Non di nuovo sussurrò Maria fissando il lavello pieno di acqua insaponata, mentre le bolle sembravano galleggiare come pensieri dispersi.
Le lancette dellorologio da cucina volevano decifrarsi luna con laltra, puntate dure sull1:15. La casa respirava piano, quasi in apnea. Dietro la parete, la piccola Alessia mormorava i suoi sogni. In camera da letto, forse, Vittorio già navigava nei pensieri confusi del dormiveglia. Sotto il paralume opaco, la luce accarezzava il tavolo con un cerchio giallo: lì, solitaria, una tazza di camomilla fredda, come un relitto.
Il campanello violentò il silenzio come una lama: insistente, ossessivo, lasciando giusto il tempo di sperare in un per piacere, unaltra notte.
Da dietro la porta chiusa della camera, la voce impastata di sonno di Vittorio:
È ancora lui?
Maria si asciugò le mani sul pigiama, ricacciando uno sbadiglio che avrebbe voluto diventasse un placido io dormo, lasciatemi in pace, e obbligò i piedi verso il corridoio. Dentro le sue ossa irrimediabilmente pesanti qualcosa ribolliva: fastidio, vergogna di provare fastidio, stanchezza spessa come un mantello umido.
Allo spioncino, la sagoma già nota, quasi disegnata dallo stesso sogno di molte notti: spalle larghe, giacca di pelle consunta, il berretto calcato sulla nuca. Era Pietro Petrucci, il suocero, appoggiato al muro con una mano e nellaltra una scatola di cartone sproporzionata.
Ai suoi piedi, il sacchetto del supermercato con il logo verdebiscotti, sempre quelli. Una liturgia.
Aprì.
Mariuccia! gridò Pietro, illuminato come se fosse mezzogiorno. Non dormite ancora? Meno male! Volevo solo rubarvi dieci minuti.
Buonasera, Pietro è notte, se per caso non te ne fossi accorto.
E che sarà mai! Notte giovane, gambe giovani, cuore poco vecchio sventolò la scatola come una bandiera. Fai entrare questo vecchio? Ho portato un tesoro.
Sulla scatola una vecchia etichetta, scritta a mano: Pellicola 8mm. 1978. Capodanno. Casa. Lodore sa di armadi spenti e sogni rinchiusi in fotografie sbiadite.
Lho trovata! Ci credi? e già si infilava nellingresso, ignorando convenevoli. Era da Claudio, il vicino. Gli ho detto: Quella è mia!. Allinizio non ci credeva, poi ha riconosciuto la grafia. Dice che è di Elena
Il nome di Elena, moglie morta dieci anni prima, diede un fremito freddo al corridoio.
Si affacciò Vittorio, ancora accecato dalla luce.
Papà sono le una di notte.
Il miglior orario per ricordare il passato! Ma cosa dite ai miei tempi a questora partivano i balli.
Ogni sua parola scattava nella testa di Maria come una pallina contro le pareti. Ma nel profondo, una voce sussurrava: E se avesse semplicemente paura del buio e della solitudine?.
Vieni di là sospirò, inghiottendo un sospiro. Ma adagio, Alessia dorme.
Certo! Sono un topolino, io strusciava la giacca con rumore di carta pesta.
Un topolino, pensò Maria, che però suona come il campanello dellinferno.
***
In cucina, Pietro occupava sempre lo stesso posto: il più vicino al termosifone. La schiena odia la corrente diceva. Maria, in modalità automatica notturna, versò il tè nella sua tazza stanca.
Vittorio, seduto di fronte, fissava la scatola.
Cosè, papà?
È il nostro film! annunciò Pietro, con gravità teatrale. La pellicola di famiglia. Qui ci sono tua madre, te piccolissimo, le luci, le insalate russe e il naso di zia Caterina che
Rise da solo. Maria lo guardò di lato, sentendo le lancette danzare: 1:27, 1:28. Pietro, intanto, sembrava appena scaldarsi.
Mi ricordo come se fosse ieri a mezzanotte avanzata, arrivò Sandro con la moglie. Fuori gelo, dentro caldo. Entrate! Qui le porte non si chiudono mai!. Elena aveva detto una cosa come era? Di notte certe porte devono restare aperte per chi ne ha davvero bisogno.
