**Diario Personale**
Oggi mi sento come se il mondo mi pesasse sulle spalle. È passato un anno da quando papà ha avuto l’incidente in macchina, e tutto è cambiato. Io, Gemma Rinaldi, avevo sognato di iscrivermi all’università dopo il diploma magistrale. Ma i sogni a volte si infrangono, no? Papà è rimasto invalido, e mamma ha dovuto prendere un congedo per assisterlo. Così ho rinunciato all’università e sono diventata maestra nella scuola comunale.
I medici dicevano che, con fisioterapia e esercizi, papà avrebbe potuto camminare di nuovo. Mamma ha venduto la casa al mare per pagare le cure, ma lui ha smesso di provarci. “Basta sprecare soldi!” brontolava. È diventato scontroso, dispotico. Urlava per un bicchiere d’acqua mentre la cena bruciava sui fornelli. “La mia vita è finita, e a te preoccupa la carbonara!” diceva. A volte lanciava piatti per la rabbia. E poi l’alcol. La vodka lo rendeva ancora più aggressivo.
Una sera, stanca dopo una giornata di scuola, ho perso la pazienza. “Puoi andare in cucina da solo, no? Altri nella tua situazione lavorano, gareggiano alle paralimpiadi! Io devo preparare le lezioni!” Da allora, è diventato più autonomo. Ma il suo cuore era ormai chiuso.
Poi è arrivato Marco. Un giorno, tornando da scuola, un temporale mi ha sorpresa alla fermata dell’autobus. Lui, in un furgone arrugginito, mi ha offerto un passaggio. “Marco Ferrara,” si è presentato. Era un autista, sincero e diretto. “Se hai bisogno, chiamami.” E così è iniziato.
Veniva quasi ogni giorno, mi portava a casa, mi offriva caffè dal thermos. “Sposiamoci,” diceva. Ma il mio cuore non batteva per lui. Parlava solo di soldi, di come avrebbe comprato una macchina migliore. I fiori? “Spreco di soldi.” I ristoranti? “Meglio i panini di mamma.” Non lo amavo, ma dove avrei trovato di meglio?
Poi, un giorno, ho incontrato Luca. Era lì, nell’atrio del palazzo, e per un attimo non l’ho riconosciuto. “Luca…?” Il mio cuore ha fatto un balzo. Era il ragazzo delle estati d’infanzia, quello con cui giocavo tra le colline di Toscana. Ora era alto, con occhi che mi facevano sciogliere. “Ti sei fatta bellissima,” mi ha detto. E io, scioccamente, ho confessato: “Sto per sposarmi.”
Da allora, ogni messaggio, ogni piccolo fiore di Luca mi riempiva il cuore. Marco lo sentiva, e diventava più insistente. Una sera, mentre cercava di trascinarmi a letto, è arrivata la chiamata: mamma era in ospedale. “Vengo domani,” ha detto Marco. Ma io sono scappata, in pantofole, nel cuore della notte.
È stato Luca a salvarmi, a portarmi all’ospedale. “Perché non è venuto il tuo fidanzato?” ha chiesto. E io, tra le lacrime, ho capito: “Non ci sarà più nessun matrimonio.”
Luca è tornato a Milano, ma è rientrato due settimane dopo con una speranza: un intervento per papà. Sei mesi dopo, alle nostre nozze, papà era in piedi, con le stampelle.
A volte la vita ti spezza. Altre volte ti regala un nuovo inizio.




