La sorella che ho odiato da sempre

— Non toccare la mia bambola! — strillò Chiara, strappando dalle mani della sorella maggiore la preziosa figurina di porcellana con riccioli color sole. — Mamma! Sofia prende di nuovo i miei giocattoli!

— Ma smettila, tirchia! — ringhiò Sofia, otto anni, rilasciando la bambola. — Come se fosse chissà quale principessa!

— Ragazze, che voci fin dal mattino! — Maria uscì dalla cucina asciugandosi le mani col grembiule. — Sofia, lascia in pace tua sorella. Hai già un sacco di giochi tuoi.

— I miei sono vecchi, i suoi invece nuovi! — protestò Sofia. — Non è giusto!

— Perché sono la più piccola — dichiarò soddisfatta Chiara, stringendo la bambola. — Lo dice anche mamma.

Sofia serrò i denti tacendo. Sì, mamma lo diceva. E anche nonna. E zia Lidia. Tutti ripetevano: “Chiarina è piccola, lasciala stare”, “Chiarina è delicata, va protetta”, “Chiarina è così adorabile”.

E Sofia? Sofia è grande, Sofia è forte, Sofia deve capire. Sempre capire e cedere.

— Vieni a colazione — disse stanca la madre. — E chiama tua sorella.

A scuola Sofia cercava di dimenticare i dissapori domestici, ma persino là l’ombra della sorella la inseguiva. La maestra Annarita chiedeva spesso di Chiarina: stava bene? Era ammalata? Quando sarebbe andata alle elementari?

— E tu, Sofietta, aiuti la sorellina a prepararsi per la scuola? — domandò un giorno dopo lezione.

— Sì — mentì Sofia.

In realtà odiava quelle lezioni. Chiara faceva capricci, rifiutava d’imparare l’alfabeto, si lamentava della fatica. E mamma ogni volta: “Ma perché la stressi? Vedi che è stanca”.

— Chiarina, la “A” si scrive così! — s’arrabbiava Sofia, cancellando uno sgorbio maldestro. — Guarda io come si fa!

— Non voglio! — piagnucolava la sorella. — Mi fa male la mano!

— Non è vero! Sei solo pigra!

— Mamma! Sofia mi offende! — urlava Chiara.

E mamma, immancabilmente, rimproverava Sofia. Sempre lei.

Quando Chiara iniziò la scuola, Sofia sperò che finalmente avrebbe capito cosa significasse studiare, impegnarsi, prendere quattro o cinque. Ma niente. Chiara imparava con facilità, prendeva solo otto e nove, e le insegnanti l’adoravano.

— Che talento ha tua sorella! — esaltava la coordinatrice di Sofia. — Una piccola genia. Tu dovresti imparare da lei come si studia.

Sofia taceva coi pugni serrati. Che dire? Che Chiara non era un genio, solo fortunata? Che tutto le arrivava senza sforzo? Mentre lei sgobbava fino a notte per un sette?

A casa nessun requie. Chiara sbocciava in una bellezza angelica — capelli biondi, occhi azzurri, pelle di latte. Le vicine sospiravano: “Che bambola! Un angelo sceso in terra!”

E Sofia? Ordinaria. Non bella né brutta — solo una ragazzina con capelli castani e occhi grigi. Una qualunque.

— La nostra Chiarina farà l’attrice — sognava mamma, pettinandole i capelli. — O la modella. Con quel viso sarebbe un delitto non farlo.

Sofia fingeva di non sentire, ma ogni parola le lacerava il cuore. Dunque lei poteva permettersi di sprecare il proprio aspetto? Dunque da lei non sarebbe venuto nulla di buono?

— Io farò la dottoressa — sussurrò una volta.

— La dottoressa? — mamma s’incuriosì. — Beh, se ci riuscirai. Devi studiare tanto.

“Se ci riuscirai”. Non “certamente ce la farai” o “diventerai brava”, ma “se”. Come se non credesse in lei.

Intanto Chiara fioriva. Alle superiori i ragazzi le ronzavano attorno. Civettava, lanciava occhiate, riceveva regali e fiori. Sofia osservava con amarezza.

