzioni per non farmi beccare e, tra le proteste della sua famiglia svolazzante, sono salito in casa.

Ho tentato subito di vedere la ferita, ma non ci ho messo nulla a farmi regalare un bel morso sul dito. Ho imprecato, avviluppato il becco in uno straccio, e mi sono chiesto come risolverla. Nessuno dei veterinari in zona si occupava di uccelli, la ricerca su Google dava solo numeri inutili. Mi sono detto: Ma sì, sono un buon meccanico, una soluzione me la trovo da solo!

Così, sistemato il corvo in una scatola bassa con qualche asciugamano pulito sopra il termosifone, ho pensato anche al nome: Clara.

Ho passato almeno due ore a intagliare una stecchetta con il coltellino e a preparare una specie di piccola ingessatura con dei rametti e un po di nastro isolante. Non male per uno che di medicina non ci capisce nulla. Finita loperazione, le ho lasciato libero il becco: subito ha tentato di mordermi ancora.

Eh, calma! Ce la metto tutta per aiutarti ti conviene collaborare, no?

Dal telefono ho trovato informazioni utili: dovevo passare da un negozio da pesca (per i lombrichi e le larve) e dalla farmacia (per pinzette e siringhina). Detto, fatto: larve, un po di terra, due strumenti chirurgici improvvisati, e via a casa. Il lavoro vero era far mangiare Clara. Sono dovuto arrivare ad aprirle il becco con delicatezza e imboccarla. Lei sputava, graffiava, beccava, io borbottavo. Estenuante. Alla fine, stremati tutti e due, lei si appisolò e io crollai sul letto.

La mattina riprese la battaglia del cibo e delle proteste ad alta voce. Ma notai subito che fuori dal davanzale, nel cortile interno, si era fermato un corvo grande e grosso. Un maschio, sicuramente. Mi spiava con tutto il sospetto del mondo.

Senza capir bene perché, aprii la finestra.

Sei tu, il marito di Clara? Vieni pure. Guarda tu stesso: sto solo provando ad aiutarla.

Il corvo rimase fermo ad ascoltarmi, la testa inclinata, locchio fisso su Clara. A poco a poco entrò nella stanza, sempre più vicino a lei. Quando si avvicinò, spalancò le ali e lanciò un sonoro grido.

Ehi, ma che urli? Io qui sto curando e sfamando tua moglie, e tu mi vieni pure a gridare?

Avremmo urlato avanti e indietro per mezzora il corvo stremato, io senza fiato.

Alla fine, silenzioso, gli ho spinto davanti le scatole con i lombrichi e le larve, senza aggiungere altro. Il corvo ha squadrato il cibo, ci ha pensato su, poi ha cominciato a mangiare.

Ma guarda che tipi Accomodati, magari tra un po paghi pure laffitto! dissi ironico.

Quando si fu saziato, il corvo si chinò su Clara, le mise il becco tra le penne; non so come spiegare, ma cera della tenerezza, qualcosa di familiare. Mi toccò il cuore. State tranquilli, farò tutto il possibile per farla tornare in salute promisi a voce bassa, basta che convinci tua moglie a non mordere e a mangiare quello che le do.

Quella notte il corvo se ne volò via. Ma la mattina successiva fu puntuale a bussare col becco sulla finestra. Lo feci entrare, e lui, dopo il consueto controllo a Clara, fece colazione.

Buongiorno anche a te. Forse stiamo diventando amici, eh?

La routine andò avanti così, tra errori e piccoli successi nel nutrire Clara e sotto locchio vigile del suo compagno, che io intanto avevo iniziato a chiamare Carlo.

Poi mi colpì come una scarica elettrica: Oh cielo! Lucia non lho chiamata, non ho prenotato il ristorante! Preso dal panico, telefonai subito.

Mi scusi, Lucia, è che Beh, è successo qualcosa di imprevisto, e ecco, non sono riuscito a prenotare per domani..

