La felicità complicata

La felicità complicata

Cioè, ma come sarebbe che ci separiamo, Davide, ma stai scherzando?

Paola fissava suo marito senza riuscire a comprenderlo. Separarsi? Loro insieme da quasi venticinque anni! Proprio tra due settimane dovevano festeggiare… o forse ormai no? Le idee si accavallavano. Il ricevimento, i parenti, amici che continuano a chiamare per sapere cosa regalare… E qualcuno, come Laura, la sua amica del cuore, aveva già spedito il regalo. Peccato che non potrà venire, è incinta di sei mesi, come potrebbe mettersi in viaggio? Meglio resti a casa, poi si vedranno e festeggeranno di nuovo. Del resto Laura era stata importante per la nascita della loro storia: aveva presentato Paola a Davide, che era in classe con lei alluniversità. E poi era quella che al matrimonio urlava più forte di tutti: Bacio!, nascosta dietro al bouquet che Paola, invece di lanciarlo, aveva preferito consegnarle personalmente.

Ma il tuo Nicola che aspetta ancora? Una ragazza così non la trova più!

Ma dove vuoi che vada? Laura sistemava la frangia a Paola Ci vuole il suo tempo, Paò. Non è ancora pronto. E a me a cosa serve un marito acerbo? Poi ti stanchi e divorzi nel giro di due anni. Dopo si finisce che si divide tutto: figli, mobili, parenti… No, no, io aspetto che sia maturo. Due anni? Mi sa tanto che sono troppi! rideva Paola, osservando lamica ritoccare il trucco con foga.

Io non so vivere a metà. O tutto, o niente!

E figli, Laura? Subito anche quelli, o uno per volta?

Gemelli, Paò! Così una volta fatto basta, ho la collezione completa! Nella mia famiglia e in quella di Nicola ci sono precedenti… Eh ma poi dovrai educarli entrambi…

È più facile, fidati. Si fanno compagnia, si stimolano…

Spiegami! Paola ascoltava ogni ragionamento dellamica. Laura era sempre stata la più pragmatica, persino da ragazzine era sempre lei che ingegnava piani perfetti per non farsi beccare dai grandi dopo qualche marachella. Se qualcuno invece decideva di fare di testa propria, allora lasciava che si arrangiasse.

Guarda che se sei organizzata, la concorrenza tra fratelli li fa crescere, imparano il gioco insieme, sei anche la madre dellanno! Vuoi altro?

Basta così! Paola rideva, certa che Laura avrebbe realizzato ogni suo desiderio.

E così fu. Solo che il destino aveva più fantasia di Laura e invece di due, mise al mondo tre gemelli. Ma Laura se la cavò brillantemente; la famiglia del marito la adorava, anche se lei trattava tutti con grande equilibrio, senza mai essere servile, ma pronta ad aiutare davvero nei momenti importanti. Di solito era lei a spronare Nicola quando serviva darsi da fare, prevedendo con precisione:

Arriverà il momento che saremo noi ad aver bisogno di una mano, capito amore mio? Meglio darsi da fare ora, così quando ti serve puoi chiedere senza sentirti in colpa! Vuoi la pasta e funghi stasera? Allora vai da mamma tua, montale larmadio nuovo, che in due ore hai finito. E dille che i vetri li lavo io settimana prossima.

Quando a Laura servì davvero aiuto con i piccoli, due nonne e un nonno non si fecero pregare. Così, dopo aver accudito i bimbi che erano nati sottopeso, Laura si iscrisse di nuovo alluniversità.

Ma sei fuori? Paola era incredula Dove trovi il tempo?

Ma chi sarà mai così folle da dare brutti voti a una madre di tre? Almeno il cervello in maternità non si atrofizza, e poi mi diploma come economista e giurista insieme! Non è una genialata?

Laura si laureò però davvero, e trovò subito lavoro, convincendo il datore di lavoro che lo stipendio era sufficiente per la baby-sitter.

Sì, Paò, ma così ti resta pochissimo!

Intanto le nonne fanno da tata, il datore di lavoro può anche non saperlo. E poi mi serve esperienza, non le carte! Nessuno mi assume solo per il diploma. Preferisco qualche anno a stipendio minimo, poi scelgo io dove andare dopo.