Maria annuì: le parole si attaccavano come rovi.
Papà sbadigliava Vittorio. Ma il proiettore almeno ce lhai?
Eh, oramai non più Speravo laveste voi. Un proiettore 8mm qui? Maria scattò: Sì, tra il pianoforte a coda e la rotativa da stampa!
Pietro sorvolò sullironia, comera sempre stato.
Troveremo una soluzione dichiarò . O digitalizziamo. Tu, Vittorio, sei il programmatore, no? Per ora vi racconto io.
E così partì. Primo acquisto della macchina fotografica, risate sulla neve, pranzi fuori porta, volti sbiaditi che risorgevano tra le sue parole dense di nostalgia, zampillanti come lacqua nel bollitore.
Maria ascoltava con la coda del pensiero. Il mantra ronzava: Domani alle sette sveglia, Alessia allasilo, relazione da mandare, palpebre che franano
***
Un fruscio la riscosse.
Alla porta apparve la minuscola ombra in pigiama rosa a stelline: Alessia, capelli selvaggi e occhi chiusi a metà.
Mamma biascicò, inciampando sullo zerbino.
Tesoro, che cè? Maria le andò incontro.
Ho sete E ho sognato di nuovo il nonno.
Pietro si illuminò:
Vedi? I bambini sentono la connessione!
Alessia non era ancora davvero sveglia.
Mi vieni sempre a trovare, nel sogno disse con serietà. E bussi, bussi non posso chiudere la porta, maniglia è calda.
Maria ebbe una fitta ghiacciata nelladdome. Vittorio si rabbuiò.
Ma che tipi di sogni sono questi? sussurrò lui.
Ma no! È lanima che chiama, ribatté Pietro.
O forse chiama solo il silenzio, pensò Maria, ma ad alta voce disse:
Su, a letto, amore. Il nonno verrà anche domani magari con il sole, va meglio.
Di giorno? si assicurò Alessia.
Maria incrociò lo sguardo di Pietro. Stranamente infantile, sconcertato.
Anche di giorno, certo. È più bello.
Alessia pianse appena e si aggrappò alla madre.
Maria la portò via, ascoltando il nuovo, troppo allegro bisbigliare di Pietro dalla cucina.
Coprì la bambina, la accarezzò e si scoprì a pensare: Sempre così. I suoi solo dieci minuti sallungano in ore fatte di biscotti, tè tiepido, occhi pesanti, crepe in ciò che chiamavano routine.
Lorologio picchiettava nel corridoio. Le due si avvicinavano.
Il suo respiro si sincronizzava col ticchettio. Anche la pazienza sapeva seguire un ritmo
***
E di nuovo a quellora! si lamentava Maria al telefono, giorni addietro. Zero ritegno. Sembra la caffetteria Da Figlio, ventiquattrore su ventiquattro.
Olga, lamica dai tempi delluniversità, suspirava con aria complice.
Maria Lorenzi teatralizzò le mie condoglianze. Il tuo appartamento è infestato da uno spirito notturno.
Eh, spiritoso sbuffò Maria. Sul serio. Non dormo più. Ogni notte temo quel trillo. E puntuale, uno e dieci, uno e mezza, a volte quasi le due Solo dieci minuti.
È unavventura! rispose Olga. Modalità hardcore: svegliati, prepara la teiera, ascolta il monologo. Premio? Sempre i biscotti!
Maria si ritrovò a sorridere.
Sempre gli stessi, sai? Quelli allavena, verde sulla confezione. Mi fanno allergia ormai.
Diventano il simbolo, ormai, rifletté Olga. Regalagli una sveglia ospite!
Eh? Tipo?
Chiama tu lui alle una di notte.
Sei perfida.
Naturalmente scherzo. Però dovresti segnare dei confini. Senza, lui continuerà a pensare che vada tutto bene.
Non è facile. È mio suocero, un uomo solo. La moglie morta, Vittorio unico figlio. Che faccio? Gli dico: Non venire di notte? È fragile, ha i suoi ricordi, la pressione
Anche tu sei fragile ricordò Olga. E cè anche Alessia, il lavoro. Prendersi cura di sé a volte aiuta anche gli altri.
