Stavo lavando i piatti quando mio marito è entrato urlando. Di nuovo sua madre. Di nuovo la mancanza di fiducia. Basta.

Stavo lavando i piatti quando mio marito irrompe in cucina, gridando. Di nuovo sua madre. Di nuovo la mancanza di fiducia. Basta.

Perché hai parlato di soldi a mia madre?!

Mi chiamo Luciana Bianchi e, quella domenica pomeriggio, stavo finendo lultimo piatto sotto il getto dacqua tiepida, col sapone che scivolava via. Quando Marco è entrato, gli occhi accesi, le mani strette ai fianchi, sono trasalita e il piatto quasi mi è scivolato via.

Cosa cè? Marco, che succede?

Altro che “che succede”! Mi spieghi che cavolo è successo con i soldi?!

Marco si fermò in mezzo alla cucina. Aveva la camicia sgualcita, anche se quella mattina stessa lavevo stirata. Si agitava sempre così quando era arrabbiato: nervoso, a scatti, come intrappolato.

Ho appena parlato con mia madre. Mi ha detto: Marco, tua moglie ha trasferito i soldi che stavate risparmiando per la macchina. Cosa vuol dire, Luciana? Lo dici o no?

Chiusi il rubinetto lentamente. Le mani nelle guanti gialli, li tolsi con calma, uno dopo laltro, appoggiandoli accanto al lavello. Il cuore mi batteva forte in gola.

Marco, aspetta. Quali soldi? Di cosa stai parlando?

Non fare la finta tonta! Mamma ha detto che hai prelevato una grossa cifra. Da dove sono usciti quei soldi e dove sono finiti?

Da quale conto?

Dal nostro conto, dal Bancomat!

Marco. Calmati e ascolta un attimo.

Sono calmo!

Lo disse con una voce così secca che pensai che la vetrinetta dei bicchieri avrebbe potuto vibrare. Lo guardai negli occhi: rossi, sfuggenti. Quegli occhi li riconoscevo: rari, ma pericolosi.

Dal nostro conto non ho tolto nulla. Questo è sicuro.

Allora che intendeva mamma?

Mi appoggiai al lavello, la schiena dritta. Fuori era una domenica normale, il sole batteva sui tetti di Milano, pensavo agli arredi, a spostare quella maledetta credenza sotto la finestra. E invece.

Marco, credo che tua mamma abbia capito male.

Mia madre non si confonde.

Tutti sbagliano, Marco.

Non dire male di lei! Mamma ha visto lestratto conto, ha visto i numeri!

Lestratto conto? Tu le mostri le nostre cose?

Lo dissi e subito me ne pentii. Era sempre stato così: sua madre voleva sapere tutto delle nostre vite, e Marco lo trovava normale: è famiglia.

Non le ho mostrato niente! Mi ha chiamato e ho spifferato qualche cosa. Così, senza pensarci.

Qualche cosa?

Luciana, non cambiare argomento! Da dove arrivano quei trasferimenti che compaiono sul cellulare di papà?

A quel punto capii. Capì finalmente da dove partiva tutto. Sospirai. Mi avvicinai al tavolo e mi sedetti sullo sgabello.

Siediti, per favore. Parliamo come persone.

Sto benissimo in piedi.

Come vuoi. Marco, ascolta: il mese scorso papà ha comprato la macchina. Lo sai.

Che macchina?

Dai, Marco. Lho detto mille volte. Voleva una Panda usata per andare in campagna. Da solo lì, non passa mai nessuno, lautobus una volta al giorno, se va bene

E allora?

Papà proprio con la tecnologia non ci sa fare. Le carte di credito, i trasferimenti lo spaventano. Tu lo sai benissimo. Preferisce il contante. Gli ho spiegato che il venditore voleva il bonifico. Lui mi ha dato i soldi in contanti, io li ho messi sulla mia carta e ho fatto il trasferimento. Tutto qui. Fine del mistero.

Marco tacque.

Erano soldi suoi, Marco. Non nostri. Me li ha portati in mano, io ho solo fatto da tramite. Non ho mai toccato il conto.

Perché non me lhai detto?

Perché è roba di mio padre. Che devo fare, darti un resoconto anche delle sue azioni?

Devi dirmi se il nostro conto passa per soldi di altri!

Ma è mio padre!

Non importa! Io che ruolo ho qui? Sono il marito o un estraneo?!

Quella parola, estraneo, restò tra di noi come una porta chiusa. Lo guardai, dritto negli occhi. Era meno acceso ma ancora agitato. Ho sentito una stanchezza che non era nata oggi. Era una stanchezza di anni, sedimentata.

Sei mio marito, Marco. Ma sei appena entrato urlando, credendo subito a tua madre. Mi ritrovo qui a giustificarmi come se fossi colpevole.

Non urlavo.

Marco.

Va bene, forse ho alzato un po la voce…

Hai urlato.

Lui si zittì. Guardò la foto di noi due sulla credenza: eravamo al lago di Garda, giovani e sorridenti. Poi spostò lo sguardo verso il cortile.

Daccordo. Forse un po.

Un po, dissi piano. Senza sarcasmo, solo pazienza.

Luci, capisci mamma mi ha chiamato, agitata, io mi sono preoccupato

Ma cosa ti ha detto, esattamente?

Che hai trasferito tanti soldi. Che lei sapeva.

Sapeva quanto costava la macchina di papà?

Che ne so.

Neanchio. Ma lei sembra sapere tutto. E subito te lo dice. E tu corri da me.

Non corro. Devo solo chiarire.

Mi alzai e andai alla finestra. Fuori la corte era inondata di sole, i tigli erano appena germogliati, aria fresca. Il gatto del vicino si sistemava pigramente sul muretto, osservando il nulla.

