“Mio marito diceva che senza di lui sarei perduta. Non ho discusso — e ho fatto tutto a modo mio.”

«Ho cancellato l’idraulico e la consegna dei tubi. Starai senza acqua per il fine settimana — capirai chi comanda in questa casa.»

Leonardo me lo disse alle spalle con il tono di un padrone che toglie l’acqua ai servi.

«Questo fine settimana vado da mamma. Mi riposo dalle tue eterne richieste. Prova una volta a risolvere da sola i problemi da uomo. Lascia che la vita ti insegni ad apprezzare chi si sobbarca la casa.»

Stava nell’ingresso con la borsa pronta, il petto in fuori come se sotto il giubbotto nascondesse una medaglia per aver salvato la galassia.

Leonardo da anni presentava ogni lampadina avvitata come un’impresa nazionale, e lo scontrino del ferramenta come una pergamena.

Ora aspettava che alzassi le braccia al cielo e mi aggrappassi alla sua gamba, supplicandolo di non abbandonarmi all’impianto idrico rotto della casa di campagna.

Io spostai lo sguardo silenziosamente dalle sue scarpe lucide alla gabbia nell’angolo della stanza.

Lì, sul trespolo, si puliva le penne Poirot — un grosso pappagallo cenerino, il mio procuratore piumato con una memoria fenomenale per le stupidaggini altrui.

Poirot guardò Leonardo con un occhio rotondo e giallo e gracchiò in modo significativo.

«Buon viaggio, Leo», risposi tranquilla. «Cambiare attività è il miglior riposo.»

L’insostituibilità maschile è una merce deperibile: basta farne a meno una volta, e si trasforma in ordinaria incompetenza.

Ma Leonardo non lo sapeva ancora. Sbuffò rumorosamente, sbatté la porta d’ingresso così forte che dal soffitto cadde polvere di calce, e partì verso il tramonto dalla sua mammina, Valentina.

Non appena i suoi passi svanirono sulle scale, accesi il computer.

L’ordine di riparazione era intestato al suo numero, ma da pagare con il nostro conto comune.

Nella cronologia del computer, che lui nella foga della partenza aveva dimenticato di spegnere, c’era la fattura annullata per una nuova pompa, tubi e raccordi.

E accanto, una pagina di chat aperta.

Fissai lo schermo, e il mio sorrisetto si trasformò in una rabbia gelida.

Nella conversazione con un amico fornitore c’era un breve messaggio di mio marito: «Lascia che Ginevra stia un paio di giorni senz’acqua, poi accetterà qualsiasi prezzo».

Leo non voleva solo lasciarmi senz’acqua per il weekend per poi tornare trionfante come salvatore sul cavallo bianco.

Aveva ordinato i materiali dall’azienda di un suo amico di scuola a un prezzo triplo rispetto a quello di mercato.

Cioè, questo «capofamiglia» non solo intendeva darmi una lezione di impotenza, ma anche prosciugare il bilancio familiare di quattrocentocinquanta euro per ciò che al più vicino negozio di bricolage costava al massimo centocinquanta.

La compassione per mio marito svanì del tutto. Iniziava una semplice aritmetica.

In due ore trovai un fornitore diretto tramite la base all’ingrosso. In tre minuti concordai la consegna per sabato mattina.

Altri quindici minuti per trovare sul forum locale un idraulico competente, lo zio Vittorio, che accettò di fare tutto a un prezzo ragionevole, non quelle cifre astronomiche che mio marito giustificava con la «complessità del lavoro maschile».

Il weekend in campagna non fu solo produttivo, ma anche piacevolmente cinico.

Sabato lo zio Vittorio portò tutto secondo la lista, installò la nuova pompa, risaldò i raccordi di plastica, sostituì i giunti e avviò l’impianto.

Il vecchio apparecchio, che Leo diceva irrecuperabile, lo smontò subito davanti a me, trovò una causa da pochi centesimi (un contatto allentato) e se lo portò via come pezzi di ricambio, sganciandomi cinquanta euro.

Domenica alle cinque di sera la casa di campagna profumava d’erba appena tagliata.

La nuova pompa pompava acqua con l’entusiasmo di un giovane stacanovista, e io sedevo in veranda, disponendo davanti a me scontrini, certificati di garanzia e fatture.

Il quadro era perfetto. Aspettavo gli ospiti.

Il cancelletto cigolò alle sei in punto. Sul vialetto apparvero due persone.

Davanti, come una commissione severa in una zona di disastro, procedeva la suocera. Dietro, con l’aria addolorata di un atlante stanco, arrancava Leonardo.

Si aspettavano chiaramente di vedere desolazione, aiuole inaridite e me in crisi isterica con una chiave inglese in mano.

«Allora, Ginevra?» attaccò Valentina, ancora prima di arrivare al portico. La sua voce colava dolce veleno appiccicoso. «Hai capito ora che l’uomo in casa è la testa? Moglie senza marito, si dice, si perde al primo chiodo! Lele si è preoccupato tanto, tanto, per tutto il weekend non ha trovato pace…»

In quel momento dalla finestra aperta del soggiorno, dove era stata spostata la gabbia per l’estate, giunse un vigoroso gracchiare di Poirot:

«La testa è partita! L’acqua è arrivata! La testa è partita!»

La suocera si bloccò, come una cantante che ha perso la base musicale.

Leonardo allungò il collo e fissò il nuovo rubinetto sul muro della casa, da cui, luccicando al sole, gocciolava allegramente l’acqua.

La famiglia è una barca: uno rema in silenzio, l’altro critica rumorosamente la corrente, credendosi capitano.