Maria restò zitta. Quella parola confini le graffiava i pensieri. Si era sempre convinta che una buona nuora dovesse saper sopportare.
***
Il primo arrivo notturno di Pietro era stato sei mesi dopo la morte di Elena.
Maria pensava fosse un caso unico. Una notte per condividere il lutto, perché di giorno è tutto troppo rumoroso.
A letto, con la finestra a disegnare una chiazza di luce, il silenzio si era fatto quasi sonno quando la porta dellingresso prese a tremare.
Ma chi sarà a questora? sobbalzò Maria.
Il campanello vibrava di urgenza. Vittorio si alzò, jeans sui pigiama:
Spero non sia successo niente.
Aperto il portone, Pietro di fronte: spettinato, senza giacca, in maglia lisa, occhi lucidi.
Scusate farfugliò, ma già dentro casa senza permesso. Non ce la facevo a stare solo. Vuoto.
Odorava di tabacco e vento. In mano, sempre i biscotti allavena.
Papà, ti senti male? ansia nella voce di Vittorio.
No ma il tono era spento. Volevo solo vedervi.
Quel groppo nella gola di Maria si sciolse. Ricordò le esequie di Elena Petrucci, Pietro con il cappello tra le mani, lo sguardo smarrito di chi ha perso i confini.
Lo fecero sedere in cucina. Tè e poche parole. Sussurri dispersi tra le ombre:
Lei beveva il tè, così, di notte
Le mani tremavano sui biscotti.
Anche io e lei ci conoscemmo proprio davanti allo scaffale di questi biscotti Li prenda lei, io devo stare a dieta e decisi che lavrei sposata.
Allora a Maria non era venuta stizza, ma compassione.
Venite quando volete, Pietro. Siamo qui.
Una promessa che Pietro prese alla lettera. Il suo quando volete fu unora sempre più pescata dalla notte.
Poi una seconda notte, una terza, poi Maria non ricordò più una vera pausa fra visite.
***
Quando Maria provò a parlarne con Vittorio, lui allargò le braccia.
Da sempre è un gufo, mio padre. Di notte leggeva, lavorava. Quando ero piccolo, lo trovavo in cucina alle due a consultare qualche libro.
Ma allora era casa sua replicava Maria. Ora è qui, con noi.
Per lui la nostra casa è un prolungamento. Forse ha persino paura del buio.
Anche a me fa paura Non dormo, Alessia si sveglia pure lei. Corro al campanello come a un incendio.
Vittorio scivolava nel silenzio. Tra padre e figlio si estendesse una nebbia: fastidio e giustificazione si alternavano, e il mantra era sempre è pur sempre mio padre.
Una volta Maria rimase a letto. Ignorò tutto, facendo la morta. Fu Vittorio ad alzarsi, ad aprire, ad accogliere.
Dopo un po, quel mormorio curiosità e stanchezza duellavano. Maria spiò in cucina.
Pietro, solo, una pila di foto. La lampada disegnava un piccolo palco di luce.
Elena, guardati, sussurrava in quel vestito dicevi che se ingrassavi non ti avrei più amata. E io stavo zitto, che idiota. Dovevo dirtelo che
Girò una foto.
Vittorio, qui, con il naso lucido. In quella TV guardavamo i film insieme ricordati di quando Sandro arrivò alluna, e lo trattenemmo fino alle tre E dicevi: Facciamo entrare, finché ci siamo. Si chiuderà la porta solo con la nostra morte.
Parlava più a sé, che a chi fosse in casa. In quei sussurri, una domanda sospesa: Fatemi trovare sempre una porta aperta, almeno qui.
Maria si sentì fragile. Pietro non era un mostro, solo un bambino smarrito tra adulti addormentati.
Irritata, sì, eppure a quellirritazione sera aggiunta pietà.
***
Una notte provò a sdrammatizzare.
Era quasi estate, finestra spalancata e aria di gelsomino. Il campanello: sincronizzato come una messa in onda. Maria infilò un kimono sgargiante sopra il pigiama, mascherina da sonno stile Venezia sulla fronte.
