Non cè ritorno
8 marzo
Ho posato la tazza sul tavolo e ho fissato Enrico. Era davanti allo specchio dellingresso, sistemando il colletto della sua nuova camicia. Stretta, a quadretti piccolitipo quelle che mettono i ragazzi di venticinque anni, non gli uomini che tra un mese compiono cinquantanni.
Enrico, vai al lavoro o da qualche parte?
Al lavoro, dove altrimenti?
Così, per sapere. Non ti mettevi queste cose prima.
Si è girato. Cera qualcosa di diverso nei suoi occhi. Un po distante, un po impaziente. Come se avesse fretta di andare da qualche parte, e io stessi intralciando la strada.
Nanda, la gente rinnova il guardaroba. È naturale.
Non sto dicendo nulla.
Proprio così. Non dici nulla ma guardi.
Ha preso il cappotto. Non quello grigio, quello di sempre che sta allattaccapanni da sette anni, ma quello nuovo, blu scuro, corto. Lho seguito con lo sguardo, poi ho preso la tazza e sono andata in cucina. Fuori era linizio di marzo, grigio e umido. Sul davanzale cera il mio geranio, che bagno ogni martedì: foglie tonde, carnose, un odore pungente ma familiare. Ho appoggiato la fronte al vetro. Lultima volta che siamo usciti insieme risaliva a ottobre: a teatro, uno spettacolo che a me era piaciuto, ma lui, sulla strada del ritorno, era rimasto muto.
Venticinque anni insieme. Ho smesso da tempo di contarli in giorni.
Lavoro come contabile in una piccola impresa edile fuori Firenze. Un posto tranquillo, la gente non cambiava mai. Mi chiamavano tutti per nome, anche quelli più grandi di me. Sono precisa, puntuale, mai in ritardo, mai in anticipo. Anche a casa regna lordine. La tovaglia della cucina la cambio ogni domenica, una di lino chiaro a righe, uguale alla precedente, pulita e stirata. Il mio accappatoio è morbido, color latte e miele, lo comprai tre anni fa e lho tenuto come nuovo. Di sera amo leggere con una tazza di tè e un po di marmellata di ribes nero che preparo ad agosto. La mia vita sembrava un vestito cucito su misura: niente di troppo, niente di meno.
I cambiamenti di Enrico sono iniziati più o meno a febbraio. Prima si è iscritto in palestra. Una cosa normale di per sé, non fosse stato per il tono con cui me lo disse a cena. Non voglio tenermi in forma, ma mi sono stufato di essere uno straccio. Non ci diedi peso. Gli uomini, vicino ai cinquanta, si fissano, lo avevo letto. Crisi di mezza età, tutte quelle cose: dieta, pesi, la necessità di dimostrare a sé stessi che non è finita. Che ci vada, non fa male alla salute.
Poi è arrivato il profumo. Intenso, dolciastro, chimico. Non il classico che usava da sempre, leggero, con una nota legnosa. Questo invece rimaneva nellaria a lungo dopo la sua uscita. Una volta ho preso il flacone in bagno per leggerlo: un nome straniero, finto elegante, flacone nero e argento. Lho rimesso a posto.
Poi sono arrivate la camicie nuove, i jeans stretti che ho trovato per caso nellarmadio mentre sistemavo i vestiti. Stretti, consumati sulle ginocchia, chiaramente costosi. Li ho rimessi e chiuso lanta.
A marzo ha iniziato a rientrare tardi. Prima una sera a settimana, poi più spesso. Spiegava: cena con i colleghi, progetti urgenti, sono passato da un amico. Io ascoltavo e annuivo. Sono abituata a fidarmi. Venticinque anni significano fiducia: altrimenti tutto che senso avrebbe avuto?
Ma dentro sentivo una stretta. Discreta, come il dolore che torna quando metti la mano nellacqua fredda dove hai una vecchia ferita.
A metà aprile ho notato che guardava il cellulare in modo diverso. Prima lo lasciava ovunque, senza pensarci. Adesso sempre in tasca. Quando squillava usciva in corridoio. Una volta sono entrata in cucina e lui ha girato lo schermo in basso, chiedendomi se serviva aiuto per la cena. Non aveva mai chiesto prima di aiutare.
Silvia, la mia amica dai tempi delluniversità, mi ha guardata in faccia e ha detto:
Nanda, non vedi? È il classico. Crisi di mezza età. Mio marito a quarantotto anni si è comprato la moto. È andato in giro per tre mesi con il giubbotto di pelle. Poi si è stufato e lha venduta.
