Ti sarò sempre accanto
Ti prego, non ricominciamo! Abbiamo già parlato di questo mille volte! Perché dobbiamo tornare ancora sullargomento?
Giulia fece un gesto stanco con la mano e tornò ai fornelli.
Ricordo bene quel giorno cupo di tanti anni fa. Era iniziato allalba, quando Matteo era venuto nel mio letto e mi aveva toccato leggermente la spalla:
Mamma! Mi fa male la gola!
Senza nemmeno svegliarmi del tutto, gli posai le labbra sulla fronte e in un attimo il sonno sparì da me come neve al sole.
Hai la febbre, caro mio. Vieni qua! Lo presi in braccio, uscii dalla stanza e chiusi la porta con cura.
Non volevo sentire i soliti lamenti di Giulio sul fatto che lui non aveva dormito abbastanza.
Dopo aver misurato la febbre al piccolo e avergli dato lo sciroppo, lo misi a letto.
Guardai lorologio e capii che ormai era inutile rimettermi a dormire. Meglio aspettare che aprisse lambulatorio della ASL piuttosto, così avrei potuto chiamare il dottore. Quando mi accertai che Matteo stesse dormendo, andai in cucina, preparai un caffè e mi affacciai alla finestra.
Quellinverno era stato tanto nevoso, raro per la nostra Torino. Ora il cortile sotto casa era coperto da una coltre bianca; solo qua e là si vedevano le orme di chi era già uscito di buonora per andare al lavoro. Notai un movimento e mi venne da ridere: il gatto della vicina, zia Rina, saltava tra i cumuli di neve, sparendo quasi del tutto e poi ricomparendo come se nulla fosse. Gli piaceva quel tempo, a Barone, e guai a tenerlo in casa: appena aveva bisogno, zia Rina doveva aprirgli oppure urlava finché non lo faceva. Era un tipo che sapeva farsi rispettare.
Solo il giorno prima, scendendo a prendere Matteo in asilo, avevo visto Barone dirigersi verso luscita, miagolando forte:
Vai, vai pure! gli diceva zia Rina ridendo Sembra quasi tu sia il padrone di casa! Sei tu il comandante, eh Barone? Sai, Giulia, anche il mio Mattia era un tipo serio così Sarà il mio destino tirare su solo uomini seri!
Le sorrisi, annuii e continuai per la mia strada. In effetti Mattia era davvero un ragazzo speciale: intelligente, ironico, ma dagli occhi degli altri era solo un timido con gli occhiali, troppo magro, troppo basso, uno a cui le ragazze non facevano caso.
Eppure, io e lui siamo sempre stati inseparabili, da che ho memoria. Soprattutto dopo la morte di mia madre, Laura, investita sulle strisce proprio qui, sotto casa. Passava come sempre, ligia alle regole eppure non bastò.
Avevo dieci anni e sprofondai in una specie di mutismo, piangevo soltanto, fuggivo appena qualcuno cercava di parlare con me, mi rifugiavo in bagno o negli angoli della casa per dormire ovunque capitasse. Il papà, Mario, mi portò dallo psicologo, ma fu Mattia a capire fino in fondo, forse perché aveva perso il padre due anni prima. Da allora venne quasi a vivere da noi, mi obbligava con pazienza a studiare, mi leggeva libri, mi accompagnava a danza e a ginnastica, dove mi aveva iscritto mamma Laura sognando che crescessi sana e agile
Fu grazie a lui, e allaffetto di zia Rina e degli altri vicini, se pian piano uscii dal silenzio. Poi, quando trovammo per strada un gattino appena nato e lo portammo proprio a casa da zia Rina, fu la prima volta dopo mesi che chiesi, a voce, un po di latte per sfamare il piccolo. Grazie al Cielo, sta tornando la mia Giulia! sussurrò lei commossa, porgendomi la bottiglietta.
Il gattino rimase da Mattia, perché il mio papà era allergico. Poi, lui continuò a starmi vicino ovunque: eravamo entrambi figli unici, ci completavamo a vicenda, capendoci come solo due fratelli sanno fare. Bastava uno sguardo.
Gli adulti osservavano questa amicizia intensa, senza dire nulla, consapevoli che era forse lunica cosa che ci permetteva ancora di resistere al dolore.
Arrivarono i primi problemi verso la fine del liceo. Ero ormai cresciuta, diventata una ragazza bella e brillante, e gli sguardi dei ragazzi non mancavano. Mattia sembrava osservarmi da lontano, contento ma anche sofferente. Ma io non ci feci caso fino a quando nella nostra vita entrò Giulio. Lo incontrai sulle scale della palestra, inciampando e finendo quasi ai suoi piedi.
Tutto bene signorina? disse lui, alto e sorridente, porgendomi la mano per farmi alzare. Queste scale sono una lastra di ghiaccio! Si è fatta male?
Alzai lo sguardo e per la prima volta capii perché si parla di colpo di fulmine, anche se ero sempre stata scettica.
Sono spacciata, Mattia! Proprio spacciata! Lui è
È? Mattia mi guardava serio, ma io non notai.
