Esame
Basta! Mi sono stufata! Se non la smetti di tormentarmi, non darò proprio niente! Non ci vado allesame! Non mi presento e basta! E tu cosa farai, eh?! Martina gettò lo zaino in un angolo dellingresso e si sfilò il berretto dalla testa.
Mia madre non rispose. Scosse solo la testa e si ritirò in cucina.
Martina si tolse il piumino, pronta a lanciarlo accanto allo zaino, ma ci ripensò. Aprì larmadio, lo appese con cura e sospirò.
Maledizione! Unaltra litigata. E come sempre, per una sciocchezza!
Perché deve sempre tempestarmi di domande, di consigli? Crede che sia ancora una bambina? O pensa che sia diventata scema?
Certo che mi ricordo che oggi ho lezione col nuovo insegnante privato di italiano. Non serve ricordarmelo ogni mezzora!
Esagerava, lo sapeva. Sua madre non la martellava veramente. Aveva solo chiesto, per la terza volta questanno, se ricordava la lezione col nuovo professore ditaliano e letteratura. Ma dappertutto Martina ormai aveva questo sentimento di rabbia, che esplodeva anche quando non ce nera davvero bisogno.
Si lavò le mani e si fissò allo specchio sopra il lavandino.
Che bellezza! Brufoletti, naso grande come quello di papà e tutta la matassa di capelli rossi ereditata dalla mamma. Quante volte aveva chiesto di potersi tingere? Ma niente da fare, mamma insisteva che la vera bellezza viene col tempo e che un giorno le avrebbe detto grazie.
Sì, come no! Tutti normali e io lunica con queste trecce da spaventapasseri! Ma chi le porta più ormai?
Sorrise ricordando di quando aveva tagliato quasi a zero le sue odiate trecce con delle vecchie forbici da scuola. Non aveva trovate altre. Serrando i denti, aveva segato via le ciocche pensando già alla faccia incredula di mamma: Ma come?! Perché?!
Perché basta, quello è il punto! Tutti a comandare, ma è la mia vita! Le regole le faccio io!
Sempre a dire che bisogna ascoltare i genitori. Ma perché? Le loro idee sono vecchie! Hanno vissuto senza nemmeno internet Ma come facevano? E non capiscono che adesso basta un attimo, un clic sul telefono, e trovi tutto. Mamma dice che così non impari davvero a essere una persona, a parlare con la gente. E lei che ne sa? Dovrebbe guardare dei corsi su come parlare con gli adolescenti, magari imparerebbe qualcosa!
Martina si tolse unaltra crosticina di un brufolo e fece una smorfia. Meno male che mamma non aveva visto, se no si metteva a gridare. La portava dai dottori, sempre a dire che rimangono i segni, e a Martina non interessava. Tanto la vera importanza è dentro, non fuori! Come spiegarlo a una madre?
Oh! Che parola, genitrice Sì, mi ha messa al mondo, ma non è che questo le dia il diritto di trattarmi come una sua cosa! Non sono sua proprietà.
Fece locchiolino al suo riflesso.
Ci sei rimasta, eh, mammina? Non dovevi stressarmi coi ripetitori e insistere sul dirittoche tra laltro so più io di te! Avessero saputo le leggi come me, mica avrebbero divorziato così.
Mamma non ha ambizione o orgoglio! Papà se nè andato con una più giovane, ha diviso i soldi come voleva lui, e lei non ha detto niente. Ok, hanno intestato la casa che ha lasciato la nonna a Martina, ma il resto? Alla mamma solo gli alimenti per la figlia! E tutto il resto? E poi: era davvero una famiglia, gli ultimi cinque anni? Martina vedeva tutto, non era più una fagottina.
Ci aveva visto lodio muto di mamma quando preparava la cena, lindifferenza di papà quando ringraziava appena, il divano nel micro-studio dove non cera spazio nemmeno per un armadio e quindi ogni mattina doveva venire a prendersi i vestiti dalla camera La sveglia che mamma metteva perché non la trovasse a dormire lì Il sollievo di entrambi, quando Martina compì quattordici anni e fu lei stessa a dire ai genitori che era meglio separarsi senza più litigi.
Strane, le persone grandi! Questi viviamo per te!, sei il senso della mia vita! Bugie. Ognuno vive per sé! Anche quando parlano di fare il tuo interesse, ciascuno pensa ai fatti suoi: lei era il pretesto per gli accordi tra loro.
