La mia famiglia
Santa Madonna, che meraviglia che sei, Ginevra! esclamò con un filo di fiato Francesca, entrando nella camera della figlia.
Ginevra stava davanti allo specchio, occhi pieni di attesa, mentre Viola, lamica e stilista improvvisata, finiva di sistemarle il velo. Gli ultimi spilloni affondarono fra i capelli, e Ginevra si girò verso Francesca con uno sguardo sperduto e luminoso.
Davvero, mamma? Sto bene?
Sei splendida, amore mio, la sposa più bella di tutta Roma! sussurrò Francesca, il volto disteso in un sorriso involontario, come se improvvisamente in lei si agitassero mille ricordi. Anche sua madre le aveva detto la stessa cosa, quasi con le stesse parole, tanti anni prima, in un sogno pieno di veli e profumo di zagara.
Il vestito, che Ginevra aveva scelto tra mille esitazioni e passeggiate nei vicoli del centro, era un piccolo mistero. Nessuna moda, nessuna opinione altrui contava: solo quello che le chiamava il cuore. Linee semplici, niente pizzo, solo una stoffa preziosa che scivolava sulla sua figura come acqua. Laveva trovato grazie a Carlotta, la titolare della boutique una donna dagli occhi appannati di qualche lontana nostalgia.
Quello che ti serve, ce lho io dietro, aveva detto Carlotta, e dopo pochi istanti era tornata con una custodia color avorio. Appena scartato, Ginevra rimase senza fiato. Era proprio lui. Tutto perfetto, come cucito addosso al suo destino di sogno, senza bisogno del minimo aggiustamento.
Che ne pensi?
Lo prendo subito!
Un lampo di malinconia attraversò gli occhi di Carlotta, per scomparire allegramente subito dopo. Si tenne per sé che quel vestito lo aveva ordinato per il suo matrimonio mai avvenuto. Non si può costruire una famiglia senza fiducia e senza amore, pensò fugacemente, e poi ricacciò via i pensieri insensati come si scaccia una nuvola troppo scura da un cielo di primavera.
Ho un velo favoloso che ci starebbe dincanto! esclamò Carlotta.
Ginevra strizzò locchio alla madre.
Te lavevo detto che avrei trovato quello che volevo!
Francesca annuì, stringendosi nel suo vestito buono della domenica. Si sentiva colma di una gioia senza tempo, la stessa di quando, nei suoi ricordi, attendeva impaziente il giorno del sì e non poteva permettersi di scegliere tra mille vestiti. Allora cera solo la zia sarta, la stoffa scampata da qualche magazzino dimenticato, la fatica di mettere insieme bottoni e sorrisi. Eppure quel vestito era stato meraviglioso, anche se la felicità vera non era durata. Con il marito si erano separati quando Ginevra aveva appena iniziato a balbettare le prime parole. Nuove passioni, nuovi venti sul mare di Roma.
Ginevra era cresciuta senza padre, che si limitava a pagare una certa cifra ogni mese come disposto dal giudice. Se non lavesse fatto, chi sa quali chiacchiere avrebbero corso tra le vecchie signore del quartiere. Ma lui, Lorenzo, non aveva mai voluto un rapporto con la figlia: Non ho bisogno di complicazioni, diceva.
Francesca tentò di ridarle un padre, cercando una felicità alternativa, ma tra la piccola Ginevra e il compagno, Paolo, le cose non andarono. Paolo non amava i bambini, affezionato solo a Francesca e niente più. Davanti alla proposta di dare Ginevra al padre, Francesca gli preparò la valigia e aprì la porta senza una parola.
Ce la faremo da sole. Nessuno ci serve.
Ginevra comprese solo che la mamma aveva scelto lei e lo ricordava bene, anche se allora era piccola. Forse per questo, crescendo, non aveva mai dato problemi. La mamma era il suo mondo.
Ginevrina, si fa tardi. Altrimenti fate tardi! Francesca aggiustò il velo e le baciò la fronte. Ti auguro tutta la fortuna del mondo, figlia mia!
Ginevra scoppiò a ridere, agitando le braccia.