«Ma cosa dice, signora Valentina», risposi senza nemmeno alzarmi dalla sedia. «Nessuna confusione. Accomodatevi, sedetevi. Acqua c’è, tubi sostituiti, pressione ottima.»

«Come… sostituiti?» mio marito sbatté le palpebre. «Chi li ha fatti? Tu non ci capisci niente! Ti hanno fregato al cento per cento!»

Poirot, sentendo il pubblico riconoscente, si avvicinò alle sbarre, scrollò la testa e sganciò la tirata successiva, copiando l’intonazione di Leonardo con ogni sfumatura di vanteria:

«Verrà da sola! Senza di me non ce la fa! Che impari! Che impari! Eroe del divano!»

Leonardo impallidì. La suocera si girò perplessa verso la finestra:

«Lele, ma che dice ‘sto tuo uccello?»

«Ha sentito troppa televisione», tentò una misera giustificazione Leonardo, arretrando verso il cancelletto.

La sua gonfiata importanza si dissolveva davanti agli occhi, lasciando spazio al panico.

Ma il procuratore piumato non si fermava.

«Dillo alla mamma! Dillo alla mamma! Ginevra non ce la fa!» concluse Poirot, emettendo poi un risolino gorgogliante e sgradevole in cui si riconosceva inequivocabilmente la risata di Leonardo dopo una birra.

Sulla veranda calò un silenzio tale che si sentiva il ronzio di un calabrone sull’aiuola.

Il viso di Valentina si tinse di un rosso acceso. Finalmente capì la profondità del copione del figlio: non si era «preoccupato», aveva organizzato un sabotaggio per poi affermarsi a mie spese davanti a lei.

«E ora parliamo di chi ha fregato chi», presi i fogli dal tavolo e con un gesto deciso li spostai sul bordo, vicino al marito rattrappito.

«Ecco la tua stima annullata. Quattrocentocinquanta euro per i materiali dal tuo amico. Ed ecco i miei scontrini. Centocinquanta euro per tutto, con consegna. Più cinquanta euro dallo zio Vittorio per la tua pompa ‘morta’.»

Feci una pausa, guardandolo mentre abbassava gli occhi.

«In totale, Leo: il tuo prezioso aiuto sarebbe costato al nostro bilancio trecento euro di pura perdita.»

Leonardo guardava le cifre con occhi di vetro. Muoveva le labbra senza emettere suono.

«Lele… allora volevi prendere da Ginevra il triplo tramite il tuo amico?» chiese piano Valentina.

Amava tanto la parola «uomo» che per la prima volta in serata non trovò dove applicarla.

Perso il suo asso nella manica, il figlio geniale, la suocera strinse le labbra fino a farle diventare un becco di gallina e distolse lo sguardo. Difendere un uomo che si era fatto così stupidamente scoprire per vanteria e malversazione non rientrava nella sua visione del mondo.

Mi alzai, appoggiandomi con le mani al tavolo, e guardai mio marito dritto negli occhi.

Poi raccolsi i fogli e infilai i miei scontrini in una cartellina trasparente insieme alla stima annullata.

«Questo d’ora in poi starà nella cartellina ‘decisioni maschili’. Per la storia. Così la prossima volta che vorrai insegnarmi la vita, avremo subito il libro di testo.»

Mio marito aprì bocca, ma lo fermai con un gesto.

«Il bilancio familiare non alimenta più i tuoi amici. Nessuna stima, nessun idraulico, nessuna decisione maschile senza il mio consenso. Se vuoi essere il capofamiglia, prima impara a essere utile, non dannoso. E finché produrrai solo parole grosse e buchi nel portafoglio, farai quello che dico io.»

Mi voltai e andai in casa. Dietro di me non si sentivano né proteste né le solite lezioni sul destino della donna. Solo un respiro affannoso e umiliato.

Quando già avevo preso la maniglia della porta, dalla finestra giunse di nuovo il grido allegro di Poirot, che mise il punto finale a questa storia:

«Eroe del divano! Mostra lo scontrino! Mostra lo scontrino!»Il silenzio che seguì fu rotto solo dal ronzare del calabrone, ormai annoiato, che si allontanò verso il giardino.

Leonardo rimase lì, i fogli della stima annullata ancora in mano, il viso di un grigio cereo. Valentina gli strappò i fogli dalle dita, li squadrò con occhi da revisore dei conti, poi li piegò lentamente e se li infilò nella borsa.

«A casa, Lele», disse soltanto. «Subito.»

Si voltò e marciò verso il cancelletto senza voltarsi. Leonardo esitò un istante, mi guardò come un cane che ha appena scoperto che il guinzaglio non serve a proteggerlo, ma a tenerlo legato. Poi seguì sua madre, le spalle curve sotto il peso di una sconfitta che nessuna medaglia immaginaria avrebbe potuto coprire.

La porta d’ingresso si chiuse, questa volta senza polvere di calce.

Dal soggiorno, Poirot gracchiò con soddisfazione:

«Facciamo i conti! Facciamo i conti!»

Rientrai in casa, mi versai un bicchiere d’acqua fresca dal nuovo rubinetto e lo alzai in direzione della gabbia.

«Cin cin, Poirot.»

Il pappagallo inclinò la testa, ammiccò l’occhio giallo e rispose con la voce di Leonardo, ma stranamente dolce, quasi affettuosa:

«Brava, Ginevra. Brava.»

Sorseggiai l’acqua. La casa profumava di resina, di erba tagliata, di vittoria silenziosa. Il rubinetto gocciolava ancora, ma era una goccia leggera, un colpo di tamburo per una nuova partita.

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