Il nonno non c’è più

Non cè più il nonno

Diario di Giulia

Sono appena rientrata a Milano dopo lennesima trasferta per lavoro, e non ho nemmeno avuto il tempo di togliermi la giacca o aprire la valigia che mi ha chiamata mia madre.

La voce di mamma, Teresa, era agitata, ma, esausta comero, non ci ho fatto troppo caso.

– Giulia, amore, sei già a casa?
– Ciao, mamma. Sì, sono appena arrivata. Sono appena entrata in appartamento. Che succede, mi hai già chiamata appena entrata, tutto bene?

– Bene meno male che sei arrivata. Bene così.

Ho capito subito che voleva dirmi qualcosa, ma tentennava. Forse non sapeva da dove iniziare o forse non voleva proprio dirmelo.

Di sicuro ha raccolto ancora qualche gossip dal cortile e muore dalla voglia di raccontarmeli, ho pensato. Ma sinceramente, oggi non avevo proprio la testa per ascoltare niente.

Avrei solo voluto buttarmi sul letto e dormire seriamente: in treno, tra le chiassate di quattro ragazzi dellaltra cuccetta, stanotte sono riuscita a chiudere occhio solo tra un canto stonato e laltro.

Cantavano pure di me:

“Mele e pere sbocciavano,
La nebbia vagava nel fiume.
Sul fiume saliva la sua Giulia
Sul poggio della riva

Se fossi stata di buon umore, forse avrei sorriso. Invece, in quel momento speravo solo che si rompessero le corde della chitarra invano.

– Mamma, riposo dieci minuti, mi sistemo e ci sentiamo dopo, va bene?

– Ho paura che non sia possibile, sospirò mia madre.

– Perché? solo allora mi resi conto che la sua voce tremava.

– Non potrai riposare, Giulia.

– E perché? Sono tornata da una trasferta, è un mio diritto. Tanto non aspetto visite, né devo andare da nessuno. O mi sfugge qualcosa? Spero non ti sia venuta in mente di venire qui senza avvisare!

– Giulia il nonno non cè più

Sentii il sangue uscirmi dalla faccia e mi lasciai scivolare lentamente sul divano, stringendo il telefono.

Di certo non mi aspettavo una notizia così.

– Mi ha chiamato oggi la signora Maria, la vicina del nonno, per dirmelo. Era entrata a portargli il latte e lha trovato lì, sulluscio, con la mano sul petto Non respirava più. Forse è rimasto lì tutta la notte. Dobbiamo andare in paese per il funerale. I vicini ci aiuteranno per quello che serve. Giulia, mi senti?

Io non sapevo che dire. Riuscii solo a farle un cenno quasi impercettibile.

– La signora Maria ha chiamato anche gli altri parenti, ma nessuno di loro vuole venire. Le hanno detto che sarebbero accorsi solo se lui li avesse lasciato uneredità. Altrimenti non vale la pena spendere soldi né tempo E poi, capisci, la casa del nonno non serve a nessuno.

Mamma fece una breve pausa, poi aggiunse:

– Nemmeno io, se devo dirla tutta, voglio tornare in quel paese. Il nonno stesso mi disse di non mettere più piede nella sua casa, neanche al funerale Glielho promesso, ti ricordi? Quindi spero in te, amore mio. Farai tu lultimo saluto al nonno?

Silenzio. Mamma aspettava una risposta. Io fissavo la vecchia credenza dove cera una lettera, lultima di mio nonno, spedita più di un mese fa.

Non avevo ancora fatto in tempo a leggerla, dopo tanti viaggi di lavoro.

In fondo, era la terza trasferta negli ultimi sei mesi e forse non lultima.

Nella mia azienda han appena aperto una nuova sede a Torino, e mandano avanti solo me perché gli altri hanno figli, salute precaria o problemi vari Solo io, senza famiglia, posso sobbarcarmi tutto.