Dai, Enrico non è così.
Sono tutti non così finché non scopri che lo sono.
Silvia, non farmi andare in paranoia.
Ti parlo come unamica. Guarda bene.
Ho guardato. E a guardare meglio, mi sembrava di vedere sempre meno. Lui era lì: mangiava, dormiva, parlava della goccia sotto il lavandino, della pratica da finire in ufficio. Tutto come sempre, eppure niente come sempre. Era diventato straniero in modo sottile. Non scortese, non cattivo. Come se pensasse ad altro, e le parole le dicesse perché alcune cose vanno dette.
Una sera, in cucina, ho chiesto, servendogli il tè e i biscotti, come sempre:
Enrico, tutto bene?
Sì.
Sei un po distante, ultimamente.
Ha alzato lo sguardo dalla tazza.
Sono stanco. In ufficio è un periodo tosto.
Lo capisco. Domandavo e basta.
Tutto ok, ha ripetuto, prendendo un biscotto.
A maggio, quando ho piantato le petunie rosse e bianche sul balcone comprate dalla stessa vecchietta al mercato di San Lorenzo, lui ogni tanto rientrava dopo mezzanotte. Diceva: cene di lavoro. Non replicavo. Restavo a letto, ascoltando i suoi passi attutiti, le assi che scricchiolavano in camera. Addormentarsi subito era impossibile.
Una notte non ho retto:
Enrico, hai qualcuna?
Lui è rimasto zitto più del dovuto per un no.
Ma cosa ti viene in mente?
Domando e basta.
Nanda, lasciami stare con queste fantasie.
Va bene, e non ho più domandato.
Ma dentro, qualcosa si era mosso. Non rotto, ma slittato come un armadio spostato di qualche centimetro: ti entra lo stesso, ma non è più al suo posto.
A luglio Enrico ha iniziato a dormire dallamico ogni tanto. Io gli preparavo una camicia nel sacchetto senza fiatare. Pensavo che forse aveva ragione Silvia: solo crisi di mezza età. Passa. Gli uomini si perdono e si ritrovano. Venticinque anni non si buttano via così.
A metà luglio si è seduto davanti a me, in cucina. Indossava quella camicia a quadretti di marzo. Si intrecciava le mani e guardava fuori dalla finestra, dove cera sempre il geranio. Io, con la tazza davanti, aspettavo. Forse sapevo già cosa avrebbe detto. Forse lo sapevo da mesi.
Nanda, dobbiamo parlare.
Dimmi.
Me ne vado.
Ho abbassato la tazza. Era calda, sentivo il calore nella ceramica.
Da chi vai?
Breve pausa:
Si chiama Alessia. Ha ventidue anni. Ci conosciamo da sei mesi.
Qualcuno stava annaffiando i fiori sul balcone vicino. Lacqua cadeva, regolare.
Quindi da febbraio, ho detto.
Più o meno.
Quando hai iniziato a comprare camicie nuove.
Nanda
Non rimprovero. Ricostruisco i fatti.
Mi guardava imbarazzato, quasi colpevole. Forse si aspettava urla, pianti, drammi: così avrebbe potuto sentirsi a posto.
Non capisci, ha detto. Voglio sentirmi vivo. Voglio credere che ci sia ancora qualcosa davanti. Guardaci, sembriamo due vecchi.
Hai quarantanove anni, Enrico.
Appunto.
Appunto cosa?
Si è alzato, ha camminato un po, ha preso la tazza vuota dal tavolo e lha messa nel lavello. Un gesto di troppo, per evitare i miei occhi.
Viviamo come coinquilini. Ci pensi? Sempre lo stesso, tovaglia, geranio, tè allora solita. Non è vita, Nanda, è stagnazione.
È casa, ho detto piano. È quello che ho costruito per venticinque anni.
Lo so. Te ne sono grato, davvero. Ma non ce la faccio più.
Lho guardato pensando che lo conoscevo poco. Non perché fosse cambiato, ma perché forse era sempre stato così e io, per abitudine, guardavo solo quello che volevo vedere.
Prendi la roba questa sera?
Mi ha guardata, colto di sorpresa.
No, non subito. La porto via un po alla volta.
Va bene.
Mi sono alzata, ho buttato il tè rimasto e messo la tazza accanto alla sua. Poi ho preso il canovaccio, mi sono asciugata le mani, e sono uscita dalla cucina. In soggiorno ho aperto la finestra. Fuori era caldo, profumo di asfalto e tiglio dal viale sotto casa. Sono rimasta a respirare. Ho pensato che il giorno dopo dovevo bagnare le petunie. E che era finito lolio doliva.
