Il tassista che non diceva una parola
Tu, non mi ascolti mai!
Ho lanciato il piatto nel lavandino con una tale forza che le gocce sono finite fino al soffitto. Undici anni. Sempre le stesse parole, nelle stesse stanze. E ogni volta era lui a iniziare, come se fossi io la colpevole, come se tutto il peso stesse sulle mie spalle.
Luca si è fermato sulla soglia della cucina, le braccia incrociate sul petto. Quasi quarantanni, eppure litigava come un ragazzino: testardo, duro, pronto a morire pur di avere ragione. Ho imparato quella faccia a memoria tanto tempo fa. Mascella serrata, sguardo perso chissà dove. Si è girato verso la finestra, il suo modo per dirmi che la discussione era chiusa.
Ma per me era appena cominciata.
Ti sei dimenticato di chiamare mamma ho detto, e già la voce mi tremava. MIA mamma. Ha sessantatré anni. Ti aspettava tutto il giorno. Non un regalo una chiamata. Tre minuti. Non ci sei riuscito.
Lho dimenticato, capita. Ma davvero ti ci devi fissare così?
Capita? Tu lo dimentichi sempre. Ti dimentichi lonomastico, lanniversario, PURE il mio compleanno lanno scorso sempre tutto un ops, mi sono scordato.
Questa storia labbiamo già fatta mille volte. Mi sono scusato, no?
Sì, ti sei scusato, e hai dimenticato di nuovo! Quindi io devo ricordarti tutto come fossi una sveglia vivente?
A quel punto si è girato verso di me. Occhi arrabbiati, stanchi.
Non mi ascolti mai ha ripetuto, più piano. Io dico una cosa, tu ne senti unaltra. Sono stanco di spiegarti ogni volta.
Ho preso la giacca dallattaccapanni, cercando il telefono nella tasca col cuore che mi rimbombava ovunque.
Dove vai?
Da mamma.
Di nuovo da tua madre. Ogni volta, sempre da lei.
Non lo ascoltavo già più. La porta si è chiusa sbattendo, e il freddo del marzo milanese mi è scivolato nelle ossa. Le dita mi danzavano sullo schermo affusolate, con le nocche sporgenti, abituate a chiudersi a pugno quando sono nervosa. Taxi. Pagamento con carta. Destinazione: Monza. Tre minuti di attesa.
Sono rimasta davanti al portone, con il bavero della giacca tirato su, e guardavo le finestre del secondo piano. Avevo freddo, ero arrabbiata, soprattutto con me stessa per aver fatto scoppiare di nuovo la lite. La luce della cucina era ancora accesa. Quindi sì, lui era ancora lì, braccia incrociate, ad aspettare che tornassi.
Ma non sarei tornata. Non quella sera.
Unauto scura è arrivata silenziosa al marciapiede. Ho aperto la portiera dietro, sedendomi senza guardare il conducente. Linterno profumava di resina non la solita pigna finta appesa allo specchietto, proprio odore di pino vero, come se qualcuno avesse messo un rametto sotto il tappetino. Silenzio totale. Niente radio, né navigatore che chiacchiera, né musica. Solo il display del cruscotto che illuminava il percorso, chiaro e glaciale.
Il tassista ha annuito guardando il navigatore, ed è partito.
Mi sono appoggiata al finestrino e ho chiuso gli occhi. Avevo bisogno di un minuto di pace, almeno. Ma niente pace. Ero piena di parole, troppo ingolfata dentro, che volevano uscire. Avevo appena sbattuto la porta di casa. Avevo appena abbandonato mio marito nel mezzo dellennesima litigata per correre da mamma, la decima volta negli ultimi tre anni. E ogni volta mi dicevo: basta, è lultima, mai più. E ogni volta rifacevo gli stessi passi.
Davvero dovremo andare avanti così? Fino alla fine?
Scusi dico a vuoto nel silenzio della macchina. Devo parlare, lo dico subito. Mi serve dirlo a voce, anche se non gliene importa.
Niente risposta. Non mi dice di no. Per me è un sì.
