La figlia che non è mia

Figlia mia – non è mia
“Ma che dici, Sveva?!” Giorgio sbatté sul tavolo un foglio e batté un pugno sul legno. “Quale esame del DNA? Hai perso la testa?”

“Non urlare!” Sveva balzò dal divano, occhi fiammeggianti. “Ho diritto alla verità! Beatrice ogni giorno ti somiglia meno, e lo vedi benissimo!”

“È mia figlia!” gridò lui. “Nostra figlia! E se riapri questa storia…”

“Cosa farai?” lo sfidò lei, pugni sui fianchi. “Mi cacci? Avanti allora! Prima scopriamo chi è veramente questa ragazza!”

Giorgio sprofondò sulla sedia, sfregandosi il volto. Mai un litigio così, neppure nei tempi più duri.

“Sveva, da dove ti nascono queste idee? Ricordi quando Beatrice nacque all’ospedale? Chi la portò a casa?”

“Sì, ricordo,” sibilò lei. “Ma i dubbi restano.”

Prese le foto dalla credenza. “Guarda qui: Beatrice a un anno. Ricci biondi, occhi azzurri. A tre anni: uguale. Ora a quindici: capelli lisci e scuri, occhi castani. Com’è possibile?”

“I ragazzi cambiano,” tentò lui. “L’adolescenza, gli ormoni…”

“Gli ormoni non cambiano gli occhi! O i ricci! E quella statura? A quindici anni è più alta di me, mentre noi siamo medi!”

Giorgio osservò le foto. Erano trasformazioni radicali: la bionda bambolina ora era un’adolescente slanciata, con tratti quasi mediterranei.

“Avrà preso da qualche bisnonno,” mormorò. “La genetica è imprevedibile.”

“Quali bisnonni? Tutti i nostri erano nordici! Da dove salta fuori questo sangue?”

Entrò Beatrice: alta, occhi a mandorla e chioma scura. Bella, ma estranea ai genitori.

“Perché gridate? I vicini si lamentano.”

“Niente, cucciola,” disse Giorgio. “La mamma è nervosa.”

“A causa?” Si sedette sul divano. “Lavoro di nuovo?”

Sveva la scrutò. Calma, razionale, diversa dal suo carattere passionale.

“Beatrice, dimmi la verità,” chiese Sveva. “Non ti sei mai chiesta perché non ci assomigli?”

“Mamma!” protestò Giorgio.

“Lasciamola rispondere,” insisté Sveva, voltandosi. “Riguarda anche lei.”

Beatrice alzò le spalle. “Mai pensato. È importante? Siete voi i miei genitori.”

“Certo, piccola,” Giorgio l’abbracciò. “La mamma ha avuto una giornata storta.”

Sveva osservò amareggiata. Padre e figlia si intendevano senza parole. Lei si sentiva un’estranea.

“Vai a studiare,” le disse. “Io e papà dobbiamo parlare.”

Appena uscita, Giorgio sussurrò: “Perché ferirla? Non è colpevole.”

“Allora di chi è la colpa?” Sveva lo fissò. “Voglio la verità. Se è nostra figlia, l’esame lo confermerà. Altrimenti…”

“Altrimenti cosa?” la interruppe. “La butterai in strada? Smetti d’amarla?”

Sveva esitò. Non sapeva come reagire.

“L’amo,” ammise. “Ma serve la verità.”

Giorgio guardò dalla finestra le madri coi passeggini. Vita quotidiana, lontana da quelle illazioni.

“Sveva, e se la verità ti deludesse?” chiese, voltato. “Cosa faresti?”

“Non so,” sospirò lei. “Ma vivere nell’incertezza è impossibile.”

Quella notte Giorgio fissò il buio. Al mattino una famiglia normale, ora un abisso. Sveva si agitava al suo fianco.

“Giorgio,” sussurrò. “Sei sveglio?”

“Sì.”

“Dimmi la verità: non hai mai sospettato?”

Esitò. “Qualche volta. Ma illazioni. Beatrice è mia figlia, qualunque cosa dica l’esame.”

“Capisco. Io però non reggo.”

A colazione Beatrice colse la tensione. “Mamma, papà, che succede?”

“Niente di grave,” disse Giorgio
La voce di Anita si spezzò infine nel silenzio della cucina, mentre i raggi del sole nascente tingevano di oro le tegole dei tetti fiorentini, e in quel fragile istante capirono che il vero legame non risiedeva nei cromosomi ma negli sguardi complici, nelle dita intre, nelle mille cene rumorose che avevano trasformato un segreto in promessa d’et.

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