Questo è il figlio di Igor…

Questo è il figlio di Marco…

Questa storia è successa di recente a Firenze, in un moderno appartamento al quarto piano di un palazzo di nove piani. Lì viveva una pensionata ancora in attività, una donna sola di nome Rosella.

Nulla nella mia vita lasciava presagire avventure particolari o eventi straordinari. Tutto filava liscio: pensione, lavoro, le amiche, le visite ai nipoti e l’assistenza a mia madre anziana, che abitava da sola poco lontano.

Anche quel giorno era iniziato come tanti altri.

La mattina avevo chiamato mamma per chiederle come stava.

Una giornata come tutte le altre. Era il mio giorno libero. Lavoravo in una clinica privata, in turno ventiquattro ore ogni tre giorni, rispondendo alle chiamate dei pazienti e curando le loro prenotazioni.

E oggi? Cosa c’era oggi? Naturalmente, preparare qualcosa e andare dalla mamma, un rituale quotidiano che a dire il vero mi aveva stufata, tanto da farmi sospirare e alzare gli occhi al cielo.

Sono solo due cortili da attraversare. Nessun problema… Preparare qualcosa nemmeno, specie se mamma aveva ancora il minestrone avanzato da ieri e un po’ di dolce. Ma il quinto piano senza ascensore… Ah!

E poi c’erano le sue lamentele infinite. Ascoltare i racconti sulla progressione dei suoi dolori, sempre diversi, mi deprimeva. E non si trattava nemmeno di risolvere qualcosa: i medici le avevano dato mille diagnosi, ma lei li aveva già rielaborati tutti, arricchiti con le esperienze delle vicine di casa e con i consigli della dottoressa Montalcini in tv.

I miei suggerimenti venivano puntualmente smontati: non ne sapevo abbastanza, non capivo quella medicina particolare necessaria proprio a lei, non afferravo la gravità dei suoi acciacchi. Eppure ho fatto linfermiera di sala operatoria per quasi quarantanni.

Tu che ne sai! Quale pinza devi passare?

Ma lasciamo perdere. Giornata normale.

E bisognava anche fare la spesa… Già che sarei passata davanti al supermercato andando da mamma, ci sarei entrata al volo. Avevo messo il sacco della spazzatura in ingresso, sono passata dallo specchio per una sistematina al trucco. Per essere una donna sopra i sessanta, mi trovo ancora abbastanza bene: solo qualche ruga intorno agli occhi, e basta. Un volto gradevole, capelli corti color cenere, e gli orecchini grandi che mi sono sempre piaciuti. Solo un po le guance si sono svuotate, niente di che.

Devo ricordarmi il pane di segale per mamma e un po di burro, pensavo mentre mi contornavo le labbra con la matita, quando il citofono ha suonato.

Il nostro portone aveva la videosorveglianza e il citofono: chi poteva essere a questora? Forse la mia vicina Silvana, che ogni tanto veniva a prendere un tè.

Con la matita ancora in mano sono andata ad aprire la porta.

Davanti a me cera una ragazza bionda raccolta in una coda, maglietta a righe, cardigan lungo scuro, jeans, uno zaino sulle spalle. Di tutto questo mi sono resa conto solo in seguito. In quel momento ho visto solo il suo volto e tra le sue braccia una bambina avvolta in una copertina marrone.

Gli occhi della ragazza erano stretti, il viso contratto; ha fatto un respiro profondo, si è avvicinata di scatto e mi ha messo il fagotto tra le mani con un secco:

È per lei!

Ho preso la bambina distinto, con ancora la matita in mano. Sentendo il peso, ho abbassato lo sguardo… Dio mio, è davvero una bambina!

Quando ho alzato gli occhi, la ragazza stava già scendendo le scale.

Con la bambina in braccio sono uscita anche io sul pianerottolo, ancora incredula perché mi aveva affidato sua figlia?

È la figlia di Marco, io devo assolutamente studiare… le sue scarpe battevano veloci sui gradini.

Un colpo di porta. Silenzio assoluto.

Sono rimasta ancora qualche istante là fuori, pensando che sarebbe tornata. Poi sono rientrata in ingresso, ho visto il sacco della spazzatura e, senza sapere perché, mi sono detta: Non dimenticare il sacchetto quando vai da mamma.

