Le polpette segrete della suocera

Le Polpette della Suocera

Marco e Giulia stanno insieme già da tre anni e mezzo, e in tutto questo tempo Giulia ha messo piede a casa della suocera forse quattro volte. Solo per Natali e Pasque, insomma: giusto una toccata e fuga per salvarsi la coscienza.

E poi, improvvisamente, Marco si è svegliato: la madre laveva chiamato per la terza volta in una settimana, lamentandosi che le mancavano, che il papà aveva cercato di riparare il tetto del pollaio e sera rovinato la schiena, che ormai lorto era una giungla e che non ce la facevano più.

Marco, bisogna dirlo, era un figlio modello: chiamava la mamma ogni domenica, regolare come la raccolta differenziata, annuiva nel telefono anche se la madre sparava fesserie. Ora, però, la fissava a cena con uno sguardo supplichevole, mentre masticava una pasta e fagioli con la stessa compostezza con cui un prete celebra la messa.

Giulià disse, posando la forchetta e intrecciando le mani, la mamma mi ha richiamato. Dice che ormai ci ha scordati. Che ne dici, ce la facciamo un salto questo weekend? Tre giorni, non di più. Ti prego.

Marco, ho la parrucchiera sabato mattina buttò lì la Giulia, consapevole che la sua scusa aveva la stessa consistenza di una mozzarellina.

E va bene, la rimandi, no? rispose lui, come se spostare un appuntamento fosse come cambiare canale tv. Dai, che soffende. Poi ha promesso polpette e crostate. Dice che le manchiamo tanto.

E tuo padre? La schiena gli è passata? domandò Giulia, non per sincera preoccupazione (col suocero erano rapporti civili), ma per dover di cronaca.

Figurati, quello ogni giorno cha qualcosa. Lha sempre vinta lui. Ho deciso, andiamo. Partiamo venerdì sera e torniamo domenica. Così mamma è contenta.

Giulia sospirò, troppo stanca per contestare. In questi tre anni aveva capito che discutere con Marco quando aveva deciso era come convincere un gatto a non dormire sul bucato.

Venerdì quindi, Marco e Giulia caricano la macchina: una borsa di vestiti, un sacchetto di paste comprate in città. Marco porta un plaid nuovo per la mamma, una bottiglia di Amaro Lucano per il papà. Il paese distava due ore, se non cera traffico.

Giulia passa tutto il tempo a guardare fuori dal finestrino: olivi, baracchini che vendono panini alla porchetta, e Marco che canta Vasco Rossi stonato. Si ripete che in fondo tre giorni sono niente e che la suocera, dopotutto, è una brava donna.

Arrivano che è già buio. Lultima casa della via, illuminata da un lampione traballante. Marco parcheggia sulla ghiaia, spegne il motore. In quel momento sul portone si accende la luce e si apre la porta: balza fuori Rosa Bianchi tonda, minuta, con un grembiule floreale e quella risatina che sembra debba scoppiare da un momento allaltro.

Mariuccio mio! strilla con tutta la voce che ha, scendendo di corsa verso il figlio, che ha appena tirato fuori la testa dal finestrino. Non ci speravo più! Sono tutto il giorno in cucina, non immagini quante cose buone ho fatto! Giulia, vieni cara, che stai lì ferma al freddo?

Giulia si trascina fuori dallauto, rimette in ordine il piumino, appiccica un sorriso di cortesia e subisce labbraccio di Rosa, che profuma di cipolla dorata e di un che di zuccheroso, tanto da solleticarle il naso.

La casa è un forno e profuma di sugo e frittura. Dalla cucina arriva un friccichio promettente. Sul tavolo in sala ci sono già i salumi tagliati, pane toscano, sottaceti e una bottiglia di vino rosso da supermercato. Giuseppe Bianchi, il papà di Marco, sorveglia il telegiornale, ma si alza di scatto e va incontro ai due. Si vede che aspettava, preoccupato per lingorgo, il buio, la statale.

