Sorpresa tra i vicini: un cane in una casa abbandonata accudiva cuccioli… ma non erano affatto dei cagnolini

La gente era stupita: il cane nel vecchio edificio abbandonato accudiva ben altri che dei cuccioli

Grazia Bellini tornava dal supermercato con le borse che le segavano le mani mentre rimuginava sulle sue cose. Aveva di nuovo male alle ginocchia, la nipotina aveva promesso di chiamare ma figurati se si faceva sentire, e poi questinverno era stranissimo: una settimana di pioggia torrenziale e la successiva di sole tiepido e fanghiglia da tutte le parti. Cento pensieri le giravano in testa, quando improvvisamente inciampò e quasi si spiaccicava sullasfalto.

Si voltò di scatto tra le gambe le era sgusciato un cagnolino fulvo, magro da far quasi trasparire le costole, con il pelo a ciuffi arruffati.

Dove corri, scapestrata! sbottò distinto.

Il cane nemmeno si fermò. Correva come se da qualche parte lo aspettassero. Stringeva in bocca qualcosa che sembrava un pezzo di pane.

Starà portando da mangiare ai suoi cuccioli, scommetto, borbottò Grazia. Sta per arrivare la primavera, ormai si moltiplicano.

Si risistemò un po la borsa e proseguì, ma una strana sensazione le girava nello stomaco. Cera qualcosa di sbagliato in tutta quella scena.

Il giorno dopo la storia si ripeté. Stesso lampo fulvo tra i palazzi, stesso boccone in bocca, stessa direzione verso lo stabile abbandonato in fondo al cortile dove un tempo viveva la vecchia Serafina. Da quando era mancata, ormai da sei mesi, la casa era rimasta lì cupa e desolata.

Grazia, guarda, è ancora la tua amica! gridò la vicina Lucia dal balcone. E tutti i giorni la stessa storia! Dove trova da mangiare, poi?

Ma quale cibo? si fermò Grazia.

Ce lha lì, in bocca! Fruga nei bidoni, evidentemente. Avrà la cucciolata da sfamare, poveretta.

Sei sicura che siano cuccioli?

E chi se no? Con la primavera alle porte, la natura fa il suo dovere.

Grazia fece una smorfia, ma il dubbio era come una spina. Cuccioli pareva logico. Però qualcosa non tornava comunque.

Il cane fulvo si infilò di nuovo nella fessura della recinzione sbilenca e sparì. Grazia rimase lì impalata.

Ma dai, che ho da perdere?, si disse. Almeno vedo, visto che ormai tutto il condominio sparla.

Si infilò a sua volta nello stretto passaggio. La ringhiera cigolò senza cedere. Dentro era il regno dellabbandono: ortiche alte alla vita, cocci, ferri arrugginiti.

Dal fondo del cortile arrivò un guaito, sottile come un sussurro.

Grazia seguì la voce, girò attorno a un pollaio mezzo sbriciolato e si bloccò.

La fulva stava davanti a una cuccia sfondata. Davanti a lei, distesa sullerba, una grossa cagnona nera dal muso incanutito, legata a un palo con una catena arrugginita.

Cieca.

Gli occhi velati da una patina lattiginosa, corpo scheletrico, peli infeltriti come feltro vecchio. Giaceva su un fianco, a fatica respirando.

La fulva appoggiò delicatamente il pane davanti al naso della nera, gli diede una spintarella e rimase immobile.

La nera si mosse appena, annusò il pane e iniziò a mangiare spasmodica. La fulva restava lì, non scodinzolava neanche. Guardava.

Quando il pane fu finito, la fulva le leccò piano il muso, quindi si sdraiò accanto a lei.

Grazia non si sentiva più le gambe. Aveva gli occhi lucidi.

Mamma mia… Ma questa la nutre, ogni giorno. E lei stessa è pelle e ossa.

Quanto tempo fosse rimasta lì, non avrebbe saputo dirlo. Tornò in sé solo quando la fulva sollevò la testa e la fissò dritto in faccia. Quello sguardo pareva dire: Allora, che fai? Aiuti o ti togli?

Sì, sì… Aspetta mormorò Grazia in fretta.

