Mio marito mi ha lasciata per una più giovane e ha messo sua madre a fare la guardia perché non portassi via nulla dal suo appartamento. Ma io l’ho lasciato senza niente.

Marcello Fontana si fermò in mezzo al salone spazioso, immerso in una luce soffusa, e guardò la moglie con aria condiscendente. Si sentiva come se avesse appena vinto alla lotteria. A cinquant’anni, era convinto di essere al culmine della forma, e i grandi cambiamenti imminenti nella sua vita privata non facevano che alimentare quella sicurezza trionfante.

«Niente scene, Ginevra», disse Marcello con tono vellutato e appena paternalistico, abbottonandosi la giacca. «Siamo adulti. Ho conosciuto un’altra donna. Forse l’avevi intuito, non so… Comunque, lei ha trent’anni e tra noi c’è un sentimento vero. Non voglio fare doppio gioco, quindi te lo dico chiaramente: divorziamo e da oggi non viviamo più insieme.»

Ginevra De Santis, quarantacinque anni, era seduta in una poltrona di pelle. Elegante, sicura di sé, non si torse le mani, non corse a prendere un ansiolitico e non cercò una discussione.

Bevve in silenzio un sorso di caffè dalla tazza di porcellana, aspettando che lui continuasse. La sua calma spiazzò Marcello, ma lui si riprese in fretta.

«L’appartamento, come ricordi, è mio. Acquistato prima del matrimonio», sottolineò l’ultima parola come chi pianta un chiodo. «Non sono una bestia, non ti metto in strada di notte. Ti do due giorni per preparare le valigie. Il weekend è tutto tuo. Io vado fuori città con Lavinia, così non ti disturbo mentre fai i bagagli. Lunedì mattina veniamo qui. Lei non ha bisogno delle tue lacrime, delle tue isterie e delle tue energie estranee in casa. Spero che tu riesca a liberare il territorio.»

«Entro lunedì?» chiese Ginevra con voce piatta. «Perfetto. Mi bastano due giorni.»

Marcello annuì soddisfatto. Gli piaceva che il divorzio fosse così civile. Si era sempre considerato un uomo generoso.

La generosità di Marcello, però, finiva sempre dove cominciavano i suoi soldi. Per tutti i quindici anni di matrimonio non aveva mai perso l’occasione di ricordare a Ginevra che era entrata «sul suo territorio».

Solo che quel «territorio», quindici anni prima, era un triste scatolone di cemento di tre stanze, quasi senza mobili e senza alcun accenno di comfort. Allora Marcello diceva con orgoglio che l’importante erano i metri quadrati, e che si poteva dormire anche su un materasso. Era patologicamente tirchio per la casa. Tutti i suoi soldi personali li metteva da parte per automobili costose che, tra l’altro, registrava prudentemente a nome di sua madre, Carla Fontana.

Ginevra, donna con un buon reddito e un gusto raffinato, non aveva la minima intenzione di vivere in condizioni spartane. Le serviva il comfort. Nei primi mesi di matrimonio arredò completamente l’appartamento, da cima a fondo, con i suoi risparmi personali.

Fu lei a ordinare i mobili per le stanze e una cucina in stile classico, di quelle che non passano mai di moda. Fu lei a scegliere gli elettrodomestici da incasso di qualità, a pagare la posa del parquet pregiato, a comprare i lampadari e a far cucire su misura pesanti tendaggi in perfetta armonia con l’ambiente.

Poi Ginevra aveva scoperto un hobby: l’antiquariato. Per tutta la durata del matrimonio aveva comprato, poco alla volta, oggetti raffinati. Marcello si limitava a sorridere con sufficienza: «Soldi tuoi, raccogli-polvere tuoi, gioca pure. Io di questi cimeli da museo non so che farmene».

Tuttavia, aveva chiesto a sua madre di venire nel weekend, quando Ginevra avrebbe dovuto fare i bagagli.

«Mamma, divorziamo. Sarà tutto civile. Ma tu, per sicurezza, tieni d’occhio Ginevra, così non porta via niente di troppo dalla mia casa.»

«Certo, Marcello. Sono sempre dalla tua parte», aveva risposto Carla.

Ma il destino ama ironizzare in questi momenti. Sabato mattina, mentre la suocera si preparava ad andare a casa del figlio, la pressione le salì improvvisamente. Bisognò chiamare l’ambulanza e i medici le prescrissero un rigoroso riposo a letto. La controllora era fuori gioco.

Intanto Marcello infilava le sue cose in una borsa di pelle e, nello stesso tempo, impartiva le ultime direttive alla moglie.