Non so spiegartelo è il migliore! E mi misi a girare su me stessa, felice. Dovresti essere contento per me!
Certo, sono contento per te Mattia si forzò a sorridere e, con una scusa, se ne andò.
Ero troppo presa da Giulio per notare altro. Stetti con lui per tre anni, finché non decidemmo che era arrivato il momento di prenderci le nostre responsabilità e fare il grande passo. Avvisammo le famiglie e portammo le carte in Comune.
È un peccato che debba scegliere una testimone e non un testimone amico mi lamentavo provando labito da sposa allatelier, mentre Mattia mi osservava seduto su una sedia.
Quando la sarta quasi lo buttò fuori dalla stanza, alzando gli occhi al cielo Non si fa vedere alla sposa, porta sfortuna! io scoppiai a ridere:
Ma non è lo sposo! È solo il mio migliore amico.
In seguito, quando ripenso a quel matrimonio svelto, ai primi anni insieme, mi sono sempre chiesta come mai non avessi notato da subito tutti quei difetti di Giulio che poi, un po alla volta, mi sarebbero diventati insopportabili.
Abituata allidea di avere accanto un cavaliere fedele credevo che tutto mi fosse dovuto, che sarei sempre stata una principessa da salvare.
Ma la realtà, in una famiglia, è tuttaltra cosa.
I primi segnali arrivarono quando mi ammalai, pochi mesi dopo il matrimonio. Una semplice faringite, ma trascurata diventò qualcosa di più serio. Quando il medico mi consigliò approfondimenti (che in parte dovetti pagare), Giulio protestò:
Ma dai! Stiamo risparmiando per il viaggio: tu sei giovane, sono solo esami inutili per farti spendere!
Sei serio? gli chiesi, incredula.
Certo!
Mi sentii soffocare, mi venne da piangere come da bambina. Alla fine fu papà Mario a pagare tutto, pensieroso ma senza una parola di critica per il genero.
Ci misi quasi un anno a riprendermi e alcuni problemi, soprattutto al cuore, rimasero. Così, quando scoprii di essere incinta e andai a fare i controlli, mi dissero subito che sarebbe stata una gravidanza difficile.
Non prendetela a male, ma dovete pensarci bene mi disse il medico sfogliando il mio fascicolo Gravare ancora il suo fisico adesso non è senza rischi
Su questo non cè nulla da pensare. Io il mio bimbo lo voglio.
Fu una gravidanza faticosa. Passai gli ultimi tre mesi a letto. Matteo nacque sano, ma fu una gran fatica per me e per chi mi voleva bene.
Proprio allora capii che Giulio conduceva ormai una vita a parte. Quando nacque Matteo, fece una festicciola con gli amici e sparì tre giorni. In quei momenti fu solo papà Mario a venirmi vicino e a tranquillizzarmi.
Lunica cosa che mi trattenne dal chiedere il divorzio subito fu vedere Giulio con nostro figlio: lo guardava come fosse un miracolo e, per quanto strano, si dimostrò un buon padre nei primi mesi. Si alzava la notte, lo cambiava, lo portava fuori, giocava con lui. Però, capitava anche di vederlo spazientito e allora mi chiedeva di prendere il bimbo per un po, per poi tornare il padre modello poco dopo.
Col tempo, però, il nostro rapporto finì in una specie di convivenza parallela: io mi dedicavo a Matteo e a tenermi in piedi, lui si immergeva nel lavoro e nei suoi affari.
Il resto lo faceva il tempo: Matteo si ammalava spesso, sempre problemi a correre da medici e asili. Le spese erano tutte sulle mie spalle perché lo stipendio era quello che era. Fortunatamente vivevamo nella casa di papà e lui ci aiutava come poteva.
Giulio, invece, ripeteva che tutti i soldi andavano nel suo lavoro; da un po preferiva stare nella casa di campagna alle porte di Asti, dove poteva godersi laria buona e la tranquillità.
Fu in quel periodo che imparai a cavarmela da sola: prendevo la macchina anche la sera pur di non dipendere da Giulio. Papà Mario me la comprò usata, piccola ma affidabile. Lui aveva già capito tutto e si teneva pronto, aspettando che fossi io a capire quando fosse il momento di cambiare strada.
Solo una volta, dopo una notte completamente in bianco per la febbre alta che non voleva saperne di scendere, lasciò che crollassi sul divano esausta, poi mi disse piano:
Giulia, sai che non sei sola, vero? Solo questo devi ricordare.
Lo so papà lo so. Ma per adesso non me la sento, capisci? E non voglio parlarne più. Fino a che non prenderò una decisione Giulio resta mio marito.
Lui annuì in silenzio, stringendomi forte.
In tutto questo, Mattia era lunico che restava sempre accanto. Portava le medicine se servivano, accompagnava da qualche parte se la macchina era guasta, sbrigava mille piccole cose senza battere ciglio. Forse approfittavo della sua gentilezza, ma lui era e sarebbe rimasto la persona di cui mi fidavo di più.
E anche in quel giorno nevoso, riflettendo davanti alla finestra, pensavo che se fosse servito avrei potuto contare ancora su di lui: stava tornando da una trasferta di lavoro e, dato che la mia macchina era di nuovo in panne, magari avrebbe potuto darmi una mano a portare Matteo dal medico.
