Casa di Carta
Lella, faremo tardi!
Papà, un attimo! Lella saltellava su una gamba sola mentre infilava un calzino.
I calzini erano buffi. Diversi. Uno fucsia, laltro verde smeraldo. Li aveva regalati la zia di Lella, Caterina, insieme alle scarpe da ginnastica, anchesse spaiate. Diceva che così andava la moda, adesso.
E Lella si fidava ciecamente di zia Caterina, vera intenditrice di stile. Se Madre Natura ti ha trascurata quanto a bellezza ripeteva allora compensa come puoi, ragazza mia!
Con questa idea della bellezza, Lella invece non era proprio daccordo con la zia. E allora? Magari era lontana dai classici canoni, sarà pure stata magrolina come una statua come diceva la nonna, castana e con occhi di cenere, ma Caterina aveva una luce così forte che Lella non poteva fare altro che sorridere quando le camminava accanto per le vie di Milano.
Altroché se non ti notano! Guarda, si girano tutti!
Ma chi? Caterina si fermava e si guardava intorno con aria sorpresa.
A quel punto Lella rideva di cuore. Ma quanto è bambina zia Caterina! pensava. Più grande certo, ma accanto a lei Lella si sentiva quasi adulta.
Il candore di Caterina, quello la spiazzava ogni volta.
Mi ha detto che gli piaccio! Lella, non so che fare!
Ma a te piace lui?
Tantissimo! Ma ho paura!
Paura? E di che?
È troppo bello. Tutte in ufficio ci sbavano. Eppure ha scelto proprio me. Cè qualcosa che non quadra!
Caterina, ma tu non sei niente! Sei bella e intelligente! Perché non dovresti piacergli?
Una domanda retorica. Lella aveva provato mille volte a scalfire linsicurezza della zia, senza mai riuscirci. E a volte la rabbia le saliva agli occhi.
Figlia mia, è difficile cambiare quello che ti hanno insegnato fin da piccola diceva il papà, Sergio, scuotendo la testa nel tentativo di consolarla.
Insegnato da chi, papà? E perché? Chi lha deciso che una ragazza bellissima debba sentirsi una nullità? Tu non mi hai mai cresciuta così!
Io no, ma i maestri, quelli non si scelgono.
E Caterina, papà? Tu parli della nonna, lo so! Ma mai apertamente.
Cosa dovrei dire, figlia? Che mia madre ha cresciuto male sua figlia? Sarebbe giusto? Tu sei grande ormai, e sai bene il significato del rispetto per i genitori. Mamma mi ha tirato su da sola, senza papà. Poi è arrivato il Nonno Pietro, che tu adoravi. Io ho sempre voluto bene a Pietro. Mi ha cresciuto, ha avuto pazienza, e mi ha trasmesso tanto Anche se credeva che i maschi li deve crescere un uomo.
E Caterina allora? Perché lui non lha cresciuta così?
Ci ha provato. Ma stavolta il suo principio gli si è ritorto contro. Caterina era una bambina. E la mamma lha educata come credeva giusto. Non giudicarla troppo severamente. Anche lei aveva le sue ragioni.
Ma quali, papà? Io Caterina la guardo, e mi viene da piangere! È buona, anche troppo, ma così fragile insicura triste. Ha paura di tutto e di tutti. Ma perché?
Non lo so, figlia. Forse la mamma ha sempre temuto che potesse accadere qualcosa di brutto a Caterina. La portava per mano fino alla fine delle medie. Glielaveva messa in testa che Caterina poteva essere in pericolo. La sua gravidanza era stata impegnativa, ricordo. È stato il periodo in cui io e Pietro siamo diventati davvero una famiglia. Due uomini, e in ospedale la donna che amavamo tutti e due. Mica poco. Pietro faceva il brodo, il succo di melograno e correva ai mercati per il fegato fresco. Forse solo allora capii quanto la amasse e cosa voleva dire essere uomo. Lo ricordi tu Pietro?
No, papà Per niente. Ricordo solo il cavallino di legno che mi costruì.
Giusto! Lo fece durante lattesa. Era bravo con le mani. Stava male, ma lavorava veloce, impaurito di non fare in tempo.
E dovè finito?
In soffitta. Lo darò ai miei nipoti.
Papà!
Che cè? Prima o poi mi renderai nonno, no?
Ma non adesso!
Uff! Meno male!
Papà!
Che ho detto stavolta?!
Sergio si schermiva dalle finte lamentele della figlia, ma dentro di sé tirava un sospiro di sollievo. Sapeva che le domande non sarebbero finite, e non sempre si sentiva pronto a rispondere.