«Allora, Ginevra», disse fermandosi in mezzo al corridoio, mentre osservava i suoi possedimenti. «Prendi i tuoi vestiti, i tuoi cosmetici, i tuoi vasetti e soprammobili. Ma niente vandalismi.»

Ginevra, appoggiata allo stipite della porta, incrociò le braccia: «E cosa intendi per vandalismo?»

«Non toccare gli elettrodomestici da incasso. Sono stati montati per questa cucina, quindi ora fanno parte del mio appartamento. Forno, lavastoviglie: tutto resta al suo posto, ci sono abituato. E lascia anche quel comò antico in camera da letto.»

«Il comò?» Ginevra alzò un sopracciglio. «Lo chiamavi legna da ardere.»

«Piacera’ a Lavinia», tagliò corto Marcello. «Lei è entusiasta dell’arredamento. Dice che ho un gusto eccezionale. Quindi non rovinare l’ambiente.»

Lavinia Rinaldi, in effetti, era entusiasta. Trentenne, lavorava come estetista in un salone di bellezza e credeva di aver pescato il biglietto giusto. Marcello le sembrava un uomo facoltoso, un esteta serio. In tutte le foto sui social posava con disinvoltura in una profonda poltrona di pelle, davanti a quadri costosi o appoggiato a quel comò intagliato. Lavinia era assolutamente convinta di trasferirsi in una casa di lusso, accanto a un uomo ricco che le avrebbe garantito una vita agiata.

«Come vuoi, Marcello», sulle labbra di Ginevra scivolò un sorriso freddo, appena percettibile. «Prenderò soltanto ciò che è mio.»

«Brava. Bene, niente scenate. Ho sempre saputo che sei intelligente e che non vai contro la mia forza. Le chiavi non serve lasciarle: lunedì farò cambiare la serratura», prese la borsa e uscì, già assaporando il ritorno trionfale con la nuova compagna.

Quando Marcello si era già sistemato con Lavinia nella stanza di un centro benessere fuori porta, gli arrivò un messaggio dalla madre.

«Marcello, non riesco a chiamarti. Ho la pressione alta, è venuta l’ambulanza. Non posso venire a casa tua e controllare Ginevra.»

Marcello imprecò. Non poteva e non voleva cancellare il weekend con la nuova amante. «Ginevra non porterà via niente. Non è di quelle», pensò, e rispose alla madre con un sms di circostanza: stai tranquilla, abbi cura di te.

Nel frattempo Ginevra, subito dopo la partenza di Marcello, compose il numero che aveva preparato la sera prima.

«Pronto, sono Ginevra, vi avevo chiamato. Sì, stesso indirizzo. Vi aspetto tra un’ora. Mi serve il furgone più grande che avete. Sì, con gli attrezzi. Ci sarà molto da smontare.»

Subito dopo, confermò la prenotazione di un deposito per i suoi effetti personali. In quei due giorni concessi dall’ex marito era impossibile trovare un buon appartamento vuoto in affitto a lungo termine. Così Ginevra decise che per un po’ sarebbe andata a stare da sua madre, mentre cercava una sistemazione adatta.

A mezzogiorno, nell’appartamento entrarono sei uomini robusti in tuta da lavoro. Con loro arrivarono un elettricista professionista e un esperto di montaggio e smontaggio mobili.

«Da dove cominciamo, signora?» chiese il caposquadra, valutando la mole di lavoro.

«Cominciamo da tutto», rispose Ginevra con calma. «Smontiamo le ante della cucina. Tiriamo fuori piano cottura, forno, cappa, microonde e lavastoviglie. Poi i mobili imbottiti e la camera da letto. L’antiquariato va avvolto in triplo strato di pluriball: controllerò personalmente ogni angolo.»

Il lavoro prese il via. Nell’appartamento risuonavano il ronzio dei cacciaviti elettrici e il fruscio del nastro adesivo. Non era il frenetico fare le valigie di una moglie offesa: era una precisa, fredda operazione logistica. Ginevra dirigeva le operazioni con la grazia di un generale.

Dalle finestre sparirono le pesanti tende di velluto, dalle pareti i quadri. L’elettricista staccò e smontò i lampadari e le applique costosi, lasciando al loro posto semplici lampadine.

Il parquet scricchiolava sordo sotto gli scarponi pesanti dei traslocatori, che portavano fuori il divano in pelle, l’armadio, il comò intagliato e gli elettrodomestici. L’appartamento perdeva rapidamente il suo splendore e tornava a essere quel triste scatolone di cemento e squallore di quindici anni prima.

La sera del sabato l’enorme furgone parcheggiato davanti al portone era pieno fino all’orlo. Il caposquadra, asciugandosi il sudore dalla fronte, salì per l’ultima volta. Ginevra era in piedi in mezzo alla cucina vuota e spogliata.