Siete finalmente arrivati! dice stringendo la mano al figlio e facendo un cenno di benvenuto a Giulia: Ciao, cara. Lasciate le giacche, venite a mangiare.

Ho fatto le polpette! annuncia subito Rosa, rimescolando il grembiule con una certa animosità e spostando a caso piatti qua e là. Con le patate e il sughetto di cipolle. Te piacciono ancora, Marco?

Ma certo mamma, lo sai! Marco è già in cucina, con la testa su ogni tegame, facendo rinascere in lei lorgoglio materno.

Giulia si toglie il cappotto, lo appende in corridoio e segue la scia olfattiva. La cucina di Rosa è piccola, mase per accogliente si intende il soffocamento delle superfici da vasetti, spezie, strofinacci, pacchi di pasta e barattoli dogni formabe, allora sì: accogliente era la parola giusta.

Vieni qua, Giulia, siediti Rosa le tira fuori una sedia, la ripulisce con lorlo del grembiule e la spinge davanti al tavolo. Sarai stanca dal viaggio, ora metto tutto in tavola. Un secondo, vado velocissima.

Gira in tondo, afferra e rimette giù piatti a caso, apre il forno (lodore invitante di arrosto invade la stanza) e Giulia ingoia di nascosto: avevano solo bevuto caffè dal thermos in macchina, la fame si fa sentire.

Poi lo vede.

Sul tavolo, una ciotola di macinato crudo: una montagna rosa-grigia, già pronta in polpette, tutte tonde e perfettamente allineate su un tagliere, ricoperte di pane grattugiato. Rosa prende unaltra manciata di impasto, la modella in una palla, la appiattisce… e poi, con la stessa mano che aveva appena schiacciato la carne cruda, si gratta sotto lascella sinistra.

Non una grattatina distratta: proprio una mano intera infilata là sotto, con una precisione e una passione degne di chi finalmente trova pace al prurito. E, pacifica, con la medesima mano, riprende limpasto e crea la prossima polpetta.

A Giulia prende uno scombussolamento.

Rimane a fissare quella mano una normalissima mano femminile, con le unghie corte, la fede che segna lanulare gonfio un po troppo, la pelle un po segnata. Quella stessa mano era finita sotto lascella e ora di nuovo nella carne. Nella carne che, tra poco, finirà nel piatto.

Le polpette di Rosa? Quelle che mandava a Marco congelate a pacchi, e che loro mangiavano tutte le settimane. E la Giulia, che qualche volta aveva pure detto a Rosa che sono magiche… Non mentiva: erano davvero buonissime…

Mamma chiama Marco dal salotto hai il tè? Moriamo di freddo.

Subito, subito, fa Rosa, mentre continua a impastare polpette. Sto finendo, apparecchio e si mangia.

Riprende una manciata di macinato. Giulia scorge delle strane ombre grigiastre sul tagliere, proprio dove la mano di Rosa tocca il legno. O forse le sembra solo… Giulia sbatte le palpebre: è di nuovo tutto normale. Impasto, polpette, mani materne, a fare e disfare.

Rosa, magari vi do una mano io? suggerisce a mezza voce Giulia. Così tu metti su il tè, finisco io le polpette?

Ma che scherzi? Sei ospite, riposati! la suocera alza le mani, e Giulia sobbalza mentalmente. Siediti e rilassati. Faccio io, manca poco.

Concludendo, Rosa prende lultimo pezzo di impasto, crea una polpetta perfettina, la allinea, poi finalmente si osserva le mani, annuisce soddisfatta, le passa sotto un filo dacqua (tre secondi in croce, niente sapone, solo acqua), le asciuga al grembiule ed è pronta.

Giulia la guarda, nauseata.

Cerca di farsi coraggio: e sì cosa vuoi che sia, la mano era pulita… be, insomma. Sua nonna, in fondo, quando impastava i ravioli si accomodava i capelli. Sono cose che succedono, mai morti. Forse sta solo facendo la schizzinosa.