Siamo sposati da undici anni comincio, con la voce già che trema. Mi sono sposata con lui a venticinque e mi sembrava il meglio che potesse capitarmi. Uno che mi capisce. Uno che ascolta quando parlo. Uno che non si gira quando sto male.
Fuori scorrevano le luci di Sesto San Giovanni. Le conoscevo tutte ormai. Mi sembravano tutte indifferenti come questa sera che non passava mai. Lauto sfila in curva, e io mi sento trascinata.
Poi è diventato tutto uguale. Capisce? Ogni discussione una fotocopia della precedente. Lui dice che io non ascolto. Io dico che lui non sente. E abbiamo ragione entrambi, e torto entrambi, e non so più che fare perché le abbiamo provate tutte. Calma, urla, persino la terapia da uno psicologo Luca ha mollato dopo tre sedute: Non pago uno sconosciuto per sentirmi dire come devo vivere. E ciao.
Incrocio lo sguardo del tassista nello specchietto. Occhi grandi, color miele scuro, con le piccole rughe di chi sorride poco. Guarda la strada, poi sfiora lo specchio con lo sguardo giusto un secondo. Nessun giudizio. Solo ti vedo.
E allora riprendo. Perché devo.
***
Sai cosè che mi fa male? in quel momento non parlo più neanche a lui, ma alla notte che scorre dalle finestre, alle luci di Cinisello Balsamo che passano. La cosa più triste è che lui, Luca, è davvero una brava persona. Non beve, non mi tradisce, lo stipendio lo porta a casa. Tre anni fa, con la bronchite che si era fatta polmonite, non mi ha mollato un attimo. Brodo, anche se salato che sembrava mare, lo faceva.
Lauto scivola nella corsia più libera, mentre il navigatore ricalcola in silenzio. Nessun suono. Niente tra trecento metri gira a destra. Forse ci tiene lui, il tassista, a questo silenzio assoluto. Lo capivo, eccome se lo capivo.
Però non mi ascolta. Non è cattiveria, è proprio che non ci riesce. Io gli dico che mi pesa, che mi sento sola, che vorrei solo un cenno con la testa. E lui risponde: “e che vuoi di più? Abbiamo casa, macchina, lavoro”.
In quel silenzio di lamiera e velluto cera spazio, non vuoto. Era come una stanza senza nulla dove puoi gridare e nessuno ti giudica. Strana, questa cosa, pensavo: sto paragonando un taxi a una stanza vuota. Forse sono davvero esausta.
Ma a parlarne, stavo meglio. Meglio davvero.
Litighiamo per sciocchezze. Oggi era il compleanno della mamma, la settimana scorsa per un asciugamano umido lasciato sul letto. Un asciugamano! Ho urlato come se avesse venduto la casa. Lui urlava che sono fissata. Tutti e due avevamo ragione, tutti e due torto.
Mi sono strofinata gli occhi col dorso della mano. Sicuramente avevo il mascara tutto sbafato, ma chissenefrega. Andavo da mamma. Lei mi ha vista con e senza trucco, con la faccia gonfia di lacrime, sempre pronta ad accogliermi. Non vuole la figlia perfetta, vuole che io ci sia, punto.
Non posso chiamare unamica. Federica è in montagna, nessuna linea. Elisa, il marito è in ospedale, ora non posso disturbare. A mamma, se la chiamo col pianto, poi si preoccupa, non dorme, controlla il telefono ogni ora. E allora vado di persona, così vede che sto intera. Apre la porta, mi guarda in faccia e capisce tutto. Non dice nulla. Mette subito su il bollitore.
Butto uno sguardo nello specchietto. Il tassista guida calmo, mani grandi, squadrate, posate piatte sul volante. Un omone, più di cinquanta sicuro. Fa un piccolo cenno col capo, sì, forse per la strada che scende. O forse per dirmi: vai avanti.
E io continuo. Parlo ormai come se non ci fosse nessun altro.
