Sono venuto a restituire alcune cose della mia ex ragazza… E sua madre mi ha aperto la porta quasi senza vestiti

9 maggio

Oggi ho restituito alcune cose appartenute alla mia ex… e sua madre mi ha aperto la porta quasi svestita.

Non era nei miei piani restare. Dovevo solo consegnare la scatola, non dire una parola e andarmene via pulito. Ma la vita si diverte a cambiare i copioni. Mi chiamo Matteo Rinaldi, ho trentun anni e lavoro nella gestione di cantieri edili. Tre settimane fa ho chiuso la storia con Alessia Greco.

Nessuna scenata, nessun urlo. Era una specie di perdita lenta, come una gomma che si sgonfia piano: senti che qualcosa non va, ma ci metti un sacco a capire che ormai è tutto piatto. Quattro mesi insieme sembra poco, ma quando la persona accanto a te è quella sbagliata, anche quattro mesi possono sembrare uneternità. Nessun rancore rimasto, solo una scatola con le sue cose in un angolo del mio bilocale a Trastevere, che ogni mattina mi ricordava che dovevo ancora occuparmene.

Le ho scritto tre messaggi in due settimane per chiederle di passare. Continuava a dirmi che sarebbe venuta, poi annullava sempre. Così, quel giovedì dopo il lavoro, ancora con i pantaloni da cantiere e una maglietta impolverata, ho caricato la scatola in macchina e sono partito verso nord, verso casa di sua madre a Monteverde Vecchio. Alessia era tornata lì dopo aver lasciato il suo appartamento: la madre vive in una villetta tranquilla con giardino, così mi aveva detto.

Mi aspettavo di trovare una signora sulla cinquantina con gli occhiali e qualche teglia in forno. Ho bussato piano e da dentro ho sentito passi tranquilli, nessuna fretta. Quando la porta si è aperta mi sono dimenticato perché ero lì: ad aprirmi cera Lorenza Greco, con solo un corto kimono di seta addosso. Capelli ramati sciolti sulle spalle, ancora umidi come appena uscita dalla doccia.

Non si è scomposta, né imbarazzata. Mi ha guardato dritto con quegli occhi chiari e sereni, poi: «Ah, tu devi essere Matteo». Ho biascicato un sì, non ero sicuro neanche di averlo detto davvero. Ha sorriso e mi ha fatto cenno di entrare: «Alessia è uscita a prendere la spesa, torna tra circa unora. Vuoi aspettare dentro?».

Ho guardato la scatola, e poi Lorenza. Il neuro logico mi diceva di lasciare tutto lì, salutarla e andarmene. Ma ho varcato la soglia. Lei è sparita in corridoio, tranquillissima come se accogliere così qualcuno fosse la cosa più normale del mondo. Io sono rimasto lì, nellingresso. La casa era calda, invitante, con vere piante sulle finestre, un puzzle a metà su un tavolino e una libreria pienissima contro il muro, libri in equilibrio ovunque.

È tornata con addosso dei jeans e una camicia ampia color crema, maniche arrotolate. I capelli ancora un po bagnati, ora tirati indietro. Aveva quella sicurezza semplice di chi riempie una stanza senza sforzo. Portava due bicchieri di tè freddo e me ne ha passato uno senza chiedere, poi, indicando il tavolo: «Siediti». Niente cortesia di facciata, solo semplicità. Io ho obbedito.

Mi ha chiesto da quanto stavo con Alessia. Quattro mesi. Ha annuito in quel modo di chi riceve una conferma a un sospetto. Io, per uscire dallimbarazzo, ho chiesto del puzzle sul tavolo. Mi ha raccontato che era una mappa dei parchi italiani, mille pezzi. Trovava i pezzi dappertutto, specie dietro i cuscini del divano. Le ho detto che io sono bravo coi puzzle. Mi ha lanciato uno sguardo ironico: «Ne dubito!». «Perché?» «Perché gli uomini bravi coi puzzle di solito aspettano a dirlo. Tu lhai sparato subito!». Ho riso. Lei sorrideva nel bicchiere.

Abbiamo chiacchierato a quel tavolo per tre quarti dora. Ho saputo che Lorenza aveva cinquantatré anni, sposata ventanni e divorziata da due. Non amarezza, solo una pagina chiusa. Aveva tenuto la casa, avviato da poco una consulenza di giardinaggio, amava i vecchi dischi jazz, i film dazione trash, e aveva opinioni forti sulla vera ricetta del pane toscano.