Paola guardava la vita dellamica e si chiedeva comera possibile far tutto senza fermarsi mai. Da sempre a lei, Paola, le decisioni pesavano: perfino da piccola si bloccava davanti a scelte banali.

Però quella volta che decidi, lo fai nel modo giusto. Io invece sono sempre un po frenetica! la rassicurava Laura. Tu sei una tradizionalista, la persona più affidabile che conosco.

Affidabile, certo! Se davvero suo marito aveva apprezzato questa affidabilità… come poteva? Ma perché, quando sembrava che fosse tutto a posto? Sì, la mancanza di figli era stata una ferita nel corso di questi anni, ma ormai ci avevano fatto il callo, avevano accettato che fosse destino. Paola per un periodo aveva fatto la volontaria negli istituti per bambini e alla fine aveva capito che non sarebbe riuscita a prendere con sé un bambino completamente estraneo… Non era una questione di forza o soldi, temeva solo di non saper amare quel bambino come serve davvero. Ma cosa serve per essere davvero madre? Sentiva che ci vuole qualcosa di più del semplice desiderio.

Forse non hai ancora incontrato tuo figlio. la direttrice di uno degli istituti, signora Silvana, osservava i volontari mentre giocavano con i bambini. Paola era lì accanto a lei, malinconica.

Vedrai che quando vedrai il tuo bambino, non avrai più dubbi. Niente e nessuno potrà fermarti.

E se non lo vedo mai? Se non era destino per me?

Allora non era destino. Meglio così che iniziare, prendersi una responsabilità e poi fallire. Fai più male che bene, Paola. Silvana parlava con tale tranquillità che Paola quasi si sentì gelare. Vedi Michele lì? Lhanno già riportato due volte.

Come si fa? Ma è un bambino! Quanti anni ha?

Sei, compiuti da poco. Due anni con la prima famiglia, uno con la seconda.

Perché, Silvana? Come si fa a restituire un bambino?

La prima volta hanno avuto un figlio naturale dopo averlo adottato. Capita spesso. La seconda, invece, la famiglia aveva già due figli e due adottati; Michele era il quinto, per lui non bastava più lamore. Dopo un anno si è chiuso nellangolo e ha smesso di mangiare.

No…

Sì, anche bere. Chiedeva solo di tornare allistituto, diceva che non lo amavano. Anche la psicologa non è riuscita a fargli cambiare idea. Peccato averci provato… ora è diffidente, non si aspetta più nulla dalla vita. Ci serve un amore enorme, non so se ne esista così tanto.

Quella conversazione gettò Paola in tale disperazione che per poco non avviò subito le pratiche per Michele. Ma la voce di Laura la fece riflettere:

Sei sicura di avere quellamore dentro di te? Non rischiare, pensa bene a cosa ti spinge davvero. Se è solo compassione, lascia stare. O diventerai anche tu una di quelle che lo hanno deluso. Vuoi questo per lui? E per te? Vuoi che te ne affidi uno dei miei per prova?

Paola rifiutò e smise di andare in istituto, aiutando da lontano, però non riusciva a non pensare a Michele. Era diventato per lei una specie di faro, un promemoria che anche senza figli occorre vivere senza causare dolore agli altri. Questa lezione, Paola la imparò quel giorno per sempre.

Sentiva freddo, si strinse le braccia al petto, perché così tanto? Era solo autunno e il riscaldamento era già acceso. Cosa fare ora? Aiutare Davide a fare le valigie? Quali cose? Anche quelle calde? In fondo il clima stava già cambiando. Da lei a Bolzano le estati sono corte. Altro che a Napoli, dove la madre non ha mai avuto bisogno neanche del cappotto. Paola capì in quel momento cosa desiderava di più: stare con la mamma e rifugiarsi qualche giorno sui monti. Solo loro due e la libertà… solo che la mamma non cera più. E neanche Davide ci sarebbe stato…

Ma la libertà non le bastava. Le serviva il marito vicino, la quotidianità di sempre: il caffè a colazione, le chiacchiere fino a notte fonda, le sortite improvvise a teatro o fuori città. Niente organizzazione, il bello era proprio nei gesti inaspettati. Davide poteva chiamare in pieno giorno chiedendo:

Paò, che fai?