Tanto la colpa è anche mia, lo so bene. Anchio urlo, anchio dico parole che non potrei mai riprendere indietro. Ieri gli ho detto che forse abbiamo sbagliato a sposarci, e gli ho visto la faccia cambiare di colpo. Ma non riuscivo a fermarmi. Lo sai comè, no? Quando vieni trascinata dal vortice, ti ascolti da fuori e ti rendi conto che stai esagerando, eppure non ti blocchi?
Abbiamo appena superato una stazione di servizio. Luci al neon che scorrono rapide e poi scompaiono. Mi è venuto in mente che io e Luca, quando stavamo bene, ci andavamo di notte per prendere i caffè dal distributore automatico solo per stare insieme, senza un motivo.
Ieri mi ha detto: tu non mi ascolti mai. Aveva ragione. Aspetto solo che finisca lui per dire la mia. Ma ascoltare davvero è tuttaltra cosa. Aspettare solo il tuo turno, non basta.
Non sto più piangendo ormai. Le lacrime erano rimaste indietro, tra Sesto e Cinisello. La voce è uniforme, quasi tranquilla. Piano piano, ogni parola che dico mi toglie un po del peso che avevo addosso.
Sai, penso che forse abbiamo paura della stessa cosa, io e lui. Che laltro se ne vada per primo. E allora urliamo, così da non lasciar andare. Un modo contorto per tenersi stretti. Ci si urla, poi si tace finché non fa male, poi si ricomincia da capo. Non so come se ne esce.
Il tassista cambia corsia. Ci incrociamo ancora nello specchietto quello sguardo caldo, color miele che per un attimo si sofferma. Senza pietà, senza noia né fastidio. Solo presenza. Come a dire: sono qui.
Mi mancava moltissimo questa cosa. La presenza senza giudizio.
***
Sai cosa sognavo a venticinque anni? Sorrido, ma è un sorriso storto. Immaginavo di tornare a casa e che lui mi chiedesse sul serio, “comè andata oggi?”. Non per cortesia, non perché si fa così, ma perché ci tiene davvero. Che sia interessato a cosa penso, cosa temo, cosa provo. È troppo?
Lauto esce dalla statale e si infila in una strada stretta. Gli alberi ora si stringono contro i finestrini, la luce è poca. Distinguo solo la sagoma del tassista spalle larghe, capelli corti. Il navigatore sempre muto, solo la luce.
Invece lui arriva e chiede: Cosa cè per cena?”. E io pensavo: Vabbè, sono uomini. Poi passerà. E invece peggiora. Un po per volta, come lacqua che cambia temperatura: prima calda, poi tiepida, poi ghiacciata. E ti abitui, e ti accorgi che non ricordi più comera quando scottava.
Resto zitta dieci secondi. Forse di più. In quel silenzio, sento il battito del cuore. Non dalla paura, dal sollievo. Ho raccontato tutto questo a uno sconosciuto; neppure alla mamma, né a Federica. E non mi vergogno. Sto meglio.
Forse perché il tassista ascolta sul serio. Senza io fossi in te o e cosa pretendi?. Nessun consiglio, nessun occhio al cielo. Solo lì, fermo e silenzioso.
Ho pensato al divorzio dico sottovoce. Tre volte in questi due anni. La prima quando Luca ha dimenticato lanniversario. Avevo preparato la tavola, mi sono messa il vestito, preso il vino. Torna, mi dice: Che si festeggia oggi? Sono rimasta mezzora chiusa in bagno.
Il tassista annuisce appena. O forse me lo immagino.
La seconda dopo la malattia, quando per mesi me lo rinfacciava: Ti ricordi come ti ho curata? Ho fatto pure il brodo! Non mi hai neanche ringraziato. E io glielho detto mille volte, grazie. Non lo sentiva, o se lo dimenticava.
E la terza proprio stasera. Quando ha ripetuto: Tu non mi ascolti mai. E ormai per me quelle parole erano un muro, ci sbatti la testa che quasi non senti più dolore.
Ma ho capito anche unaltra cosa: non lo lascerò. Non centra la casa, non centra labitudine. È che io mi ricordo comera. Quando non era arrabbiato, stanco, tutto lavoro. Sorridente solo con gli occhi, la domenica mi portava il tè a letto. Anche ieri mi ha sistemato il collo della giacca senza che me ne accorgessi.