Sembri una diva! rise Vittorio.
Stasera è Una notte al cinema con Pietro Petrucci. In scaletta: biscotti, camomilla, insonnia.
Pietro rideva compiaciuto:
Bravi i giovani! Almeno voi portate brio. Pensavo foste già in quiescenza: letto alle dieci, sveglia alle sei.
Maria batteva ritmicamente sul timer della cucina.
Si lancia la tradizione! Sì, Mezzanotte allitaliana. Tè, biscotti, mandolino Peccato per la sveglia delle sei.
Ma va, almeno abbiamo ricordi da raccontare! Di notte, nei viaggi in treno, tutti erano amici. Le chiacchiere migliori si fanno sempre alluna.
Poi, con sguardo perso nella fiaba:
Ci sono porte che è giusto lasciare sempre aperte. Cè chi ne ha davvero bisogno.
Quella frase rimase agganciata a Maria come la neve bagnata sotto le scarpe. Tenero e anche un po pericoloso.
Peccato che chi bussa sempre si dimentica che anche dentro qualcuno vive, pensò. Ma in pubblico sorrise.
Però ci sono anche finestre, meglio tenerle chiuse, o ci si ammala.
Lui prese unaltra dozzina di minuti a racconti e aneddoti, ignaro del crescendo di esaurimento e stizza di Maria.
***
Una notte non aprì.
Alessia aveva la febbre. Maria aveva appena sistemato la bambina, quando il campanello suonò, spaccando il filo del miracolo.
Non ora, vi prego mormorò.
Erano sole. Maria rimase immobile. Il suono tornò, insistente, poi cessò. Silenzio.
Contò mentalmente fino a cento, duecento. Cuore a martellare. Almeno una volta non ho aperto. Il mondo non è crollato.
La mattina, scendendo per la pattumiera, trovò sulluscio il sacchetto con biscotti. Appena umido, con accanto un biglietto breve: Vi siete addormentati. Non volevo svegliare. P.
Nessuna accusa, solo il pacchetto.
Maria provò una morsa acida di colpa e rabbia: Perché sentirmi cattiva se voglio solo dormire?.
***
Dopo una delle notti peggiori, la casa sembrava una coperta bagnata: pesante, gelida.
Alessia raffreddata, era corsa più volte a piedi nudi in cucina, la febbre era montata, la tosse si era intrufolata nella stanza. Sottocchi di Maria, ombre larghe come la pianura padana. Al lavoro, falciata di caffè. La sera, una pentola di minestra a scaldarsi, uno sguardo a Vittorio e una stanchezza rotta in gola.
Non ce la faccio più, disse piano.
In che senso? lui faceva partire il bollitore.
In senso che non possiamo vivere secondo il tempo di tuo padre. Casa nostra non è una mensa di pronto soccorso. Cè nostra figlia, ho un lavoro. Non conto più niente qui dentro.
Vittorio stava per ribadire però è mio padre, ma Maria fu più rapida:
Basta. Da un anno sento: Lui ha bisogno, è solo, è dura per lui. E io? Sono una madre, una donna, ho anchio i miei nervi e i miei confini. E nessuno mi chiede mai come vada per me.
Lui abbassò lo sguardo.
Proviamo a parlare, allora. Se viene stasera, parliamo in tre. Senza battute, senza dieci minuti e basta. Gli dico che ho diritto alla notte. Quella vera, senza campanelli.
Vuoi bandirlo?
Vorrei solo che ci raggiungesse di giorno, o perlomeno non oltre le nove. Non lo caccio via, caccio solo il suo orologio fuori dal nostro sonno.
Si offenderà.
E io sono offesa da tempo, Maria sospirò. Da voi due. Da quando va tutto bene è diventato un modo codardo di accettare abitudini altrui.
Detta ad alta voce, la frase le suonò chiara. Vittorio annuì.
Proviamo, stanotte sono con te.
***
Quando vide la scatola con la pellicola nelle mani di Pietro, tutto si compattò in un solo disegno.
Feste di famiglia 1979, cera scritto a penna sulla scatola. Pietro posò con solennità il tesoro sul tavolo.