– Giulia, insistette mamma. Non è giusto che pensino che labbiamo dimenticato. Lui era difficile, sì, ma pur sempre una persona E con te aveva un rapporto speciale. Che devo dire alla signora Maria? Ci vai tu in paese?

– Sì mamma, certo. Ci vado Solo una cosa

Mi alzai, presi in mano la lettera del nonno, la carezzai e la rimisi a posto.

– Non capisco proprio come sia potuto succedere. Nonno stava bene quando sono andata a trovarlo a Natale, era in forma, non si lamentava mai.

– Giulia, figlia mia che ne so io Aveva comunque la sua età, lo sai. Oggi tanti uomini non arrivano alla pensione, mentre lui aveva superato gli ottantanni Non ci si può lamentare. Che riposi in pace.

Ero sconvolta. Amavo moltissimo mio nonno e forse ero lunica che manteneva ancora un vero rapporto con lui.

Né i parenti del nonno né mia madre lo sentivano più.

Con mamma, lo so da anni era guerra fredda.

Il nonno non le aveva mai perdonato la morte di papà, e la accusava di averlo letteralmente consumato per i troppi sacrifici. Proprio uno di quegli uomini che, come dice spesso lei, non arrivano alla pensione.

E in effetti, dopo che mamma convinse papà a lasciare linsegnamento per andare in fabbrica e guadagnare di più per comprare casa, villette, fare i lavori , papà non era praticamente mai a casa, tranne che per portare soldi e regali. Un giorno però non tornò più. Il cuore gli si fermò.

Al funerale il nonno urlava al cielo dal dolore. E lì con la nuora tagliò per sempre ogni rapporto.

– E meno male! aveva esclamato mamma. Non ho alcuna colpa. Gli uomini devono portare il pane a casa, che ci stanno a fare sennò? Se aveva problemi di salute, non lo ha mai detto.

Nonno ebbe a stento la forza di trattenersi dal lanciare un pezzo di legna che aveva tra i piedi.

Da allora, solo con me ha continuato a coltivare un legame. Mi ha sempre amata, e anchio lui.

Negli anni della scuola, passavo tutte le estati da lui in campagna. Crescendo, dopo luniversità, ci scrivevamo lettere. Niente telefono o smartphone: lui proprio non li voleva. Anzi, era il motivo per cui tanti lo consideravano fuori dal mondo.

– È matto, chiacchieravano le vecchiette in piazza. Prima la moglie, poi il figlio Normale che la testa vacilli.

Negli ultimi mesi era diventato ancora più strano, dicevano. Parlando spesso col gatto.

Il punto è che nessuno aveva mai visto questo gatto.

Così riflettevano tutti nel paese, anche la signora Maria, che gli portava il latte e i dolci, ma mai aveva visto quel fantomatico compagno peloso.

Dopo aver chiuso al telefono con mamma, ho fissato il soffitto e sono scoppiata a piangere.

Avrei voluto vederlo questestate il nonno, ma non ce lho fatta. Ho sempre rimandato: un viaggio di lavoro dopo laltro E il capo che insisteva:

– Per contratto ne ho diritto, Grazia Giulia. Se hai qualcosa da ridire, puoi pure licenziarti. Ma un altro lavoro così, con questo stipendio, non lo trovi!

E in effetti guadagnavo bene, motivo per cui ho sempre tenuto duro.

Sapevo che, prima o poi, le trasferte sarebbero finite ed io sarei tornata alla vita di sempre.

Però dentro di me mi rodeva il trattamento che ricevevo: certo, anchio ho diritto a una vita mia, ogni tanto.

*****

Al cimitero tutto procedette come di rito: dopo il minuto di silenzio e i chiodi nella bara, i paesani aiutarono ad abbassarla nella fossa.

Bastava solo lanciare qualche manciata di terra e la tumulazione sarebbe stata conclusa.

Fiori freschi, corone. Una tomba nuova. Ma è davvero tutto qui? Si può sparire così, da un momento allaltro?