In ingresso cera anche una borsa sconosciuta. Non mi ero accorta di quando lavesse lasciata.

E solo dopo mi sono resa conto.

Dio santo! Ma è proprio una bambina viva! E cosaveva detto? Figlia di Marco?

Sì, ha detto proprio Marco?

Col fagotto in braccio, sono entrata in salotto e mi sono seduta sul divano. Sì, la ragazza aveva detto chiaramente: Marco.

Ma quale Marco?

Io ho un solo figlio: si chiama Giorgio. Sposato, due figli, vivono a Bologna con sua moglie, mentre io sono rimasta qui, a Firenze.

Mio marito è morto cinque anni fa, si chiamava Vittorio.

Non capivo nulla… Nel frattempo, la piccola si è mossa tra le mie braccia. Oh!

Lho appoggiata sul divano e ho aperto la copertina: minuscola, con un completino beige di cotone e un ciuccio a forma di ranocchio. Non avrà avuto nemmeno un mese.

Dai piccolina, che succede? le ho accarezzato il viso, lei ha mosso le labbra e si è riaddormentata.

Ho pensato che forse la risposta era dentro la borsa. Ma cerano solo due biberon, un barattolo di latte in polvere, un pacco di pannolini e qualche vestitino.

Mi aspettavo ancora che la ragazza ritornasse, che suonasse e venisse a riprendersi la piccola. Avrei finito il trucco, fatto la spesa, raggiunto mamma

Mi sono seduta vicino alla finestra, guardando giù in cortile.

Dove sei finita? Ma che storia!

Dopo un po la bambina si è agitata. Restavo incerta: non era mia figlia, avevo il diritto di toccarla, cambiarla, darle da mangiare? Tornavo a guardare dalla finestra, aspettando

Alla fine sono andata avanti e le ho tolto il completino: sotto una tutina, una camicina da neonato.

Una femmina.

Solo ora ho sentito tutto il peso della responsabilità piombarmi addosso. Mi avevano abbandonato una bambina!

Marco Marco…

E se…?

Giorgio da giovane era un po… vivace. Quante volte lho rimproverato perché cambiava sempre ragazza. Qualcuna la portava pure a casa, una croce. Ma era tanto tempo fa, prima del matrimonio.

A Bologna sembra felice. Hanno appena finito di pagare il mutuo, preso una macchina nuova, i bambini crescono…

Piccolina, dai, adesso cambiamo il pannolino e non piangere, le mormoravo.

Ma davvero sua madre lha lasciata così?

Ancora cercavo di capire cosa fosse successo. Ma le mani, quelle, sapevano cosa fare: in un attimo avevo cambiato il pannolino, rimesso la tutina, presa la piccola in braccio e portata in cucina a preparare una poppata.

Nel frattempo, squillò il telefono. Con una mano sola, feci un po di fatica.

Ma che ci metti tanto a rispondere? era mamma.

Niente, mamma, cosa ti serve?

Sei già in negozio?

Ancora no.

Vorrei delle pere. Ma non quelle che hai preso lultima volta, quelle con la buccia sottile e la parte rossa. Quelle sono dolci. E devono essere morbide, mi raccomando, non troppo dure. Quelle dellultima volta

Intanto la piccola si muoveva tra le mie braccia.

Tranquilla, mamma, ho capito.

Cosè quel rumore lì?

Niente, il televisore.

Spegnilo e vai che poi il pane lo finiscono!

Ho chiuso, ho cullato la neonata e colto le istruzioni sul latte sulla scatola.

Ma io che dovevo fare adesso?

Giorgio!

E adesso siamo a maggio Quella volta… contavo i mesi.

Giusto. In agosto era stato in trasferta a Perugia. Si sarà chiamato Marco? Possibile abbia mentito fino a questo punto?

Ma se fosse stato solo unavventura magari sì. Gli uomini sono così. E noi madri pensiamo di conoscerli.

Ho provato il latte sul polso troppo caldo, lho rinfrescato sotto lacqua.

La mano sinistra cominciava già a farmi male; si vede che non sono più abituata a tenere neonati in braccio. Ma che dovevo fare? Chiamare il 112? Ma se fosse davvero di Giorgio? La guardavo: mi sembrava simile alla mia nipotina, Chiara

E allora? Che scandalo se fosse sua figlia, Serena non glielo perdonerebbe mai. E i nipoti?