Comprai quindi le medicine necessarie grazie allaiuto di Mattia, perché anche i soldi non bastavano mai: tutto nelle attività, ripeteva sempre Giulio.
Controllai lora, chiamai la ASL e riuscii a prendere subito lappuntamento con la dottoressa.
Mi rimisi ai fornelli per preparare la colazione, quando Giulio sbucò in cucina, ancora assonnato.
Cosè successo stavolta? Perché vi siete agitati tutta notte?
Matteo sta male risposi secca.
È per questo che hai passato la notte a camminare? Vabbè, tanto oggi non sono in forma. Vado a farmi una doccia, prepara veloce la colazione che poi devo scappare. Ho mille cose da fare.
Mi girai senza parlare e continuai a cucinare, soprattutto per Matteo che quando stava male adorava la colazione da guarigione, come la chiamavamo: frittelle italiane, le sue preferite. Tanto piacciono anche a Giulio, pensai amaramente.
Allora, hai parlato con tuo padre?
No!
E cosa aspetti ancora?
Ho già detto che non ne parlerò e non gli chiederò di intestare la casa a noi.
Il tuo orgoglio mi esaspera. Pago tutto io e tu e Matteo volete sempre più soldi, io lavoro fino a notte, non fo più ferie e va sempre storto!
Ma mentre lui continuava a lamentarsi, io non ascoltavo più. Dentro di me sentii come se una corda si fosse spezzata, la stessa che ci teneva legati dalle nostre prime uscite, dai primi baci, dal giorno del matrimonio, dalla nascita di Matteo
Posai piano la spatola sul tavolo, mi voltai verso Giulio e, con calma, dissi:
Te lo dico una volta sola, Giulio. Oggi prendi le tue cose e vai via. Ci separiamo. Non voglio più vivere così, e nemmeno tu. Non staremo a discutere di soldi o di chi ha pagato cosa. Ora la cosa più importante è Matteo: dobbiamo impegnarci per lui, perché abbia entrambi i genitori, anche se non vivremo più insieme.
A quel punto lui restò interdetto, poi accennò a protestare, e alla fine si alzò buttando la forchetta.
Va bene, vedremo stasera se avrai cambiato idea. Io vado dai miei.
Come vuoi risposi voltandomi a reprimere le lacrime.
Sentii la porta chiudersi. Solo allora mi lasciai andare a piangere in silenzio, finché non sentii i passi di Matteo sulluscio della cucina.
Allora, campione, è ora di fare colazione?
Non ho molta fame, mamma. E ora mi fa male pure la testa
E le nostre frittelle? Aiutano anche quella!
Siiì! sorrise furbo Ma con la marmellata!
Ma certo!
Dopo che la dottoressa venne per prescrivere la cura e i farmaci, stavo per telefonare a papà quando bussarono alla porta. Era Mattia, con una scatola tra le mani. Non ricordo lultima volta che Giulio aveva fatto un regalo a nostro figlio. I doni per le feste li portavo sempre io, mentre Mattia non era mai venuto a mani vuote.
Matteo è di nuovo malato. Puoi stare con lui unoretta? Devo andare in farmacia.
Certo che sì rispose. Ma vado io, va bene?
Gli passai la lista e Mattia uscì di casa.
Pochi minuti dopo il telefono squillò.
Signora Giulia Ferri?
Sì, sono io.
La chiamiamo dallospedale San Giovanni. Suo padre è stato ricoverato.
Cosa gli è successo? chiesi, sentendo il cuore schiantarsi.
Un infarto. È grave, ma ora è stabile.
Arrivo subito.
Non sapevo da dove cominciare. Papà Mario non si era mai lamentato del cuore. Ora capivo quanto fosse fragile questo legame che credevo eterno.
Quasi meccanicamente, chiamai Giulio.
Giulio
Che cè? Hai cambiato idea?
Mio padre è in ospedale. Infarto.
E allora? Che vuoi da me? Non stai divorziando?
Stupita dalla sua freddezza, riattaccai.
Rientrò Mattia con i farmaci e vide che ero già pronta per uscire.
Dove vai?
Papà infarto.
Non servivano altre parole. Lui corse a chiamare zia Rina, che restò con Matteo, mentre io e Mattia ci precipitammo in ospedale.
Rimasi in sala dattesa tutto il pomeriggio, in silenzio, appoggiata a Mattia. Dopo tante ore, fui io a romperlo:
Grazie Mi fa tanto bene averti qui adesso.
Io ci sarò sempre per te.
Lo so, Mattia. Adesso so tutto.
Quando il medico venne a chiamarci unora dopo, mi trovò addormentata con la testa sulla spalla di Mattia. Lui mi svegliò piano.
Potete stare tranquille: abbiamo trasferito suo padre in reparto. Ci vorrà tempo, ma ora il peggio è passato. Domani potrà venire a trovarlo.
Mi gettai tra le braccia di Mattia e piansi, piansi finché tutta la sofferenza degli ultimi anni sembrò svanire tra le lacrime.