Ma la scena le rimane impressa: mano-ascella-mano-impasto.

La cena si svolge in sala, tavola grande con tovaglia cerata a fiori. Rosa mette sul tavolo una padella colma di polpette fumanti, dorate, perfette, da leccarsi i baffi. Giulia, però, ha lacquolina… solo che non è tipo positiva stavolta. A fianco ci sono purè, insalata di pomodori, pane casereccio e vino.

Su, ragazzi, avanti! Rosa spinge il piatto delle polpette verso Giulia. Prendi queste, Giulia, sono più dorate. Fatte apposta per voi!

Giulia guarda il piatto. Le polpette paiono normali. Belle, profumate di cipolla e arrosto. Marco se ne carica due, le affoga nel purè, e si fionda sulla prima forchettata.

Mmmmh mamma, spettacolo. Come sempre.

Meno male Rosa sorride, tanti denti, taglia una fetta di pane. Avevo paura di aver sbagliato il sale!

Sono sempre squisite Marco è già al bis.

Giuseppe Bianchi mangia muto, ogni tanto fa un cenno col capo per lodare la cuoca. Non parla mai molto: il suo discorso più lungo fu quello sullolio del trattore.

Giulia, non mangi? Rosa incalza. Non ti piace? Forse troppo sale?

No, no, buonissime Giulia sa che se non mangia, si offende di sicuro. È solo che ho lo stomaco sottosopra dal viaggio, capisce… ora assaggio.

Prende la forchetta, stacca il pezzetto più piccolo e croccante, lo porta alle labbra. Il profumo è invitante, ma il pensiero della mano-ascella-impasto la paralizza. Il boccone le si ferma in gola; deglutisce a fatica e non sa se le usciranno lacrime o peggio.

Squisite riesce a dire, spostando il piatto da un lato. Rosa, posso prendere solo un po di purè? E un cetriolo. Davvero, la polpetta è ottima, ma ne mangio solo un pezzetto.

Povera! la suocera si commuove. Prendi pure patate, che polpette ve le metto in freezer. Ne ho fatte tante.

Marco la guarda un attimo, poi riprende a masticare a ritmo da tamburo: lui, ai pensieri sulle ascelle e schiene della madre, ormai è immune.

Giulia mangia purè e insalata, cerca di convincersi che sta solo esagerando, che tutti mangiano le polpette della nonna e nessuno finisce in ospedale. Eppure non riesce a togliersi dagli occhi quel gesto.

Dopo cena, Rosa sparecchia. Marco e il padre spariscono in garage per vedere una cosa al generatore. Giulia resta sola con la suocera, che mette il tè in infusione in una teiera col beccuccio sbeccato.

Giulia, non te la prendere se sono insistente le dice Rosa, versando lacqua. Mi fa piacere vedervi. So che la città, il lavoro… però la mamma ha bisogno di vedere che va tutto bene.

Va tutto bene, Rosa risponde Giulia, col tè caldo tra le mani. Casa, lavoro… tutto normale.

È che le mie polpette ve le mangiate volentieri, lo so! Mariuccio le adora, ne vuole sempre per la settimana.Quelle del supermercato non sono la stessa cosa; io prendo la carne dal macellaio di fiducia, fai te! E poi limpasto me lo faccio io, a casa, sempre.

Giulia si scotta col tè. Ecco, di nuovo il pensiero: ma quandè che Rosa si è lavata le mani? E che altre aggiunte segrete ci saranno nella cucina? Posa la tazza, la nausea ricomincia.

Rosa, posso andare in camera? Ho un po di mal di testa, magari il viaggio…

Ma certo, cara, in camera cè biancheria fresca, chiedi a Marco. Se hai bisogno, chiama!

Giulia si rifugia nella minuscola camera degli ospiti, chiude la porta e si siede sul letto, certa che la nausea sta per esplodere.

