Quello che ho visto dalla finestra della cucina
Marco, hai già messo via le camicie pulite? Ne ho viste ancora due piegate sulla sedia dopo che le ho stirate.
Vale, ci penso io, non preoccuparti così tanto.
Non mi preoccupo, ti chiedo solo. A che ora parti oggi?
Dopo pranzo. Verso le tre, credo.
Valeria era ai fornelli e mescolava senza convinzione i fiocchi davena. In realtà non aveva più voglia di mangiarli le mani facevano in automatico quello che non riusciva a pensare. Dalla finestra semiaperta entrava lodore umido dellaprile torinese, e da qualche parte in cortile cadeva lenta lacqua da un cornicione. Quel ritmo, tic-tic-tic, oggi la irritava molto più del solito.
Per quanti giorni starai via?
Come sempre, quattro o cinque. Magari qualcosa di più, se le trattative si allungano.
Ho capito.
Versò i fiocchi davena nei piatti. Mise davanti a Marco la sua tazza grande da colazione, riempì il caffè, aggiunse latte come piaceva a lui tanto, quasi bianco due cucchiaini di zucchero. Non glielo chiedeva più da anni: dopo sette anni di matrimonio certe cose si conoscono a memoria.
Marco era al tavolo, sguardo nel telefonino. Da tempo ormai faceva colazione così, senza parlare con lei. Allinizio Valeria ci restava male, poi aveva smesso: era diventato un piccolo rito, quello. Il caffè del mattino con il telefono. Una regola non scritta che non valeva la pena combattere.
Senti, Marco disse sedendosi di fronte adesso che parti di nuovo, volevo parlarti di una cosa.
Sì? Sollevò gli occhi, ma tenne il telefono in mano.
Ho preso appuntamento dalla dottoressa Moretti. Te ne avevo già parlato. Vorrei discuterne ancora. Sai… della questione del figlio.
Marco appoggiò il telefono a schermo in giù. Segno brutto, quello; quando non voleva affrontare un discorso, reagiva sempre così.
Vale, ne abbiamo già parlato cento volte.
Lo so, ma vorrei parlarne ancora.
Cosa vuoi che ti dica? Hai presente quanti anni hai? Non per dire che non stai bene, tu sei bellissima, ma
Ne ho cinquantadue. Non è una sentenza.
Vale e diceva il suo nome come si fa con i bambini, quando bisogna interrompere una discussione. Dolce, ma definitivo.
Va bene, basta così sussurrò.
Iniziò a mangiare meccanicamente la sua avena. Era già solo tiepida, senza sapore, ma continuava. Fuori la pioggia faceva ancora tic-tic dalle grondaie. Marco aveva già ripreso il telefono.
Subito dopo finì di mangiare, ringraziò, andò in camera a prepararsi la valigia. Valeria lavò i piatti e pensò che quella discussione sui figli era già la ventesima negli ultimi sette anni. E sempre, sempre la stessa risposta, cambiata nelle parole ma mai nella sostanza: “vedremo dopo, quando saremo più tranquilli”, “ora non è il momento, il lavoro è complicato”, oppure “sei già grande, pensa alla salute”. Sette anni. Si erano sposati che lei aveva quarantacinque anni e allora sembrava ci fosse ancora tempo. Che ce lavrebbero fatta. Che Marco, calmo, affidabile e gentile, un giorno avrebbe davvero voluto. Bisognava solo aspettare ancora un po.
Si asciugò le mani su uno strofinaccio con galli ricamati, appeso al forno da almeno tre anni, ormai completamente scolorito. Bisognava comprarne uno nuovo, pensò.
Marco sbucò nel corridoio con un piccolo borsone blu.
Sono quasi pronto. Hai visto il mio maglione grigio?
Nellarmadio, seconda mensola a destra.
Ah, vero. Tornò in camera, un po’ di rumore tra le ante. Trovato!
Poi si vestì, chiuse la giacca. Lei gli sistemò il colletto, come faceva sempre. Lui le diede un bacio sulla guancia.