Un casino! Ho due colloqui e poi devo passare in banca!

E dai, lascia stare. Vieni via? Ci facciamo una passeggiata?

E Paola mollava tutto. Fra unora erano nel bosco, zitti, o scambiandosi parole a caso. Era bello così…

Ora quel bello restava solo nel passato. Un passato suo, che lei ricordava, ma lui probabilmente no. Lui avrebbe avuto un futuro, con quella nuova che aspettava un bambino… Un bambino! Era questo il motivo, o il loro matrimonio era stato solo una bugia? Questo primo dolore Paola era disposta a perdonarlo, ma il secondo no: non aveva senso. Non era meno donna per questo, in fondo. Ma allora perché, dopo tanti anni, non era riuscita a fargli venire voglia di restare?

Paola era in cucina, le ginocchia appoggiate al termosifone, incapace di fare qualsiasi cosa. Sentiva Davide in casa che apriva e chiudeva i cassetti, le porte. Tremava tanto da far quasi cadere lunica pianta che Laura le aveva regalato. Quando la porta sbatté, Paola lasciò le mani andare sul davanzale, stringendolo come se volesse romperlo, poi si riscosse, diede una spinta al vaso che cadde a terra. Gridò.

Non servì a molto. Ma la terra nera sparsa ovunque la riportò in sé. Era tutto giusto: quello era il presente, buio. Nientaltro era rimasto: la luce era uscita dalla porta insieme a lui.

La sola cosa da fare fu togliersi dal termosifone, camminare scalza sui cocci ignorando il dolore, entrare in camera ed afferrare il telefono.

Lauuura…

Non fu neppure un pianto, ma un lamento animalesco, di quelli che si emettono solo per verdadero dolore. Ma Laura, non aveva bisogno di spiegazioni.

Davide se nè andato?

Sì…

Capito. Vengo domani.

Ma sei pazza! Paola riprese subito il controllo No! Non venire! Non me lo perdonerei mai, se succede qualcosa a te o al bambino… Aspetta… Paola esitò, come se avesse appena capito qualcosa Tu lo sapevi?

Più o meno. Lultima volta che siete venuti, Davide non mi guardava in faccia. Ora capisco perché. Paola, andrà tutto meglio!

Cosa meglio, Laura? Io non ho più niente! Tutto finito, capisci? Tutta la vita buttata via… Cosa faccio ora?

Comprati un vestito!

Cosa?! Paola quasi fece cadere il telefono Ma dai, hai capito bene: Vai a comprarti quel vestito, quello che per risparmiare non hai mai comprato. Vallo a prendere adesso. Poi me lo mostri. Non stare chiusa in casa a disperarti! Compra il vestito e poi prendi il treno o volo. Io sto benissimo! Si va in montagna.

Ma Laura, ma ti manca poco al parto!

E allora? Mica sono fatta di vetro! Non dormiamo fuori, un albergo, con tutti i servizi. Facciamo due passi, respiriamo aria buona. Egoista, se resti lì ti ammalerai anche tu! Ho bisogno anchio di svagarmi prima che le gemelle tornino dagli allenamenti. Dai, trovami un biglietto, tra mezzora voglio il numero del treno. Non farmi agitare una donna incinta!

Laura chiuse la telefonata e a Paola non rimase che restare perplessa. Che fare ora?

La risposta arrivò da sé. Si alzò e andò davanti allo specchio. Eccola. Tutti quegli anni erano lì, riflessi. Non era più una ragazzina ma manco una vecchia! Ladolescenza era lontana, ma non era certo il caso di farsi il funerale da sola. Se pensava che Davide la volesse vedere piangente e rassegnata, aveva torto! Laura aveva ragione. Assolutamente ragione!

Paola si lisciò i capelli, si tolse le lacrime e si raddrizzò. Bisognava muoversi. Se ora si sedeva, non si alzava più.