In certi momenti, i pensieri pratici salvano più di tante parole.
Le prime settimane dopo che se nè andato sono state strane. Non pesanti in modo straziante, ma strane. Mi svegliavo, mangiavo, andavo al lavoro, bagnavo i fiori. Ma in casa qualcosa era cambiato nei suoni. Troppo silenzioso. In bagno, le sue cose non cerano più; lattaccapanni in ingresso sembrava vuoto. Ho comprato un nuovo gancio e ci ho appeso la borsa, così non restava uno spazio vuoto.
Silvia è venuta già quel primo sabato. Con una torta salata ai carciofi, ed è rimasta fino a sera.
Come stai davvero?
Sto.
Nanda, sul serio.
Sul serio. Male, ma normale. Capisci?
Sì, ha detto Silvia. Lui almeno ha detto il perché?
Ha detto che eravamo vecchi, che era stanco della palude.
Stagnazione, insomma.
Sì.
Parlava di se stesso, non di te.
Ho messo su il tè. Fuori faceva buio. In cucina, la lampada accesa sul tavolo, la torta ancora calda su un tagliere, tepore nellaria. Lì dentro sapevo creare casa. Solo che ora non serviva più per due.
Silvia, lei ha ventidue anni.
Lo so.
Non è gelosia. È aritmetica folle: quando ne avevo ventidue, lui era già adulto. Ora sta con una della mia età allora
Vogliono tornare indietro. Sempre così.
Il tempo non torna.
No. Ma lo capirà più avanti.
Non ho risposto. Sentivo che dovevo capire qualcosa io, ma non sapevo ancora cosa. Era solo come quando sposti un armadio: lo spazio cè, ma non ti muovi più come prima.
Al lavoro non ho detto niente. I colleghi avranno notato che sono diventata più silenziosa, ma la signora Nanda non era mai stata loquace, quindi nessuno ci ha fatto caso. Una giovane collega, Caterina, mi ha chiesto se era tutto a posto. Le ho detto che ero solo stanca. Mi ha portato un caffè dal distributore. Un pensiero gentile.
Agosto è passato in una specie di torpore. Non bello, non brutto. Solo torpore. Ho fatto la marmellata come ogni estate. La schiuma finiva in una ciotola che mangiavo a colazione col pane. I ribes erano venuti dolci e grossi. I vasetti ordinati nello sgabuzzino davano un senso di continuità, come se la vita andasse avanti comunque.
Una volta Enrico ha chiamato per prendere le ultime cose. È venuto una mattina: ha raccolto alcune camicie, libri, qualche attrezzo, una cartellina. In cucina si è fermato a guardare il tavolo, la pianta.
Come stai?
Sto.
Non mi detestare.
Non ti detesto. Vivo.
Se nè andato, chiusa la porta. Ho sentito i suoi passi sulle scale. Sono andata a farmi una frittata con le zucchine. Tre uova, un po di basilico. Ho mangiato, lavato il piatto, controllato le petunie ormai sfiorite, settembre ormai vicino.
Abbiamo divorziato a ottobre. Senza drammi, in modo quasi burocratico. Una giovane avvocata, brava, efficiente, ha sistemato tutto. La casa era intestata a me. Enrico non ha chiesto nulla. Forse la nuova vita non lasciava spazio alle discussioni su quella vecchia.
Ho lasciato il tribunale sotto la pioggia. Ho alzato il bavero e sono entrata in una panetteria, ho comprato una treccia al papavero. A casa ho fatto il tè, ho mangiato il pane guardando fuori la città che ingrigiva sotto la pioggia di ottobre.
Leggevo su un sito: La vera fine di una storia avviene molto prima della separazione ufficiale. Giusto. Qualcosa si era rotto quando sentivo il suo silenzio a teatro, quando girava il telefono. Ma non volevo darle un nome.
Novembre ha portato il freddo e nuovi ritmi. Mi sono iscritta finalmente a un corso di acquerello: ogni mercoledì sera vado in uno studio di quartiere, odora di colori e carta, nessuno sa nulla di me. Dipingo male, da principiante, le macchie fuori posto, le proporzioni sbagliate. Ma mi piace il gesto, quel raccoglimento tranquillo.
La maestra, una signora con orecchini dargento, mi ha detto una sera:
Devi usare più coraggio col colore, Nanda. La carta regge.
Ci ho pensato a lungo: vale per tante cose.