Beh, no. Cera ancora il pranzo funebre: si sarebbe mangiato e bevuto, whisky e vino, raccontando aneddoti sul nonno.

Soltanto grazie a quei ricordi, e alle chiacchiere durante il pranzo e dopo, nonno continuerà a vivere: ormai non più tra i vivi, ma solo nella memoria di chi lo ha conosciuto.

Poco alla volta i paesani se ne sono andati, lasciandomi sola.

Mi sono sentita piccola, svuotata e tremendamente sola.

Non sono riuscita a vederlo unultima volta, pensavo.

Per distrarmi un po, mi sono data da fare in casa: finestre spalancate, pavimenti lavati, polvere scacciata ovunque, resti di cibo messi in frigo.

Mi sentivo sollevata.

Quella vecchia e robusta casa di campagna, pur semplice e spartana, era sempre stata piena di calore.

Dalla finestra vidi che era quasi sera. Uscii sul portico e respirai quel profumo di terra e foglie che non sentivo da mesi.

Poi mi sono messa a girare in giardino: gli orti erano in ordine ma vuoti, nessuna semina quellanno. Forse il nonno sentiva che era arrivato il suo tempo, forse più semplicemente non aveva più le forze.

Nel frutteto, mele in fiore, ribes, lamponi. Il nonno non lasciava mai il suo orto a se stesso: era il suo orgoglio.

Chissà ora chi ci penserà, sospirai.

Seduta sulla panchina sotto il melo, chiamai mamma per dirle che tutto era andato bene.

– Brava, Giulia. Alla fine, era pur sempre una persona.

– Mamma, era bravo, solo tanta, troppa tristezza si era accumulata nella sua vita. Dai, non portargli rancore. Amava papà più di se stesso e così, ti ha detto troppe parole sbagliate.

– Non ti preoccupare, Giulia sospirò lei. Non ci penso più. Dimmi piuttosto: quando torni a Milano, oggi o domani? Non ti fa paura restare da sola in quella casa?

– No, non torno subito. Ho preso ferie, voglio fermarmi ancora un po, respirare questo silenzio di campagna. E poi, tra qualche giorno sarà il nono. Magari, vieni anche tu?

– Giulia, figlia mia ma quanto vuoi che venga fin lì? E poi col periodo dellorto, proprio ora dovrei lasciare la mia campagna?

– Va bene solo, ricordati che qui cè anche la tomba di papà. Non vieni mai, da quando labbiamo sepolto.

– Io lo volevo seppellire in città, è stato tuo nonno a volerlo qui Comunque ora inizia il mio programma preferito. Tutto bene, vero? Se hai bisogno, chiamami.

Sorrisi: mamma, da sempre, quando non sa cosa dire, si inventa un impegno urgente.

Rientrata in casa, mi sono fatta un tè usando i rametti di ribes e menta del nonno e sono andata a dormire.

Prima di chiudere gli occhi, ho tirato fuori la lettera del nonno. Lavevo letta ancora il primo giorno, ma non ci ho capito granché.

Di solito mi raccontava dei suoi giorni, invece quella volta mi parlava quasi solo di un gatto, Nerone.

Non crederai, Giulia, ma Nerone ama il latte. Dicono che per i gatti adulti non dovrei darglielo, ma lui ieri ne ha bevuto mezza bottiglia. Dovrò chiedere ancora latte alla vicina. Di solito una bottiglia mi durava una settimana, ora finisce subito. Però lei è contenta, hatto ci pago Nerone è sempre affamato, il frigo quasi vuoto. Ma sai cosa è strano? Continua a nascondersi da me Lho visto solo di sfuggita, qualcosa di nero vicino al fienile Sento sempre il suo sguardo sulla schiena. Spero che quando vieni tu, magari riesci a prenderlo. Puoi aiutarmi. Ho la sensazione che sia stato molto maltrattato

Questa era solo una parte. Ma, davvero, non cè mai stato nessun gatto vero. Sia in casa che fuori.

Eppure quel senso di essere osservata, stanotte lho sentito anchio.