Vado. Ti chiamo stasera.
Sì, vai con calma.
Sempre.
La porta si chiuse. Valeria rimase lì in corridoio, da sola. Sentì il rumore dellascensore, poi il portone giù che sbatteva. Poi silenzio.
Tornò in cucina, si riempì di nuovo la tazza di caffè e rimase in piedi davanti alla finestra. La vista non dava sul cortile, ma su una stradina laterale, dove erano parcheggiate alcune auto: la Punto grigia del vicino del terzo piano, la Panda vecchia di qualcuno, altre due. Era un aprile nuvoloso, il cielo latteo, la luce piatta che non faceva ombra.
La macchina di Marco, la sua Volkswagen grigia, era parcheggiata sotto il palazzo accanto.
Valeria strizzò gli occhi. Controllò meglio. No, non si era sbagliata: la targa la conosceva a memoria, era proprio la sua. Ma se era appena uscito, perché era fermo sotto il portone accanto? Forse doveva salutare qualcuno? Ma chi? Marco non era mai stato particolarmente amico con i vicini, giusto due chiacchiere in ascensore.
Lasciò la tazza, rimase a guardare.
Passarono dieci minuti. Lauto era ferma.
Poi dal portone uscirono una donna e un bambino piccolo, avrà avuto tre anni, forse un po di più. Lei era giovane, forse trentacinque, capelli scuri legati in una coda, giacca blu. Il bambino, in una tuta rossa e il cappellino con il pon-pon, si aggrappava alle sue braccia mentre lei lo stringeva e gli parlava.
Valeria guardava senza capire. Ancora solo guardava.
Poi si aprì lo sportello della macchina grigia. Marco scese.
Si avvicinò alla donna. Prese in braccio il bambino e lo sollevò in alto, facendo ridere il piccolo. Valeria non sentiva, ma vedeva la bocca spalancata e la testa piegata indietro per la risata. Marco lo strinse, si strofinò la guancia alla sua. Poi lo poggiò giù, disse qualcosa alla donna. Lei rispose, poi gli diede la mano e Marco la baciò sulle dita.
Le baciò la mano.
Valeria rimase davanti alla finestra, sentendo qualcosa che piano, senza nemmeno rumore, scendeva dentro di lei. Non cadeva, non si rompeva: scendeva semplicemente, come se dentro al petto ci fosse una mensola e gli oggetti sopra, uno ad uno, scivolassero giù, tranquilli, silenziosi.
Non si scostò, guardò Marco abbracciare ancora il piccolo, la donna aggiustare il cappellino, poi si salutarono e lui salì in macchina, accese e partì.
La donna e il bambino rimasero ancora qualche secondo, lei tenne la sua manina e si avviarono via.
Valeria finalmente si staccò dalla finestra. Si sedette su uno sgabello, guardando le mani appoggiate sulle ginocchia: mani normali, un po stanche, con la fede allanulare.
Pensò che il caffè nella tazza si era ormai raffreddato.
Si alzò, lo versò nel lavandino e lasciò scorrere lacqua calda.
Aveva bisogno di pensare, ma prima doveva fare qualcosa con quella sensazione della mensola che scendeva. Perché sapeva che, se ora si fosse lasciata andare a piangere, o gridare, o chiamarlo subito sarebbe stato sbagliato. Non perché non si possa piangere, ma perché ancora non sapeva tutto. Aveva visto qualcosa, ma non tutto.
Anche se, ad essere sinceri, lo sapeva già. Sapeva già tutto.
Indossò il trench blu appeso vicino allentrata, prese chiavi e borsa, uscì. Aveva bisogno di aria, di camminare, solo camminare.
Fuori era umido. Lasfalto lucido dopo la pioggia, le pozzanghere riflettevano il cielo sfocato. Valeria camminò senza meta, dritta, lungo via Po: davanti a un negozio dalimentari con linsegna arancione, davanti alla parrucchiera, davanti alla farmacia. Sulla porta della farmacia una vecchietta dava la colazione a un cagnolino minuscolo; la bestiola prendeva i pezzetti dalla mano con delicatezza, quasi timida.
