Sarò sempre accanto a te

Sarò sempre al tuo fianco

Ti prego, non ricominciamo! Quante volte ne abbiamo già parlato? Perché devi tornare sempre su questa storia? Giulia scosse la mano, stanca, poi si voltò di nuovo verso i fornelli.

La giornata era iniziata senza un briciolo di gioia. Ancora buio, alle cinque del mattino, Lorenzo era entrato con i piedini nudi nella sua camera, scuotendola per una spalla:

Mamma! Mi fa male la gola!

Giulia, ancora mezza addormentata, premette le labbra sulla fronte del figlio e subito il sonno la abbandonò di colpo.

Sì, hai la febbre, tesoro. Vieni qui! Lo sollevò tra le braccia e uscì dalla stanza, chiudendo bene la porta. Non voleva essere costretta poi a sentire le lamentele di Marco per non aver dormito bene.

Misurò la febbre a Lorenzo e gli diede la tachipirina, poi lo rimise a letto. Guardò lorologio e capì che non valeva la pena provare a tornare a dormire. Meglio aspettare che aprisse il consultorio e chiamare il medico. Si avvicinò alla finestra con il caffè che aveva preparato e si perse tra i suoi pensieri.

Quellanno linverno era arrivato davvero, con tanta neve come non si vedeva da tempo. Il cortile era coperto da una coltre soffice, quasi ovunque ancora intatta, rotto solo da qualche fila di orme di chi usciva presto per andare al lavoro. Da un angolo, Giulia colse un movimento e senza farlo apposta scoppiò a sorridere. Il gatto della vicina, la signora Teresa, saltava da un cumulo di neve allaltro, sparendo quasi del tutto per poi ricomparire con la faccia furbetta. A quanto pareva, il trambusto bianco non lo turbava affatto, anzi: Rocco era famoso in tutto il condominio per il suo spirito libero, tanto che si rifiutava ostinatamente di utilizzare la lettiera di casa. Erano grida e miagolii finché la padrona non si decideva ad aprire la porta ma, va detto, mai una volta aveva mancato di chiedere di uscire in tempo. Giusto il giorno prima, tornando dallasilo di Lorenzo, Giulia aveva visto Rocco dirigersi verso luscita, brontolando e parlando con i suoi versi gutturali.

Avanti, vai pure! Tu sì che hai sempre qualcosa da ridire aveva riso la signora Teresa quando aveva incontrato Giulia sulle scale. Guarda questo teppista, sembra che comandi lui in casa mia!

Buongiorno signora Teresa! Un vero ometto!

Eh sì! Deve essere il mio destino, crescere uomini tutti dun pezzo…

Giulia aveva sorriso, ma non aveva detto nulla. Sapeva bene che il figlio della signora Teresa, Matteo, era proprio come diceva la madre: serio e silenzioso, spiritoso e affidabile. Ma pochi lo notavano; ai più sembrava il classico secchione con gli occhiali: mingherlino, basso, invisibile per le ragazze. Giulia era sempre stata sua amica. Da sempre, da che aveva memoria, Matteo era accanto a lei. Laveva aiutata quando aveva perso sua madre.

Sua madre, Laura, era stata investita sulle strisce, semplicemente attraversando la strada. Giulia aveva dieci anni: non aveva mai sperimentato il dolore, non sapeva cosa fosse la perdita, e si era chiusa nel suo mutismo, abbandonando ogni parola alle lacrime che la lasciavano esausta. Ogni tentativo di consolarla la trovava silenziosa, disperata, chiusa a chiave in bagno o in camera. Bastava restare sola, rannicchiarsi in un angolo e cedere al sonno.

Lo psicologo a cui il padre, Giuseppe, laveva portata aveva detto che la situazione era grave, che bisognava intervenire subito, perché lo stress stava già minando la salute della bambina.

Fu Matteo che le fece superare i giorni più bui. Aveva perso il padre due anni prima, sapeva cosa significa dire addio a chi si ama. Praticamente si trasferì a casa di Giulia. La madre, la signora Teresa, non si oppose, impietosita da quella bambina senza più madre. Tutto il condominio si diede da fare: chi portava qualcosa da mangiare, chi faceva compagnia, chi si prendeva cura di Giulia quando il padre doveva assentarsi. Mai, nemmeno una volta, la signora Teresa rimproverò Matteo per essere rientrato tardi dopo una giornata passata con lamica; la aiutava a fare i compiti, le leggeva libri ad alta voce, la portava a ginnastica e danza, come avrebbe voluto sua madre

Pian piano, quella piccola, instancabile attenzione di Matteo sciolse il gelo. Quando un giorno trovarono un micino randagio, occhi ancora chiusi, lo portarono a casa della signora Teresa. Fu allora, nel chiedere del latte per il gattino, che Giulia tornò finalmente a parlare. La signora Teresa, trovandosi un nodo in gola, le aveva sussurrato in un angolo: Grazie al cielo, sta tornando da noi

Il gattino restò da Matteo Giuseppe, il padre di Giulia, era allergico.

