Nella nostra vicina Oliveto, proprio accanto al fiume, viveva una ragazza sola. Si chiamava Lucia. Così timida e riservata, quasi senza farsi notare. Avete presente quelle persone che sembrano esserci, ma allo stesso tempo quasi non le vedi? Sempre con lo sguardo basso, una treccia sottile dai riflessi biondo-cenere, un vecchio fazzoletto in testa. Lavorava alle Poste: smistava lettere e consegnava le pensioni.

Viveva vicino a noi, nella piccola frazione di Salice, proprio sulla riva del fiume Po, una ragazza sola. Si chiamava Mariangela. Era riservata, quasi invisibile. Sapete come succede: sembra che una persona ci sia, eppure come se non ci fosse. Gli occhi sempre bassi, la treccia sottile, biondo-cenere, il foulard un po sdrucito sulle spalle. Lavorava allufficio postale: smistava le lettere e portava la pensione ai vecchi del paese.

Nessuno ci faceva caso a Mariangela. I nostri ragazzi di campagna, sapete comè, sono tutti focosi – vogliono ragazze allegre, brillanti, con carattere. Ma Mariangela

Poi, quella primavera, arrivò un nuovo meccanico alla cooperativa agricola. Si chiamava Nicola. Alto, robusto, con i capelli neri come la notte, gli occhi furbi, pieni di scintille. E suonava pure la fisarmonica. Quando la sera si sedeva sugli scalini del Circolo a suonare, faceva sospirare tutte le ragazze del paese. E anche a Mariangela si fermò il cuore. Così forte che sembrava che la mente le si fosse tutta annebbiata.

Ma poteva mai una topolina grigia come lei sognare quel falco? Intorno a Nicola giravano le più belle del paese come api attorno al miele, e lei guardava da lontano e sospirava così, che a me veniva il nodo in gola solo a vederla.

E successe allora, care mie, una cosa strana in paese.

Cominciarono ad arrivare lettere per Mariangela, direttamente dalla città. Buste eleganti, spesse, con una calligrafia decisamente maschile, larga e sicura. E siccome lavorava lei stessa alle poste, vedeva sempre per prima le proprie lettere; ma sapete comè, le voci in paese volano – la nostra anziana postina, la signora Zina, lingua lunga e spietata, subito mise tutti al corrente:

Ma avete visto la nostra silenziosa Mariangela? Cha un fidanzato di città che le scrive ogni settimana, altro che! Scommetto che la sposa!

Mariangela camminava per le strade trasfigurata: le guance più rosse, gli occhi brillanti. Sembrava persino più bella. La schiena dritta, la treccia fermata da un nastro di raso. Passeggiava con la busta stretta tra le mani come fosse una medaglia.

E anche Nicola iniziò a guardarla. A volte gettava unocchiata nella sua direzione. Gli uomini sono fatti così, no? Se vedono che una donna interessa a qualcun altro, cominciano a incuriosirsi anche loro.

Intanto Mariangela, povera anima, si immergeva sempre di più in quel sogno. La sera si sedeva allingresso delle poste a leggere una lettera, sorridendo chissà a cosa. E le donne del vicinato bisbigliavano: Guarda la disgraziata comè fortunata.

La verità venne fuori allimprovviso, come un temporale a ciel sereno, e con la stessa violenza.

Era giorno di festa, la piazza davanti al Circolo piena di gente. Suonavano la fisarmonica, i giovani ballavano. Anche Mariangela quella sera era venuta, elegante, con un vestitino nuovo di cotone a fiorellini, la borsa a tracolla.

A un certo punto si avvicinarono due fratelli, i fratelli Colizzi, già alticci. Volevano fare uno scherzo. Strattonarono la sua borsa e il cinturino, ormai vecchio, si ruppe. La borsa cadde a terra, si aprì, e cadde fuori tutto il suo piccolo tesoro: pettini, fazzoletti e la famosa mazzetta di lettere, legata con un nastro.

Uno dei fratelli, Sergio, acchiappò il pacchetto e si mise a ridere:

Oh, gente, sentiamo cosa le scrive il suo corteggiatore di città!

Mariangela si precipitò, bianca in faccia come uno strofinaccio:

Ridammeli! Per favore!

Ma Sergio era più veloce. Sfilò una lettera dalla busta, la aprì e iniziò a leggere, forte, davanti a tutti.

Cara la mia Mariangela! I tuoi occhi sono come i laghi alpini…”

La folla ammutolì. Era scritto davvero bene. Poi però, Sergio si impappinò. Girò la pagina, ne prese un’altra, tutta stropicciata, piena di cancellature. La avvicinò verso il lampione per leggere meglio.

Ehi, venite a vedere che roba! gridò di botto, zittendo pure la musica. Qui è tutto cancellato! Prima cera scritto: Cara Mariangela, poi una riga grossa sopra… e sotto: Dolce amore mio. E anche lì cancellato! Sono bozze! Si è scritta le lettere da sola! Si correggeva da sé!

