Caro diario,
Stamattina la luce era troppo forte quando la signora Teresa, mia suocera, è entrata nella stanza senza bussare, come sempre. Avevo appena avuto la forza di aprire gli occhi, sentivo la febbre salire come lacqua in una pentola troppo piena, e lei, dritta come un palo, ha iniziato subito:
Non puoi? la sua voce vibrava, aspra. Ai miei tempi, con quarantanni di febbre, lavoravo in fabbrica tutto il giorno. Nessuno mi ha mai compatita. E sono ancora qui.
Ho provato a sollevarmi dal cuscino, ma la testa mi girava come dopo troppi spritz in piazza Garibaldi. Sono ricaduta indietro, sudore freddo sulla fronte. Il termometro segnava trentasette e otto. Ogni osso mi faceva male, e la gola così infiammata che anche deglutire un sorso dacqua era una fatica.
Ho chiamato il medico, ho sussurrato, ho bisogno di restare a letto almeno oggi.
Il medico! Teresa ha spalancato le finestre e guardato la città nel sole mattutino di Firenze. Viziata! Guarda come ti sei ridotta: una giovane donna che si comporta come una regina. Alla tua età io facevo già tutto, casa, bimbi, lavoro e ora tu nemmeno ti alzi dal letto.
Non ho risposto. Non avevo più energie, e non sarebbe servito a nulla ribattere. Dopo tre anni qui, nella casa di Teresa, ho imparato che nessuna spiegazione lavrebbe convinta. Lei si sente padrona di questa casa, e spesso anche della mia vita e di Marco, mio marito.
I piatti sono ancora nel lavandino, ho visto, ha proseguito in cucina e il pavimento è da settimane che non viene lavato. Cosa dirà Marco quando tornerà dal lavoro? Gli farà piacere, secondo te, vivere nel disordine?
Appena posso, pulisco. Domani, senza dubbio, ho deglutito con dolore.
Domani, sempre domani. Ma oggi? Oggi stai lì come una signora in vacanza. Io non mi sono mai permessa, nemmeno da giovane, queste cose. Sempre a lavorare, la casa sempre a posto
Ho chiuso gli occhi, cercando di isolarmi dalla sua voce, senza riuscirci. Ieri sera sono crollata a letto dopo una giornata in ufficio. Dovevo consegnare un progetto in tempo e mi sono tenuta su a forza di caffè. Arrivata a casa, mi mancavano anche le forze per scaldare una minestra. Non sono riuscita a fare altro che abbandonarmi tra le lenzuola, sudata e sfinita.
Dovè Marco? è tornata di nuovo.
In ufficio. Torna stasera.
Ma certo. Mio figlio lavora per portare i soldi a casa, e tu qui sdraiata. Ti va proprio bene, eh?
Lavoro anchio, ho obiettato piano. Tutte le spese le copriamo insieme.
Insieme, insieme Teresa scrollava le spalle. La casa, però, è mia. Se non fosse stato per me, sareste ancora a girare per stanze in affitto.
E qui aveva ragione. Era il suo ritornello preferito. Dopo il matrimonio Marco ha proposto di stare dalla madre finché non avessimo messo da parte qualcosa. Ma finché sono diventati anni, e ormai questo appartamento a Campo di Marte è come una piccola bolla, dove tutto ruota intorno a Teresa.
Vado a fare la spesa, visto che non puoi, ha detto infine. Ma quando torno, che sia tutto sistemato. Non voglio che Marco trovi il caos. E apri le finestre, qui si muore di chiuso.
Quando è uscita, sono scoppiata in lacrime. Non era la febbre, non era il dolore: era lumiliazione. Nemmeno la possibilità di ammalarmi senza giustificarmi. Anche ora che ho bisogno solo di riposo, devo sentirmi in colpa, come se stessi facendo qualcosa di male.
Il medico della mutua, una signora che mi ha ricordato mia zia di Prato, mi ha visitata verso mezzogiorno. Influenza, una brutta. Riposo assoluto, acqua, e niente sforzi.
La salute viene prima di tutto, signora, mi ha detto. Il corpo ha bisogno di guarire.
Quando Marco è tornato, lho visto stanco, ma con un sorriso. Mi ha dato un bacio caldo sulla fronte.
Hai la febbre ancora alta?
Oggi quasi trentanove. Il medico mi ha messo a casa per una settimana.
Così tanto E mia madre?
È venuta. Ha detto le solite cose che esagero, che dovrei sistemare la casa.
Ha sospirato Marco.
Lo sai come è fatta, mi ha detto prendendomi la mano. È di unaltra generazione, tutto qui. Prova a non pensarci. Lei tra poco tornerà dalla sorella, vedrai.
Ma poi tornerà di nuovo, e sarà sempre la stessa storia?
Te lo chiedo, almeno per ora, cerca di lasciar correre e mi ha portato una tazza di tè con il miele.
Insomma, per due giorni sono rimasta isolata dal mondo la febbre, il letto, i farmaci. Marco uscendo presto e rientrando tardi, lasciandomi tutto pronto per il giorno. Ma la solitudine pesava.