Mi si stringeva il cuore.

Forza, piccina brava

La bambina ha mangiato felice, chiudendo gli occhi contenta. Mi sono intenerita: che meraviglia, forse mi mancavano i neonati

Quando è scivolata nel sonno, lho poggiata sul divano, sono andata in cucina e ho chiamato Giorgio. Telefono spento.

Che guaio

Alla fine, ho deciso di aspettare. Non volevo compromettere mio figlio. E mi illudevo ancora che la ragazza tornasse. Non sembrava una sbandata, anzi. Una giovane esile, da studente.

E mia madre? Evitare di raccontarle tutto. Mi sarei risparmiata le sue previsioni apocalittiche e il rosario di raccomandazioni.

Ho chiamato il nipote maggiore, Matteo: il papà era fuori per lavoro in qualche paese sul confine, senza campo. Ma la sera chiama sempre, va tutto bene.

Potevate dirmelo, almeno! ho borbottato.

Lo so, mio figlio lavora tanto, non mi chiama ogni giorno ma adesso avevo proprio bisogno di lui.

Poi ho chiamato Serena, mia nuora. Le ho chiesto di dire a Giorgio di chiamarmi la sera.

È successo qualcosa? Devo dirgli altro? mi ha chiesto Serena.

No solo che lo aspetto. Fammelo chiamare, ti prego.

Serena ha promesso.

Mamma, mi sono slogata una caviglia, oggi non vengo da te, ho invece mentito a mia madre al telefono Tanto cè ancora il minestrone

Mamma ha borbottato, ha fatto domande, minacciato di venire da me (col quinto piano!) e mi ha chiamata almeno cinque volte.

Dopo quella telefonata mi sono rilassata, ho tolto i pantaloni bianchi, indossato la vestaglia, mi sono seduta accanto alla neonata e ho iniziato a pensare con calma.

Forse dovevo chiamare la polizia. Ma se fosse davvero figlia di Giorgio, che guaio sarebbe!

E poi non avevo voglia di andare da nessuna parte, spiegare, raccontare E mi tornava in mente lo sguardo della ragazza, quello sguardo di una madre disperata, piena di rabbia e giustificazioni.

Mi serviva il parere di unamica.

Vale, sentirai che storia Mi hanno lasciato una neonata!

Valeria non si è spaventata. Anzi, ha ragionato come una detective, e mi ha promesso che dopo il lavoro sarebbe passata.

Niente panico, Rosella! Sistemiamo tutto! Fai solo attenzione.

Dici di non chiamare la polizia?

Aspetta, prima troviamo Marco.

Ma quale Marco, Vale?

Il padre, ovvio. Non cè nessun Marco nel vostro palazzo?

No, come faccio a sapere. Più di cinquanta appartamenti, nove piani. Forse la ragazza ha sbagliato piano

Può darsi. Ma magari anche Giorgio Cerca di parlarci.

Il pomeriggio è scivolato prendendomi cura della bambina. Ho cercato su internet i ritmi della poppata, poi mi sono persa tra consigli per le neo-mamme, ho fatto tutto: massaggino, cambio, bagnetto, persino una ninna nanna.

Come va la caviglia? E domani vieni? chiamava mamma.

Le avevo promesso che sarei andata lindomani, sicura che in un modo o nellaltro tutto si sarebbe risolto.

Valeria arrivò dopo il lavoro e cominciò lindagine. Ha esaminato i vestiti della bimba, è uscita per chiedere ai vicini senza raccontare la verità, inventando una scusa.

Poi è tornata felice:

Trovato! Sei fortunata, Rosè, proprio qui al sesto piano cè Marco: quello giusto.

Sarà proprio lui?

Meglio andare a vedere!

E se non centra nulla?

Insistiamo, prima o poi ammette!

Dai, Vale, non è il caso. Se non è il padre rischiamo di farci prendere per pazze.

Vuoi la verità o no?

Un po a malincuore ho acconsentito. Siamo salite, niente ascensore per non fare rumore, e abbiamo suonato.

Chi è? voce anziana.

Cerchiamo Marco, ha risposto Valeria.