Nella loro famiglia le cose erano sempre state complicate. Da piccola, Caterina chiamava la loro casa di carta.
Perché, Cate?
Sergio, alle superiori e pieno di brufoli, trovava sempre del tempo per la sorellina. Caterina lo divertiva.
Perché è come il tulipano che hai fatto tu! Girò tra le dita il fiore di carta. Bello, sì Ma guarda se faccio così
Posò il fiore sul palmo e lo schiacciò con laltra mano.
Che fai?! esclamò Sergio, stupefatto dal rumore secco.
È vuoto dentro. Vedi? Fammene un altro!
E tu lo schiaccerai di nuovo?
No. Ti faccio vedere.
Usando la plastilina colorata, Caterina riempì linterno cavo del tulipano di carta con fatica e ostinazione.
Ora non si può schiacciare. È diventato forte. Ma la nostra casa non ha la plastilina dentro. E perciò è debole.
Sergio rimase colpito dalla profondità della sorellina.
Aveva imparato a fare i fiori dalla compagna di banco, Alina. Seria in classe, ma le mani non stavano mai ferme: origami per tutti. I professori non la rimproveravano mai: era la migliore, sempre risposte pronte. Sprechi la carta, borbottavano, ma tanto era brava negli studi.
Sergio raccoglieva le sue creazioni e le portava a casa, dove Caterina le ammirava con entusiasmo.
Come fa a farli così?
Vuoi che ti lo mostri? chiese il fratello.
Chiedeva il permesso alla mamma per portare Caterina a passeggiare al parco con Alina. Portarla a casa non gli veniva neppure in mente: sapeva che a mamma non sarebbe piaciuto.
Maria Stefania, la madre di Sergio e Caterina, era una donna severa, forse troppo. Sergio la giustificava pensando che fosse solo timorosa per i figli.
Sergio, devi pensare al futuro! Da solo! Nessuno ti deve nulla! Io ti ho cresciuto. Ora tocca a te. Ho ancora Caterina. E non contare troppo su Pietro. Non è tuo padre, ricordatelo. Lo capisci?
Sergio non rispondeva mai a tono, ma sapeva che in caso di bisogno Pietro ci sarebbe stato eccome. Da anni non lo chiamava più patrigno, neppure davanti agli altri. Era suo padre.
E sapeva anche che certe conversazioni con la mamma, Pietro le avrebbe troncate sul nascere. Per lui la famiglia veniva prima di tutto. Tutti devono stare bene, non solo uno.
Sergio aveva capito presto che stare bene significava cose diverse per ognuno: laddove Pietro predicava lamore e il vizio, la madre imponeva disciplina e paura.
Maria Stefania temeva per i figli venticinque ore al giorno. Non si sa mai, diceva sempre. Fin da quanto Sergio era piccolo, e ancor di più quando era nata Caterina.
Non si sa mai, che qualcuno faccia del male alla Cate!
Tutto poteva essere una minaccia: amichette che non le piacevano, maestre, allenatori. Solo rapporti di lavoro, niente abbracci, non è da signore. Altri? Ma a che serve? Cè tutta la famiglia, basta. Tutti gli altri sono estranei, possono farti male.
Sergio non capiva da dove venisse questa angoscia che consumava la madre. La osservava, sempre di corsa, a cambiare lavoro solo per avere orari compatibili alle esigenze della figlia, a prendersi la patente per poter accompagnare Caterina ai corsi. Lui aiutava, finché poteva, ma presto ebbe da pensare alla sua vita.
E in quella vita cerano così tante cose Alina. Poi la loro piccola, Bianca, che fu uno shock per Maria Stefania, la quale proprio non contemplava nipoti prima dei venticinque anni del figlio!
Sergio, perché? Così giovane Usi un po la testa! Il diploma, il lavoro e Maria Stefania, aggrappata al davanzale della cucina, tremava di lacrime represse ogni volta che si agitava davvero.
Mamma, non sono più un bambino. Ormai sono responsabile. Alina aspetta un figlio. Mio figlio, lhai capito?
Potevi pensarci! Cè ancora tempo
Mamma, basta. Mi fermi ora, non potrei perdonarti. Ne hai già dette troppe. Ma so che sei sconvolta. Pensaci.
Sergio lasciò la cucina, diede un bacio a Caterina e poi a Pietro.
Pietro era malato da un bel po, ormai. Una sofferenza brutale. In silenzio, per non pesare sulla famiglia, e solo a Sergio lasciava intuire la fatica.
Anche in quel momento, strinse la mano del figliastro più forte del necessario, poi gli lasciò in mano le chiavi di casa sua.