Il terzo giorno è arrivata la signora Rosina, la vicina del terzo piano. Mi ha trovato pallida in corridoio, appoggiata al muro.
O Madonna, ma stai proprio male! Sono venuta per chiederti un pizzico di sale, ma tu vieni a letto, ti porto io.
Mi ha aiutata a rientrare, mi ha fatto un tè con la marmellata di fichi che ha trovato in dispensa, e si è seduta accanto a me.
Sola tutto il giorno, vero?
Marco lavora. Però lui cerca
Cerca come può, ma noi donne abbiamo bisogno di altro. Di presenza, di conforto.
Poi ha chiesto della suocera. Ho annuito piano.
Teresa viene, ma per criticare. Dice che esagero.
La conosco bene, ha sospirato Rosina. E dura, molto. Ma ognuno di noi ha diritto di cedere ogni tanto. Lo vedi, io a volte mi fermo, mi riposo; non è peccato. Dì pure basta, non sei obbligata con nessuno.
Ho ascoltato, sentendo scendere una pace nuova. Rosina non giudicava. Solo stava lì.
Mi ha suggerito di immaginare una barriera: Quando tua suocera parla male di te, pensa a un vetro. Lei parla, ma le parole rimbalzano. Sono le sue delusioni, la sua rabbia, non tua.
Ma Marco sceglie sempre lei
Gli uomini ha sorriso triste Rosina. Quando vedrà che tu sai difenderti da sola, forse sarà diverso anche lui.
La notte ci ho pensato tanto. Non era semplice, ma era giusto.
Sabato mattina, poco dopo che Marco era uscito, Teresa si è presentata di nuovo.
Allora, stai meglio? Alla villa ci sono le patate da sistemare in cantina. Vieni con me, così finiamo prima.
Teresa, il medico mi ha raccomandato riposo per almeno altri quattro giorni.
Riposo basta con questi vizi! Io con linfluenza ero già di nuovo in piedi.
Ho ricordato il consiglio di Rosina e ho sentito, come una fiamma tranquilla dentro.
Mi dispiace, Teresa, ma oggi non posso proprio. Non vengo alla villa. Ho ancora la febbre.
Ti sei messa contro di me? Dopo tutto quello che ho fatto per voi qui?
Le sono grata, davvero, ho risposto con calma, anche se il cuore batteva forte. Ma la mia salute non posso sacrificarla, nemmeno per riconoscenza.
Teresa mi ha fissata sorpresa, poi se nè andata sbattendo la porta.
Quando Marco è rientrato, la sua faccia diceva già tutto.
Mamma mi ha chiamato. Mi ha detto che sei stata maleducata
Non ero maleducata. Ho solo detto no. Ho diritto di stare male, Marco. Non posso sempre sacrificarmi. Non posso ascoltare sempre rimproveri e insulti.
Sai che viviamo in casa sua si è arreso, scuotendo la testa.
Ma il mio rispetto, Marco, vale più di un affitto gratuito? gli ho chiesto, e per la prima volta non mi sono sentita in colpa.
La sera abbiamo parlato poco. Mi sono sentita sola e insieme più forte. Ho pensato che, se la nostra coppia non avrebbe superato questa tempesta, avrei preso comunque la strada della mia dignità. Per la prima volta, la prospettiva non mi faceva più paura.
Pochi giorni dopo, verso sera, Teresa è venuta a casa nostra. Non la solita donna dura, ma più fragile.
Posso entrare?
Le ho fatto cenno di sì, lho fatta sedere.
Ho riflettuto su quello che mi ha detto Marco. E anche su come ti ho trattata. Credo di aver sbagliato. Non mi è mai riuscito chiedere scusa, ma oggi vorrei provare. Perdonami, Giulia.
E lì ho pianto. Ho pianto per il sollievo, per la fatica, e perché in fondo anche Teresa è solo una donna che ha sempre dovuto fare tutto da sola.
Abbiamo parlato. Non è stato un miracolo, non si cambia dalloggi al domani. Ma abbiamo stabilito delle regole: niente più critiche gratuite, niente ordini, solo consigli se richiesti. Abbiamo provato a ripartire, a modo nostro.
Ho imparato a proteggermi. Non sempre riesco, ma ora so dire no. Ho anche capito che non sono sola: Marco ha iniziato a vedere le cose con altri occhi, a volte si schiera finalmente con me.
Quando in scala incontro la Rosina e lei mi chiede: Allora, tutto bene?, posso davvero risponderle Sì. Grazie.
Adesso, la sera, io e Marco ceniamo insieme, chiacchieriamo di piccole cose. Siamo nella stessa casa, sì, ma la nostra casa. Toglierò le radici anche da qui, se un giorno dovrà accadere, ma finalmente sento che posso respirare. Perché sto imparando che il mio valore non dipende dal giudizio di chi ha vissuto difficoltà diverse. Sono padrona delle mie scelte, delle mie emozioni, del mio cuore.
E dal fondo della cucina sento Marco chiamarmi: Giulia, vieni? Ho preparato la pasta!. Mi alzo, respiro il profumo del sugo e sorrido: oggi la mia battaglia più grande è stata solo imparare ad amarmi abbastanza da difendermi.
Ed è davvero una vittoria.