Girò i tacchi e corse verso casa come non faceva da ventanni. Le ginocchia protestavano, aveva il fiato corto, ma non si fermò.

A casa arraffò tutto quello che trovò pollo bollito, un po di riso, della mortadella, una ciotola dacqua e schizzò nuovamente giù.

La scena era immutata. La fulva accoccolata accanto alla nera cieca.

Ecco qui, disse ansimando Grazia, inginocchiandosi. Tieni.

Appoggiò il pollo davanti alla fulva, ma lei non si mosse nemmeno. Continuava a fissare la nera.

Ma sei scema? Sei uno scheletro ambulante, mangia almeno un po!

Grazia capì. Spostò il boccone verso la nera, che immediatamente si rianimò e iniziò a divorare.

La fulva inghiottì a vuoto, ma non toccò nulla. Rimase ad aspettare.

Solo quando la nera fu sazia, prese con cautela un pezzetto avanzato.

Così va meglio sussurrò Grazia.

Le due bestiole bevvero avidamente. Lei le osservava asciugandosi gli occhi.

Ma che piangi? la sorprese la voce di Lucia alle spalle.

Lei sbucava dal buco della recinzione a bocca aperta.

Guarda un po chi nutriva, disse Grazia con voce rotta. Non sono cuccioli.

Lucia restò zitta. Poi tirò su col naso.

Chi può averla lasciata così?

Serafina, probabilmente. Sempre tenuta incatenata. Quando è morta, chi doveva pensarci più al cane?

Mezzo anno ormai…

Mezzo anno che sta qui sola. E solo questa fulvetta lha trovata. E la nutre. Ogni giorno.

Lucia si abbassò, accarezzò la fulva.

Sei proprio una brava bambina

Verso sera, la notizia attirò mezza scala. Qualcuno portava cibo, altri vecchie coperte. I maschi tentavano di spezzare la catena, ma era tosta.

Ci vuole il flessibile, dichiarò il signor Michele. Domani passo io.

La mattina dopo tornò con lattrezzo. La gente si rimise in cerchio.

Piano, Michele! urlava Lucia. Non spaventare la bestia!

Il flessibile stridette, volarono scintille. La cagnona nera sobbalzò, cercò di tirarsi su.

La catena cedette di schianto.

Ora sei libera, esalò Michele, sudato.

Grazia si inginocchiò e accarezzò la testa della cagna.

Vieni con me? sussurrò. Ti do da mangiare, da dormire. Prendo anche la tua amica fulva. Vi porto su tutte e due.

La nera scodinzolò appena, come avesse capito ogni parola.

Grazia provò a sollevarla, ma era troppo pesante.

Faccio io, disse Michele con cura, prendendo la grossa tra le braccia. Dove?

Terzo scala, interno ventuno.

Attraversarono il cortile tra due ali silenziose di condomini. La fulva sgambettava incollata, con le orecchie basse e la coda fra le zampe.

Va tranquilla, sussurrò Grazia, vi porto su tutte e due.

Sotto il portone le vegliarde residenti stavano sulla panchina come giudici.

Grazia, ma che combini? bisbigliò una, sospettosa. Animali in casa?

Eh già.

Sono tutte sporche! Ma poi i pidocchi! E la puzza!

Le lavo.

E i vicini che penseranno?

Ma che dovrebbero dire? improvvisamente urlò Grazia, quasi spaventando sé stessa. Sei mesi che questa poveretta stava fuori incatenata, cieca, affamata! Nessuno lha vista! Solo sta fulva. E noi? Passavamo, tutti indifferenti!

La voce le tremava. Silenzio pesante. Nessuna la guardava più negli occhi.

Non lo sapevo, bisbigliò una. Serafina era morta, pensavo ci pensassero i parenti.

Appunto! Grazia si asciugò le lacrime. Nessuno si è fatto vivo!

Si voltò e salì in casa, Michele dietro di lei, la fulva sempre alle calcagna.

A casa Grazia stese una vecchia coperta sul pavimento. Michele mise giù la cagnona con delicatezza.

Tutto a posto, disse, serve altro?

No, grazie. Ce la faccio.