Prendi la casa dove viveva ora con mamma: stessa via, altro portone, ma più piccola, da tre stanze a due. Bella, ristrutturata, ma comunque più stretta. E la scelta fu fatta in cambio del senso di colpa di papà verso Martina: la figlia deve vivere bene! Che padre modello! Ma lo fecero per non litigare tra loro, non per lei. Lei era solo una specie di airbag tra due auto in rotta di collisione
Martina si rassegnò e prese dal ripiano il tubetto di pomata che le aveva dato la dottoressa. Non è che così mamma avesse ragione, è solo che questa crema funzionava e oggi le serviva.
Perché stasera, beh cera la terrazza.
La terrazza era una scoperta recente, da pochi mesi. Tutto cominciò quando Leo, il ragazzo più popolare della scuola che Martina guardava di nascosto, le aveva scritto: Facciamo due passi?
Allinizio aveva creduto fosse uno scherzo crudele, perché tutti sapevano che lei aveva una cotta per Leonardo. La prendevano in giro, ma bonariamente; Martina era simpatica, aiutava tutti in classe, si offriva quando gli altri non sapevano rispondere. I prof lo sapevano.
Martina, ti ho già interrogato ieri! Perché alzi di nuovo la mano?
Professoressa Gaetana, è che questo argomento è interessantissimo! Ma mi dica, secondo lei, il regime di Vittorio Emanuele III si può chiamare dittatura?
Da cosa lo deduci? la severa storia, temuta da tutti, cedeva sempre ai tranelli di Martina, e la classe tirava un sospiro di sollievo evitando linterrogazione.
Quando Martina mostrò il messaggio alla sua nemica-amica Elvira, questa fece una smorfia:
E allora? Cosa cè da agitarsi così?
Sicura che sia lui?
Ma va’, chissà chi altro sarebbe! Vai e chiediglielo, direttamente! Siamo nel Duemila, non nel medioevo! Le ragazze ormai invitano loro i ragazzi!
Martina lasciò perdere Elvira, tanto non avrebbe mai saputo spiegare la tempesta interna per quel messaggio, quando finalmente i caratteri smisero di ballare davanti agli occhi e si imposero chiari: Leo.
E andò allappuntamento. E da lì la sua vita cambiò.
La terrazza abbandonata di un vecchio palazzone, ritrovo dei ragazzi, non era certamente sicura. Ma ogni volta che Leo le prendeva la mano dicendo: Attenta! Guarda dove metti i piedi!, il cuore di Martina scappava dal controllo.
Contava gli scalini e ascoltava nella testa la voce trionfante: Quindici, sedici ancora trentadue, trentatré Cosa temi?! Cè lui
Sulla terrazza, Leo la abbracciò per la prima volta, silenzioso e sicuro, davanti a tutti, mettendole la mano sulle spalle: Questa è la mia ragazza.
Nessuna protestò, anche se Martina notò i fulmini negli occhi delle ragazze dellaltra classe. Leo era sempre stato con loro, ma ora aveva scelto lei.
Lì laveva anche baciata, la prima volta.
Quella sera, rimasero soli dopo che gli altri andarono al cinema. Anche lei voleva vedere il film, ma quando Leo le sussurrò che ci sarebbero andati insieme unaltra volta, rimase senza esitare. Sapeva che la serata sarebbe stata speciale.
Ed effettivamente lo fu. Martina, ancora oggi, si blocca talvolta improvvisamente, ripensando a quel momento, sentendo nella memoria il suo tono incerto ma forte: Martina, mi piaci tanto. Non so parlare bene, ma voglio che tu sappia che una come te non lho mai incontrata Posso?
E le labbra di lui, calde, incredibilmente gentili
Martina strinse gli occhi, assaporando ancora la felicità di allora, ma dovette interrompersi: la madre bussò piano:
Martina, fai tardi La pasta è pronta
La rabbia risalì dimpeto. Ancora?!
Saltò fuori dal bagno furibonda, il viso simile ai meme che girano su internet, con la strega che sibilava furiosa.
Ma che vuoi da me?! Mi ricordo tutto! Smettila di ossessionarmi! Anche papà se nè andato, ora te la prendi con me? Vado a vivere con lui! Capito? Se non la smetti
Non finì la frase. La mamma sospirò e, senza preavviso, le mollò uno schiaffo.