Unesplosione di risate, così forte che sembrava tremassero perfino le foglie dei pioppi.

Si scriveva le lettere da sola!
Che spasso! Sè inventata il fidanzato!

Mariangela al centro, le mani sul viso, le spalle che tremavano. Una vergogna così grande che ti mangeresti viva o scapperesti via. E io, ragazza giovane, non riuscivo a muovermi dalla pena.

E allimprovviso, la musica tacque.

Nicola, che era seduto sullo scalino con la fisarmonica, posò lo strumento e si alzò. Lentamente scese i gradini. La folla gli lasciò il passo: aveva sul viso qualcosa di grave, come una pietra.

Si avvicinò a Sergio. In silenzio, gli tolse le lettere di mano. Nessuno fiatò, pure la sua faccia si spense di colpo.

Nicola raccolse da terra i fogli, li spolverò. Andò da Mariangela, che non toglieva le mani dal volto.

Poi la prese per il braccio – dolcemente, ma con forza – e disse forte, perché tutti ascoltassero:

Che strada fate, stalloni? Non avete mai visto una persona?

Poi si rivolse a Mariangela e, piano, le disse:

Vieni, Mariangela. Ti accompagno a casa. È già buio.

E se ne andarono insieme. Tra la folla dimezzata, nel silenzio divenuto pungente e pieno di vergogna. Lui, la testa alta, portava nella mano la borsa con quelle lettere maledette, laltra stretta al suo braccio.

Da quella sera, tutto cambiò. Non subito. Mariangela per mesi ebbe paura di guardare le persone negli occhi. Ma Nicola non la lasciò mai sola. La aspettava, la accompagnava. Dopo mezzo anno si sposarono.

Furono felici insieme. Nicola la adorava, laccudiva come un fiore. Mariangela rifiorì: diventò una padrona di casa coraggiosa, gli diede tre figli. E nessuno, mai più, in paese, ricordò quellepisodio. Bastava lo sguardo di Nicola per chiudere qualunque bocca maligna.

Passarono molti anni. Nicola se nè andato tre anni fa – il cuore malato. Mariangela, ormai Mariangela Petronilla, si è spenta senza di lui. Io la vado a trovare spesso: misuriamo la pressione, ci beviamo un tè.

Un pomeriggio di pioggia, mentre nella stufa scoppiettava la legna, rovistava nel vecchio comò. Tira fuori una scatola di legno intagliata la fece Nicola, tanto tempo fa.

La apre, e dentro ci sono proprio quelle lettere, ingiallite, nelle buste vecchie.

Sai, Palmira mi dice con voce tremula credevo che lui le avesse buttate via quella sera. O bruciate. Mi vergognavo troppo per domandarglielo. Ho portato addosso la vergogna di quella bugia tutta la vita.

Prende la lettera in cima sotto cè un foglio a quadretti. Bianco, nuovissimo si vede che era stato scritto poco prima che Nicola morisse.

Mariangela infila gli occhiali, legge, intanto le lacrime le rigano il volto. Poi mi passa il foglio:

Leggi, Palmira. Io non ci vedo più.

Lì, una scrittura tremolante:

Mariangela mia. Ho trovato la scatola cercando tra le cose vecchie. Perdonami se non ti ho mai detto niente. Lo sapevo bene quanto ti pesava quella storia, non volevo ferirti. Ora, però, penso che ho sbagliato a tacere. Avrei dovuto parlartene subito, così ti sarei risparmiato tutto quel dolore. Quel giorno davanti al circolo lavevo capito che le lettere le avevi scritte tu. Il tuo modo di scrivere lo riconoscevo dalle ricevute della posta. Sai perché non ho mai riso? Mi si spezzò il cuore. Pensai: quanto bisogna essere soli per scriversi parole damore da sé? E quanto siamo stati ciechi noi uomini a non vedere il tuo cuore. Se non ci fossero state quelle lettere, forse non avrei mai incontrato la mia felicità. Tu per me eri la più bella di tutte. Tuo Nicola.

Abbiamo pianto a dirotto, lì, tra il profumo di mele secche e di infuso di malva, col cuore che bruciava di un amore che adesso sembra quasi impossibile ritrovare.

Così vanno le cose, care mie. Lei mentiva dalla disperazione, per essere vista. E lui vide, dietro la bugia, la sofferenza. E la riscaldò. Per tutta la vita.

Guardo quella scatola di legno e penso: Non giudicate chi fa sciocchezze. Non sapete che sete di amore ci potrebbe essere dietro.

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Nella nostra vicina Oliveto, proprio accanto al fiume, viveva una ragazza sola. Si chiamava Lucia. Così timida e riservata, quasi senza farsi notare. Avete presente quelle persone che sembrano esserci, ma allo stesso tempo quasi non le vedi? Sempre con lo sguardo basso, una treccia sottile dai riflessi biondo-cenere, un vecchio fazzoletto in testa. Lavorava alle Poste: smistava lettere e consegnava le pensioni.