Silvia mi telefonava ogni settimana. A volte veniva su. Chiacchieravamo di lavoro, di libri, di attualità. Piano piano Enrico diventava sempre più raro nei discorsi, e mi dava una calma sottile. Non perché non mi importasse più, ma perché la vita stava tornando a riempire lo spazio che aveva occupato il dolore.
A volte mi chiedevo Dove ho sbagliato?. Sempre quella domanda. Non trovavo risposta sincera. Casa pulita, mai un tradimento, mai una scenata, lavoravo, non pretendevo. Forse lì, pensavo: nellillusione che bastasse. O forse no. Non saprei cosa fare di diverso.
Poi lasciavo andare il pensiero. In fondo, nemmeno sapevo cosa avrei voluto cambiare davvero.
Linverno è stato nevoso. Mi sono comprata degli stivaletti nuovi, comodi, di un granata scuro. In ufficio mi hanno detto che mi stanno molto bene. Una sciocchezza, ma me la sono ripetuta tutto il giorno.
A gennaio Silvia mi ha telefonato preoccupata:
Stai seduta, Nanda?
Sono ai fornelli. Perché?
Hai saputo di Enrico?
No. Non ci sentiamo.
Ha avuto un attacco, un infarto. Proprio in un locale.
Ho spento il fuoco.
Davvero?
Davvero. Me lha detto Tamara dellufficio suo. Ha avuto un malore in pista, hanno chiamato lambulanza.
È vivo?
Sì, certo. È in ospedale, sembra un attacco forte.
Sono rimasta in silenzio. Fuori nevicava, lento.
Come viveva in questi mesi?
Da quello che so, sempre in giro. Quella ragazza, Alessia, lha trascinato ovunque: locali, feste, dormivano la mattina. Continuava anche la palestra troppa roba. Il fisico non ha retto.
Capisco.
Nanda, andrai a trovarlo?
Non so.
Ho chiuso la chiamata e sono rimasta alla finestra. I bimbi facevano un pupazzo nel cortile. Guardavo fuori e scandagliavo cosa sentivo. Tensione, un po di stanchezza. E, là in fondo, quasi sottovoce, un sollievo. Che io fossi qui, a casa, e non là.
Il giorno dopo ho chiamato lospedale. Hanno detto che potevo andare a trovarlo: situazione stabile, visite ammesse.
La sera ho preparato una busta: acqua minerale, mele, biscotti fatti da me il giorno prima. Sono uscita, indossando il giubbotto.
Lospedale odorava come tutti gli ospedali: misto di pulito e ansia trattenuta allaltezza dei corridoi. Ho chiesto allinfermiera dovera la stanza.
Entrando, cerano quattro letti. Erano vuoti, tranne uno, vicino al vetro. Enrico era irriconoscibile. Forse era così da tempo, io non ci avevo fatto caso. Più magro, volto spento, occhiaie scure. Non un uomo ringiovanito, ma uno che aveva corso una gara sbagliata.
Mi ha visto ed è rimasto incredulo.
Nanda.
Ciao Enrico.
Ho posato il sacchetto sul comodino, avvicinato la sedia, mi sono seduta.
Non credevo saresti venuta.
Eccomi qua.
Mi ha guardata. Negli occhi cera di tutto, ma non mi sono fermata ad analizzare.
Come ti senti?
Va meglio. Ieri ero a pezzi, oggi meglio. Restano almeno una settimana.
Fai bene a restare. Riposati.
Nanda si è interrotto. Alessia non è venuta. Lho chiamata appena mi hanno portato qui. Ha detto che veniva. Non si è vista.
Ho spostato lo sguardo dalle mele a lui.
Lo so.
Come fai?
Lho capito.
Ha chiuso gli occhi, silenzio lungo.
Sono stato uno stupido, Nanda.
Forse sì.
No, lo sono stato. Guardavo quella ragazza come se mi restituissi ventanni. Capisci?
Sì.
Alla fine ero solo un vecchio di cui avevano pietà, finché cerano i soldi.
Non ho risposto. Fuori, il cielo azzurro e neve sul muro della finestra.
Nanda, voglio chiederti perdono.
Risparmia i discorsi. Ora devi guarire.
No. Devo dirtelo. Io paragonavo te a lei, quando invece dovevo solo capire ciò che avevo. Tu hai costruito casa, io la chiamavo palude. È stato ingiusto.
Gli ho guardato le mani. Le conoscevo fino in fondo. Venticinque anni, le mani non cambiano quanto la faccia.
Vorrei tornare a casa, Nanda.
In camera si sentiva solo il riscaldamento.
Mi senti?
Sì.