Negli anni, Matteo non labbandonò mai. Era la sua ombra, la sua spalla. Entrambi figli unici, avevano trovato in quellamicizia la forza di non sentirsi più soli. Quasi non servivano le parole: bastava uno sguardo, una frase a metà che laltro completava.

Gli adulti li osservavano, senza intervenire, sapendo che quella strana, fortissima amicizia era la loro àncora nel dolore.

Poi arrivò lultimo anno di liceo e con esso i problemi. Giulia era diventata bellissima, brillante, sicura, circondata da pretendenti. Matteo taceva; osservava, ma sapeva che nessuno la interessava davvero. Finché non comparve Marco. Si conobbero mentre Giulia cadeva rovinosamente sulle scale del centro sportivo dove faceva ginnastica.

Tutto bene? le tese la mano un ragazzo alto, imponente, bel viso sorridente. Queste scale sono una lastra di ghiaccio! Sei sicura di non esserti fatta male?

Giulia alzò lo sguardo e restò senza fiato. Aveva sempre pensato che lamore a prima vista fosse una sciocchezza da romanzo. Ma in quellistante si sentì perduta.

Sono spacciata, Matteo! gli disse poi. È… è semplicemente perfetto.

Perfetto come? Matteo si rabbuiò, ma Giulia non se ne accorse, presa comera dal suo sentimento.

Non so spiegartelo è il migliore! girava per la stanza, emozionata. E tu potresti almeno essere felice per me!

Per la mia migliore amica sì, certo che lo sono. Matteo accennò un sorriso, poi con la scusa di un impegno scappò.

Giulia era troppo presa per farci caso. Lei e Marco si frequentarono per tre anni. Poi, ormai grandi, decisero che fosse giunto il tempo di sposarsi. Avvisarono i genitori e presentarono la domanda in comune.

Peccato che la sposa debba avere la testimone, eh Non capisco perché non si possa avere un testimone uomo! Giulia rideva davanti allo specchio, provando il vestito nuziale che le stavano aggiustando.

Matteo, che laveva accompagnata in sartoria, sedeva su un divano e la osservava in silenzio. La sarta quasi lo aveva cacciato, scandalizzata che lo sposo vedesse il vestito prima delle nozze.

Non è il mio fidanzato! aveva riso Giulia. Lui è solo mio amico!

Solo amico aveva risposto la sarta. Interessante.

Cosa cè di strano? ribatté Matteo. Le persone non possono essere solo amici?

Quando pensava a quegli anni, al loro rapido matrimonio e ai primi tempi vissuti insieme, Giulia non riusciva a spiegarsi come avesse fatto a non vedere subito quei lati di Marco che poi arrivavano a darle sui nervi. Abituata ad avere accanto il suo cavaliere, era convinta di vivere in una fiaba dove la principessa veniva sempre salvata, coccolata, amata. Ma i principi, si scoprì, non sono tutti uguali.

I primi segnali arrivarono pochi mesi dopo le nozze, durante una brutta tonsillite. Giulia, trascurando la febbre per non deludere Marco e non trascurare la casa, finì con complicazioni serie. Quando il medico suggerì visite a pagamento, Marco protestò:

Ma stiamo scherzando? Abbiamo risparmiato per le vacanze! Sei giovane, non hai niente, vogliono solo farci spendere soldi!

Giulia non riusciva a credere alle sue orecchie.

Sei serio?

Ma certo!

Marco come da bambina, la voce le uscì strozzata per te le vacanze sono più importanti della mia salute?

Ma sei in perfetta salute! Smettila di fare drammi. Andiamo al mare e passa tutto! Hai bisogno solo di riposare! Marco la strinse, ignaro che per la prima volta Giulia non ricambiava quel gesto.

Fu il padre a pagarle le cure, in silenzio, senza mai una parola contro il genero.

Un anno di convalescenza, e certi problemi non passarono mai del tutto. Questioni di cuore, dicevano i medici. E così quando scoprì di essere incinta, la classificarono subito come gravidanza a rischio.

Mi ascolti, Giulia. È una scelta seria, pensaci bene la dottoressa le spiegava, sfogliando la cartella. La gravidanza è uno sforzo enorme.

Non cè nulla da pensare. Io voglio questo bambino!