Il telefono trovò la mano di Paola come sempre. Inviò qualche messaggio, disdisse tutto ciò che andava cancellato per lanniversario. Due telefonate e via: il catering ed il ristorante annullati.

Paola appoggiò il telefono e si mise a pulire la cucina col vecchio scopettone, dimenticando del tutto che in casa aveva ben due aspirapolvere. Il vaso si poteva comprare più avanti.

Il vestito era perfetto. Sgargiante, rosso, completamente diverso dai suoi soliti colori neutri. Di solito lasciava certe eccentricità allamica, lei preferiva restare dietro le quinte. Ma ora non è più il momento di nascondersi.

No: quello specchio rifletteva oggi una Paola diversa. Sì, stanca e provata ma non spezzata. Dentro di lei qualcosa cera ancora, e nessuno glielavrebbe tolto. Avrebbe voluto arrabbiarsi davvero, urlare tutto quello che aveva dentro ma non le riusciva. Forse perché capiva il motivo per cui Davide fosse andato via? Sapeva quanto gli fosse costato… Loro erano ormai più amici che coniugi. E tradire un amico è sempre peggio… Ma Davide, perché?

Il viaggio non fu diretto, ma a Paola non importava. Più tappe significavano più tempo per ritrovare la calma.

Lescursione con Laura fu un successo. Camminarono ovunque potessero, parlando o stando zitte, senza smettere mai di ascoltare luna i pensieri dellaltra. Paola sentiva che, piano piano, riusciva a lasciar andare il dolore. Laura sapeva smontare persino i problemi più gravi, far sembrare secondario ciò che prima era insormontabile, riportando in luce ciò che conta davvero.

Torna. Che fai lì da sola? Il lavoro? Anche qui ci sono bambini che aspettano, puoi aprire dei centri educativi! Guarda che quartiere nuovo stanno costruendo dalle mie parti: dieci centri per bimbi ci starebbero! E poi, tuo padre non sta bene: volevi già portarlo via da lì, ora non serve più cambiare tutto. Vivi vicino a lui, oppure comprati qualcosa accanto e guardalo da lì. Riflessione seria, Paola.

Paola rifletté, e alla fine di quella vacanza presa allultimo decise: sì, era tempo di ricominciare.

Arrivò la separazione, la vendita della casa e dellauto, i documenti per mollare quel lavoro in cui aveva investito anche la sua anima. Tutto si stava allontanando, lasciandole solo i ricordi e un po di esperienza. Separare i fatti dalle emozioni fu difficile, ma Paola incontrò Davide solo poche volte, mantenendo un contegno. Poi cancellò il suo numero, ordinando a sé stessa di voltare pagina.

Napoli laccolse in piena primavera, con le strade piene di fiori di melo e sole dappertutto. Tornò a respirare. Comprò un appartamento vicino al padre ma non andò a vivere con lui: una signora educata e gentile, che lei aveva incontrato per caso entrando da lui senza preavviso, la salutò con calore. Si capiva subito che nel loro rapporto era meglio lasciare il campo libero e Paola non ebbe nulla da ridire: anzi, era contenta che il padre avesse ritrovato stimoli. Sapeva bene quanto i suoi genitori si fossero amati, ma ora aveva diritto anche lui ad essere felice. Vederlo così vivace in giardino, mentre Paola e la nuova compagna preparavano il tè, le dava voce alla speranza che forse, anche per lei, cera ancora una possibilità di affetto.

Non è male tuo padre, eh, Paoletta? sorrideva la signora. E Paola capì che lamore vero esiste, anche se a volte si nasconde o arriva tardi.

Per questo Paola sorrise: se il padre aveva trovato la persona giusta alla sua età, forse anche lei avrebbe potuto.

Il tempo volò via. Due centri per bambini aperti da Paola lavoravano a pieno ritmo. Di cose da fare ce nerano fin troppe. Aveva cambiato abbigliamento, persino pettinatura, e finalmente aveva preso il cane che aveva sempre voluto. Eppure, a volte, la malinconia tornava, specialmente la sera. Sedeva in cucina, rigirando una tazza di tè freddo, pensando a quanto avrebbe dato per sentire ancora una volta Davide spegnere la luce, sfiorarle la spalla e chiederle:

Paola, tutto bene? Vuoi un tè caldo? Dimmi tutto…

Sapeva che era sbagliato, che chiudere una storia andava fatto davvero, ma non riusciva a soffocare quel pezzo di sé che apparteneva a lui.