Sistemiamo i documenti settimana prossima. Non stare in pena per tua madre e Caterina: a loro lascerò la casa in campagna, che presto saranno dei signori col nuovo complesso che costruiranno. Non resteranno senza nulla. Tu pensa alla tua famiglia. Un tetto solido per tuo figlio. Hai capito?
Sì, papà Grazie.
Pietro Bianca non la incontrò mai. Nacque una settimana dopo la sua morte, senza nemmeno un lamento, quasi a non disturbare.
Sergio prese da sé il ruolo di capo famiglia. Caterina per un attimo respirò: sapeva che il fratello conservava quel piccolo tulipano di carta nella libreria sopra la scrivania.
Perché lo tieni lì? Caterina sfiorava le ali di carta, sentendo sotto il polpastrello la plastilina secca.
Mi ricorda di non diventare mai vuoto, Cate. Mi rammenta un compito.
Quale?
Riempire la nostra vita di qualcosa di più della solitudine. Non solo la mia, la vostra e quella di mamma.
È difficile, Sergiù. Lei non ti ascolta lo stesso.
Ma posso provarci, almeno.
Sì puoi provarci sospirava Caterina, cambiando argomento.
Non voleva che Sergio litigasse con la madre.
Con Maria Stefania, i rapporti erano più che complicati. Dopo la morte di Pietro, pareva avesse chiuso una porta nel cuore. Caterina non capiva cosa stesse succedendo; Sergio invece sapeva: ricordava la fuga del padre dal loro mondo, il pianto disperato della madre, persino il vaso di cristallo fracassato contro il muro, le urla, gli abbracci e le scuse negli angoli della casa. Sergio era diventato impermeabile a tutto.
Sei di ferro, figliolo! Non piangi mai? Maria Stefania si rasserenava solo quando lo vedeva tentare di trattenere le lacrime Sei il mio orgoglio, vieni qui!
Sergio sapeva bene tutte le manipolazioni materne, e aveva fatto di tutto per proteggerne Caterina. Ma occorreva viverci insieme, e lui sapeva di dover tenere lontane due casalinghe così diverse. Alina era fragile, come i delicati origami di carta che creava.
Figlio, te lavevo detto! Fortuna che Bianca è nata sana! Povera Alina, già così giovane e con il cuore debole! Capisci la scelta nella vita quanto conta Scegliere bene…
Sergio digrignava i denti.
Mamma, basta! Non roviniamo tutto!
Che dici! Sai che sono schietta!
Fin troppo portava via Bianca dalle mani della nonna per rientrare a casa, a volte dimenticando di domandare a Caterina come stesse.
Caterina, però, non si lamentava. Era silenziosa, chiusa, uguale a suo padre Pietro: pochi sorrisi, poco spazio per la confidenza, tranne per i più stretti.
Con la madre le cose erano un equilibrio instabile tra amore e paura. Un attimo falso e il ghiaccio sottile si spezza, e il rischio è la solitudine.
Alina non cera più già da cinque anni. Una mattina semplicemente non si risvegliò. Sergio, che stava per portarle il caffè, si bloccò, rovesciando la moka bollente per casa. Spaventò il gatto e scivolò per terra. Ma la fretta era inutile. Bastò unocchiata in camera per capire tutto. Il silenzio piombò, e un unico pensiero batteva e non permetteva di cadere nellabisso della disperazione.
Bianca!
Si mosse piano, chiuse la porta della camera e andò da sua figlia. Il peluche preferito di Bianca rimaneva sul cuscino; la bimba era dalla nonna, Sergio laveva portata lì appena uscita dallasilo. Stringendo il pupazzo, Sergio ululò come una bestia, cercando di placare il bruciore insopportabile.
Non ricordò nulla dei due mesi successivi. Faceva, cucinava, portava avanti le giornate come in trance. Bianca, intuendo forse il dolore paterno, non lo lasciava più, né chiedeva niente della mamma. Poi, un giorno, Sergio la vide entrare di nascosto nella camera chiusa, sedersi accanto al letto, serrare il peluche tra le braccia e parlare piano con una foto incorniciata di Alina sul comodino. Solo allora Sergio capì che Bianca aveva capito tutto.
Non entrò. Quando la bimba uscì, la sollevò, la baciò tra le ciocche spettinate che aveva intrecciato come meglio poteva, e chiese:
Chi te lo ha detto?
La nonna. Devo compatirti. E non parlare di mamma, che ti ferisce.
Sergio la strinse fino a quando Bianca non protestò.
Scusami piccola! Di mamma puoi parlare con me sempre, hai capito? Non ascoltare nessun altro, mai! Solo me!