Ci ha aperto una nonnina minuta, curva, che ci ha guardato con severità ed è rientrata chiamando:

Marco! Vieni qui, di nuovo gente per te!

È apparso un uomo, giovane, occhiali, aspetto sbadato, barba corta.

Cercate il computer?

Ma no, siamo qui per una cosa diversa. Vede, Rosella si è trovata per caso una bambina

Si è fermato, confuso.

Una bambina? Non so di chi parlate!

Ma come, siete lunico Marco qui!

Io non ho figli! ha scosso la testa.

Magari unavventura lestate scorsa ho provato a insistere.

Avventura? No, non proprio. Forse vi sbagliate persona. Sapete almeno come si chiama la ragazza?

Non lo so, non si è presentata, ho abbassato lo sguardo.

Abbiamo chiesto scusa, abbiamo deciso di andare.

Se posso aiutare, fatemi sapere: sono in casa, lavoro al computer, sono anche blogger. Possiamo fare un post, mettere la foto della bambina e cercare i genitori

No, grazie ho detto io, pensando a Giorgio e anche a tutto quel che comportava a livello legale. Meglio attendere ancora.

Come vuoi, se servisse sono qui.

Che generazione, Vale Almeno lui pare sincero.

Sì, uno di quei cervelloni informatici. Non mi sembra certo un seduttore.

Chiamate da Giorgio, niente. Allora ho provato con Serena.

Oggi non ce la faccio proprio, mamma. È stata una giornata impossibile: piscina di Chiara, allenamento di Matteo, Giorgio mi ha chiamato allultimo secondo proprio oggi tutto insieme!

Chissà se sapesse davvero che giornata avevo passato io!

Domani chiamo la polizia.

Ma appena sono andata a letto, mi è tornata in mente la ragazza, il suo volto pieno di angoscia e speranza. Che ne sarà della bambina se domani chiamo davvero la Polizia?

Ho dormito male. A ogni movimento della piccola, mi svegliavo, la cullavo, preparavo la pappa. E quasi allalba ci siamo addormentate insieme.

Mi ha risvegliato la chiamata di mamma.

Come va la caviglia? Vieni oggi?

Ho guardato la finestra, poi la bambina.

Certo che vengo.

E prendi anche le pere, dai…

I bambini devono uscire. Allora ho cavato fuori una sciarpa, fatto una fascia improvvisata, e mi sono goduta persino il piacere di andare a fare la spesa con lei. Sentivo che non ero più del tutto sola. Una piccola gioia, anche se il quinto piano!

Che cosè quello? mia madre sbarrava gli occhi.

Non che, chi Tieni la spesa, le ho dato i sacchetti e sono sprofondata sul divano con la neonata.

Ma da dove viene?

Nadia Semeraro mi ha chiesto di tenerle la nipotina, è parrucchiera. Giusto unora.

E la caviglia?

Passata.

Mamma si è intenerita, niente lamentele stavolta. Stavamo lì a coccolare la piccola.

Guarda che mano, come ti afferra! Ma come si chiama?

Non glielho chiesto, solo unora

E il nome come fai a non chiederlo!

Uscendo, pensavo davvero a un nome da darle. Perché? Non lo so. Ma volevo indovinare quello che magari le aveva dato la madre.

A casa, arriva un sms: Abbonato ora raggiungibile. Mio figlio!

Non ho esitato, con la piccola in braccio ho chiamato subito Giorgio.

Ma che stai dicendo, mamma? Ma io sono sposato, mi ha detto sconvolto.

Ma lhanno portata proprio a me, capisci? Ho pensato magari Marco sei tu!

Mamma, io sono Giorgio, sei stata tu a chiamarmi così. Sarà un errore. Devi chiamare la polizia subito. Vuoi che lo faccia io?

No, no, faccio io. Solo che… ho preparato la pappa, la porto a passeggio

Mamma! Devi chiamare la polizia, subito! Mi stai facendo preoccupare.

Ho ripreso in mano la situazione. Era solo una bambina davvero adorabile. Quanta tenerezza.

Dovevamo proprio tenere il figlio di Piero il vicino, così vedevi quanto brava sono io! mi ha preso un sorriso leggero.

Sciocchezze! Ora risolvo tutto oggi. Serena lo aiuta, poi chiamo la zia Vale e niente storie!