Sette anni.
A questo pensava Valeria, camminando. Sette anni vissuti accanto a lui, senza vedere. O senza voler vedere? Si interrogava sinceramente: cerano stati segnali? Qualcosa a cui aveva scelto di non credere?
Le trasferte, che si ripetevano quasi ogni mese. Aveva sempre pensato che lavorasse davvero: il lavoro di Marco lo portava in giro per forniture, negoziazioni, clienti. Non aveva mai dubitato, neanche una volta.
Il cellulare sempre con sé una semplice abitudine, aveva pensato.
Quelle conversazioni sempre zittite su un possibile figlio. Aveva tradotto tutto in: età, stanchezza, timore di responsabilità.
E invece lui aveva già un figlio.
Piccolo, tre anni. Quindi era iniziato tutto quattro anni fa, quando erano sposati da tre.
Valeria si fermò su una panchina in un piccolo parco, tra tre tigli dalle gemme appena spuntate. Sedette. Tirò fuori il cellulare, lo tenne in mano senza far niente, poi lo ripose.
Cosa avrebbe fatto quando Marco fosse tornato? Sarebbe tornato fra quattro o cinque giorni, con uno di quei regalini da viaggio, la solita faccia stanca e il racconto delle trattative finite tardi. Si sarebbe buttato sul divano, avrebbe acceso la tv, avrebbe domandato: “Allora, come va qui?”
Come va.
Restò a fissare i tigli spogli. Le gemme erano vive, gonfie, pronte a schiudersi. Una settimana di caldo e tutto sarebbe diventato verde.
Pensava, però non alla donna con i capelli scuri né al tradimento, ma a se stessa. Alla Valeria che sette anni aveva aspettato: tenendo duro, sperando, convinta che lamore vero è paziente, che non bisogna forzare, basta aspettare.
Ecco, aveva aspettato.
Aveva freddo. Si tirò il trench più stretto e tornò verso casa.
L’appartamento sembrava ancora più silenzioso senza Marco, benché lui fosse di natura silenziosa. Il solo fatto di averlo lì produceva una specie di rumore di fondo, un calore umano. Ora non cera più.
Valeria restò un attimo in piedi in salotto. Mensole con i suoi libri, e in mezzo qualcuno di lui. Le pantofole vicino alla poltrona. Il plaid di lana a quadri blu e verde che gli aveva regalato per il compleanno. Lo prese in mano: era morbido, scegliendolo aveva pensato a lui. Lo rimise a posto.
Andò nel ripostiglio. Sulla mensola più alta cerano scatoloni mai aperti dal trasloco, tre anni prima, quando avevano preso casa insieme. Prese la scaletta, tirò giù la prima scatola. Cerano sue vecchie cose: libri, fascicoli, una scatola di fotografie.
Sedette a terra, le gambe raccolte, a sfogliare.
Eccola a trentanni, sorridente, a scambiare uno sguardo con qualcuno fuori campo. Un gruppo di amici ormai quasi dimenticati. Eccola al mare coi genitori, giovani e spensierati. Eccola in un pomeriggio di primavera con la sua amica Marta, abbracciate su una panchina. Marta aveva allora quarant’anni, lei un po meno. Marta ora ne ha cinquantasei.
Marta. Bisognerà chiamarla, pensò. Ma non ora.
Rimise via le foto, chiuse la scatola, scese dalla scaletta. Andò a lavarsi il viso in bagno. Si studiò allo specchio: occhi stanchi, ma la pelle ancora bella, come le dicevano tutti. Solo qualche ruga agli angoli degli occhi e sulla bocca. I capelli scuri con qualche filo bianco, tagliati al mento. Una donna qualsiasi di cinquantadue anni.
Quando tuo marito ti tradisce, il segno non resta subito. Prima solo ti guardi e pensi: ecco chi sono. Una moglie che per sette anni non ha visto. Una donna che sperava in un bambino mentre il marito cresceva un figlio altrove.