Fa appena in tempo a raggiungere il bagno in fondo al corridoio e, dopo, resta seduta, a respirare a fondo, occhi chiusi.

Quando Marco torna dal garage, la trova seduta stile Buddha.

Ti senti così male? chiede, sedendosi accanto.

Marco, ascolta, adesso ti racconto una cosa. Promettimi che non ridi e non ti arrabbi.

Dimmi lui si fa serio.

E Giulia racconta: mano-ascella-impasto-polpette-nausea. A bassa voce, guardando la porta.

Marco la fissa, indecifrabile; poi:

Ma Giulia… la mamma mica lha fatto apposta. Si è solo… eh, grattata. Dai, capita a tutti. Vuoi che anche le nostre nonne si lavassero le mani ogni volta che tossivano? È così che va, nella vita. Roba di casa.

Marco, non si è lavata le mani. Lha messo nellimpasto dopo. E sinceramente, io non ce la faccio più a pensare a tutte le polpette che ci ha congelato… Da oggi, niente più.

E che vuoi che ti dica? Le polpette, o le mangi o lasci stare. Vuoi che lo dica io a mamma? Si offende a morte. Lei pensa di farci un favore, per noi!

Non glielo dirò mai, replica Giulia a testa bassa. Ma io non ne mangerò più, mai. Non posso.

Marco si alza, lancia unocchiata esasperata, si passa la mano tra i capelli: segno di livello di nervosismo massimo.

Giulia, la stai prendendo troppo sul drammatico! Dai, capita a tutti di aggiustarsi qui o là. Non è una sala operatoria. Se ci pensi troppo, smetti di vivere.

Io mi lavo le mani, mormora lei. Prima e dopo, sempre. E non capisco perché sia strano.

Allora sei brava tu. Ma mia madre fa così da cinquantanni e nessuno è mai morto! Giovanni si sarà già mangiato tre chili di polpette! Lo hai detto anche tu che sono buone.

Non sapevo. Ora sì. Basta. Non posso più.

E allora basta, dice secco Marco. Non dire niente a mamma, ti prego. Poi faccio io una scusa: hai la febbre, mal di pancia. Così non si offende.

Daccordo, mormora Giulia, anche se dentro sta ancora male.

Va a letto, Marco spegne la luce, e restano in ascolto dei rumori di là: qualche parola sottovoce degli altri, la televisione, tazze che sbattono.

Giulia fissa il soffitto: si rende conto che le polpette della suocera, di cui ha elogiato il segreto, erano forse proprio… quel segreto lì.

La mattina si sveglia stravolta. Marco già parla in cucina con i genitori. Lei rimane ancora qualche minuto a letto, la voglia di affrontare la giornata è zero, ma sa che restare lì non cambia nulla.

Si sciacqua in bagno e raggiunge la cucina.

Giulia! esclama Rosa Marco mi ha detto che sei stata male! È la febbre? Facciamo tè col limone e un po di marmellata di lamponi, la mia!

Grazie, Rosa. Sto già meglio. Avrò mangiato qualcosa per strada che non mi ha fatto bene.

Eh, quei bar in autostrada… scuote la testa la suocera, piazzandole davanti tè e marmellata. Lho sempre detto a Giuseppe: meglio mangiare a casa! Ma voi, vi fermate sempre. Ecco il risultato.

Mamma, sintromette Marco, Non ci siamo mai fermati. Solo un caffè.

Eh, allora sarà stato qualcosaltro, non molla Rosa. Il corpo mica si comanda, cara mia! Bevi lamponi, vedrai che passi.

Giulia prende la tazza, sorseggia a malincuore. E le viene unaltra domanda: e Rosa, le mani le avrà lavate per fare questa marmellata? Si blocca. Se continua così, finirà in manicomio. O accetta, o smette di venire.