Ma non riuscivo a decidermi a consegnare quella bambina. E dove sarebbe finita poi? Forse in una struttura… Chissà dove. Nellospedale pediatrico? Meglio qui, tra le braccia di chi le voleva già bene, pensavo io. E poi il mio turno di ventiquattro ore tornava lindomani, e legalmente non potevo tenerla nascosta

Aveva ragione Giorgio.

Ho sbuffato, ho cambiato il pannolino, mi sono presa cura di lei. E che giornate piene quelle! Meravigliose e intense.

Ci addormentammo insieme, io e la piccola, quasi contemporaneamente: lei sullultimo sorso di latte, io col cuore pieno di domande.

Ci ha svegliate il campanello insistente.

Ho spostato il braccio piano da sotto la neonata, ho guardato dallo spioncino e mi sono irrigidita. Ho aperto.

Davanti a me, sconvolta, una giovane donna sconosciuta, la madre che aveva lasciato la piccola il giorno prima. Indossava solo una canottiera e pantaloncini, tremava e sembrava sul punto di svenire.

Dovè? Dove lavete portata? Perché non mi avete detto subito nulla?

Non sapevo cosa dire… ho risposto ancora assonnata.

Che non eravate voi, ha detto con decisione.

Forse perché… sono io. E vi siete volatilizzata!

Allora la piccola… sapete dovè? Dove?

Negli occhi una supplica: Vi prego, ditemi che sapete dovè!

Lho fatta entrare.

Venite dentro.

La giovane era in attesa di sentire un indirizzo, pronta a scappare di nuovo. Cercava risposte nel mio sguardo.

È qui, le ho detto io, ancora tesa.

Dove qui? Ditemelo preciso!

Proprio lì, sul letto. Dorme.

Quando la vide, si fermò, spalancò gli occhi e scoppiò subito in pianto, raggomitolata sul tappeto. Lho sollevata e portata in cucina, le ho dato dellacqua e un po di cioccolato per calmarla.

Mangia un po, dai. Prendi anche un pezzetto di cioccolato, che altrimenti svieni anche tu qui.

Lho rassicurata che non avevo chiamato nessuno.

Ho pensato che mi toglieressero la bambina Grazie ho sbagliato…

Dopo tè e biscotti si è calmata e finalmente ha raccontato. Si chiamava Martina, la piccola Silvia.

Storia semplice e crudele. Martina era una studentessa di infermieristica, proprio come avevo fatto anche io alla mia età. Veniva da un paesino nel senese.

Un’estate aveva conosciuto Marco, uno studente di Firenze; lui aveva promesso qualunque cosa, anche che la madre avrebbe aiutato. Dopo Natale era sparito, telefono irraggiungibile.

Sapeva solo che Marco studiava in città, aveva cercato i compagni, ma le dissero che si era trasferito alluniversità di Torino. Niente numero, niente indirizzo.

A casa una matrigna indifferente, e il padre che la cacciò di casa, chiamandola indegna e togliendole ogni aiuto.

Martina era rimasta incinta in una stanza dostello, appoggiata da una zia. Aveva partorito a Firenze, dieci giorni da unamica, e tanto desiderava superare gli esami.

Ma la vita la stava schiacciando: lamica le chiese di andarsene, i soldi finirono, non poteva andare in aula con la neonata. Aveva rivisto Marco sui social, ormai insieme a unaltra ragazza.

Disperata e con lo sguardo spento, si ricordò la promessa: Mia madre ti aiuta. Arrivò ad un portone, sbagliò solo il palazzo, la casa n. 21, identica a quella di Marco.

Lasciò la bambina fra le mie braccia, corse via in lacrime, tentò di studiare tutta la sera, ma non riuscì a smettere di piangere.

La mattina dopo scrisse a Marco online: Riprendo la bambina dopo la sessione desame. Ed ecco che lui replica di non sapere nulla di una figlia.

Così di corsa, col cuore in gola, è arrivata per riprendersi la bambina.

Aveva sbagliato palazzo, tutto qui.

Avevo visto vostre foto tra quelle di Marco. Avevate pure la stessa pettinatura. Oddio, che cosa ho combinato! si copriva la faccia.

