La gatta entrò in chiesa e si sdraiò davanti allaltare Don Carlo capì tutto
La messa mattutina procedeva tranquilla, senza troppo movimento. Tutto seguiva il consueto ritmo: le stesse parole delle preghiere, i soliti volti perlopiù signore di una certa età, dieci persone al massimo. Don Carlo celebrava da ventitré anni e ormai aveva smesso di aspettarsi che la chiesa ricolmasse di fedeli durante la settimana.
Stava quasi per concludere la funzione, quando sentì il lieve cigolio della porta principale.
Alzò lo sguardo e rimase di sasso.
Per la navata centrale stava camminando una gatta.
Grigia, soffice, con una macchia bianca sul petto. La coda dritta come uno stendardo. Un passo sicuro, da regina, come se fosse nel suo salotto.
Le parrocchiane sussurravano tra loro, qualcuna si faceva il segno della croce, qualcun’altra allargava le mani. La gatta, impassibile, passò tra le icone e i ceri e si accomodò proprio davanti allaltare.
Si accovacciò in un gomitolo, poggiando la testa sulle zampe anteriori e rimase lì, ferma. Solo i suoi occhi gialli restavano aperti fissi e vigili.
Nel petto di Don Carlo qualcosa si strinse.
Laveva riconosciuta subito.
Santa pazienza, come era arrivata lì?
Le mani gli tremarono. Si prese un secondo, chiuse gli occhi e provò a concentrarsi, ma subito tra i pensieri gli apparve la signora Amalia Ferri.
Una donna tranquilla, dallo sguardo buono, un po stanco. Soleva vivere sola in uno degli ultimi appartamenti di una vecchia palazzina popolare in periferia. Veniva a messa ogni domenica lenta, appoggiandosi al bastone, ma sempre presente.
E accudiva sempre i mici del cortile.
Anche loro sono creature del Signore, Don Carlo gli aveva detto una volta, quando lui le aveva portato la comunione a casa. Non si può mica non aver compassione, no?
La sua preferita era Minerva: una gatta grigia dal pelo lungo, trovata cucciola e allevata a latte e biscotti. Da allora, Minerva le restava sempre accanto.
Lultima volta che Don Carlo le aveva fatto visita saranno state tre settimane fa Minerva era seduta sul davanzale a sorvegliare la sua Amalia, con quellaria che hanno i gatti che capiscono tutto ma non dicono niente.
Don Carlo aveva bisbigliato allora Amalia se mi succede qualcosa, non abbandonare Minerva. Lei è sveglia, sa come comportarsi.
Lui aveva annuito, stringendole la mano con un sorriso.
E ora Minerva era davanti allaltare.
Don Carlo capì. Sentì dentro una colata di freddo.
La funzione si concluse tra la nebbia.
Le preghiere gli uscivano di bocca quasi da sole, come un disco rotto, mentre nella testa gli girava un unico pensiero: bisogna andare. Subito.
Le signore lasciavano la chiesa una a una, chi tentando ancora unocchiata alla gatta, che restava imperturbabile al suo posto.
Don Carlo, ma quella lì balbettò una delle nonnine, ma lui la bloccò con un gesto:
Dopo. Ora no.
Si tolse la casula, indossò la sua solita tonaca le dita tremavano che non riusciva quasi ad abbottonarsi.
Madonna Santa, fa che mi sbagli.
Ma sapeva. In tutto il suo essere sapeva che non si sbagliava affatto.
Minerva alzò la testa non appena lui si avvicinò. Lo fissò a lungo negli occhi e fece un miagolio, uno solo.
Come dire: Hai capito, vero? Bene così.
Andiamo sussurrò lui, tendendole la mano.
La gatta si stiracchiò, come dopo un sonnellino, e si avviò verso luscita. Lui le andò dietro.
Fuori il cielo era coperto. Il vento scuoteva i rami spogli e la polvere girava tra le foglie secche, danzando sullasfalto. Per arrivare a casa di Amalia ci volevano quindici minuti a piedi.
Don Carlo camminava veloce, quasi correndo. Minerva lo seguiva, le zampette sembravano ruote.
Bisogna far presto.
Anche se, dentro di sé, sapeva: se una gatta arriva in chiesa e si mette davanti allaltare, tutto è già successo.
Nel tempo del percorso, ripensava a Amalia a come sedeva in poltrona accanto alla finestra, avvolta nella coperta. A come il volto si accendeva nel vederlo. A quelle sue mani tremolanti che si facevano il segno della croce, accogliendo lEucaristia.