Dalla reazione di Bianca, Sergio capì quanto aveva sofferto la bimba. Si maledisse di averla lasciata sola in tanto dolore.
Ma la rabbia arrivò al colmo quando, la notte dopo, Caterina bussò alla sua porta.
Quella sera, addormentata Bianca, Sergio sedeva buio in cucina, accarezzando il gatto e guardando il nulla. Dormiva sul materassino nella cameretta della figlia, ma sapeva che presto avrebbe dovuto cambiare tutto: o lasciare la casa dei ricordi, o trovare altri modi.
Non avrebbe sentito il campanello, se non fosse stato immerso nel silenzio.
Quando ricordava quella notte, tremava al pensiero che, se avesse preso il farmaco per dormire come suggeritogli il medico, Caterina se ne sarebbe andata via da sola sotto il diluvio dautunno.
Fradicia e tremante, Caterina lo abbracciò con forza.
Caterina! Che succede?!
Fa male barcollò, e Sergio la trattenne tra le braccia.
Lambulanza arrivò tardi, e dopo poco Caterina già dormiva serenamente sul materassino, senza essere riuscita a spiegare nulla.
Sergio capì tutto vedendo la mattina dopo i lividi sulle braccia della sorella.
E questi?
Nonostante la maglietta a maniche corte del fratello, abbondante ma non abbastanza, i segni erano evidenti.
Caterina?
Oleg, non voglio parlarne.
Lo so. Ma devi. Solo così posso aiutarti. Devi dirmelo.
Gli occhi di Caterina si riempirono di lacrime.
Mamma? Sergio pose la domanda mentre già intuiva la risposta.
Caterina annuì, poi gli prese le mani e poggiò il viso sulle palme forti.
Non farmi tornare da lei. Non ora! Ho paura, Sergio
Consolando la sorella, Sergio pensava in fretta. Se avesse scatenato un pandemonio, non ci sarebbe stato ritorno. Doveva agire con cautela.
Raccontami tutto. Semplicemente. E vediamo che si può fare. Io ci sarò sempre per te, mi credi?
Se Caterina avesse tardato a rispondere, Sergio non si sarebbe mai più sentito uomo. Fortunatamente, Caterina capì. Si sciolse dallabbraccio, si sistemò dritta come non mai.
Mamma ha scoperto che uscivo con Massimo. Te lo ricordi?
Quello spettinato? Sergio le porse una tazza di tè e il panino. Mangia.
Non ci riesco. Più tardi. E comunque rise amaro sì, lui! Ma tra noi niente di che, lo giuro! Solo due film al cinema e una passeggiata al parco. Di giorno! Non mi ha nemmeno provato a baciare!
Capisco. Ma cosè successo?
Lei urlava, mi scuoteva, e continuava a insultarmi Caterina si strinse in sé Non posso ripetere tutto. Perché mi tratta così? Che cosa ho fatto di male? Lho sempre rispettata! Mai ribellata! Tu lo sai! E so bene che sono ancora piccola per certe storie. Ma lei lei continuava a gridare che finirò come te, con un bambino Scusa. Non avrei dovuto ripeterlo. Ma Sergio, io sono davvero così stupida come dice? Non so tenermi le cose dentro
Scoppiò in un pianto inconsolabile. Sergio per un attimo fu spiazzato, poi la prese sulle ginocchia, proprio come faceva con Bianca, asciugandole le lacrime.
Così si fa un lago! Ehi, nessuno ti farà più del male, hai capito?
Gli occhi grigi lo fissarono, e Sergio ripeté:
Nessuno, neppure mamma. Promesso. E io un giuramento a papà non lo spezzo. Secondo te posso?
Caterina scosse il capo.
Appunto. Adesso resta con Bianca. Quando si sveglia, falle mangiare qualcosa. Io devo andare dalla mamma.
Non farlo! Caterina scattò in piedi.
Lo devo. Sergio la sedette e le mise tra le mani il panino. Finisci. Poi lavati, non farmi spaventare la bambina così.
La discussione con la madre fu feroce. Maria Stefania urlava, ordinava di riportarle Caterina, supplicava Sergio, singhiozzando, di ridarle la vita. Sergio attese in silenzio.
Mamma, per ora Caterina resta qui.
Bloccando la madre con un gesto:
Serve serenità. Anche a te.
Ma la scuola? Lo sport? I compiti, è fine trimestre, Sergio!
Ti rendi conto che non lhai cercata per tutta la notte? E se non fosse venuta da me?
Pensavo fosse in camera sua!