Le ho parlato del mio lavoro, della mia infanzia a Pistoia, di come ero finito in edilizia per caso e ci ero rimasto. Lei ascoltava davvero, seguendo i discorsi, tornando su cose che avevo detto prima. Alle 47 minuti una chiamata: Alessia, bloccata in coda al supermercato, ci avrebbe messo unaltra ora e mezza.

Lorenza mi ha guardato: Posso scaldare qualcosa se hai fame. Ho farfugliato che non volevo disturbare, lei già al frigorifero mi ha tagliato corto: Sei già qui a bere il mio tè, il danno ormai è fatto, Matteo. Così sono rimasto a cena. Ha preparato pollo con riso, semplice e buono. Mangiammo al tavolo mentre fuori il quartiere si calmava e la luce calava in cucina.

A un certo punto ho smesso di pensare ad Alessia, alla scatola e al viaggio di ritorno. Stavo bene lì, nella cucina calda, con una donna conosciuta da poco, sentendomi incredibilmente a mio agio. Quando Alessia finalmente arrivò, i fari tagliarono la finestra. Mentre io e Lorenza stavamo discutendo se guidare di giorno o in città fosse più stressante, Alessia entrò, incrociando il mio sguardo e quello della madre, poi si fermò, fissando i piatti vuoti accanto al lavello.

«Avete cenato insieme?», chiese. Lorenza, tranquilla: «Sì, vuoi anche tu qualcosa?». Alessia si fece da parte appoggiando le borse, elaborando la scena. «Matteo, da quanto sei qui?». Guardai lorologio. Due ore e undici minuti, pensai, ma dissi solo: «Un po». Mi fissò a lungo, poi guardò sua madre. Qualcosa tra loro, muto e incomprensibile. Solo chi si conosce da una vita può parlare così, senza parole. Poi Alessia si voltò, lo sguardo cambiato non rabbia, non gelosia, qualcosa di più tenue e passò in cucina.

Salutai Lorenza e la ringraziai per la cena. Mi accompagnò alla porta, si appoggiò allo stipite con le braccia incrociate: «È stato un piacere». Scesi le scale, nellaria fresca della sera. Sotto la luce tremolante del portico scorsi un filo scoperto. Lo registrai nella mente, senza dir niente. Quando mi girai, Lorenza era ancora lì, appena visibile nello spiraglio. «Guida piano, Matteo», disse. Annuì e raggiunsi lauto.

Per tutto il viaggio di ritorno non feci che pensare a una donna di cui, francamente, non avrei dovuto occuparmi. E il peggio, o forse la verità, è che non volevo smettere.

Mi ripetevo che non sarei tornato. Anche se fra noi non accadde nulla di sconveniente pollo, riso e una chiacchierata surreale sui viaggi in autostrada cera qualcosa in quella cucina, nel modo in cui Lorenza mi porgeva il bicchiere senza chiedere, o nel suo ascoltare vero, che non riuscivo a togliere dalla mente. Ci pensavo steso a letto, fissando il soffitto, ripensando a quella frase: Almeno in autostrada, tutti vanno nella stessa direzione. Un pensiero piccolo, ma rimasto con me.

Andai al lavoro, mi concentrai, affrontai la giornata. Pensai a Lorenza solo quattro volte, e ogni volta mi tirai indietro, come un uomo che vuole restare padrone della propria vita.

Sabato però, entrando in ferramenta per comprare materiale per il terrazzo di Marco, mi ritrovai davanti agli scaffali dei portalampade. Mi tornò in mente la luce del portico di Lorenza: due lampeggi e quel filo scoperto. Un dettaglio che resta lì finché un temporale non lo trasforma in problema vero. Lo feci passare per unurgenza, me lo dissi anche ad alta voce mentre prendevo i pezzi. La signora accanto a me, con il carrello pieno di terriccio, mi guardò e passò oltre. Comprai tutto per il terrazzo di Marco, e anche per la lampada di Lorenza.

Non la chiamai prima. Quel gesto sì, è stato una scelta.

Arrivai in tarda mattinata con una piccola valigia degli attrezzi e due caffè presi dal bar in piazza. Sì, ne avevo presi due. Lorenza mi aprì in jeans macchiati di colore e una camicia di flanella enorme, le maniche tirate su. Una pennellata azzurrina sullavambraccio e un micro minuscolo punto vicino al mento, che lei neanche sapeva di avere lì.