Ma quindi per te una corva vale più di un appuntamento con me? mi interruppe con tono offeso.

No, no! Non è questo Solo che

Ma allora vivi con la tua corva! e giù il telefono.

Mi lasciai cadere sul divano, sconfitto. Ecco, appuntamento saltato ancora prima di iniziare esclamai rivolgendomi a Carlo.

In quel momento lui saltò sul tavolo, aprì le ali, gonfiò il petto e si mise a camminare deciso avanti e indietro, quasi a dirmi di non mollare. Sorrisi: Non capirai le mie parole, ma la tua presenza mi dà coraggio. Dici che non devo farmi abbattere?

Proprio allora suonò il campanello. Al portone, la mia vicina Caterina Neri del quinto piano, quella che salutava sempre con gentilezza in ascensore.

Mi perdoni disse timidamente. Ho visto che fuori dalla sua finestra cè una colonia intera di corvi, va tutto bene?

Entri così capisce la invitai, imbarazzato.

Entrò e rimase ovviamente stupita.

Ma sta salvando una corva?

Clara specificai.

Allora lui è Carlo! rise lei, contagiando laria con la sua voce limpida. Non ricordavo da quanto tempo non sentivo una risata tanto allegra.

Carlo subito sfoggiò tutto il suo orgoglio corvino, girando con aria importante sul tavolo. Caterina rise di nuovo. Da quel giorno tutto migliorò: Carlo aveva chiaramente preso simpatia per lei, e appena entrava si metteva in mostra, mentre Caterina arrossiva e rideva.

Clara, rinfrancata dal clima, iniziò finalmente a nutrirsi da sola, e la guarigione prese ritmo. Al punto che affidai il mio secondo mazzo di chiavi a Caterina, e quando ero fuori, passava lei ad accudire la corva.

Più la conoscevo, più mi sentivo vicino a lei. Così un pomeriggio mi feci coraggio: durante la pausa pranzo mi recai in una piccola gioielleria in via Garibaldi e presi una catenina dargento con un cuoricino rosso, pensando proprio a Caterina.

La sera, col pacchetto in mano, tornai a casa, pronto a regalarlo e magari, finalmente, invitarla fuori. Ma mentre camminavo sotto i portici, dal buio uscirono due malintenzionati.

Svelto, dammi portafoglio, cellulare, orologio, sussurrò il primo, mostrando un coltello. Togli pure la giacca! aggiunse il secondo.

Non feci in tempo nemmeno ad avere paura che, dimprovviso, mi piombò addosso una nuvola nera: la colonia di corvi si scatenò contro i due, grida e colpi di becco. I ragazzi scapparono io corsi a casa di corsa.

La mattina dopo ricevetti la visita di Caterina, pallida, e con le mani che tremavano per lemozione.

Giovanni! Sei salvo! Ho sentito della rissa ieri notte Cera una fuga di corvi, pare abbiano quasi ucciso due uomini.

E come fai a essere sicura che fossi io? chiesi, carezzandole i capelli.

Non lo so avevo solo paura. Ma sei qui! Ma perché?

Sai ti ho preso un regalo. Anche se sembra che le cose si siano fatte strane mi impappinai.

Le mostrai la catenina dargento. Lei arrossì, ma mi baciò sulla guancia.

È bellissima. Grazie stava per prenderla quando

Sfrecciando come una saetta, Carlo rubò la catenina dal mio pugno e la depose con un tocco fiero accanto a Clara nella sua scatola.

Io e Caterina scoppiammo a ridere.

Ne comprerò unaltra le promisi.

Carlo spalancò le ali, batté il petto e lanciò un «Craaaa!» di vittoria. Clara prese la catenina e la nascose orgogliosa nel suo rifugio.

Io e Caterina, senza neanche accorgercene, ci baciavamo sulla soglia, tra le risa e le piume svolazzanti.

E allora, che importanza ha tutto il resto?

In fondo, è proprio una questione di famiglia.

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