Rosa, grazie mille per tutte le cose buone e per lospitalità, però forse è meglio che andiamo. Marco dice che partiamo oggi…

Come partite? Rosa è visibilmente delusa. Siete qui da ieri! Volevo farvi la crostata, il minestrone Marco ama il mio minestrone.

Alla prossima, mamma Marco la bacia, Giulia davvero non sta bene. Io torno tra due settimane, aiuto papà col tetto. Allora lì mi fai tutte le cose buone.

Rosa sospira, getta uno sguardo a entrambi, e cè in quellocchio qualcosa di scomodo. Come se avesse capito tutto: la polpetta, lascella e limprovviso malore della nuora.

Fate come volete sospira seccamente. Vi metto le polpette nel freezer, ne ho fatte tante, vi bastano una settimana.

A Giulia viene la pelle doca, ma abbozza un sorriso:

Grazie Rosa, troppa gentilezza.

Salutano in fretta. Marco carica le borse mentre Giulia stringe la mano a Giuseppe che, con la sua zampa grande, la saluta: Rimettiti presto, cara. Tornateci, eh.

Rosa porta fuori la busta:

Qui ci sono le polpette, un barattolo di marmellata e pancetta. Ve la mangiate voi.

Grazie mamma Marco, bacio veloce; Giulia si accorge che Rosa non sorride rientra subito, senza aspettare di vederli ripartire.

Il viaggio di ritorno è un silenzio. La busta di polpette in freezer, e Giulia la sente lì, come un monito, come se contenesse una bomba a orologeria. Marco pure resta zitto. È offeso, lo si vede dal modo furioso con cui tiene il volante, cambia marcia, guarda la strada fisso.

Puoi mangiarle tu, sussurra Giulia, entrando in città. Fai come vuoi. Io no.

Giulia, Marco sospira, accasciato come se avesse spalato per dieci ore. Ti rendi conto che mamma ha capito tutto?

Tutto cosa? lo guarda lei.

Tutto! Non è mica scema. Ha visto che non hai toccato cibo. Poi hai finto il mal di pancia e ce ne siamo andati subito. Sè offesa, io la capisco.

E tu capisci me? ribatte tutta dun fiato.

Nessuna risposta.

A casa, Giulia entra in cucina, vede il suo regno pulito, ordinato, le mensole linde, i taglieri profumati di detergente. Qui le mani si lavano sempre. Qui non ci sono polpette assembleate con mani da spelucchino.

Marco mette la busta in freezer con aria decisa.

Tu non le mangi? chiede Giulia.

Certo che le mangio, risponde Marco con tono da sfida. Sono le polpette di mia madre. Ci sono cresciuto.

Gira i tacchi e va in bagno. Giulia resta lì, prende il sapone, si lava le mani a lungo, fino al gomito, proprio come i chirurghi. Poi si asciuga col panno, domandandosi se mai si possono lavare via anche certi pensieri che restano incollati.

Non lo sa.

Ma una cosa la sa: mai più una polpetta fatta dalle mani di Rosa. Nessun ma dai che non lha fatto apposta, nessuna minaccia di offesa, nessuna nostalgia cambierà mai idea.

Tre giorni dopo, Marco si cucina quattro polpette, le affoga nel purè e affetta un cetriolino sottaceto.

Ne vuoi? domanda, porgendole la forchetta con la polpetta appena morsa.

No, grazie, risponde Giulia. Davvero.

Si alza da tavola, si siede in poltrona e accende la TV, alzando il volume per coprire il rumore dei morsi di Marco.

Giulia sapeva che quel viaggio aveva rotto qualcosa nella loro famiglia qualcosa che, forse, non si sarebbe più aggiustato. E tutto per colpa di una mano. Una normalissima mano da donna che aveva grattato dove prudeva.

Chiuse gli occhi e decise che, se non ci pensava, poteva ricominciare a vivere. Mangiare solo ciò che cucinava lei e non accettare mai più, nemmeno sotto tortura, cibo fatto da altre mani.

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