— Guarda gli orecchini che mi ha dato Andrea! — cinguettò Chiara, ammirandosi allo specchio. — Dice che abbinano ai miei occhi!

— Carini — borbottò Sofia fra i denti.

Sognava anche lei regali, complimenti. Ma chi avrebbe notato un topolino grigio accanto a tanta luce?

— Sofì, perché fai quella faccia? — notò Chiara. — Vuoi pure tu degli orecchini?

— No — tagliò corto Sofia.

Non voleva elemosine. Voleva che qualcuno la notasse lei. Ma dove trovarlo?

Dopo il liceo Chiara entrò all’Accademia d’Arte Drammatica. Mamma era al settimo cielo.

— Sapevo che saresti diventata attrice! — splendevano i suoi occhi. — Con quel talento, quella bellezza! Sarai famosissima!

Sofia intanto macinava nozioni a Medicina. Anatomia, fisiologia, chimica: uno sforzo continuo. Ma non mollava. Sarebbe diventata medico, non una stella come la sorella, ma utile alla gente.

— Come va all’università? — chiedeva mamma, ma traspariva il maggior interesse per i successi di Chiara.

— Bene — rispondeva Sofia, breve.

— Ieri Chiara ha chiamato: l’hanno scelta come protagonista nello spettacolo del primo anno! Te lo immagini? È il destino!

Sì, Sofia immaginava. Chiara era sempre la prima.

Gli anni passarono. Chiara divenne attrice, non celebre. Recitava in un teatro minore, qualche spot televisivo. Mamma comunque esultava: figlia attrice! Sofia diventò medico di base, lavorò in un poliambulatorio. Cure e pazienti. Ma mamma non ne parlava con entusiasmo.

— Chiarina gira una nuova fiction — raccontava alle amiche. — La daranno in televisione. Sofia? Fa la dottoress
— Non toccare la mia bambola! — strillò Ludovica strappando dalle mani della sorella maggiore la bellezza di porcellana dai riccioli dorati. — Mamma! Valeria prende i miei giocattoli di nuovo!

— Ma che non capisci, piccola avara! — ribatté Valeria di otto anni, ma lasciò comunque la bambola. — Chi ti credi di essere, una principessa?

— Ragazze, perché gridate fin dal mattino! — Sofia uscì dalla cucina asciugandosi le mani con un canovaccio. — Valeria, lascia in pace tua sorella. Hai i tuoi giocattoli.

— Sono tutti vecchi, mentre lei ha quelli nuovi! — protestò Valeria. — È ingiusto!

— Perché sono la più piccola — rispose Ludovica soddisfatta, stringendo la bambola al petto. — L’ha detto la mamma stessa.

Valeria serrò i denti tacendo. Sì, la mamma lo diceva davvero. E la nonna pure. E zia Lidia. Tutti intorno ripet ripetevano: “Ludovica è piccola, devi cederle il passo”, “Ludovica è delicata, va protetta”, “Ludovica è così graziosa”.

E Valeria? Valeria è grande, Valeria è forte, Valeria deve capire. Sempre capire e cedere.

— Venite a colazione — esordì stancamente la madre. — E chiama tua sorella.

A scuola Valeria cercava di dimenticare le tensioni domestiche, ma anche lì la perseguitava il fantasma di Ludovica. La maestra Maria Bianchi domandava spesso della sorellina: se stesse bene, quando iniziasse le elementari.

— E tu, Valeria, aiuti la sorellina a prepararsi al scuola? — chiese un giorno dopo lezione.

— Sì — mentì Valeria.

In realtà odiava esercitarla. Ludovica si lamentava, rifiutava lettere, si dichiarava stanca. E la mamma ogni volta: “Perché la tormenti? Non vedi che la bambina è stanca?”

— Non si scrive così la ‘A’! — sbottava Valeria cancellando uno scarabocchio tremulo. — Guarda come si fa!

— Non voglio! — piagnucolava la sorella. — Mi fa male la mano!

— Non ti fa male nulla! Sei soltanto pigra!

— Mamma! Valeria mi insulta! — urlava instantanea Ludovica.

E la mamma, ovviamente, rimproverava Valeria. Sempre Valeria.