Mi guardò: «Lampada e filo», disse semplicemente. «Lho visto uscendo giovedì, col temporale potrebbe andare a fuoco». Mi studiò con quegli occhi sereni, poggiò il pennello e mi fece entrare. Stava ridipingendo la stanza degli ospiti, tutta sgomberata, coperta da teli. Mi mostrò orgogliosa il lavoro: azzurro chiaro, bello pulito. «Era un anno che rimandavo, ora basta». Le chiesi: perché proprio adesso? Lei scrollò le spalle: A volte ci si stanca a vedere qualcosa che resta lì da fare.

Riparai la lampada in venti minuti. Lei mi portò il caffè e si sedette sul gradino del portico mentre lavoravo, tranquilla, senza sentirsi in dovere di riempire i silenzi. Lavoravo piano, volutamente.

Entrai per lavarmi le mani: Lorenza era già di nuovo al lavoro sul battiscopa. Le chiesi se servisse aiuto, rispose che non ne aveva bisogno. Lo so, ribattei, ma almeno lasciami pitturare una parete se devo restare qui come un mobile!. Presi un rullo di scorta dal telo e mi misi al lavoro.

Pitturammo in quello stesso silenzio comodo scoperto due sere prima. Muoversi, senza ostacolarsi, senza scuse, senza chiedere scusa: quello che di solito richiede mesi, lì veniva spontaneo.

A un certo punto, Lorenza mi chiese: «Ma davvero, come va?». Non come stai?, che di solito non vuole risposta vera. Ma come va davvero?, che è tutta unaltra cosa. Avrei potuto liquidarla, ma le dissi la verità: da un anno avevo la sensazione di muovermi senza andare da nessuna parte; il lavoro, la mia vita in apparenza tranquilla, ma qualcosa sotto taceva e non capivo come farlo ripartire. La storia con Alessia non era stata dolorosa in sé, ed era questo che mi disturbava di più: la sensazione di aver vissuto tutto solo a metà.

Lei ascoltò, poi: «Sai cosè, vero?». «Dimmi». «È quello che succede quando fai cose sensate per così tanto tempo che ti dimentichi di chiederti se ancora ti danno emozioni». Rimasi a guardare la parete, il rullo fermo. Quella frase mi si era piazzata dentro, perfetta. Le domandai come lo sapesse con tanta sicurezza. Lorenza, senza alcun tono saccente: «Perché io ci sono stata per dodici anni. E me ne sono accorta tre anni dopo».

Fummo pronti con la seconda mano giusto allora di pranzo. Lorenza lavò i pennelli mentre io sistemavo i teli. Poi restò sulla porta a guardare la stanza, come per confrontarla con quella che era prima. Meglio, disse. Direi molto meglio, fissando i muri assieme a lei. Propose il pranzo: minestrone da barattolo e pane tostato con fontina. Semplice, buono. Si mise di fronte a me, raccontandomi delle difficoltà con una cliente e del perché aveva avviato la sua attività, per dimostrare a me stessa che so costruire qualcosa scegliendo io come.

Le dissi che secondo me ci riusciva già. Lei rise un po sorpresa, come chi si sente capita in un punto preciso. Il telefono vibrò diverse volte. Non rispose mai. Girò lo schermo verso il basso, quasi a volermi rassicurare.

Quando disse, piano: «Ho delle cose della mia vita che sto ancora sistemando volevo dirtelo, prima che qualunque cosa questa sia vada avanti». Poggiò il cucchiaio, lo sguardo fisso sulla zuppa. «Io non ho fretta», risposi. Abbiamo finito in silenzio, ma uno di quei silenzi pieni. Tornato a casa, con la vernice sulla camicia, avevo l’impressione di aver varcato una soglia più importante di quanto sembri riparare una lampada.

Poi chiamò lei, addirittura. Martedì sera, le sette passate. Ero in macchina, in fila al drive da Burger King, il solito panino nei giorni in cui non ho voglia di cucinare. Vedo il suo nome sullo schermo. Lascio squillare. Poi rispondo.

Non mi disse subito ciao. Una pausa, poi: «Il cancello del giardino è bloccato. Domattina ho una visita con un cliente, devo preparare i vasi stasera». Unaltra pausa. «Ho provato il chiavistello in tre modi, non si muove.». Le chiesi se aveva sollevato il cancello spingendo, se il legno risultava gonfio dalla pioggia, e lì si bloccò: «Non ci avevo pensato». Le proposi di passare. «Mi spiace disturbarti». «Un cancello bloccato non disturba, ci metto meno che a ordinare questo panino». Accettò, quasi divertita.