Lauto si è fermata a un semaforo. La luce rossa illumina tutto, e finalmente vedo bene il tassista di profilo. Volto calmo, composto. Niente fretta. Uno che ha imparato, ormai, a non agitarsi per nulla.
Forse siamo solo incapaci di parlare insieme. O non lo abbiamo mai imparato. Nessuno ci ha detto come fare senza urlare. I miei urlavano sempre. Papà è andato via che avevo quattordici anni. Mamma ce lha fatta sola. Io però, allora, mi sono promessa che avrei fatto meglio. Più pazienza, più saggezza.
Scatta il verde e si riparte. E dentro di me penso: e anche stasera sono qui, piangere non serve ormai.
Ma avere pazienza non è stare zitti. È ascoltare, senza esplodere. Io invece sto zitta, zitta, zitta e poi esplodo che sembra crolli tutto. Alla fine ho solo accumulato, non sono stata forte.
Guardo il navigatore. Mancano sette minuti a Monza. Ci siamo quasi.
Mi sorprende non voler scendere da questauto. Non perché non voglia vedere mamma, ma perché in questa bolla di silenzio, da tanto tempo, mi sento al sicuro. Nessuno urla, nessuno interrompe, nessuno mi accusa.
Solo silenzio. Che cura. Sento che si sto lasciando andare tutto il nervoso.
Penso di averle detto più cose io stasera che a chiunque altro negli ultimi anni, dico, e mi stupisco del pensiero. E lei non ha mai aperto bocca, neanche per dare un consiglio. Non ha mai detto ma hai provato a parlarci con calma?. Tutti dicono sempre così, come se vivesse sotto una roccia.
Silenzio. Nemmeno una parola. E io sto bene. Le spalle che si erano alzate come per difendermi ora si abbassano.
Grazie dico. Magari sarà stanco di donne come me. Si siedono qui e tirano fuori tutto. Però grazie.
***
Lauto gira per la via di casa di mamma. Riconosco il cancello quello di legno, che abbiamo riverniciato di verde lautunno scorso. Il lampione. La luce della cucina. Lei non va mai a dormire presto: dice che la sera le piace leggere, ma io lo so che mi aspetta. Ogni venerdì, per precauzione.
Ecco qui, grazie dico.
Si ferma piano davanti al cancello. Spengo il motore.
Controllo il telefono pagamento andato. Lo guardo.
Grazie ripeto. E in quella parola ci metto tutto quello che posso. Grazie, davvero. So che non era obbligato a sentire tutti i miei problemi. Eppure, ha fatto per me più di chiunque altro, in tre anni. È la verità.
Si volta verso di me. Per la prima volta davvero. Ha il viso largo, calmo, occhi di miele scuro. Sorride, sincero, aperto. Poi alza la mano e fa un gesto. Ci metto un attimo a capire: porta la mano alle labbra e spinge in avanti.
Grazie. Nella lingua dei segni.
Mi blocco, un attimo. E lui mi allunga un piccolo biglietto da visita, bianco, con un carattere grande. Lo prendo e leggo.
Autista Maurizio. Sordo-muto. Se vuoi ancora parlare, chiamami pure. Io non lo racconto a nessuno. Sul serio.
Alzo lo sguardo, lo fisso.
Non ha sentito nulla. Neppure una parola di tutto quello che ho detto in quellora. Tutta la mia anima, le lacrime, Luca, undici anni, il brodo salato, il divorzio pensato tre volte. Niente.
Guidava e basta. Muto perché non può parlare. E annuiva perché vedeva il mio volto tremare dallo specchio, e capiva che quella donna doveva solo sentirsi accompagnata.
Il navigatore senza voce, certo. Non gli serve. I percorsi li legge, non li ascolta.
Scoppio a ridere. Per la prima volta in quella giornata assurda rido davvero. Non isterica, non fra le lacrime. Ma di pancia, per la meraviglia e lassurdità della vita.