Un problema con le imposte, circa un anno e mezzo dopo la vendita dellattività, le diede quasi sollievo: un po di azione era quello che ci voleva. Tutto si risolse in un solo giorno a Milano e le rimaneva il giorno seguente libero, prima di ripartire. Camminò per la città, poi si spinse nel quartiere dove aveva vissuto con Davide. Che ci faceva lì? Forse voleva solo rivedere i posti dove era stata felice (o infelice, dipende dai punti di vista).

Uno dei suoi centri era stato chiuso, ma laltro resisteva. Paola si fermò un attimo a guardare i bambini disegnare allegramente; il nuovo insegnante, imitando un orso, li fece ridere tutti sventolando pennelli. Bravo ragazzo, pensò, conta che i bambini siano felici e coinvolti.

Dopo un ultimo sguardo al palazzo e alla targa (che i nuovi proprietari avevano lasciato), Paola si avviò verso la fermata. Ecco la casa dove aveva abitato con Davide, il parco in cui avevano passeggiato tante domeniche… Stranamente, i piedi la portarono proprio lì. La strada era cambiata, le panchine nuove, la fontana restaurata.

Cera un uomo seduto sulla panchina davanti alla fontana, con un passeggino. Paola lo riconobbe dopo pochi passi: era Davide. Era invecchiato di colpo, i capelli quasi tutti bianchi, e aveva un’aria stanca, persa, la mano che muoveva il passeggino in modo meccanico. La cosa che colpiva di più era la sua tristezza: sembrava essersi rimpicciolito per il dolore, come se volesse diventare invisibile. Paola sentì che non poteva lasciarlo così: dopotutto, sapeva cosa fare, cosa dirgli.

Davide…

Lui trasalì, abbassando ancora di più lo sguardo.

Ciao, Paola.

Si sedette accanto a lui e chiese:

Come va?

La domanda era banale, quasi fuori luogo, ma restò a guardarlo. Davide fermò il passeggino e la guardò negli occhi.

Male, Paola. Va male.

Perché?

Anche questa domanda sembrava sciocca, ma Paola sentiva che doveva dirlo, aveva bisogno di capire cosera successo per lasciar andare del tutto.

Perché sono solo. Ho perso tutto quello che contava nella mia vita. Scioccamente, per caso, per qualcosa che mi è costato tutto.

Non è vero Paola lo fissava Hai molto più di quanto hai lasciato a me.

Indicò il passeggino.

Maschio o femmina?

Una bambina, Eva.

Una moglie giovane, una figlia: non ti manca nulla.

Non cè più la moglie, Paola. Camilla non ce lha fatta, il parto è stato difficile.

Paola ebbe un colpo al cuore, ma non provò rabbia. Solo una compassione infinita per quella ragazza che aveva tentato di farsi spazio nella vita di Davide. Nessuno sapeva come fosse successo, Davide non aveva mai bevuto tanto, ma quella sera fu diverso e Camilla colse loccasione.

Restarono a lungo in silenzio. Poi, in contemporanea, iniziarono a parlare, interrompendosi a vicenda: avevano troppe cose da dirsi, così che Eva si svegliò giusto in tempo per vedere i lampioni del parco accendersi e le stelle spuntare.

Paola si avvicinò per vedere la piccola e restò lì, a guardare il suo visetto.

Quando vedrai il tuo bambino, capirai tutto, Paola! la voce di Silvana le parve così chiara, che si voltò per istinto.

Sei mesi dopo, quella stessa Silvana la ospitava nel suo studio e vi fece entrare un ragazzino moro, serio.

Michele, sai perché sono qui?

Per me.

Vuoi venire a vivere con me?

Non so. Non credo mi prenda.

Il ragazzino guardava Paola senza emozione. Una scintilla flebile si accese quando vide le sue foto.

È tuo marito quello?

Sì.

E questa è tua figlia?

No, Michele. Non è mia.