Vai tranquilla. Ma ricordati che domani hai la simulazione ditaliano. E dovresti dormire
Martina rimase di sasso. Non le aveva mai messo le mani addosso, mai in vita sua. Non che davvero se la prendesse: in fondo se lera cercata. Ma il fatto che la mamma avesse finalmente perso la pazienza la scosse profondamente.
Arrendersi, però, non era nel suo stile. Zaino, giubbotto, cuffiette Avrebbe sbattuto la porta con forza, ma si morse la lingua. Non voleva sembrare isterica del tutto.
Scese dal suo palazzo, guardò lorologio. Unora tra strada e lezione, unora col prof. Quindi prima delle sei non vedeva Leo. Meglio! Così avrebbero avuto tempo da soli sulla terrazza, mentre la madre si calmava e magari si preoccupava un pole faceva bene! Ormai anche papà non rispondeva più subito alle chiamate della mamma, quindi Martina aveva tempo. Forse Leo poteva consigliarla: lui aveva genitori molto diversi. Niente pressione a casa. Aveva la sua carta prepagata, i vestiti migliori, totale autonomia. Diceva che secondo suo padre è a sedici anni che si diventa grandi. E di esami e futuro, decide tutto da solo.
Beati quelli con dei genitori così!
Non come mia madre
Suo padre la chiamò proprio mentre arrivava sotto la casa del professore.
Cosè successo stavolta? Tua madre mi ha detto che te ne vai da me
Papà, lascia stare! Non mi importa dei vostri problemi. La tua Elisa partorirà a giorni, e io? A fare da baby sitter al pupo? Ho altro da fare!
Va bene. Ma non litigate ancora. O ti chiudo il bancomat, hai capito?
Questo sì che mi piace di te, papà: sei pratico! Ricevuto!
Brava! E smettila di far impazzire tua madre. Se non altro, se lo merita.
La chiamata si chiuse e Martina si rabbuiò.
Sempre così: in guerra fra di loro, ma quando si tratta di lei, subito uniti come se fossero ancora insieme. Che casino!
Il nuovo insegnante privato non le piacque. Alle sue idee sui modi di dire, rise sottovoce e le piazzò un libro da leggere per la prossima volta. Martina allinizio protestò, ma dopo qualche esempio decise che non poteva nuocerle.
Non voleva mica sembrare scioccaLeo era sveglio, lei doveva tenere il passo. Quanti video aveva visto su come si fa a essere una ragazza forte e intelligente! Lindipendenza cè tempo, ma lintelligenza si può allenare, come diceva mamma. E lì forse aveva ragione: era riuscita a laurearsi anche aspettando il divorzio, e Martina lo ammirava.
Mamma aveva mollato luniversità quando Martina era nata, prima la maternità poi laveva lasciata. Poi ci si era rimessa da adulta, mentre lavorava, andando avanti a fatica. Nessuna nonna a cui lasciare la bimba, asilo nido lasciato dopo pochi mesi, perché Martina lì si ammalava sempre. E odiava pure la pappa, i bimbi antipatici, la lontananza dalle braccia della mamma che la confortavano.
Da quando Martina era passata in seconda elementare, mamma aveva lasciato la bimba alla vicina e si era iscritta alluniversità serale, trovandosi anche un lavoretto.
Ha fatto bene, in fondo. Altrimenti sarebbe rimasta a contare gli spiccioli e arrabbiarsi col mondo. Adesso, almeno, aveva una piccola impresa per allestire sale per matrimoni e festeunattività bella e molto femminile. Martina la stimava, la guardava in azione e le veniva voglia di essere forte come lei.
Eppure, il controllo materno pesava. Ora la capiva anche troppo bene. La mamma era sempre pronta a chiedere con calma: Martina, come va? Che hai oggi? Hai fame? Quellaffetto la innervosiva come una tortura. Avrebbe voluto gridare: Lasciami! Non sono più una bambina!
A volte lo faceva davvero. Urlava, scalciava e poi si arrabbiava quando mamma incassava tutto come se fossero solo capricci.
Martina finì la lezione e corse allappuntamento con Leo, sognando di abbracciarlo e dimenticare le preoccupazioni di casa, gli esami e tutto il resto. La vita stava passando e loro parlano e parlano! Che noia!
Davanti al cancello della scuola non cera traccia di Leo. Aspettò un po, poi decise di salire lei stessa sulla terrazza. Lui non rispondeva, cosa mai successa prima. Martina si preoccupò.
Salendo le scale, sentiva una strana paura. Di solito volava tenendogli la mano, ma ora ogni gradino pesava.