Maurizio sorride di rimando, pollice in su. Poi una mano sul petto non so cosa voglia dire, ma lo sento: è qualcosa di caldo, accogliente.
Scendo dallauto, fisso ancora il biglietto da visita. Mi giro lui non è partito. Aspetta che entri in casa. Lo saluto con la mano. Lui lampeggia con i fari. Mi stringe il cuore, ma è una gratitudine vera, bella.
Mamma apre la porta prima che possa bussare. Piera, sessantatré anni, ex bibliotecaria, una che sa sempre quando mettere lacqua per il tè e quando invece deve solo starti accanto in silenzio.
Dai, spogliati. Il tè è pronto dice.
Mi tolgo le scarpe, appendo la giacca. Mi siedo al vecchio tavolo della cucina, quello con la cerata a fiori dove facevo i compiti e piangevo per il primo amore.
Di nuovo? chiede mamma. Niente giudizi, solo constatazione.
Di nuovo rispondo.
Mette davanti a me una tazza. Mi spinge la ciotola con la marmellata di more dellanno scorso. Stringo la tazza. È bollente. Mi serviva proprio.
Mamma, adesso ti racconto una cosa e non ci crederai.
Prova dice, sedendosi davanti a me.
Le racconto. Del taxi, del silenzio, di come ho parlato per unora senza che lui sentisse niente. Del biglietto.
Mamma ascolta. Non interrompe mai, non commenta, niente immaginavo!. Soltanto ascolta. Poi si versa il tè.
Sai mi dice dopo che papà se nè andato, io per sei mesi ho parlato col frigorifero. Davvero. Tornavo a casa, aprivo lo sportello e gli raccontavo tutto. Lo stipendio, il capo, il rubinetto che perdeva e i soldi che mancavano. Lui ronzava. Io parlavo. Mi aiutava.
Mamma, era un frigorifero.
Il tuo tassista era sordo-muto. Alla fine, cosè che importa? Non chi ascolta, ma che finalmente tu abbia detto tutto a voce alta. Perché finché i pensieri restano dentro sono come vespe in una bottiglia: impazziscono, ti agitano la testa. Se li lasci andare, volano via.
Bevo un sorso, mi brucio la bocca. Soffio.
Gli ho detto pure che pensavo al divorzio.
A Luca?
No, al tassista.
Beh, lui sì che non può dire niente in giro mamma sorride. Letteralmente.
Scoppiamo a ridere tutte e due. In quella cucina dove sono cresciuta, ridiamo su comè fatta la vita. Che il miglior ascoltatore degli ultimi anni non ha sentito una parola. E che, proprio per questo, stavo meglio ora di quanto ricordassi da tempo. Che a volte luniverso ti dà quello che ti serve nel modo più assurdo.
Ora dimmi una cosa mamma si fa seria ci pensi davvero, al divorzio?
Ci penso. Giro la tazza tra le mani.
Non so, mamma. A volte sì, poi mi ricordo come mi sistema il bavero della giacca, senza che me ne accorga. E capisco che non voglio stare senza lui.
Allora smetti di urlare e impara ad ascoltare, dice a bassa voce. Neanchio ho mai imparato. E ho perso tuo padre. Non perché era cattivo, ma perché eravamo entrambi sordi. Ma per scelta, non per natura. Che è anche peggio.
La guardo. Lei distoglie lo sguardo verso la finestra quellabitudine a nascondere i sentimenti lho presa tutta da lei.
Ci ho pensato ventanni, lo sai? Ventanni dalla separazione. Ancora mi pento di non avergli mai detto Dai, parliamone senza darci la colpa. Raccontami coshai dentro. Magari sarebbe rimasto, forse no. Ma almeno ci avrei provato.
Sto zitta. Vorrei dire qualcosa di intelligente, ma le parole non vengono.
Vai pure a stenderti in camera tua, cambia tono, più leggera. Il letto è pronto. Lo sapevo che venivi.
Come hai fatto?
Venerdì sera, luna piena. Tu e Luca, con la luna, sempre così.
Vorrei negare, ma ricordando le ultime litigate, taccio. Forse ha pure ragione.