Sa, Don Carlo gli aveva detto tre settimane prima io non ho paura, sa? Ho avuto una bella vita. Un marito che ho amato, una figlia che ormai ha la sua famiglia. I nipoti ci sono, ma sono lontani, non ci vediamo quasi mai. Però il Signore non mi ha mai abbandonata. Mai.
E non lo farà, le aveva risposto.
Lei aveva sospirato piano:
Lo so, ma la solitudine è dura. Minerva cè, ma in casa il silenzio pesa.
Lui non aveva dato molto peso a quelle parole. Una stretta di mano, qualche frase di conforto non aveva capito che forse era un addio.
Ed ecco il portone grigio, arrugginito, il citofono fuori uso. Terzo piano, niente ascensore, come al solito.
Don Carlo salì appoggiandosi al corrimano, il cuore in gola per lagitazione, per lansia.
Minerva era già davanti alla porta quella con la vernice scrostata, il 37 sbiadito.
Si sedette lì.
Don Carlo bussò.
Una. Due. Tre volte.
Niente.
Premette il campanello il tipico suono rauco che rimbombava nellappartamento.
Più silenzio.
Amalia? chiamò. Amalia Ferri, sono Don Carlo!
Silenzio.
Appoggiò lorecchio alla porta. Magari non sentiva letà, il tempo passa per tutti.
Ma dentro regnava una quiete spessa.
Si lasciò scivolare giù, accovacciato davanti a Minerva che continuava a fissare la porta.
Con mani tremanti cercò il cellulare e compose il numero del maresciallo della stazione dei carabinieri quello stesso che aveva aiutato lanno prima con la faccenda del senzatetto ubriaco.
Pronto, maresciallo Moretti? Sono Don Carlo, della parrocchia. Ho bisogno di una mano. Cè una signora anziana che non risponde. Temo insomma, bisogna aprire la porta.
Dallaltra parte il maresciallo, calmo:
Indirizzo?
Via Garibaldi, trentadue, terzo piano, interno trentasette.
Ricevuto, arrivo subito.
Don Carlo ripose il telefono e si lasciò cadere poggiando la schiena al muro del pianerottolo.
Minerva gli si strofinò contro la tonaca, con un filare di fusa malinconiche.
Lui le passò una mano sulla pelliccia soffice:
Brava, piccola sussurrò. Sei venuta a cercarmi.
Si accoccolò vicino a lui.
Rimasero lì, aspettando, e Don Carlo pensava a quanto poco aveva visitato quella signora così pacata. Forse non aveva notato quanto stesse male. Forse aspettava qualcuno, sperava.
Perdonami, Amalia. Perdonami.
Il maresciallo arrivò dopo un quarto dora.
Piuttosto pesante, il volto stanco, salì con fatica le scale. Vedendo Don Carlo per terra si stupì:
Don Carlo, cosa succede?
Amalia Ferri non risponde. Ho paura che la voce gli tremava.
Il maresciallo annuì. Ci passava spesso.
Resti qui, padre.
Bussò forte, con autorità:
Signora Amalia Ferri! Carabinieri!
Niente.
Tirò fuori un piede di porco da una borsa, lo infilò tra porta e telaio, ci si appoggiò con il peso di un pranzo di Natale.
Scricchiolio. Cedeva.
Un ultimo sforzo e la serratura saltò, la porta si aprì con un tonfo.
Laria stagnante, un odore di medicina e un silenzio che fischiava.
Don Carlo si fece il segno della croce ed entrò dietro il maresciallo.
Lingresso era sempre quello: il cappotto marrone di Amalia sulla gruccia, i suoi soliti pantofole allineati con premura.
In fondo il corridoio e sulla destra la camera.
Il maresciallo spinse piano la porta, poi si fermò.
Don Carlo guardò oltre la sua spalla.
E sentì il cuore affondare.
Amalia Ferri era seduta nella poltrona, accanto alla finestra. Avvolta nella coperta, le mani incrociate sul petto, la testa leggermente inclinata indietro.
Pareva si fosse assopita.
Solo il volto era ormai di cera. Senza vita.
Signore sussurrò Don Carlo.
Il maresciallo avvicinò la mano al polso, per scrupolo, poi scosse la testa:
È da un po, direi tre giorni almeno. Magari di più.
Tre giorni.
Don Carlo si inginocchiò dal corridoio la guardava.
Tre giorni sola. Nessuno che si fosse fatto vivo.
La figlia in unaltra città. I nipoti ancor più lontani. E i vicini? Chi si accorge più dei vicini, ormai.