Arrivai alle otto. La trovai dietro casa, giacca leggera e scarpe da lavoro, una fila di vasi pronti da sistemare. Il cancello era chiaramente gonfio sotto, deformato dai giorni di pioggia. Uscii, presi il pialletto dalla macchina: in venti minuti il cancello tornò a muoversi come nuovo. Lei, intanto, sistemava i vasi uno alla volta, senza fretta. Quando finii, provò il chiavistello due volte. «Più facile del previsto». «La pioggia fa la maggior parte del lavoro, io mi limito a convincere il legno». Sorrise e tornò ai fiori.

Mi proposi di spostare una fioriera pesante. Lo feci, lei la riposizionò di qualche centimetro. «Sono andato vicino». «Il vicino funziona solo a bocce!». Ridacchiai. Restammo a guardare il suo lavoro, in piedi nel buio del giardino appena umido di pioggia. «Hai fatto davvero un buon lavoro qui», commentai. «Grazie», rispose. Questo grazie aveva il sapore di uno sforzo riconosciuto.

Potevo andarmene, ma mi invitò a bere qualcosa nel patio. Accettai senza esitazione. Ci sedemmo sulle sedie basse di legno, rivolti verso il prato. Lei aveva un bicchiere dacqua, io nulla. Mi offrì da bere. Rifiutai. Mi disse che usavo va tutto bene come una porta che si chiude prima che qualcuno possa dare unocchiata dentro. Tacqui, guardando il buio. «Allora, cosa vorresti che dicessi davvero?». Si voltò, seria. «Quello che pensi davvero». Pensai a lungo. I grilli erano rumorosi, un cane abbaiava a intermittenza. «Non va tutto bene. Da tempo. Ma qui sto meglio». Era vero.

Lei restò muta un momento. Poi, piano: «Anche io». Due parole piccole, ma pesanti.

Il seguito mi spiazzò. Si sentirono fari, una macchina in cortile. Lorenza si irrigidì. Dal cancello laterale entrò un uomo sulla cinquantina, spalle larghe, camicia stirata come chi viene da un ufficio importante. Si bloccò vedendomi. Occhi su di me, poi su Lorenza, poi di nuovo su di me. Lorenza si alzò compostamente. «Roberto, dovevi telefonare». Lui guardò il giardino, il cancello, poi me. «E lui chi sarebbe?». «Un amico che mi ha sistemato il cancello».

Mi tese la mano con quella stretta di chi prova a imporsi. Rilanciai senza esagerare. Lorenza ci osservava, silenziosa. Roberto spiegò che voleva parlare della casa, di un conto cointestato dopo il divorzio; il tono apparentemente calmo, in realtà tirato. Lei rispose che ne avrebbero parlato, ma che la prossima volta avrebbe dovuto avvisare. «Cercherò di ricordarlo», tagliò lui. Se ne andò dieci minuti dopo.

Quando Lorenza tornò a sedersi, sospirò profondamente: «Era il mio ex marito», come se non lavessi già capito. Le domandai se lui si presentasse spesso così. «Un tempo funzionava. Ora meno». Annuii e mi limitai a restare accanto a lei. Fu lei a rompere il silenzio: «Non dovevi restare». «Lo so». Si limitò ad annuire. Restammo seduti ancora un po, la notte avvolgente e rassicurante.

Quando me ne andai, Lorenza mi seguì fino alla porta. Si appoggiò alluscio: questa volta aveva deciso. «Sarà una complicazione». «Riesco a gestire il complicato», dissi. Mi guardò a lungo. «Torna sabato. Stavolta cucinerò io». Accettai, senza dubbi. Camminando verso la macchina, sapevo che lei era ancora lì. Alcune cose semplicemente si sanno.

Così sabato alle diciotto precise mi presentai con una bottiglia di Barbera scelta con troppa cura e una camicia stirata. Lorenza aprì in un vestito verde scuro, semplice, elegante. Persi dieci secondi solo a guardarla. Mi prese la bottiglia: «Ti sei vestito bene». «È solo una camicia». Sorrideva: «Ti sta bene». Entrai. La casa aveva un profumo di arrosto e rosmarino che ti faceva capire di essere nel posto giusto. Tavolo apparecchiato piatti veri, tovaglioli di lino, candela bassa al centro. Sullo sfondo vinile jazz, quello vero.