Ragazzi, ma vi rendete conto? Una vita intera!
Maria colse lo sguardo di Vittorio, che le dava il segnale: parla tu.
Pietro, siamo contenti che tu abbia trovato la pellicola. E ci fa piacere averti qui. Però dobbiamo parlare di una cosa.
Di notte? Parliamo di notte? quasi scherzò lui.
Delle notti, Maria seria. Delle tue e delle nostre.
Pietro perse il sorriso.
Parlate, ascolto.
Vieni spesso, tardi. Per te è il momento giusto. Ma noi alle una di notte non siamo vivi. Domani cè lavoro, cè lasilo, domani di nuovo. Siamo a pezzi, così.
Pietro si rabbuiò.
Vi dò fastidio?
Furono in due a rispondere.
Papà, ti vogliamo bene, ma di notte è durissima. Soprattutto per Maria e per Alessia.
Maria annuì.
Ho paura di ogni squillo dopo le dieci. Mi batte il cuore, anche Alessia ormai si agita. Stanotte ha sognato che qualcuno bussava, con la maniglia rovente.
Pietro guardò i suoi polpastrelli.
Credevo era come una volta, con Elena. Di notte le porte sempre aperte. Chi ha bisogno, entra, diceva Elena.
Noi di notte abbiamo bisogno di dormire, Maria sorrise gentile. Non chiusura per rifiuto, ma per amore nostro e di nostra figlia.
Silenzio. Le mani di Pietro fremevano.
Non volete più che venga?
Sì che ti vogliamo. Ma in orari diversi: vieni di giorno, vieni a cena, chiama prima. Così ci prepariamo, compriamo la tua camomilla. Festeggiamo la pellicola insieme, come a Capodanno 79.
Vittorio: Così possiamo davvero godercela, papà. Altrimenti, crolliamo.
Pietro rimase a lungo zitto. Poi, con una voce niente affatto da vecchio, ma da ragazzino:
Non avevo capito che per voi fosse così pesante. Da solo, non avendo più dormito davvero, mi sembrava ovvio
Maria sentì sciogliersi qualcosa e respirò meglio.
Non era un tiranno. Era uno che si era perso tra il qui e laltrove dopo che il tempo si era inceppato, la notte in cui Elena se nera andata.
Facciamo così, decise Maria. Questa pellicola la guardiamo sabato pomeriggio. Tutti insieme. Biscotti, tè, calendario del nuovo anno che non cè più.
Pietro accennò un sorriso, appena mesto.
E se di notte mi sento solo? non finì.
Se stai male, chiama. Rispondiamo. Ma non come routine. Solo se succede davvero qualcosa.
Vittorio: Papà, io voglio stare con te, ma da sveglio davvero. Non come uno zombie.
Pietro, abbozzando un sorriso: Un vecchio sciocco sono. Credevo che dieci minuti passassero inosservati.
Invece sono già diventati un intero anno, aggiunse Maria.
Lui annuì.
Daccordo Lasciamo la pellicola per sabato. Ora vado.
Ti accompagno, propose Maria.
Nel corridoio lui si impaperò con la giacca.
Maria, se chiamo tardi per sbaglio
Penserò che stai male, rispose sincera. Mi preoccuperò, ma non posso più aprire sempre. Anchio sono umana.
Lui accennò un cenno dintesa: negli occhi, del rispetto nuovo.
***
Il sabato arrivò carico di sole e nostalgia.
Un proiettore sgangherato, recuperato da amici di Vittorio, troneggiava in soggiorno. Un lenzuolo bianco, appuntato alle tende, simulava una sala depoca.
Pietro seduto avanti, stringendo la scatola come uno scrigno. Alessia, con il coniglio di peluche sul grembo, poggiata sulle ginocchia di Maria. Vittorio, che si dibatteva coi cavi, sembrava un ragazzino.
Finalmente il proiettore sbuffò: luce, sagome sgranate sul muro.
Una giovane donna in abito a fiori un sole che entra dalla finestra. Un giovane Pietro, capelli folti e mani giganti su Elena. In mezzo, piccolo Vittorio grassottello.