No, mamma. Nel tuo bisogno di controllare tutto, hai dimenticato che siamo esseri umani. Non bambole. Quando è stata lultima volta che mi hai ascoltato come figlio e non come un sottoposto? E Caterina? Siamo i tuoi figli, non i tuoi impiegati. Sei bravissima a lavoro, ma come madre scusami, ma solo io posso giudicare. E sei pessima! E anche ora, quando tua figlia piange per la città, pensi solo ai voti e alle coppe da mettere in bella vista! Così non va! Non dire niente. So già cosa dirai: futuro, sacrifici eccetera. Ma Caterina ha me! E se anche finisce la scuola col minimo dei voti, chi se ne frega! Le pagherò luniversità, e sarà veterinaria! Lo sapevi che sogna di essere veterinaria? No, volevi che fosse medico come te. Eppure è quello che vuole lei. Non puoi impedirlo, e io lo garantirò!
Non puoi decidere tu per lei! Sono sua madre!
E questo ti dà diritto a spezzarla? Sergio si fece improvvisamente calmo.
Davanti a lui, ormai, non cera più una tigre, ma una donna sfatta, senza più sicurezze.
Sergio prese la madre per le spalle.
Mamma, vuoi davvero restare sola? Non ti minaccio: ti avviso. Se continui così, non riavrai più né me né Caterina. Io non la lascerò mai. Ma tu? Pensaci!
Le baciò la fronte e uscì, lasciandosi cadere sfinito sulla scala del vecchio condominio.
Quante volte aveva corso su e giù per quei gradini? Non lo ricordava più. Ma ora non aveva la forza neanche per un altro passo. Rimase fermo, a cercare di contare i gradini
Strano, quanti anni avanti e indietro, e mai averli contati?
Una chiamata al cellulare lo riportò alla realtà. Si alzò, contò con cura i gradini e tornò a casa. Sapeva ora cosa fare.
La sua tattica funzionò. Maria Stefania cedette dopo poco. In due giorni si presentò dal figlio per riavvicinarsi a Caterina.
Non fu semplice. Caterina non riuscì a perdonare immediatamente la madre. E per altri cinque anni il loro rapporto rimase altalenante, come unaltalena impazzita.
Maria Stefania ci mise tutto limpegno, capendo che i figli non erano più bambini. Non lavrebbero aspettata in silenzio: Loro sono uniti, e io? ripeteva a sé stessa, nel cuore.
Caterina prese il diploma e trovò lavoro in una clinica veterinaria di Milano. Bianca rideva di cuore vedendo il papà disperarsi ogni volta che la zia portava a casa un paziente nuovo.
Caterina! Ma è un pitone!
E allora? Guarda che tenero! È anche caldo accarezzalo, dai! Vedrai che non morde! Poi il padrone se lo prende. Giorgio è solo annoiato senza di me!
Giorgio? Ha pure un nome!?
E certo!
Bianca rideva e minacciava di seguire la zia nella carriera.
Neanche per sogno! Sergio si metteva una mano nei capelli per finta disperazione.
Lavoro, casa, brevi ritrovi con la madre. Caterina seguiva la corrente, Bianca cercava di combinare incontri al padre, senza successo.
Poi, la notizia!
Voglio presentarvi il mio ragazzo. Caterina occhi bassi, rossa dimbarazzo. Ma guai a ridere!
Da piangere semmai! Bianca stringe la zia.
Il destro della scarpa, che il paziente della zia aveva azzannato tutta la casa il giorno prima, si trovava ora sotto il letto. Bianca infila la scarpa malconcia e vola in corridoio.
Sono pronta!
Ma davvero? Sergio la guarda scettico. Tanto, Caterina questa non te la perdonerà più!
Oh papà! Manca mezzora!
Allaltezza del parco, notarono la coppia arrivare.
Papà, è lui? Quello spettinato?
Con quel sussurro Bianca fece arrossire zia Caterina, che la fulminò con lo sguardo.
Massimo.
Sergio.
La stretta di mano, un sorriso, un cenno.
Bianca.
Quella coi capelli pazzi! ridacchiò Massimo. Caterina, non ti incupire! Voglio vederti sempre sorridere! Ma che scarpe! Le voglio anchio!
Bianca scambiò unocchiata col padre e rise fragorosamente, capendo solo in quel momento cosa fosse cambiato nello sguardo della zia. Il grigio si era acceso dargento. Così bello che Bianca, sorpresa, applaudì, stupendo il futuro zio.
Che cè? Siamo tutti un po strani qui. Abituati!
Mi hai tranquillizzato! Ormai mi sento già parte del vostro circolo? O come dite?
Famiglia, Massimo. Famiglia! Bianca ammiccò alla zia, e afferrò sottobraccio il padre.