Mamma! Se mi fai piangere, Viola mi picchia: mi ha truccato per unora per sembrare che non ho neppure un filo di trucco! Tutto colerà via
Abbracciandola forte, Ginevra sussurrò:
Ci proverò con tutto il cuore
Il giorno delle nozze passò in un vortice irreale. Le scale di casa divennero fiumi di confetti bianchi che ondeggiavano, la portiera dondolava nello stipite come unombra gentile, e Francesca, chiusa la porta alle sue spalle, rimase sola su una panca dellingresso. Ginevra ora sarebbe andata a vivere con Marco, il marito, nellappartamento lasciato in eredità dalla nonna che Francesca aveva consegnato ai ragazzi in una sera di luci fioche.
Prendete le chiavi. Meglio soli che tra mille pareri, tesoro.
Ma i soldi dellaffitto? Era il tuo sostegno Noi avevamo pensato di arrangiarci e cercare un monolocale, almeno per un po.
Che vuoi che me ne faccia, Ginevra mia? Mi arrangio, lavoro ancora, sono in gamba. Avete una casa, usatela!
Ginevra prese a saltellare per la gioia come una ragazzina.
Mamma, grazie! Adesso è quasi come toccare il mio sogno: una casa tutta mia.
Casa?
Sì! Grande, luminosa, con tre camerette e tanto spazio! si strinse alle braccia di Francesca arrossendo. Non è troppo?
Tesoro, non esiste troppo. Basta che ci sia salute e gioia per te e i tuoi figli!
Meno male che mi capisci, mamma
E meno male che i tuoi bambini avranno una nonna giovane! rise Francesca.
Non raccontò a Ginevra comera andata davvero la serata con i futuri suoceri. Il fidanzamento si fece come si usava, a casa della sposa. Francesca aveva cucinato tutto il giorno: penne alla norma, abbacchio al forno, il semifreddo della tradizione. I genitori di Marco sembravano, in apparenza, persone cordiali. Ma la futura suocera allungò la bocca sulla pastasciutta:
Ma è tutto preparato diversamente da come si fa da noi.
Francesca si morse la lingua. Labbacchio, cotto alla perfezione secondo la ricetta romana della sua bisnonna, non aveva mai deluso nessuno.
Ginevra non sa cucinare? Annaspava la suocera, Ester, storcendo il naso. Toccherà insegnarle tutto, ma va bene da noi cè posto. Meglio che vivano con noi, così Ginevra impara a prendersi cura di Marco: lui non sa far nulla e lei è figlia unica, vero?
Sì.
E cresciuta senza padre?
Così è andata.
Certo, la figura del padre è essenziale, altrimenti una donna come può imparare a vivere in famiglia?
Francesca ascoltava, mentre Ginevra le dava colpi con il piede sotto al tavolo: Mamma, zitto, lascia perdere. Temeva che Francesca potesse esplodere come faceva a volte da ragazza. Ma Ginevra le aveva detto: Marco è diverso, lo capirai. E Francesca si affidò a quel giudizio.
Mentre metteva via i piatti sentì la voce di Ester alle sue spalle.
Possiamo parlare senza i ragazzi?
Il marito si dondolava muto accanto al piano cottura, come chi non sa cosa fare delle mani. Francesca, senza dire niente, accettò e ascoltò.
Francesca, si fermò, senza formalità. Sono madre anche io. Ho a cuore la vita di mio figlio: il futuro di Marco mi assilla di ansie. Voglio essere sicura che stia facendo la scelta giusta, che non debba ripassare di nuovo per tutto questo dopo. Donne cresciute senza padre… la loro eredità, voglio sapere tutto. Ci sono malattie in famiglia? Perché vi siete separati? Lui beveva? Cera qualche vizio?
Francesca si trattenne dal replicare, pensando che, se si lascia parlare la gente, dicono più del necessario. Si era riuscita a trattenere per anni nel suo lavoro, davanti ai pazienti, poteva farlo anche lì.
Ginevra sta bene, la famiglia pure. Se ha bisogno di rassicurazioni, fornirò tutto. Non chiederò nulla sullalbero genealogico vostro. Lasciamo che i ragazzi si arrangino. Ester, capisco le sue paure, ma attenzione a non impaurire Marco al punto di fargli perdere quella scelta che diceva tanto importante.