Quando Ludovica iniziò le elementari, Valeria sperò che finalmente la sorella capisse cosa significasse studiare, sforzarsi, prendere insufficienze. Ma niente: Ludovica apprendeva con facilità, prendeva dieci, e gli insegnanti l’adoravano.

— Tua sorella è così dotata! — ammirava la coordinatrice scolastica di Valeria. — Una vera secchiona cresciuta. Dovresti imparare da lei l’impegno.

Valeria taceva stringendo i pugni. Cosa dire? Che Ludovica non aveva merito ma fortuna? Che tutto le riusciva senza fatica? Mentre lei sgobbava fino a notte per un sette?

Nemmeno a casa trovava pace. Ludovica fioriva in una bellezza radiosa — capelli biondi, occhi azzurri, pelle diafana. Le vicine si commuovevano: “Oh, che bambolina! Proprio un angioletto!”

E Valeria? Valeria era normale. Non bella, non brutta — soltanto una ragazzina con capelli castani e occhi grigi. Una in milioni.

— La nostra Ludovica farà l’attrice — sognava la mamma pettinandole i capelli. — O la modella. Con quel viso è peccato non sfruttarlo.

Valeria fingeva di non udire, ma ogni parola le lacerava il cuore. Dunque lei non meritava di sfruttare l’aspetto? Dunque non sarebbe diventata nulla di buono?

— Io farò la dottoressa — disse piano una volta.

— La dottoressa? — la madre sorpreso. — Beh, se ci riesci. Però devi studiare molto.

“Se ci riesci”. Non “diventerai sicuramente” o “ce la farai”, ma “se ci riesci”. Come se la madre non sperasse affatto in lei.

Intanto Ludovica cresceva e incantava. Alle superiori i ragazzi la corteggiavano. Civettava, lanciava occhiate, riceveva regali e fiori. Valeria osservava con amarezza e invidia.

— Guarda i pendenti che mi ha dato Andrea! — cinguettava Ludovica girando davanti allo specchio. — Dice che abbinano agli occhi!

— Belli — borbottò Valeria fra i denti.

Anche lei sognava regali, complimenti. Ma chi avrebbe mai preferito un topolino grigio allo splendore della sorella?

— Valeruccia, perché sei così imbronciata? — chiese Ludovica notandone l’umore. — Vuoi anche tu degli orecchini?

— Non occorre — tagliò corto Valeria.

Non voleva carità. Né pietà. Voleva essere notata, apprezzata, amata. Ma dove trovare chi la vedesse?

Dopo il diploma Ludovava entrò all’accademia d’arte drammatica. La mamma tripudiava di felicità.

— Sapevo che saresti diventata attrice! — splendeva. — Talento e bellezza! Sarai celebre!

Valeria intanto divorava la scienza in medicina. Difficile, molto. Anatomia, fisiologia, chimica esigevano studio costante. Ma non demordeva. Sarebbe diventata dottoressa, non una stella scintillante come la sorella, ma necessaria alla gente.

— Come procede l’accademia? — domandava la madre, ma interessavano soprattutto i progressi di Ludovica.

— Bene — rispondeva sobria Valeria.

— Ludovica ieri ha chiamato: l’hanno scelta protagonista per lo spettacolo del corso! Immagina? Al primo anno, e già la parte principale!

Sì, Valeria immaginava. Ludovica prima in tutto.

Gli anni passarono. Ludovica divenne attrice, non famosissima. Recitava in un piccolo teatro, compariva in qualche fiction. La madre ne era fiera: figlia attrice! Valeria era diventata medico generico, lavorava in ambulatorio, curava la gente. Ma la madre non ne era entusiasta.

— Ludovica recita in una nuova serie — raccontava alle amiche. — La trasmetteranno. E Valeria… beh, lavora in ospedale.

Valeria ascoltava in silenzio. Cosa ribattere? Che il suo lavoro salvava vite? Ma a chi importava?

Ludovica si sposò prima, naturalmente. Con un bell’attore del suo teatro. Matrimonio sontuoso, pieno di ospiti e fotografi. La madre sfolgorava: genero magnifico, coppia splendida.

— E

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