La scintilla si fece più viva e Paola decise che non avrebbe più permesso che si spegnesse.

Non è mia, ma sarò mamma per lei. E vorrei esserlo anche per te, se lo vuoi.

Ma tu poi mi restituisci.

Perché?

Tutti mi restituiscono.

Io non sono tutti. Sai perché?

No.

Perché so cosa significa perdere tutto. Quando resta solo dolore e nessuno da cui sentirsi amata. Fa tanto male.

Sì, lo so…

E sai cosè una mamma, Michele?

No.

È quella che non permetterà mai che il suo bambino soffra così tanto.

Ti faccio pena?

Paola lo fissò a lungo e scosse la testa.

No. Non voglio provare pena. Voglio volerti bene, capisci? Voglio che tu stia bene. E voglio che Eva abbia un fratello maggiore: forte, coraggioso, che la difenda sempre. Che ne pensi?

Michele restava in silenzio, poi allungò la mano, toccando la manica rossa del vestito di Paola.

Ti piace?

Molto.

Anche a me. Lho comprato in un momento difficilissimo. E sai che è successo? Mi sono sentita meglio. Ora amo quel colore.

Anche a me piace. Michele tastò ancora il tessuto. Vorrei provare.

No, Michi, noi non proviamo. Lo facciamo davvero. Perché così è giusto. Non ti ridarò a nessuno, promesso. Ma mi aiuti anche tu? Non so ancora come si fa ad essere mamma, ma ci voglio provare, per te ed Eva. Mi aiuti?

Michele annuì, Paola finalmente inspirò profondamente.

Due anni dopo, una famiglia camminava in fila indiana su un sentiero di montagna: Michele, ormai cresciuto, sorvegliava la sorellina Eva, che continuava a cacciarsi nei guai.

Eva, lì nel bosco ci sono i lupi!

Non è vero!

E pure gli orsi, grossi e sempre affamati…

Perché la loro mamma non gli fa la pappa?

No, la loro non sa cucinare.

La nostra invece sì.

È vero.

Allora può fare la pappa per gli orsi, così non hanno più fame.

Mamma! Eva dice che devi cucinare la pappa per gli orsi!

Di semolino? Paola, trafelata, raggiunse i figli, cercando di adattarsi al passo veloce della piccola.

Mamma! Eva dimenticò quello che aveva appena visto fra i cespugli. Tu la fai col semolino coi grumi! Gli orsi non la vogliono!

Furbetta! Paola la sollevò e la baciò sulla punta del naso. Tu sei la schizzinosa, gli orsi la mangeranno anche coi grumi!

Dalla la mia allora! Eva si abbandonò tra le braccia della mamma. E pure il miele che hai preso ieri!

Quello no, che piace a me. Senti, vuoi restare sempre in braccio o ora vai da papà?

In braccio!

Allora vai da papà! Paola passò Eva a Davide e scompigliò i capelli al figlio. Allora, Michele, la facciamo questa pappa per gli orsi?

Mamma, ma io non voglio tornare a casa ora. Qui non abbiamo ancora visto tutto! Se Eva poi inizia a dare cibo agli animali, non usciamo più dallalbergo. Meglio che restino un po affamati, va…

Paola rise, si voltò indietro.

Eva, li nutriamo dopo gli orsi, va bene? Imparerò a cucinarla bene, la pappa.

Va bene! Eva accettò così di slancio che sia Paola che Michele si guardarono.

Guarda, mamma… Michele fece locchiolino verso la sorellina e fece una smorfia.

Eh sì figlio mio Questa qui va sorvegliata! Qui a raccogliere animali del bosco, finisce che ci portiamo a casa pure uno yeti e ne troviamo altri mai visti, che poi li devi adottare tutti, che questa qui non li lascia!

Risate leggere si dispersero sopra il prato, rimbalzarono fra le cime e si spensero lassù, dove il giorno stava appena nascendo.

A volte la felicità arriva, ma bisogna riconoscerla anche quando sembra diversa da come lavevamo immaginata. E la vita, forse, è proprio questo: imparare a ricominciare, col cuore aperto, senza paura di amare di nuovo.

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