«Signora», disse l’uomo senza fiato, «c’è un problema. Nel furgone non entra più nemmeno una scatola di fiammiferi. È pieno fino al tetto, la portiera si chiude a malapena. Sono rimasti il tavolo da pranzo e uno sgabello. Vuole che chiamiamo un secondo furgone per quelli?»

Ginevra guardò il tavolo di legno massiccio e lo sgabello solitario accanto. «No, non serve», sorrise con ironia. «Lasciateli lì. Sarà il mio regalo d’addio ai novelli sposi. Anche loro avranno bisogno di qualcosa su cui costruire un futuro luminoso.»

Diede un’ultima occhiata alle pareti spoglie con i fili elettrici che spuntavano, poi uscì chiudendosi la porta alle spalle.

Il lunedì mattina era soleggiato. Marcello parcheggiò davanti al portone, aprì galantemente la portiera a Lavinia e la aiutò a tirare fuori le valigie. Lei si preparava a varcare la soglia dell’appartamento di lusso nella veste di nuova padrona di casa.

«Ecco, siamo a casa, tesoro», annunciò Marcello con tono solenne, girando la chiave nella serratura. Aprì la porta e fece passare Lavinia con un gesto galante.

Lei fece due passi nell’ingresso. Tac-tac. Il suono dei suoi tacchi riecheggiò, squillante, nell’appartamento vuoto.

Lavinia si bloccò. Marcello, che la seguiva, le andò addosso e alzò lo sguardo, irritato. Le parole gli morirono in gola.

Davanti a loro si estendeva un appartamento completamente vuoto. In salotto non c’erano mobili, né televisione, né quadri, né tende alle finestre. Al posto del lussuoso lampadario di cristallo, una nuda lampadina penzolava tristemente dal soffitto. Dalla camera da letto proveniva un vuoto assordante: niente letto, niente comò antico che piaceva tanto a Lavinia.

Marcello, in stato di shock, si precipitò in cucina. Dove venerdì c’era la costosa cucina in stile classico con gli elettrodomestici da incasso, ora si vedevano i tubi dell’acqua e le prese annerite.

In mezzo a quel vuoto ronzante c’erano un unico tavolo e uno sgabello. Sul tavolo brillavano, con un riflesso opaco, le chiavi di Ginevra.

«Marcello…» la voce di Lavinia si spezzò in un filo stridulo. Si voltò lentamente verso di lui. Il suo viso era distorto in una smorfia di incredulità e di rabbia crescente. «Che cos’è tutto questo? Dov’è finito tutto? Dov’è la mobilia? Dove sono gli elettrodomestici?»

«Ginevra…» riuscì soltanto a biascicare l’uomo sbalordito, spostando lo sguardo dal pavimento alle pareti vuote.

«Ma dicevi che l’appartamento era pronto! Dicevi che avremmo vissuto nel comfort! E adesso, dormiamo a turni su questo sgabello? Allora ordina subito i mobili nuovi!»

Marcello deglutì a fatica. Sapeva benissimo di non avere un euro per nuovi mobili, tanto meno di quel livello. Tutti i suoi risparmi erano nella macchina intestata alla madre, e mancavano ancora due settimane allo stipendio. Per riarredare un trilocale anche solo con gli armadi e i letti più economici, avrebbe dovuto fare un grosso prestito. E quella notte avrebbero dormito sul pavimento di quell’appartamento, oppure sarebbero andati nel monolocale in affitto di Lavinia.

Appoggiato alla parete, Marcello ricordò le parole di Ginevra durante l’ultimo colloquio: «Prenderò soltanto ciò che è mio…». E l’ex moglie aveva mantenuto la parola: non aveva toccato le sue pareti. Aveva preso soltanto quello che le apparteneva…

Sa, mi hanno sempre fatto sorridere quelle sofferenze di cartone dei melodrammi da due soldi. Ah, lui ha portato un’altra! Allora faccio la valigetta, alzo la testa con orgoglio, asciugo una lacrima e me ne vado verso il tramonto, lasciando loro tutto quello che ho costruito con fatica.

E perché mai una donna adulta e realizzata dovrebbe fare da finanziatrice alla felicità di un altro? L’orgoglio non è andarsene con una valigia, regalando all’ex il proprio comfort. L’orgoglio è prendersi ciò che è tuo, comprato con i tuoi soldi, e lasciare al presuntuoso esattamente quello che si merita. Marcello si vantava dei suoi «metri quadrati prematrimoniali»? Per favore: Ginevra gli ha restituito il suo scatolone di cemento nello stato originale. Godetevelo, ragazzi.

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