E fecero limpossibile. Gli ultimi tre mesi, Giulia li passò in ospedale. Lorenzo nacque sano, puntuale. Ma il prezzo, quello lo sapevano solo lei, Giuseppe, e Matteo. Fu in quel periodo che Giulia comprese davvero, con amara chiarezza, quanto poco lei contasse per Marco, il marito. Appena seppe che tutto era andato bene, Marco si buttò nei festeggiamenti, sparendo per tre giorni, telefono spento. Giulia andò nel panico, chiese al padre di trovare notizie, ma lui tornò solo a stringerla, buio in volto:

Tranquilla, non devi agitarti ora.

Fu allora che capì definitivamente che la sua fiaba era finita. Non sarebbe mai stata la principessa. Ma il divorzio fu rimandato, perché qualcosa cambiò in Marco quando vide il figlio.

Per il piccolo provava una devozione inattesa. Gli stava dietro giorno e notte, lo portava al parco. Solo a volte, se lo infastidiva, chiedeva a Giulia di portarlo via, salvo poi tornare dopo unora il padre modello. Unaltalena di comportamenti che lasciava Giulia confusa.

Intanto la loro relazione si svuotava, ognuno viveva la propria vita, parallela a quella dell’altro, senza mai incrociarsi.

Lorenzo, spesso ammalato da piccolo, assorbiva tutte le energie di Giulia. Faceva tutto da sola, evitando di chiedere aiuto a Marco poiché ogni volta la reazione era imprevedibile: poteva essere il padre perfetto o luomo più indifferente. Sfinita, chiese al padre di insegnarle a guidare. Giuseppe comprò una vecchia Fiat, funzionale, così che Giulia potesse andare ovunque con Lorenzo, senza dipendere da nessuno.

Giuseppe aveva intuito tutto di Marco ma stava in silenzio, aspettando che Giulia arrivasse, da sola, alle sue decisioni. Solo una volta, quando Lorenzo aveva la febbre alta e lei, distrutta, si era addormentata in corridoio, Giuseppe le aveva detto, appena sveglia:

Non ti chiedo nulla, ma ricordati che non sei sola. Mai.

Lo so, papà. Grazie. Non sono pronta a parlarne, a decidere. Marco è ancora mio marito.

Lui aveva solo annuito, stringendola forte.

E in quel lungo periodo in cui la vita di Giulia era una battaglia contro il termometro e la paura, Matteo era sempre lì: prendeva le medicine, accompagnava Lorenzo dal pediatra, portava la macchina dal meccanico quando si rompeva a metà strada. Giulia sapeva di abusare forse della sua generosità, ma non poteva farne a meno. Era lunica persona che sentiva sua, davvero.

Così anche quella mattina, mentre fissava il cortile innevato, pensava che Matteo tornava oggi da una trasferta di lavoro ed era pronta a chiedergli aiuto per andare dal dottore se non fosse riuscita a chiamare la visita a domicilio: la sua macchina era di nuovo rotta e questa volta sul serio. I soldi erano pochi. Marco diceva di investirli tutti nellazienda, e lo stipendio di Giulia bastava appena per il necessario, tra congedi per malattia e periodi in cui Lorenzo stava male. Per fortuna vivevano nella casa del padre, che si era trasferito da tempo nella casa al lago, preferendo la tranquillità della campagna.

Giulia guardò lora e chiamò la segreteria del consultorio. Per fortuna la dottoressa era tornata dalle ferie e le accettarono subito la richiesta di visita.

Riattaccando, si mise a preparare la colazione quando Marco entrò in cucina, assonnato.

Che succede stavolta? Perché avete fatto casino tutta notte?

Lorenzo sta male, rispose Giulia, senza voltarsi.

E quindi dovevi alzarti tutta la notte? Va bene, tanto non ho dormito bene. Vado a farmi la doccia, voglio la colazione pronta che poi devo scappare, ho mille cose da fare!

Giulia non replicò, si rimise ai fornelli in silenzio. Preparava le frittelle speciali che Lorenzo adorava, quelle per chi guarisce, come le aveva chiamate anni fa e che strana coincidenza piacevano anche a Marco.

Allora, hai parlato con tuo padre?

No.

Ma perché continui a rimandare?

Ti ho già detto che non voglio parlargliene e non gli chiederò mai di intestare la casa a noi.

Il tuo orgoglio inizia a esasperarmi. Basta! Pago questa casa e vivo qui come un ospite! Tu e tuo figlio avete sempre bisogno di soldi per una cosa o per laltra! Io lavoro tutta la notte, mai una vacanza e non va mai bene niente!