Sul tavolo: mandarini, panettone, lucine colorate. Improvvisamente la camera scova una scritta su cartoncino, incollata alla porta: Casa nostra è sempre aperta. Anche di notte. Se siete dei nostri.
Un tuffo al cuore di Maria.
Pietro singhiozza.
Lha scritta lei voleva che si sapesse.
Sullo schermo, Elena ride e spalanca la porta a qualcuno invisibile: Entrate, entrate!. Luce, voci, giochi. Lorologio inquadra le 1:05. Unaltra scritta: Casa è casa, sempre aperta.
Pietro si lasciò andare, in un pianto sommesso.
Maria sentì Alessia scaldarsi sul braccio: la bambina si addormentava tra la trama della camicia e le mani materne.
Il proiettore borbottava, le sequenze si rincorrevano: Elena che asciuga i piatti, Pietro che le stampa un bacio, Vittorio attorno allalbero.
Maria guardava e capiva. Le visite notturne di Pietro non erano abitudine. Cercava solo, con disperazione gentile, il tempo che era stato, il tempo delle porte aperte senza bisogno di spiegazioni.
***
Spento il proiettore, la stanza si fece dolce e ovattata. Alessia dormiva.
Pietro si asciugò il viso.
Scusate, credevo di fare bene venendo da voi di notte, per non sentirmi solo.
Maria rispose:
Non sei solo. Neanche senza incursioni notturne. Ma ora proviamo a lasciare la porta socchiusa solo col sole.
Nei giorni seguenti, Maria al supermercato comprò non solo i biscotti allavena, ma anche un termos dacciaio ben capiente, decorato con montagne. Conserva il caldo otto ore, prometteva la scatola.
A casa, mise il termos in una scatola, aggiunse i biscotti e una chiave con portachiavi.
Sul bigliettino scrisse: Pietro, qui sarai sempre benvenuto, specialmente al mattino. Il termos è per portarti il calore da solo. La chiave per entrare di giorno. Solo chiama prima. Ti vogliamo bene. Maria, Vittorio e Alessia.
Chiamò Pietro, di giorno, per la prima volta lei per prima.
Pietro, domani si fa colazione insieme. Quando vuoi, ma entro mezzogiorno.
Lui rise di sollievo.
È un invito ufficiale?
Una nuova tradizione. Stop ai turni di notte.
Il giorno dopo, Pietro arrivò alle dieci precise. Chiamò mezzora prima sto scendendo, ci siete?. Sul pianerottolo, una camicia bianca stirata, in mano un mazzetto di margherite.
Queste per te, Maria. Pazienza doro.
Sotto il braccio, un orsetto col berretto della buonanotte.
Per la nostra Alessia. Farà la guardia ai sogni la notte: il nonno stavolta entra solo per raccontare fiabe.
Maria sorrise davvero, di gusto.
Vieni, il tè ti aspetta.
Sul tavolo, il sole disegnava rettangoli caldi. La camomilla fumava, i biscotti scricchiolavano. Alessia, sveglia e felice, abbracciava il peluche. Vittorio raccontava a Pietro il suo nuovo lavoro, Pietro in risposta una barzelletta su come sbagliò treno fra notte e giorno.
Era Pietro, sempre Pietro. Ma il tempo era diverso. Mattino invece che notte. Una visita scelta, non imposta.
Quella sera, per la prima volta dopo mesi, Maria sentì Alessia sussurrare:
Mamma, stanotte non ho sognato il nonno.
E ti è piaciuto?
Sì. Ho solo dormito. E stamattina il nonno era vero.
Maria sorrise al buio.
Così deve essere.
Quando lorologio segnò l1:15, la casa rimase immersa nella sua pace. Il campanello zittì i suoi fantasmi. Maria si svegliò solo al suono naturale del mattino, incredula di aver dormito per sé, e non per le paure altrui.
Aveva imparato a dire basta, adesso serve a noi, senza rabbia né vergogna, con parole che non facevano crollare il mondo.
Pietro non era sparito.
Aveva solo imparato a bussare secondo un nuovo ritmo.
Per tutti, questa fu una piccola vittoria il sapore che resta allalba tra camomilla e biscotti allavena.