Prese il vassoio di profiteroles e fece cenno che era ora di tornare dagli altri.
Il discorso si chiuse lì, irrimediabilmente.
Il tempo volò. Ginevra e Marco lavoravano da anni, paga in mano senza richiedere nulla ai genitori. Due anni dopo la nascita del sogno, vendettero lappartamento per comprare un pezzetto di terra sulle colline laziali, e Ginevra, incinta, divenne un fenomeno da cantiere: anche i muratori più coriacei la ascoltavano. Ma il tempo per finire la casa prima della nascita mancò, e Marco con le lacrime, quasi portò madre e figlia a casa di Francesca.
Scusami se ti porto qui invece che da noi, balbettò Marco deponendo la neonata Camilla sul letto nella camera che Francesca cedette ai ragazzi. Ma abbiamo bisogno di calma.
Hai fatto benissimo, Marco. Coraggio, sei il papà, prendi tua figlia, non farla soffrire con le paure di chi non osa scoprire le mani. Impara.
Francesca ordinava a Ginevra di non interferire e lasciò che Marco imparasse a cambiare il primo pannolino e a fare la prima passeggiata con la piccola. Il giorno dopo Ester arrivò piena di sentenze.
I bambini sono faccende da donna, non certo per uomini.
Sciocchezze, tagliò Francesca, con un sorriso incoraggiante verso Marco, che teneva Camilla tra le braccia come un miracolo appena nato.
Ginevra trovò forza nella propria famiglia, la piccola Camilla crebbe sana come una piantina di basilico a primavera. La nuova casa fu pronta, e dopo poco ci pensarono anche al fratellino. Ma la gioia fu interrotta da una notte dombra.
Mamma, Camilla ha la febbre! La voce di Ginevra, tremante, da un telefono immerso nella notte romana.
Alta?
Sì, e non passa.
Chiamate il pronto soccorso. Sto arrivando!
Francesca guidava come in un sogno confuso, Roma notturna che si piegava come carta bagnata. Il suo pensiero era solo uno: Fa che non sia niente.
Ma la speranza si arrotolava come la luna che nuota nel cielo. Pronto soccorso, rianimazione, attese allucinanti. Aspetti, stiamo facendo il possibile
Ginevra diventò una statua in un corridoio verde pallido, obbligata a restare fuori dalla porta. Francesca portava da bere, forzava una fetta di torta tra le mani della figlia.
Devi mangiare, serviranno forze. Quando Camilla tornerà con te, devi essere fortissima.
Marco faceva avanti e indietro dalla fabbrica allospedale. Francesca lo abbracciava ogni volta che vedeva il suo sguardo esplodere in angoscia.
Resistete. Se crolli tu, crolla pure Ginevra.
Ester piombò in ospedale con la tempesta negli occhi:
Ma che succede, come mai si è ammalata? È colpa della famiglia? Dellereditarietà? È una malattia infettiva?
Ester, ti prego, basta! rispose decisa Francesca Che senso hanno le cause?
Ester ammutolì davanti allo sguardo spento di Ginevra, che pregava nel proprio silenzio, e alle braccia tese di Marco.
Due giorni e Camilla riaprì gli occhi e chiamò la madre. Poco dopo, Ginevra domandò:
Mamma, puoi aiutarci? Quando nascerà il fratellino, con due bambini non ce la faccio
Ci mancherebbe! Sono qua prima ancora che mi lo chiedi, amore.
Sei la mia forza, mamma
Sì, ma bada: io faccio la nonna di stagione. Appena Camilla si rimette, torno a casa mia. Questa è la vostra famiglia, giusto?
Mamma! Io vorrei che rimanessi sempre.
Sono vicina, lo sai. Basta una telefonata Ma la vostra famiglia deve crescere da sola. E la cosa più giusta.
Mentre Francesca preparava la borsa, ricevette la telefonata di Ester sempre acuminata come una forchetta.
Francesca, non capisco perché debba essere tu. Penso che sarei più utile io: ho tempo, so come fare con i bambini, tu lavori
Non è scelta mia. Chiedilo a Marco, non a me io aiuto se mi chiedono.