Spense lacqua, andò a preparare il pranzo. Bisognava riempire la giornata.
I giorni successivi visse come in due vite parallele. Allesterno tutto come sempre: cucinava, puliva, telefonava alla madre. Marco chiamava ogni sera, tranquillo, raccontava un po di questo o quello, domandava come stava. Lei rispondeva: tutto bene, il tempo è peggiorato, ho comprato uno strofinaccio nuovo per la cucina. Lui rideva. Lei anche, e questa era la cosa più spaventosa di tutte: con quanta facilità riusciva a ridere.
Ma dentro era unaltra cosa.
Rifletteva, analizzava tutto con una precisione nuova. Ricordava certi suoi ritorni dalle trasferte, più tenero del solito, o forse più distratto. Aveva sempre pensato: sarà la stanchezza. Ora capiva: veniva da loro.
Pensava alla donna dagli occhi scuri. Giovane, forse bella, con un portamento sicuro. Una donna che sapeva dove stare. Quel posto, accanto a Marco.
E il bambino? Era un maschio o una femmina? Non era riuscita a capire. Marco non aveva mai tenuto un bambino in braccio così, con lei. Diceva sempre: “Non sono portato, non so come si fa.” E lei gli credeva.
Il terzo giorno chiamò Marta.
Marta, puoi passare da me?
Certo, che succede? Hai una voce strana
Vieni, ti faccio un caffè.
Marta arrivò dopo unora. Abitava nel quartiere accanto, condividendo da tempo abitudini, negozi, confidenze. Era la sua amica vera da ventanni: stesse scuole, poi vite diverse, ma sempre in contatto.
Marta entrata, tolse il cappotto, la guardò negli occhi.
Vale, cosa cè che non va?
Aspetta, andiamo in cucina.
Le raccontò tutto. Piano, senza eccessi. Marta ascoltava senza interrompere, solo una volta le strinse la mano. Quando Valeria finì, Marta rimase in silenzio, fissando il tavolo.
Oddio. Oddio.
Sì.
Sei sicura? Era lui?
Marta, guardo quella macchina e quelluomo ogni giorno da sette anni. Sono sicura.
E ora?
Sto pensando.
Forse dovresti parlarci. Direttamente.
Lo farò. Quando torna.
Sei coraggiosa. Ma, Vale, non tenerti tutto dentro
Marta, grazie. Non ti sto chiedendo pena, solo stai vicina. Ecco, come adesso. Grazie.
Marta la abbracciò forte, come fanno le amiche vere.
Ci sono, a qualunque ora. Ok?
Ok.
Quando Marta se ne andò, era già quasi buio. Valeria lavò le tazzine, spense la luce e andò in camera. Si sdraiò vestita sopra il copriletto, fissando il soffitto.
Pensava: per sette anni avevo costruito qualcosa che credevo vero. Non perfetto, certo, ma solido: la quotidianità, le abitudini comuni, la colazione con lavena. Pensava che fosse questa la base di tutto, non la passione, ma “il stare insieme”.
E invece mentre lei costruiva il loro insieme, lui ne costruiva un altro, cinque minuti più in là.
Cinque minuti a piedi.
Chiuse gli occhi. Fuori era iniziata la pioggia, gentile, primaverile, senza tristezza.
Marco tornò il quinto giorno, nel pomeriggio. Suonò il campanello benché avesse le chiavi. Valeria aprì.
Sono tornato disse sorridendo, stanco, da casa. Posa la borsa, si avvicinò per abbracciarla.
Aspetta disse lei.
Qualcosa nel suo tono lo bloccò.
Che succede?
Vieni in soggiorno, dobbiamo parlare.
Si sedettero. Lui sul divano, lei di fronte, nella poltrona. Tra loro il tavolino, sopra una vasetto di fiori di carta che lei aveva fatto tanto tempo fa, una sera dinverno.
Marco iniziò Valeria il giorno che sei partito ti ho visto dalla finestra. Stavi sotto casa, con una donna e un bambino. Lhai tenuto in braccio.