Come dicono: la più grande follia è rinunciare a ciò che si ama davvero. Guardavo tua figlia e pensavo: ma quale madre potrebbe lasciarla? Meno male che sei tornata. Ora cosa fai, la porti davvero a casa di Marco?

No, basta. Questa giornata mi ha consumata: una notte senza dormire, pensavo solo a lei. Per ora torno allostello, poi vediamo ha soffiato il naso, gli occhi ancora lucidi Le ho dato un sacco di problemi, anche a voi… Vi ho messo a disagio, vero?

Un po, sì, ho pensato a Giorgio. Lui ha una famiglia, mi sono spaventata molto… E con Valeria dobbiamo anche scusarci col vicino Marco! Che giornate

Ho raccontato di quella visita surreale dalla nonnina del sesto piano. Martina ha sorriso, anche se con le lacrime agli occhi.

Povero Marco, pensate che figura Volete che vada io a scusarmi?

Ma va lì ora, con quegli occhi Rimani qui stanotte, Martina. Sto da sola. E mio figlio dice sempre che una coinquilina non sarebbe male. Magari per un mese, poi si vede. Quando cè lesame?

Dopodomani. Ma

Ottimo! Domani io lavoro, tu qui ti prepari, studi, coccoli Silvia. Oggi prendi le tue cose. In frigo trovi qualcosa, il latte cè, ma puoi allattarla tu…

Mi sono girata e Martina dormiva già. Accanto a lei, la sua Silvia.

Vale sì, tutto a posto. Non è di Giorgio, ha chiamato lui. E nemmeno del vicino… Sì, dorme qui. Non urlare! E meno male che non ho chiamato la polizia, Vale…

***

Il latte non è finito. Sessione superata con ottimi voti. Da allora Martina va spesso dalla mia mamma al quinto piano.

E miracolo! Mia madre la ascolta e segue i suoi consigli senza fiatare.

Per forza, sa tutto! Ragazza in gamba, fresca di studi!

Dopo lesame ha trovato lavoro, io lho aiutata a iniziare i primi turni di guardia medica. Le piaceva davvero la medicina.

E Marco, il vicino? Dun tratto ha capito che la nonna aveva bisogno di qualche cura. Così Martina la andava a trovare, per le iniezioni e le chiacchiere.

E in autunno, infine, Martina si è trasferita con Silvia proprio due piani più su, a curare la nonna di Marco, ma soprattutto il suo cuore infranto per lamore e a riscrivere il suo destino in bella calligrafia.

***Qualche tempo dopo, quando tutto sembrava ormai sistemato, una domenica pomeriggio squillò il campanello. Martina giocava con Silvia sul tappeto, io affettavo qualche dolce per il caffè. Aprii la porta: era Marco, quello vero, quello del sesto piano. Reggeva un piccolo vaso di ciclamini, il volto arrossato, unombra tra imbarazzo e speranza nello sguardo.

Posso? chiese.

Entrò piano, guardando Silvia, le sorrise e mormorò un timido: Ciao, piccola.

Rimanemmo a lungo nella stessa stanza, io, Martina, Marco e Silvia, una strana famiglia che solo il caso e un citofono avevano saputo unire. La bambina agguantava le dita di Marco, rideva con i suoi stessi occhi, e Martina lo osservava silenziosa, tra stupore e sogno.

Fu lì che lo capii: a volte, le famiglie nascono dove meno te lo aspetti, come un fiore che cresce nello spigolo di un cortile. Una porta sbagliata, un nome smarrito, un giorno qualunque. Eppure, proprio in quellerrore, forse, la vita aveva disegnato la sua felicità.

Da allora, in quellappartamento che odorava di minestrone e biscotti, non cera più solo la solitudine di un giorno uguale allaltro. Cera il suono delle risate, il borbottio di mia madre, il ciangottio lieve di Silvia. E il rumore leggero del domani che finalmente bussava a quella stessa porta, chiedendo solo di entrare.

Quando cadeva la sera, spesso restavamo insieme a raccontarci le nostre piccole storie. E a volte, guardando la bambina dormire serena tra le braccia di chi aveva scelto di restarle accanto, mi sorprendevo ancora a pensare che la felicità, in fondo, compare quando meno la cerchiamo magari avvolta in una copertina marrone, e con il nome di un errore.

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Questo è il figlio di Igor…