Quando Vittorio si presentava a casa di Loredana, lei diventava quasi una ragazzina sciocca davanti ai suoi occhi. Era la felicità a farle girare la testa. Si agitava, correva a sistemarsi i capelli, raccoglieva in fretta i vestiti sparsi che aveva provato prima del suo arrivo, li infilava sotto i cuscini, e cercava di liberarsi dai bigodini annodati nei capelli. Poi scappava in bagno, si pettinava, si metteva un filo di rossetto. Così, impeccabile e splendente come una regina, alla fine si presentava davanti a lui.
E come poteva non sentirsi felice? Basta pensarci.
Loredana era una madre sola, e a dire il vero non era mai stata realmente sposata. Aveva avuto un breve fidanzamento con il suo Cesare, durato appena un paio di mesi. Poi lui era partito da Firenze per tornare alla sua terra, il nome della quale Loredana non ricordava bene. Forse veniva dallAbruzzo o magari dalla Calabria. Qui a Firenze lavorava ai mercati rionali, ma anche qui, che mestiere facesse davvero Loredana non lo sapeva precisamente.
Cesare era quindi partito, lasciando Loredana con un piccolo segreto: era incinta, ma appena da due settimane. Nemmeno lei ancora se nera resa conto. Quando Cesare smise di venire a dormire da lei e passò più di un mese senza farsi vivo, Loredana capì che… come dire… le sarebbe toccato cavarsela da sola.
E arrivò il suo tempo, diede alla luce un bambino bello davvero! Daltra parte non poteva che essere così: Loredana era di una bellezza quasi irreale e Cesare era di quelli che sembrano appena usciti da un film.
Col bambino le era andata bene. Era calmo come una statua: dormiva sempre e, quando si svegliava, si attaccava al seno con attenzione diligente. E latte, Loredana ne aveva davvero in abbondanza, tanto da poter nutrire due bambini senza fatica.
Neppure le solite febbriciattole dei neonati toccarono il piccolo Salvatore.
Lo aveva chiamato così, Salvatore, in onore dellattore Salvatore Cascio. Quando era incinta, aveva visto per caso un vecchio film Nuovo Cinema Paradiso. Il piccolo Totò del film le ricordava Cesare in qualche modo, e non aveva trovato alternativa migliore. Così fu registrato come Salvatore Cesari. Loredana ripeteva il suo nome con dolcezza: suonava come una musica.
Il bambino era un raggio di sole. Quando lei doveva cucinare o fare le pulizie, stendeva una coperta in terra, la circondava di sedie come una piccola recinzione, e metteva Salvatore al centro, dandogli la sua vecchia borsetta, qualche bigodino e un po di panni colorati. Lui giocava tranquillo, senza piangere né reclamare. Una volta Loredana, affacciandosi dalla cucina, vide che era rimasto incastrato con la testolina tra le sedie forse tentava di scappare , ma nemmeno allora si lamentava, solo si affaccendava coi pugnetti a spingere le sedie.
Quando Salvatore crebbe, non diede più problemi. Loredana lo lasciava tranquillo andare a giocare in cortile, raccomandandogli solo di correre alla finestra ogni dieci minuti (abitavano a piano terra) e gridare: Mamma, sono qui!
Ma Salvatore non aveva orologio, così si presentava alla finestra ogni tre minuti, chiamando, finché Loredana non si affacciava e gli gridava: Va bene, tesoro! E lui restava lì, aspettando. Solo quando lei gli sorrideva per davvero, lui correva di nuovo dagli altri bambini.
Un giorno, dal cortile, lui gridò la solita frase, e Loredana alla finestra lo vide stringere tra le braccia un gattino:
Mamma, una signora me lha regalato, ha detto che si chiama Gennarino! Mi ha detto anche che sarai contenta, che dobbiamo tenercelo con cura.
Salvatore le appariva così sincero che Loredana non poté fare altro che sorridergli.
Poi disse:
Gennarino avrà fame, portalo su, che gli verso un po di latte.
E così figlio e gattino corsero sù, felici. Salvatore, almeno, lo era di certo; Gennarino, per il momento, non era ancora così convinto.
E così passavano le giornate in tre, tenendosi stretti. Finché Loredana non conobbe Vittorio.
Erano coetanei, entrambi di Firenze. Mai stato sposato, Vittorio era un uomo serio, maturo ma ancora giovane; lavorava in una fabbrica di mobili e guadagnava bene. Cominciò a fermarsi da Loredana il sabato sera, restando a dormire. Parlava poco, mangiava molto, vino ne beveva poco. Per lui Loredana preparava sempre una bottiglia di grappa come si deve, ben fresca di freezer, servita in un bel bicchierino basso. A Vittorio queste cose piacevano da morire.
Anche quella volta tutto filava come sempre: arrivò Vittorio, diede la mano a Salvatore nellingresso, si sedette in salotto mentre Loredana finiva i suoi rituali di bellezza. Poi, a tavola, erano in quattro anche Gennarino, che Salvatore teneva in grembo.
Dopo pranzo, si riposavano, pronti per una passeggiata serale al parco.
Quando Loredana chiuse la porta della cameretta di Salvatore e si sdraiò accanto a Vittorio, posando la testa sul suo braccio, lui, per la prima volta, parlò di matrimonio:
Pensavo che, almeno allinizio, potremmo continuare a vivere qui. Poi magari si trova una casa più spaziosa… O potrei affittare il mio appartamento, così entra qualche euro in più… Solo che… ecco… Loredana, una cosa devo dirla: io i gatti proprio no, non li sopporto. Il vostro Gennaro, dovremo darlo via…
Gennarino, lo corresse lei, sentendosi gelare.
Sì, Gennarino
Tacque, poi, con voce sicura come chi ha già deciso, aggiunse:
E Salvatore lo mandiamo da mia madre in paese. Laria buona gli farebbe bene, lì cè pure la scuola. Noi siamo ancora giovani: i nostri figli ce li faremo.
La testa di Loredana, poggiata sulla sua spalla, sembrava di pietra. Stettero zitti qualche minuto, poi lei si alzò, imbarazzata come una ragazzina, si strinse il vestaglia addosso, prese i pantaloni di lui piegati sulla poltrona, glieli porse e disse:
Prendi questi… e anche i tuoi pantaloni sporchi. Indossali e vai…
Dove?
Da tua madre, in paese. Allaria buona. A noi tre laria buona del nostro parco basta e avanza.