Marco la fissò in silenzio. Non era un silenzio di difesa, ma daccettazione.
Marco.
Vale
Non voglio una scenata lo interruppe. La voce fiera e lucida, anche se dentro tutto vibrava come un filo dellalta tensione. Voglio solo una risposta. Quel bambino è tuo?
Silenzio.
Sì.
Annuii. Era la conferma, ma ormai già lo sapevo.
Quanti anni ha?
Tre.
Con lei? Da quanto?
Vale
Da quanto?
Lui abbassò la testa.
Cinque anni.
Cinque anni. Quindi già dallinizio. Quando erano appena sposati.
Capito rispose Valeria.
Vale, non volevo farti male. Non era previsto, è capitato…
È capitato ripeté. Senza ironia. Per cinque anni ti è capitato.
So cosa pensi.
Non credo proprio.
Vale, io.
Marco mi alzai basta spiegazioni. Ho visto abbastanza. Ho visto come tieni quel bambino. Come guardi lei.
Incredibile, non mi veniva da piangere. Dentro sentivo invece qualcosa di limpido, nitido come laria dopo un temporale.
Vado a preparare la valigia. Solo lindispensabile. Tornerò per il resto quando ci saremo chiariti.
Dove andrai?
Da mia madre. Poi si vedrà.
Vale, aspetta. Possiamo parlarne
Mi hai già detto tutto.
Andai in camera. Presi la seconda valigia, quella piccola. Misi dentro abiti, documenti, cosmetici, biancheria, un maglione caldo, il libro dal comodino, la foto dei miei genitori nella cornice. Il profumo che amavo. Il caricabatterie.
Lui rimase sulla porta a fissare.
Vale, non puoi andartene così, senza dire niente.
Come vorresti allora?
Non lo so.
Chiusi la valigia, passai oltre lui verso lingresso. Indossai il trench blu, gli stivaletti comodi, presi la valigia.
Poi tornai un attimo indietro, mi avvicinai al tavolino. Sfilai la fede e la misi accanto ai fiori di carta. Con cura.
Tornai in ingresso. Presi il mazzo delle chiavi, lasciai quelle di casa sul mobile.
Vale, disse lui.
Marco, risposi ti auguro il meglio. Sul serio.
E uscii.
In ascensore mi guardai riflessa sulla parete dacciaio, il volto sfocato, quasi unaltra persona. Uno. Piano terra, porte aperte.
Fuori faceva fresco. Ferma sul marciapiede, mi ambientai. Poi andai verso la fermata dellautobus. Cinquanta minuti fino da mia madre, in un altro quartiere.
Nessuno scandalo, nessun grido. Solo il mio passo silenzioso. Non sapevo che, mesi dopo, avrei ricordato soprattutto una cosa: che ero uscita in silenzio. Non per rassegnazione, non per perdono. Ma perché andarmene era finalmente una mia scelta, non una reazione sua. Un mio atto, fatto per me.
Alla fermata tirava vento. Mi strinsi nel cappotto.
È passato un anno.
La città, in fondo, non è cambiata. I tigli su corso Regina ormai sono una macchia verde scura. Gli stessi negozi, la stessa farmacia allangolo. La vecchietta col cane vedevo ancora ogni tanto. La vita nelle città italiane, soprattutto fuori dal centro, cambia piano. E questa lentezza lho compreso non è niente male.
Ho trovato un piccolo appartamento allaltro capo di Torino. Due camere, terzo piano, finestre su un cortile con aiuole curate da una signora gentile che abita al piano sotto. Lei coltiva fragole e phlox, che destate riempiono laria di un profumo che non sapevo esistesse. Apro la finestra presto, respiro piano fino a che la giornata si scalda.
Avevo alcuni risparmi da parte: ho preso coraggio ed aperto una bottega tutta mia. Non subito, non nei primi mesi. Prima, solo confusione, pianti con mamma, lunghe telefonate con Marta, questioni con un avvocato. Poi, verso ottobre, quando tutto il resto era alle spalle e il dentro si era rasserenato, ho ripensato ai fiori di carta che creavo da ragazza.