La terrazza la accolse con un vento di primavera ancora freddo e un silenzio insolito.
Non cera nessuno.
Martina stava già per andarsene, stava accendendo la torcia del telefono, quando scorse una figura familiare sul bordo del parapetto.
Leo
Il ragazzo era seduto lì, stanco sulle spalle, le gambe penzoloni oltre il muretto. Nonostante lo conoscesse da poco, Martina capì subito che stava soffrendo. Doveva essere accaduto qualcosa di grave, forse irreparabile. Quella posizione, così innaturale per lui che aveva sempre laria di chi domina il mondo, lo dimostrava.
La paura che potesse succedere qualcosa di irrimediabile diede a Martina forza e decisione. Posò piano lo zaino sul pavimento e si avvicinò.
Ciao
Si sedette accanto a lui, rimanendo coi piedi sulla terrazza, evitando di guardare giù, perché aveva sempre avuto paura dellaltezza. E mai avrebbe pensato di spingersi lassù per seguire un ragazzo, superando quel terrore.
Ciao Leo non si girò neppure. Allora Martina prese la sua mano tra le sue e ne sentì il gelo.
Sei congelato
Eh? quelle parole lo scossero, e lui finalmente la guardò negli occhi: uno sguardo vuoto, irriconoscibile, che inquietò Martina.
Forse fu allora che capì cosa sentiva sua madre quando litigavano: quella paura bestiale di non riuscire a raggiungere chi si ama davvero
Era questa la paura che la bloccava mentre la mano di Leo restava senza forza nella sua, così fredda, quasi morta.
Come stai?
Sentì la sua voce, diversa, sorprendentemente simile a quella della mamma lo stesso tono, lo stesso invito: Dimmelo! Apriti, ti prego! Non ti voglio male!
E funzionò.
Male Leo rispose sottovoce, ma strinse la sua mano. Sto malissimo, Martina
Ti è successo qualcosa.
Non chiese. Lo affermò. E funzionò.
Sì.
Vuoi parlarmene? Lo so, non ci conosciamo da tanto, però magari ti va di condividere.
Leo la guardò in modo strano, così che Martina rabbrividì.
Tu pensi che non siamo abbastanza vicini?
No, hai frainteso. Io ti considero importantissimo, non so se tu provi lo stesso.
Martina, io non ho nessuno, a parte te.
Il cuore le saltò un battito, poi un altro, e sentì un tamburo nella testa forte come la vita stessa.
Come nessuno? E i tuoi genitori? scappò a Martina, ancora stordita, ma la reazione di Leo la riportò bruscamente con i piedi per terra.
Il ragazzo tremò e scosse vigorosamente la testa. Martina ansimò:
Attento!
Sì! Tienimi! O spingimi giù come hanno fatto loro!
Chi?!
Quelli che credevo miei genitori! Loro non mi sono niente, capisci? Mia madre oggi mi ha dato i documenti: sono stato adottato. Capisci? Non sono figlio loro. Ho sempre sospettato, ma oggi mi hanno detto che ho vissuto tutta la vita da qualcun altro, non la mia. Ho occupato un posto che non era il mio!
Leo urlava, e Martina non staccava la mano, temendo che potesse lanciarsi giù se solo lavesse mollato. Era quasi sicura che lui ci avesse pensato davvero.
Sapeva che Leo era sempre pronto a fare il brillante davanti a tutti, ma lì non cera più nessun supereroe: solo un ragazzo fragile, che mostrava la sua vera anima quando erano soli. E fu lì, mentre labbracciava, che a Martina venne vergogna per la rabbia accumulata contro i suoi genitori e la vita.
Se qualcuno le avesse chiesto contro cosa fosse arrabbiata, non avrebbe saputo rispondere. Ora capiva che la battaglia per la propria età adulta era una lotta inutile. Lì davanti a lei, un ragazzino era diventato adulto tutto dun colpo, senza più appoggi.
Leo, ho paura! Martina scoppiò a piangere, e quello lo riportò un po a se stesso.
Ehi! Che succede? le mise le braccia attorno e lei si strinse forte, più che poteva.
Non farlo! Ti prego! Anche se ti hanno cacciato, io non rinuncerò mai a ciò che cè tra di noi. Capito? Tu sei la cosa più importante che ho!
Non mi chiamo nemmeno Leo e la sua voce era così spenta che Martina dovette guardarlo in viso attraverso le lacrime. Mi chiamavano diversamente.