Mi offrì un bicchiere e mi chiese se avrei saputo aspettare venti minuti: le dissi che dopo questa settimana, aspettare non mi avrebbe spaventato. Raccontò della cliente del mercoledì, che aveva deciso di affidarle altri due giardini: nessun vanto, solo soddisfazione. Le dissi che aveva ragione di essere fiera: «Ci sto arrivando», rispose. Poi chiese di Roberto. Si bloccò una frazione di secondo, poi si riprese e disse che ormai era solo una questione burocratica, lui che chiamava solo per ricordarle che a volte decide ancora lui, o pensa di poterlo fare. «Lo faceva anche durante il matrimonio?» chiesi. «Sì. E io glielo lasciavo fare. Su questo sto ancora lavorando». Non aggiunsi niente, lasciai che la frase restasse nellaria.

A cena, pollo arrosto con patate e pane croccante del forno sotto casa. Mangiammo luno di fronte allaltra, smettendola di fingere che fosse un caso. Chiese del mio lavoro a Roma, se mi piacesse davvero o solo perché mi riusciva bene. «Alcuni giorni sì, altri meno», le risposi. «È già una risposta onesta», mi disse.

Mentre finivamo il vino, il telefono sul piano vibrò. Lorenza controllò, la mascella si irrigidì, poi tornò serena: «Aspetta». Chiesi chi fosse: «Roberto. Lo fa. Telefona quando pensa che io sia sola e senza niente di meglio da fare». Posò la forchetta. «Stasera ho di meglio». Una frase che mi scaldò dentro.

Spostammo il vino sul patio. Da martedì Lorenza aveva sistemato una fila di lucine calde. Le dissi che era venuto bene. «Lho fatto per me, dopo la visita col cliente. Sentivo il bisogno di fare qualcosa solo per piacere». Sedemmo vicini, senza toccarci, scegliendo di lasciare quello spazio tra noi.

Raccontò del suo matrimonio, nei dettagli. Di come aveva imparato piano piano a occupare meno spazio, a non dire certe cose per evitare discussioni, a scoprire davanti a uno specchio che da anni non faceva qualcosa che piacesse solo a lei. La ascoltai. Quando smise, era sorpresa di aver detto tanto.

«Sai, è facile parlare con te. Anche troppo», disse. Sdrammatizzai: «Prometto che mi impegno ad essere antipatico». Rise, pienamente. Poi si fece seria, guardò le piante lungo la recinzione, e senza girarsi: «Non mi concedevo il lusso di desiderare più nulla. Mi sembrava più sicuro». «E ora?». Stavolta si voltò. «Ora sono stanca di essere sicura». Presi la sua mano, con calma, come si fa quando ci si pensa da tempo. Lei non la ritrasse, solo guardò le nostre mani intrecciate e poi di nuovo verso me. La baciai. Un bacio semplice, deciso, volutamente non complicato.

Non ci fu bisogno di aggiungere parole. Solo il vinile jazz che suonava dalla finestra aperta della cucina, la notte fresca, il portico illuminato da quella nostra piccola fila di luci. Restammo così, insieme, a lungo.

Da allora, il cancello non si è più bloccato: lho rifatto tutta la domenica, Lorenza a darmi indicazioni dalla sedia a sdraio col caffè in mano, supervisore sorridente e determinata. Alessia ovviamente ha avuto delle cose da dire: telefonata lunga con la madre, ma alla fine ha dovuto ammettere che non aveva mai visto Lorenza così serena. Roberto ha chiamato ancora, due volte: nessuna risposta stavolta, la questione col notaio risolta, la vita sistemata.

Un giovedì sera, mesi dopo quella scatola e un kimono di seta, stavo ancora a tavola da Lorenza quando bruciò un toast. Si affrettò a spalancare la finestra, bestemmiando sottovoce; presi la spatola e finii io, lei mi guardò e disse che non ero del tutto inutile. «Menomale che mi hai dato la possibilità di dimostrarlo», risposi. Mi poggiò contro la spalla: «Anchio».

Fuori, la luce del portico che abbiamo rimesso insieme brillava stabile, senza nessun tremolio. Certe cose, una volta aggiustate nel modo giusto, restano.

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Sono venuto a restituire alcune cose della mia ex ragazza… E sua madre mi ha aperto la porta quasi senza vestiti