Avevo sempre fatto qualcosa con le mani: maglia, cucito, ceramica, imparato perfino un po di intreccio del salice. Una passione, niente più, qualcosa per tenermi compagnia. Poi ho pensato: perché non provarci sul serio?
Chiamai Marta.
Marta, apro una bottega.
Di cosa?
Di decorazioni e oggetti artigianali per la casa. So fare tante cose, lo sai. Prenderò un posto piccolo, tutto da sola.
Vale, sai quanti soldi ci vanno? Affitto, materiali
Lo so. Ma posso iniziare piccolo, pianissimo. Una stanza, solo io.
Sei seria?
Seria.
Marta fece una pausa.
Ti dirò che non mi sorprende nemmeno.
Trovai il locale abbastanza in fretta. Una stanza al piano terra in un palazzo depoca in Via Cibrario, il proprietario la dava via per poco pur di non lasciarla chiusa. Muri bianchi, qualche mensola, un grande tavolo da lavoro e luci giuste. La chiamai semplicemente “La Bottega di Valeria”. Senza fronzoli.
I primi clienti furono amiche di mia madre, qualche ex collega. Venivano a comprare corone di fiori secchi, pannelli, candele fatte a mano, centrini lavorati alluncinetto. Poi qualcuno scrisse un post nei gruppi Facebook della zona e così iniziò a girare la voce. Aprii anche una pagina online, pubblicavo foto, spiegavo. Gli ordini arrivavano, pochi ma costanti. Abbastanza per non preoccuparmi delle spese.
Ma il vero cambiamento era un altro.
Ogni mattina mi svegliavo sapendo che la giornata era tutta mia. Solo mia. Decidevo da sola cosa fare, quando aprire, con chi parlare, quali creazioni iniziare. Il piacere si spiegava male a chi non lha mai provato: poter vivere il proprio mattino, il proprio caffè, i propri impegni.
A Marco pensavo raramente. A volte un cappotto in vetrina, una scia di dopobarba, facevano ritornare per un attimo quel ricordo: ci passavo sopra e andavo avanti. Non cera rabbia. Quasi niente amarezza. Solo una malinconia sottile per quanto non era stato, per il figlio mai nato, per gli anni trascorsi ad aspettare.
Una malinconia tranquilla, con cui si può vivere.
Un giorno di aprile, un anno dopo, tornavo a casa dalla bottega. Era tardo pomeriggio, laria profumava di pioggia e tiglio. Portavo una borsa di materiali, pensavo a una nuova richiesta: una giovane mamma mi aveva chiesto un mobile da appendere nella stanza della sua bambina, fatto in legno e pon-pon di lana. Già lo immaginavo: colori pastello, forme morbide, il mobile a dondolare sopra la culla.
Davanti a un piccolo bar vidi un uomo, non più giovane, con qualche capello grigio e occhi cordiali. Mi fissava.
Vale? Sei tu, Vale?
Mi fermai a guardarlo meglio.
Carlo?
Ma pensa! Rise Ventanni che non ci vediamo, almeno?
Carlo Bianco: avevamo lavorato insieme una vita fa, lui sempre allegro, creativo, un vulcano di idee. Poi le strade si erano divise.
Venti, più o meno risposi. E tu?
Niente, sono tornato a Torino da tre anni, mi ero stancato di Milano. E tu vivi sempre qui?
Non sono mai andata via.
È vero, tu sei nata qui. Ma hai tempo per un caffè? Dentro si sta bene.
Esitai. Avevo la borsa piena di filati, la padrona sarebbe già scesa ad annaffiare i suoi fiori.
Va bene, risposi.
Ci sedemmo accanto alla vetrina. Ordinai un cappuccino, lui un espresso. Carlo raccontò della sua vita: tanti lavori, due matrimoni finiti, ma senza rancore, con leggerezza.
E tu? mi chiese Sei stata sposata?
Sì, ma è finita.