Marco continuava a sfogarsi, ma Giulia sua non lo ascoltava più. Si bloccò. In quel preciso istante, sentì dentro di sé spezzarsi una corda sottile. Quella che raccoglieva tutti i momenti passati insieme: gli inizi, i baci, le tenerezze. Il giorno del matrimonio, la nascita di Lorenzo

Con calma depose la spatola, si voltò lentamente verso Marco.

Ti dico una volta sola, ascoltami bene, lo interruppe. Oggi fai la valigia e te ne vai di qui. Noi divorziamo, Marco. Io non voglio più vivere come abbiamo fatto negli ultimi tre anni. E credo anche tu sia stanco, non lo vedi? Non discuteremo di chi ha pagato cosa, né ora né dopo. Voglio solo che pensiamo a Lorenzo: lui deve avere entrambi i genitori, anche se non vivranno insieme.

Marco rimase basito, poi cercò di interromperla, ma finì per lanciare la forchetta sul tavolo e dire:

Hai finito? Vedremo se ci hai pensato bene, ne parliamo stasera.

No, Marco. Ho già deciso. Mi conosci da anni, cosa pensi che significhi?

Che sei fuori di testa. E poi? Credi che qualcuno vorrà mai una come te, pure con un figlio? Vedremo. Io vado da miei.

Come vuoi. Giulia, senza voltarsi, riuscì a trattenere le lacrime finché non sentì sbattere la porta dingresso.

Poi crollò, inghiottita dal dolore, e pianse a lungo mentre Lorenzo dormiva. Quando sentì i piedini del figlio avvicinarsi, si asciugò il viso in fretta e mise il piatto sul tavolo.

Allora, mio campione della guarigione! Vuoi colazione?

Non ho molta fame, mamma. Adesso mi fa male anche la testa.

E se ti porto delle frittelle, migliora pure la testa?

Sì! Ma solo con la marmellata! sorrise furbo il bambino.

Subito!

Dopo la visita della dottoressa, che prescrisse subito medicine, Giulia si preparava per andare in farmacia. Aveva quasi deciso di chiamare il padre quando bussarono alla porta. Solo Matteo si ostinava a bussare senza suonare. Quello era il loro segnale, il loro codice silenzioso.

Ciao!

Ciao a voi! Come sta Lorenzo? Matteo aveva in mano una scatola con una macchinina. Giulia si accorse che non si ricordava lultima volta che Marco avesse portato un regalo al figlio. Matteo invece non sarebbe mai passato a mani vuote.

Lorenzo ha la febbre di nuovo. Mi faresti compagnia con lui? Devo andare a prendere le medicine.

Ma lascia stare, vado io! Hai la lista?

Giulia gli allungò il foglietto.

Non aveva fatto in tempo a chiudere la porta che il telefono squillò.

Signora Giulia Bianchi?

Sì.

Parlo dallOspedale Maggiore di Milano. Ci è appena arrivato suo padre.

Che è successo? Il telefono le graffiava il palmo tanto lo stringeva.

Ha avuto un infarto. Le condizioni sono gravi al momento.

Arrivo.

Cominciò a girare per casa, impanicata. Non era mai successo nulla al papà, mai veri segni al cuore. E adesso capiva quanto fosse facile, in un attimo, perdere chi ami più di tutto.

Compose il numero di Marco, senza neanche pensarci.

Marco

Cosa vuoi ora? Ci hai ripensato? Adesso decido io

Marco, mio padre è in ospedale. Infarto.

E quindi? Mica vuoi che venga? Mi sembra che tu abbia deciso di lasciarmi, no?

Giulia guardò il telefono incredula e chiuse la chiamata.

Matteo tornò dalla farmacia e la trovò già pronta, in piedi con la borsa.

Dove vai?

Mio padre è in ospedale. Deve essere grave.

Non servì aggiungere altro. Matteo andò subito a chiamare la madre, che prese in custodia Lorenzo, e accompagnò Giulia in ospedale.

Rimasero lì fino a sera, senza parlare, annientati dalla stanchezza e dallangoscia. Soltanto dopo ore di silenzio, Giulia si voltò verso Matteo:

Grazie Grazie di cuore. Meno male che sei qui.

Io ci sarò sempre, Giulia.

Lo so, Matteo. Ora lo so davvero.

Quando finalmente, unora dopo, il medico venne a parlare con loro vide Giulia addormentata con la testa sulla spalla di Matteo. Lui la svegliò con dolcezza.

Abbiamo trasferito suo padre in reparto. Ne avrà per molto, ma il peggio sembra passato. Potete andare a casa, domani verrete a trovarlo.

Giulia abbracciò Matteo, e finalmente scoppiò a piangere, sentendo che insieme alle lacrime si svuotavano dal suo cuore tutto il dolore e la paura accumulati negli ultimi anni.

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