Chiusa la porta, Grazia si appoggiò con la schiena. La fulva era seduta accanto alla nera e fissava la nuova padrona. Negli occhi aveva tale gratitudine che il cuore si strinse.

Va bene, sospirò Grazia. Piacere di conoscervi. Io sono Grazia. E voi come vi chiamate?

La fulva fece un guaito sommesso.

Tu sei Fulvia. E tu guardò la nera sarai Nerina. Va bene?

Poi mise la ciotola col riso e il pollo davanti a Nerina. Lei lannusò esitante, poi non seppe resistere la paura del luogo nuovo era più forte della fame.

Dai, Grazia le offrì un pezzetto con la mano.

Nerina lo prese piano direttamente dalle sue dita.

Così, brava… sussurrò Grazia. Mangia pure.

La nutriva lentamente, un boccone alla volta, paziente e con affetto. Fulvia osservava la scena e poi, di colpo, posò la testa sulle ginocchia di Grazia. E lei capì: era fiducia, era riconoscenza vera.

La sera Lucia telefonò.

Allora? Vive ancora?

Vive, rispose Grazia stanca. Dormono, adesso. Tutte e due.

E tu niente sonno?

Non ci riesco. Penso.

A cosa?

Dopo un attimo Grazia rispose:

Che noi esseri umani, certe volte, valiamo meno degli animali. Il cane non ha dimenticato un altro cane. E noi? Passiamo, guardiamo ma non vediamo. Nemmeno vogliamo vedere.

Grazia, calma.

Non riesco! urlò. Mi vergogno troppo! Capisci? Vergogna! Nei confronti di questa cagna!

Riattaccò. Si sedette a terra accanto agli animali che dormivano. Si abbracciò le ginocchia e pianse piano.

Passò una settimana. Nerina prese forza. Prima restava sdraiata a mangere qualche boccone, poi cominciò ad alzarsi sulle zampe barcollando, ma si tirava su. Fulvia non la lasciava mai sola, pareva diventata il suo angelo custode.

Ecco la tua guida, Nerina le diceva spesso Grazia. Non si trova di meglio.

In men che non si dica, tutta la corte sparlava della storia ci pensava Lucia a diffondere.

Hai sentito di Grazia Bellini? mormoravano le vecchie. Si è presa due cani! In casa!

Sì sì, ho sentito. Dicono che una stava incatenata cieca da mesi.

E laltra lha nutrita! Ti giuro!

Ma va!

Lucia lha visto coi suoi occhi!

Quando Grazia portava fuori a passeggiare le due, i passanti si fermavano. Qualcuno sorrideva, altri scuotevano la testa.

Sei grande, Grazia, la incoraggiò un giorno Michele. Sei una persona perbene.

Ma quale persona! scosse la mano lei. Quella vera è Fulvia. Io ho solo smesso di passare oltre.

Una sera bussarono. Alla porta cera una ragazza giovane.

Buonasera, è lei Grazia Bellini?

Sì. E lei?

Mi chiamo Giulia. Ho saputo dei suoi cani, di quello che ha fatto. Ho pensato forse posso aiutarla. Sono veterinaria. Potrei visitare Nerina. Gratis.

Grazia trasecolò:

Gratis?

Sì. Solo per dare una mano. Posso?

Certo, venga.

Giulia visitò con attenzione Nerina. Poi si alzò.

È vecchia, acciaccata. La vista ormai è andata. Ma può vivere. Basta accudirla per bene.

Quali sono le cure giuste?

La ragazza tirò fuori delle medicine:

Queste sono vitamine, queste per le articolazioni, questa è pomata per le zampe. Le scrivo tutto.

Quanto le devo?

Niente, sorrise Giulia. È un regalo. Da parte mia e di tutti quelli che hanno sentito la sua storia.

A Grazia tornarono le lacrime.

Grazie.

No, grazie a lei. Giulia accarezzò Fulvia.

Dopo che Giulia se ne fu andata, Grazia si sedette sul divano. Nerina stava stesa ai suoi piedi, Fulvia accoccolata vicina. Per la prima volta dopo anni sentì forte: cera chi davvero aveva bisogno di lei.

Ed era, finalmente, felicità.

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