Mio figlio proprio non ti lascia! Non capisco cosa ci trovi, mette da parte la madre.
Chiedilo a lui, Ester sono stanca. Saluti.
Francesca appese, sospirò. Distruggere la pace in una famiglia è facilissimo. Costruirla, ci vogliono una vita, due vite, tre vite. Lei lo sapeva troppo bene.
Tre anni dopo.
Nonna, oggi mi porti tu a danza, o nonna Ester?
Oggi io. Ester porta Paolo al parco, tua mamma deve andare in ufficio.
E allora pranzo da te?
Certo.
Evviva! Ma ci saranno le girelle come laltra volta?
Se ti sono piaciute, le rifaccio di sicuro.
Nonna?
Dimmi, tesoro mio.
Ma allo zoo ci andiamo con te o con nonna Ester?
Ci andiamo tutti insieme. E portiamo anche il nonno, così si sgranchisce.
E mi compri i palloncini?
E anche il gelato, pure la zucchero filato!
Che bello! Ma anche a Paolo gli compriamo i palloncini, promesso?
Promesso!
Nonna
Eh?
Ti posso dire una cosa super segretissima?
Ma certo!
Avrò un altro fratellino o sorellina
Francesca sollevò le sopracciglia. Che notizia, improvvisa come i temporali destate a Ostia! In effetti, Ginevra sorrideva da un po in modo diverso, ma non aveva detto niente. Da quando Francesca aveva scelto di aiutare da lontano, alternandosi con Ester, Ginevra la rispettava ancora di più, ma le prime confidenze ora le faceva a Marco, non alla madre.
Non era stato facile, gli strappi non erano mancati, ma ognuno aveva imparato a tacere dove serviva, parlare dove bisognava. Adesso Camilla e Paolo avevano due nonne e un nonno, una vera ricchezza.
Come fai a saperlo? abbassò la radio nella macchina.
Ieri mamma e papà ne parlavano. Pensavano che dormissi Nonna, posso voler desiderare una sorellina invece di un fratello?
Ma certo! Perché?
Sennò, se arriva il fratellino, si offendono perché io non volevo lui!
Francesca sorrise. Una brava bambina stava crescendo, con il cuore grande come la cupola di San Pietro.
Camilla, vuoi bene a Paolo?
Tantissimo!
Allora, se sarà un maschietto, lo adorerai allo stesso modo, e lui te. Facciamo così: aspetta che lo dicono a mamma e papà, poi si vede! E poi sai una cosa?
Cosa?
Ho sempre sognato di avere dei fratelli, meglio se due.
Davvero?
Giuro!
Allora aspetto pure il fratellino. Camilla cominciò a sistemare con attenzione i suoi pupazzi sul sedile: il coniglio lo aveva regalato la nonna Francesca, lorso era di nonna Ester.
E sai che cè? Francesca imboccò la strada dove si trovava la villetta di Ginevra e Marco. È una sorpresa come il regalo di Natale: finché non apri la scatola non sai cosè.
Mi hai già comprato il regalo? Camilla fece la furba guardandola dal seggiolino.
Per Natale? Ancora no. Per il compleanno invece sì. E vuoi un segreto?
Sì!
Anche nonna Ester ti ha preso qualcosa. Ma shhh, non lo dico!
Uffaaa! sbuffò Camilla.
Eh, che lamenti? Fra poco è il tuo compleanno. Scoprirai tutto.
Va bene! Camilla prese per le orecchie il suo coniglio e corse verso il cancello.
Francesca tirò fuori lo zainetto da piscina e salutò Ester che passeggiava con Paolo in braccio.
Ciao, nonna!
Ciao anche a te, donna forte! rispose Ester con allegria.
Noi andiamo a danza, poi vi raggiungiamo.
Francesca osservava Camilla parlare rapida, spargendo le parole come coriandoli, fra le braccia di Ester. Pensò che in fondo amare chi ti è vicino, ascoltare, stare in equilibrio tra il dire e il fare, era tutto lì il segreto. Essere famiglia era il sogno più bello, la stranezza più dolce in cui la vita mai si potesse trasformare, anche in un sogno romano che avrebbe potuto andare avanti allinfinito.