Devo proprio chiedere domani a Maria se sa chi è questo Nerone

*****

Allalba la stanza era invasa dai raggi del sole, i passeri cinguettavano, i galli facevano a gara.

Un classico inizio di giornata di paese.

Ho aperto la finestra, chiuso gli occhi e ho lasciato entrare ricordi dellinfanzia, di quando costruivo nidi per gli uccellini con il nonno. Poi mi sono ricordata del mistero del gatto e sono andata dalla signora Maria.

– Quale gatto? si stupì.

– Nemmeno io lo so Nerone. Non lo aveva mai nominato nelle vecchie lettere, ma nellultima lo cita di continuo.

– Ah! Ecco sì, credo di aver capito. Un mese fa passavo davanti e lo sentivo parlare con un gatto, lo chiamava così, Nerone Mai visto nessuno accanto a lui. Ogni giorno era così: parlava col suo amico invisibile, raccontava di sua moglie, di suo figlio Altri paesani pure lhanno sentito, passano tutti lì davanti. Ma nessuno ha visto un gatto. In casa nemmeno, e ci sono andata spesso E quando gli chiedevamo, lui scherzava: Quando lo prendo, ve lo faccio vedere.
Secondo me, poveretto, aveva un po perso il senno Se quel gatto esistesse, qualcuno lavrebbe visto, no?

– Sì ma non mi sembra che il nonno stesse perdendo la testa. Forse cè qualcosa che ci sfugge. Magari davvero si nascondeva bene. Da voi qualche gatto nero non è sparito negli ultimi tempi?

– Proprio no. E neri, in paese, non ne abbiamo.

Dopo aver salutato Maria, tornai in casa e continuai a mettere ordine, ma nella mente mi girava sempre il mistero del gatto che nessuno aveva mai visto.

Davvero una situazione strana, pensavo. Se cera, dovè ora?

Intanto, da dietro al fienile, due occhi gialli e curiosi mi osservavano.

Nerone mi studiava da giorni; tra tutte le facce che erano passate lì, la mia gli era apparsa la più vicina. Forse perché assomigliavo al nonno, che nellultimo mese gli aveva dato latte, salame, carne, di tutto. Lui però, diffidente, continuava a guardare da lontano.

Aveva subito troppi maltrattamenti in vita per fidarsi degli umani. Da piccolo lo colpivano spesso, poi crescendo lo scacciavano coi bastoni o con i sassi. Non aveva mai trovato pace tra la gente. Da una campagna allaltra, sempre alla ricerca di casa. E lì aveva trovato il nonno, che aveva occhi buoni e una voce che Nerone avrebbe ascoltato per ore.

Seppure avrebbe voluto fidarsi di lui, il terrore era ancora troppo forte.

Poi, improvvisamente, una mattina il nonno non cera più. Quel giorno Nerone sentì subito il profumo della morte: corse alla porta, ma era chiusa, poi alle finestre, niente Rimase tutta la notte sotto il portico, piangendo piano.

Ora guardava me, sentiva che il mio cuore era buono come quello del nonno, ma non riusciva ancora ad avvicinarsi.

Hasta che, il giorno del nono, una coincidenza decisa dal cielo: tra la folla che era venuta a ricordare il nonno, poi io, rincasando, mi girai di colpo e vidi due occhi dorati tra i rami.

– Ecco, sei tu, Nerone! esclamai. Quindi quello che il nonno mi scriveva è vero. Vieni qui, dai, conosciamoci.

Ma appena mossi un passo verso di lui sparì tra le piante.

– Ma come sei timido, Nerone sorridevo, guardando tra i cespugli. Domani torno in città e neanche ti fai vedere? Non aver paura, vorrei solo conoscerti.

Maria, che arrivava col sacchetto di panzerotti da portare in viaggio, sentendo che parlavo da sola pensò forse che avessi perso il senno anchio.

La nipote anche lei parla col gatto che non cè, borbottava tornando a casa, dimenticando persino i panzerotti.

