Cognata mia arrivò senza invito lo scorso Capodanno e la serata prese subito una piega storta.
Confessione
Stava sulluscio con la valigia e un sorriso, come se mi stesse facendo un favore.
«Spero non ti dispiaccia se passo il Capodanno da voi, vero?»
Fuori era buio, il taxi era già ripartito e un no mi avrebbe fatta sembrare una strega.
E così è iniziato tutto.
Rimasi con la mano sulla porta, paralizzata. Pensai solo: Eccoci. Si comincia.
«Entra pure» dissi a fatica, scostandomi.
Mia cognata entrò decisa, scrollò la neve dal cappotto e scrutò lappartamento con quello sguardo che si ha quando ci si sente un po troppo a casa daltri.
«Oh, state già apparecchiando! E dovè Matteo?»
«In bagno.»
«Ah, si sta rilassando. Bene. Io vado a cambiarmi. Dove dormirò?»
Indicai la stanzetta che usavamo come studio. Vivevamo in affitto a Milano da anni, risparmiando per una casa tutta nostra. Nulla di speciale, ma era il nostro angolo.
Sparì in camera, e io tornai in cucina. Avevo immaginato un Capodanno tranquillo, solo noi due film, cibo fatto in casa. Avevo già preparato le insalate che lui ama.
Tutto rovinato.
Matteo uscì dal bagno, capendo subito che qualcosa non andava.
«Che succede?»
«Abbiamo ospiti.»
«Che ospiti?»
«Tua sorella.»
Impalidì.
«Ma non labbiamo invitata»
«Appunto.»
Provò ad abbracciarmi, ma mi sottrassi. Mi assicurava che era una sorpresa, che non cera cattiveria, che sarebbe rimasta solo qualche giorno.
Ma io avevo visto la valigia. Quella grossa.
Quando tornò, era già sistemata. Si sdraiò sul divano, aprì il frigo e ispezionò tutto il cibo.
Durante la cena parlò solo lei del lavoro, di conoscenti, di quanto sono tirchi certi. Poi, en passant, chiese che regalo di Capodanno le avrebbe fatto suo fratello e lasciò intendere che preferiva dei soldi.
Io tacevo. Ma dentro ribollivo.
Ripensai a quando durante lanno aveva chiesto soldi in prestito, mai restituiti. Sempre una scusa legata alla famiglia.
A tarda sera propose di invitare altra gente perché così era noioso.
«Questa è casa nostra e il nostro Capodanno,» dissi finalmente.
«Ah allora sono di troppo?»
No, non era di troppo.
Ma nemmeno la padrona.
Litigammo. Lei si chiuse in camera con gran scena. Matteo mi accusò di essere stata troppo dura.
Poco prima della mezzanotte ci trovammo in tre al tavolo. Lalbero brillava, lorologio batteva lento. Quando scoccò la mezzanotte, Matteo alzò il bicchiere.
Io dissi piano, ma chiaro:
«Un brindisi a chi non sa chiedere, ma solo prendere.»
Cadde il silenzio.
Guardai mia cognata e, per la prima volta, non distolsi lo sguardo.
«Tu non chiedi mai. Vieni, prendi, usi la nostra casa, i nostri soldi, il nostro tempo, i nostri progetti. E ti aspetti pure un grazie.»
Si alzò. Aveva il volto pallido.
«Ho capito. Dunque non sono voluta.»
«Lo sei, quando cè rispetto. Non quando impone chi comanda.»
Poco dopo uscì con la sua valigia. La porta si chiuse.
Matteo si sedette, la testa tra le mani.
«È mia sorella»
«E io sono tua moglie» risposi calma. «E da oggi non starò più zitta.»
Il giorno dopo nessun messaggio. Nessuna scusa. Solo silenzio.
Quel Capodanno non è stato come lavevo sognato.
Ma per la prima volta non mi sono sentita piccola.
Non mi sono sentita in colpa.
A volte il vero senso della festa non è chi cè a tavola.
Ma trovare il coraggio di dire la verità anche se fa male.