Come?
Alessandro. E il cognome era un altro.
Non importa come ti chiami. Potresti essere pure il Papa! Tu sei tu! E mi va bene così!
Sì però non sarà così per tutti Martina, che devo fare? Dove vado adesso?
Non puoi tornare a casa? Ti hanno cacciato?
Mamma piangeva, voleva che restassi. Ma papà lho colpito
Perché?
Voleva chiudermi fuori e non farmi uscire. Urlava che non capivo niente
E tu, hai capito tutto? Sei sicuro?
Di cosa parli? Che altro dovrei capire?! Leo ricominciò a gridare, e nella sua voce cera dolore puro.
Perché hanno scelto di dirtelo proprio ora?
La domanda si perse nel vento. Leo si strinse ancora, meditando sulle parole di Martina.
Non lo so finalmente sussurrò, e Martina sospirò di sollievo.
Ora nella sua voce cera una domanda. E fino a che non avrebbe trovato una risposta, la terrazza lo avrebbe trattenuto.
Vuoi che venga con te?
Dove?
Dai tuoi Andiamoci insieme. Ci spiegano perché ti hanno detto la verità proprio adesso. Poi, se vuoi, torniamo qui. E fai ciò che devi. Ma io non ti fermerò.
Sopportò lo sguardo stupito di Leo e poi gli strinse la mano, tirandolo verso di sé, lontano dal parapetto.
Andiamo!
Leo si tirò su e scavalcò il muretto, seguendo le mani decise di Martina. Lei lo abbracciò, trascinandolo verso la scala.
Sono un codardo
Sciocchezze! Martina fece una smorfia, trascinandolo verso luscita. Chiunque si sarebbe perso così, dopo una cosa simile!
Martina inciampò, e Leo la prese al volo.
Attenta!
Guarda chi parla, eh! e attivò la luce sul telefonino. Vieni! Abbiamo tanto da fare!
Quella serata se la sarebbero ricordati per sempre.
La discussione difficile coi genitori di Leo.
La riconciliazione, quando venne fuori che il vero padre biologico di Leo stava per uscire dal carcere e intendeva raccontare tutto al figlio.
Le lacrime della donna che gli aveva fatto da madre, prendendolo con sé da piccolo, dopo la morte inspiegabile e tragica della vera madre, cara amica sua.
Mia madre quella vera
Sì, Leo, lha uccisa tuo padre
E adesso vuole
Incontrarti.
Io non voglio!
Vai tranquillo. È una tua scelta. Noi rispetteremo qualsiasi tua decisione.
Parlarono e parlarono. Martina capì che sulla terrazza non sarebbero più tornati. Mai più. Qualcosa era cambiato in tutti loro, nel profondo, e il passato lasciava il passo al futuro.
Quella notte, verso mezzanotte, Martina tornò a casa. Aprì piano la porta con le sue chiavi e, senza togliersi il giubbotto, avanzò in punta di piedi in cucina dove, come sempre, la mamma stava appoggiata alla finestra. Martina la abbracciò, annusando quei capelli ribelli e linconfondibile profumo di mamma.
E finalmente disse quella parola che porta speranza, cancella linutile e lascia solo ciò che conta:
Scusami
E lei, la sola persona al mondo per cui davvero contino le sue gioie e i suoi dolori, rispose:
Anche tu Hai fame?
No, mamma, grazie. Sai penso di aver passato lesame, oggi.
Che esame, Martina? Non li hai tra un po?
Quello più importante, mamma Te lo racconto dopo.
Perché dopo?
Perché domani ho la simulazione e devo dormirePerché ora voglio solo stare qui, vicino a te.
Martina appoggiò la testa sulla spalla della madre, stanca ma serena come non succedeva da tempo. Non servivano altre parole: il silenzio della cucina, interrotto appena dal ticchettio dellorologio, riempiva tutto quello che prima la rabbia aveva svuotato.
Fu allora che comprese davvero quanto ogni esame, anche il più difficile, iniziava e finiva sempre lìin quellabbraccio imperfetto, ma vero.
Martina chiuse gli occhi e sorrise, consapevole che non aveva vinto lei, non aveva perso la mamma, non aveva perso nessuno. Avevano solo superato insieme la notte più lunga.
Domani sarebbe arrivato comunque, con i suoi problemi e le sue paure. Ma, per la prima volta, non faceva più così paura.