Dopo pranzo, grosse nuvole nere coprirono il sole e in cortile piombò una calma sinistra, rotta dai chicchirichì delle galline o dai tuoni in lontananza.

– Si mette male, mi accigliai, guardando il cielo. Arriva un temporale.

E fu davvero un uragano: vento e pioggia torrenziale subito. Chiamai più volte Nerone per farlo entrare ma niente, non venne.

Era nascosto da qualche parte, raggomitolato, terrorizzato dai tuoni, forse più dai fulmini che dagli umani.

*****

Pioggia e vento sbatacchiavano mentre cercavo di dormire, senza riuscirci.

Poi, allimprovviso, un tuono pazzesco.

Mi alzai di scatto dal letto guardando fuori.

Lampade a giorno tagliavano la camera, le tende svolazzavano negli infissi aperti. Non feci in tempo a pensare di chiudere la finestra che una sagoma nera saltò dentro.

– Oddio! gridai, schiacciandomi a capo letto.

Quella cosa nera e bagnata corse ai miei piedi, saltò nellarmadio, poi si nascose sotto il letto.

Nerone! Era uscito finalmente dal suo nascondiglio.

Cercando di rassicurarlo, riuscii a tirarlo fuori, lo asciugai bene con un vecchio asciugamano e lo portai a letto con me.

E mentre fuori la tempesta infuriava, io e il micio ci scaldavamo a vicenda, finché tutti quei lampi e tuoni non mi sembrarono più così minacciosi.

*****

La mattina dopo, Nerone tentava con le zampette di aprire la finestra. La tempesta era passata.

– Dove credi di andare, amico mio? gli chiesi sorridendo.

Si fermò, guardandomi quasi come se si scusasse per essersi lasciato andare la notte prima.

– Miao miagolò grattando il vetro. Chiedeva di uscire.

– Prima colazione! dissi. Poi decidi tu: resti qui oppure vieni con me in città. So che il nonno avrebbe voluto che ti prendessi cura di te. Io stessa ci tengo. Ma la scelta è tua. Spero solo che sia quella giusta.

Dopo averlo sfamato, lo liberai nel giardino e iniziai a preparare la valigia.

Quando uscii di casa, Nerone era già lì ad aspettarmi sul portico.

Si avvicinò, mi fissò negli occhi e cominciò a strofinarsi sulle mie gambe.

Aveva deciso: mi avrebbe seguito a Milano. Perché con me si stava bene. E con me aveva finalmente sicurezza.

E, soprattutto, era stufo di doversi nascondere. Ora voleva solo la vita normale di un gatto di casa.

– Bravo, Nerone, gli dissi sorridendo. Lo sapevo che avresti scelto così.

Quando Maria vide che portavo via Nerone, restò a bocca aperta.

– Ma quello è quello lì?

– Proprio lui, dissi. Quindi mio nonno era sanissimo di mente. Soltanto che si è trovato un gatto molto, molto diffidente. Ma ora tutto si è sistemato.

– Eh, chi lavrebbe detto Prometti però che tornerai qui, a trovare il nonno.

– Certo che torno. O meglio, torniamo, io e Nerone. Non so quanto spesso, ma torneremo.

– Bene. Ecco, prendi questi per il viaggio, mi disse, porgendomi una busta di panzerotti.

– Grazie di tutto, Maria.

Seduta sullautobus, guardando il cielo che sfilava, per un attimo mi sembrò di vedere tra le nuvole il volto del nonno. E anche Nerone, accoccolato sulle mie ginocchia, alzò improvvisamente la testa verso quel sorriso gentile.

Poi il pullman ripartì, la nuvola sparì, ma tanto sapevo che il nonno non era svanito nel nulla.

Lui sarebbe vissuto sempre nella mia memoria, nel mio cuore.

E forse, ovunque sia ora, è felice che io e il suo misterioso amico ci siamo finalmente trovati.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one + five =

Il nonno non c’è più