Voglio tornare. Ho capito che senza di te che quella era la vita vera, e quello che cercavo, era solo unillusione.
Mi sono alzata. Sono andata alla finestra. Un albero spoglio. Un uccello grigio sul ramo. Lho guardato, in silenzio. Cercavo dentro di me qualcosa, una risposta. Ma trovavo solo la pace. Quella che arriva quando il dolore è passato.
Enrico, ho detto senza voltarmi, ti rimetterai. Tornerai su.
Io parlo daltro.
Ti ho sentito. Sono contenta che abbia parlato. Ma io non torno.
Mi ha guardata, il volto quasi sgomento.
Perché?
Volevo essere onesta e non crudele.
Perché ti voglio bene, ora sì. Ma è bene quieto, non quello che serve per vivere insieme. Capisci la differenza?
Ma potremmo di nuovo
No. Alcune cose non tornano. Non è questione di volere o no. È come lacqua in un pozzo prosciugato.
Nonanda, dai.
Sono venuta perché mi importa di te. Ti ho portato la frutta, la verità di questi giorni. Ma la vita di prima non posso più dartela. Non per rabbia. Semplicemente, non cè più.
Ha chiuso gli occhi unaltra volta. Poi, piano:
Ho capito.
Bene.
Ho indossato il giubbotto, sistemato il colletto.
Avviso le infermiere che ti tengano docchio. Chiama tuo figlio, dovrebbe saperlo.
Non abbiamo parlato molto ultimamente
Chiamalo. È tuo figlio.
Ho preso la borsa. Verso la porta mi sono fermata.
Le mele sono buone. Granny smith. Mangiale.
Sono uscita in silenzio.
In corridoio cera odore di mensa, e aria con poca polvere. Ho superato il banco delle infermiere, ho fatto le scale. Fuori, una luce fredda, trasparente. La neve non cadeva più, scricchiolava sotto gli stivali. Sono tornata a casa in autobus, sedendomi vicino al finestrino. Il paesaggio: il quartiere, gli alberi nudi, la gente con i sacchetti. La vita che prosegue.
Pensavo che quando il marito se ne va con una giovane, la parte difficile non è il suo andare. È il dopo. Bisogna ricostruirsi. Non vendicarsi, non aspettare, non rimuginare, ma ripartire. Più difficile di quanto sembri.
Ho fissato il vetro e ho pensato a mercoledì. Avrò lezioni di acquerello. La professoressa ha detto che questa settimana dipingeremo la neve. Non sono ancora brava con i riflessi blu e grigi, ma ci proverò.
Scesa alla mia fermata. Ho rabbrividito, chiuso bene il cappotto. Strada di sempre. La farmacia, la panetteria, il cortile con le altaleneche cigolavano anche senza bambini.
Sono salita, aperto la porta. Caldo e odore di casa. Ho tolto gli stivali, messo le pantofole. Sono andata in cucina a mettere su il tè. Ho guardato la tovaglia, chiara, a righe di lino. Ho messo a posto un angolo.
Mentre lacqua si scaldava, ho accarezzato una foglia impolverata del geranio. Da pulire.
Il bollitore ha fatto click.
Ho versato il tè, stretto la tazza tra le mani calde.
Fuori già si accendevano i lampioni, uno dopo laltro, quasi controvoglia, così fa gennaio in città.
Ho pensato che venerdì devo andare al mercato a prendere latte e uova. E un po di Granny smith, finché ci sono. Per fare la torta di mele, che Silvia mi chiede sempre la ricetta.
Questo farò venerdì.
E mercoledì dipingerò la neve.
***
Fuori, la città di gennaio viveva rumorosa e incerta. Qui, in questa cucina con il geranio sul davanzale, cera silenzio. Il mio silenzio. Non lo cederò a nessuno.
Il cellulare era sul tavolo. Potrebbe chiamare. Potrebbe chiedere ancora. So che risponderò. Gli chiederò come sta. Gli dirò di fidarsi dei medici. Perché non sono capace di essere diversa.
Ma tornare, non tornerò.
Sai che cè, Nanda, mi sono detta ad alta voce, sorprendentemente sicura. Non era una palude. Era vita. Solo non la sua.
Ho finito il tè. Lavato la tazza. Sono andata in soggiorno, acceso la lampada bassa, perché non ho mai amato leggere sotto la luce centrale.
Sul tavolino cera il libro con il segnalibro. Lho ripreso da dove avevo lasciato.
Fuori nevicava piano. Il geranio era lì, la tovaglia in ordine.
Tutto al suo posto.