Solo Minerva.
Lei era rimasta, accanto alla padrona. Non era scappata nemmeno con la finestra aperta.
Solo dopo, capito tutto, era venuta in chiesa.
La conosceva bene? domandò il maresciallo mentre prendeva il telefono.
Sì, era una fedele. Una donna splendida.
Bisogna avvisare i parenti. I documenti dove li trovo?
Credo nel comò o nella scrivania, la voce rotta. Chiamo io la figlia, ho il numero. Lha lasciato per emergenze.
Il maresciallo annuì:
Chiamo subito lambulanza.
Don Carlo si avvicinò alla poltrona e scrutò il viso di Amalia sereno, luminoso.
Non aveva sofferto. Il Signore laveva chiamata in silenzio, forse nel sonno.
Perdonami, bisbigliò. Scusa se non sono venuto prima. Se non ti ho visitata.
Lentamente le accarezzò i capelli grigi.
Le fece il segno della croce e iniziò a pregare per lei sottovoce, come un sussurro. Le parole scorrevano come lacrime.
Sulla soglia Minerva restava seduta, immobile, a guardare la sua padrona.
In quel momento Don Carlo capì con chiarezza: questa gatta amava Amalia più di ogni suo parente.
Più della figlia, che telefonava una volta al mese.
Più dei nipoti, che si vedevano a Natale.
Minerva era stata con lei fino allultimo respiro.
E anche dopo, non si era staccata era andata a chiamare aiuto in chiesa.
Don Carlo si inginocchiò davanti alla gatta e la prese in braccio.
Minerva non si ribellò si strinse al suo petto, ronronando piano, roca.
È finita, cara. Ora penso io a lei, promesso. La seppelliamo come si deve. E tu vieni a stare da me, va bene?
Pianse.
Le lacrime scendevano sul pelo di Minerva, mentre la accarezzava, pensando che lamore vero, quello degli atti, non delle parole.
Il funerale di Amalia fu dopo tre giorni.
Arrivò la figlia pallida, gli occhi rossi, tutta di nero. Niente nipoti troppo lontani, troppi compiti, così disse.
Una ventina di fedeli, quasi tutte le solite nonne. Cantarono Leterno riposo con voci tremanti.
Don Carlo officiò lultima funzione. Pregava e guardava la bara il volto sereno di Amalia sotto il velo bianco.
Perdonami, serva di Dio, per non averti notata, per la freddezza.
Ai piedi della bara, sdraiata sul pavimento freddo della chiesa, Minerva.
Venuta di sua volontà quella mattina, appena arrivata la bara.
Si era accomodata lì e nessuno era riuscito a spostarla.
La figlia ci aveva provato, sventolando il fazzoletto:
Via! Non è posto per te!
Ma Don Carlo laveva fermata con dolcezza:
Lasciamola, si sta congedando dalla padrona.
La donna, incrociando lo sguardo del prete, rimase zitta.
Al cimitero portarono con sé anche Minerva sarebbe stata ridicolo abbandonarla. Don Carlo, tutto il tragitto, la tenne in braccio.
Dopo il funerale la figlia si avvicinò:
Grazie per tutto. Per averla trovata, per averci avvisati.
Il merito non è mio, sussurrò Don Carlo. È di Minerva. È stata lei.
La figlia guardò la gatta a lungo, con unespressione indecifrabile.
Portatela via con voi, disse infine. Io non posso. Ho lallergia.
Lo farò, rispose il sacerdote, già deciso.
La figlia annuì e se ne andò, senza voltarsi verso la tomba fresca della madre.
Don Carlo rimase lì.
Guardava la terra umida, la croce provvisoria.
Amalia Ferri. Pacata. Sola.
Quanti come lei per case, appartamenti? Si spengono nella solitudine, dimenticati. Non mancano a nessuno.
A parte ai gatti. E a Dio.
Carezzò Minerva:
Torniamo a casa?
La gatta rispose con un ronron appena udibile.
Da allora, sul davanzale vicino allaltare, cera sempre una gatta grigia e soffice.
I fedeli le portavano qualcosa da mangiare, la accarezzavano, sussurravano:
Che brava. Unanima santa.
Don Carlo sorrideva piano.
E la sera, prima di dormire, sedeva in poltrona con Minerva sulle ginocchia e la accarezzava.
La gatta socchiudeva gli occhi, facendo le fusa.
E nei suoi occhi gialli si rifletteva la luce della lampada votiva.
Silenziosa. Che non si spegneva mai.