Mi infilo nel letto di casa, nella cameretta, sul materasso a molle cigolanti, resto a lungo sotto le coperte a guardare il soffitto. La tessera di Maurizio sulla mensola. Bianca, in mezzo al buio.
Il miglior ascoltatore della mia vita non ha sentito niente. Ed è stato con lui che ho tirato fuori tutto. Perché non parlava. Perché quel silenzio non era giudizio, non era consiglio, non era accusa. Era solo spazio. E io lho riempito.
Forse non avevo bisogno di una risposta. Avevo bisogno di sentirmi.
Mi piace questa idea. Giro su un fianco e finalmente dormo.
***
Alla mattina il telefono vibra. Sul display: Luca.
Lo guardo tre secondi. Di solito rispondo subito, per prendermi la scena, perché lui non possa parlare prima. Ma oggi rispondo e sto zitta.
Renata dice lui, rauco. Non ho chiuso occhio. Renata, scusami.
Io ascolto in silenzio.
Dovevo chiamare la signora Piera. Me lo ricordavo tutto il giorno, poi tra lavoro e corse mi sono scordato. Non perché non mi interessi. Ho sbagliato per distrazione, non per menefreghismo. Quello che ti ho detto che non ascolti lo dicevo a me stesso. Sono io che non ascolto. Tu parli, ma io aspetto solo il mio turno per risponderti. Non è ascoltare.
Si ferma. Lo sento che attende la mia risposta. Un rimprovero, un vabbè, è sempre così”, oppure un perdono. Si aspetta il solito copione.
Invece sono seduta sul letto, le gambe incrociate, e lo ascolto davvero. Non penso a cosa rispondere, non cerco lappiglio per ribattere, non faccio la lista delle offese. Semplicemente ascolto.
E lho sentito. Forse per la prima volta dopo anni.
Ci sei ancora? chiede incerto.
Sì, ascolto.
Si sorprende. Poi dice:
Sai che è la prima volta che rispondi così? Di solito parti subito tu. Stavolta mi ascolti. Fa strano. Ma mi piace.
Sorrido. Non mi vede, ma sorrido sul serio.
Torna a casa, dice piano. Ti prego.
Torno. Ma non subito. Finisco il tè con la mamma.
Sorride anche lui, breve.
Ok. Ti aspetto. Intanto chiamo Piera e la faccio ridere. Anche se in ritardo, meglio di niente.
Chiudo la chiamata. Rimango un po a guardare fuori: il giardino spoglio, ma con le gemme che stanno per esplodere. Marzo. Tutto deve ancora succedere.
Tocco la giacca, trovo la tessera. La leggo ancora.
Autista Maurizio. Sordo-muto. Se vuoi parlare ancora, chiamami. Non racconto nulla, sul serio.
Entro nel messaggio e scrivo al numero: Maurizio, sono la passeggera di ieri sera, quella che ti ha raccontato la vita intera. Solo per dirti che sei stato il miglior ascoltatore che abbia mai incontrato. Che importa se non sentivi. Grazie.
Risponde dopo un minuto. Tre emoticon: sorriso, macchinina, mano in su. E il testo: Felice di aiutare. Vieni quando vuoi. La tariffa del silenzio è gratuita.
Accenno di risata, terza in ventiquattrore. Mi viene da pensare che passi la vita a urlare per essere ascoltata, e poi basta parlare con qualcuno che non può sentire per sentirsi finalmente meglio.
Perché a volte non è importante che ti ascoltino. Importa dirlo.
Mamma mi trova in cucina. Fai colazione?
Certo, mamma.
E torno a sedere accanto a lei. La tessera nellinterno della giacca, come un promemoria.
Che la conversazione più sincera della mia vita lho avuta con uno che non poteva sentire una parola. Che la voce più importante è la propria. E che a volte bisogna solo stare zitti e sentire laltro. Come ha fatto Maurizio. Come ho fatto io stamattina, quando Luca ha chiamato.
Non mi ascolti mai, mi ha detto ieri.
Ma oggi, finalmente, lho ascoltato davvero.