Da molto?
Un anno.
È stato difficile?
Stringevo tra le mani la tazza calda col decoro verde sulle foglie.
Sì, molto. Ma sai, ci sono esperienze che feriscono, ma dopo capisci che era necessario. Non perché mancasse amore, ma perché ora è meglio così.
Sei cambiata?
Ci pensai un po.
Più che cambiata… sono un po più me stessa di quanto non fossi prima.
Carlo annuì, sorridendomi con attenzione.
E adesso che fai?
Ho una bottega. Faccio decorazioni artigianali per la casa. Solo cose mie.
Sul serio? Fantastico! Ti ricordo sempre con qualche oggetto originale sulla scrivania.
Ricordi?
Certo! Una piccola bottiglia colorata, la decoravi con vernici e ci mettevi fiori secchi.
Era una vecchia boccetta di profumo! La colorai di vetro con i colori per vetrate.
Esatto! Tutti ti chiedevano dove lavessi trovata.
Un silenzio confortevole.
Sei felice? chiese ad un tratto Carlo, senza girarci intorno.
Guardai fuori. La sera era quasi scesa e la strada sembrava dorata sotto i lampioni. La gente tornava a casa, qualcuno ancora con la spesa in mano, un bimbo per mano alla mamma.
Non è la parola giusta. “Felice” è troppo piccola. Felice è quando la pasta riesce bene o trovi un paio di scarpe perfette. Ora mi sento altro.
Tipo?
Ogni mattina vado in bottega, a volte ho ordini, a volte solo voglia di creare. E lì, al tavolo, qualcosa nasce tra le mie mani. Prima niente, poi qualcosa. E quella cosa è mia. Nessuno me lha data, nessuno può portarmela via. È strano da spiegare, ma credo che vivere sia proprio questo.
Carlo mi guardò dolcemente: Sì, forse hai proprio ragione.
Ora fuori i lampioni accendevano una luce morbida. Dal bar arrivava il suono soffuso di una canzone italiana degli anni Ottanta. Nel fondo della tazza era rimasto un sorso di cappuccino, ormai freddo.
Carlo, scusa, ma io devo andare. Domani mi alzo presto.
Certo, ti accompagno. Mi prese la borsa, la poggiò vicino a me. Sono felice di averti rivista.
Anche io.
Come si chiama la tua bottega?
“La Bottega di Valeria”.
Semplice.
Sono una donna semplice, Carlo.
Non direi proprio.
Ci salutammo davanti al bar. Presi la mia strada, lui la sua. Non mi voltai indietro.
A casa era tutto tranquillo. I phlox sul balcone della signora già chiusi, senza profumo, ma aprii la finestra lo stesso: laria umida di aprile entrò sottile e fresca.
Misi su il bollitore, con calma svuotai la borsa filati: lana rosa, beige, verde salvia. Bastoncini di legno. Distribuii tutto sul tavolo, già immaginando i nuovi pon-pon da appendere sopra la culla di qualcuno.
Il bollitore fischiò. Feci una tazza di tè, la portai vicino alla finestra. Dal cortile scuro arrivavano solo i rumori ovattati delle auto lontane, una finestra accesa in fondo, una vita che scorreva.
Pensai che la vita dopo un divorzio, almeno per me, non è stata una disfatta, né una resa. Nessun trionfalismo: solo un fatto. Cinquantadue anni, una nuova esistenza iniziata a febbraio, una bottega tutta mia, una piccola casa, una città che conosco e amo. Potrà sembrare poco a qualcuno. Ma questo poco è tutto mio.
Ogni tazza di caffè, ogni scelta, ogni pon-pon di lana salvia.
Fuori il vento faceva muovere piano le foglie giovani dei tigli. Lontano iniziava ancora la pioggia.
Stringevo la tazza tra le mani, guardavo la notte dietro la finestra, pensando che domani avrei dovuto comprare altra lana beige. Ne era rimasta poca. E magari anche un nuovo strofinaccio per la cucina. Laltro era ormai troppo scolorito.