Marco, ora ti dico una cosa, non ti offendere.

Dimmi pure.

Non mi va che tua madre sappia tutto dei nostri soldi. Capisco la fiducia, è tua madre, ci sta. Ma abbiamo una nostra vita. Che lei mi controlli, dica cose su di me non va bene, Marco.

Non la sopporti.

Non centra laffetto.

Centra eccome. Ogni volta, subito dai la colpa a lei.

Chiusi gli occhi un istante. Sospirai.

Ricordi tre anni fa, quando chiamò dicendo che spendevo troppi euro alla Coop? Ricordi come le avevi dato scontrini e lei aveva contato tutto?

Sì, qualcosa Mia madre voleva aiutare.

No, voleva solo sapere quanto spendevamo.

Sei sempre dura con lei.

E lo scorso anno? Tornai tardi dallufficio perché dovevamo finire una relazione. Lei ti chiamò e insinuò: “ma con chi sei rimasta così tardi?”. Ricordi coshai detto?

Marco fece una smorfia.

Hai detto: “Lucia, ma davvero sei rimasta coi colleghi?” In modo sospettoso. Prima mai.

Volevo solo chiarire

Solo perché tua madre ha insinuato. Prima, invece, cera la fiducia. E cè stato pure altro: quella volta che mi ha vista con Paolo, il vicino. Mi aiutava con le borse della spesa, niente di che. E tu tre giorni che non mi hai rivolto parola.

Marco silenzioso.

Tre giorni per una gentilezza del vicino.

Non pensavo a niente di male

Invece sì, ma non lhai detto.

Fece per guardarmi, e per la prima volta vidi in quegli occhi confusione, non rabbia.

Luciana

Non voglio litigare. Ma questo non è la prima volta. Tu ogni volta ascolti lei, poi vieni da me senza chiedere, senza verificare. Ti fidi solo di lei.

Lei non lo fa per cattiveria.

Forse no. Ma alla fine sei tu che guardi me come se fossi colpevole. Io sono stanca, Marco. Sono stanca.

Che vuoi da me? Che smetta di sentire mamma?

No. Voglio che prima ascolti me.

Lo dissi senza rabbia, né pianto. Così, semplicemente.

Marco restò a fissarmi, poi abbassò lo sguardo.

Non sapevo di papà

Potevi chiedere. Solo una domanda: “Luci, mamma dice questo, cosa succede?”. Tutto qui.

Sì…

E invece sei venuto gridando, come se fossi già colpevole.

Silenzio. La cucina sembrava un acquario, solo il frigorifero rompeva la calma. Il sole ormai disegnava una linea lunga sul pavimento: a lui non importava nulla di noi.

Guardai Marco. Quelluomo con cui ho vissuto ventisei anni: abbiamo cresciuto un figlio, salutato suo padre, passato traslochi, anni difficili. Conosco ogni ruga, come si addormenta, come tiene la tazza con due mani. Buono, laborioso. E sì, mi vuole bene. Ma comunque

Esci, Marco.

Cosa?

Ti prego, lasciami sola.

Luciana, dai

Per favore.

Aspettò ancora un attimo, poi uscì piano, nemmeno sbattendo la porta. Sentii i suoi passi nel corridoio, la porta della sala che si apriva.

Mi girai verso il lavello. Ripresi a lavare i piatti senza pensare. Poi mi fermai. Forse dovevo chiamare la mia amica, Anna Ferrari, compagna di università, sempre pronta ad ascoltare senza giudicare.

O magari no. Prendere la borsa e andare. Staccare un attimo. In quella cucina, con il frigorifero che brontolava e il sole che calava, non ce la facevo più.

Mi preparai con lentezza, la testa ovattata. Aprii larmadio, fissandolo a lungo. Presi un maglione, lo misi in borsa, ci ripensai, presi quello grigio che Anna mi invidiava sempre. Poi mi ricordai del caricabatterie lasciato in cucina.

Entrare in cucina mi metteva a disagio. Marco era in sala, forse davanti alla tv spenta. Avrei preferito non parlare, ma poco importava.

Andai rapida, caricabatterie in mano, tornai in corridoio.

Dove vai? Marco era sulla soglia del soggiorno.

Da Anna.

Perché?

Devo.

Dai, Luci, aspetta. Sei solo arrabbiata…

Sì, sono arrabbiata. Proprio per questo.

Possiamo parlare?

Marco, abbiamo appena parlato. Mezzora.

Ma intendo sul serio.

Lo guardai. Avevo la giacca in mano ma non la indossavo ancora.

Vuoi parlare seriamente ora, dopo che sei venuto urlando?

Non urlavo!

Marco.

Chiuse gli occhi. Si passò una mano sulla fronte.

Ok Luci, non andare via. Ma dai, sembriamo ragazzi.

Nostro figlio Andrea, quando era piccolo, si chiudeva in bagno due ore se lo rimproveravamo. Anche lui era un bambino

Andrea è diverso.

Forse. Marco, torno stasera. O domani mattina. Devo solo respirare.

Vai via e mi lasci qui, a pensare?

Guarda la partita, se vuoi.

Luciana!

Indossai il giubbotto. Tirai la zip.

Non mi credi. Dopo ventisei anni, non mi credi più. Non fa male lurlo, Marco. Fa male questo.

Silenzio.

Tornerò più tardi. O domattina. Non so ancora.

Afferrata la maniglia, mi fermai un istante. Marco mi guardava come un uomo perso, invecchiato. Troppo grande, il viso ormai segnato, un po curvo, come non lo vedevo da dieci anni.

Luciana chiamò piano.

Uscii.

La porta si chiuse. Marco restò nel corridoio, poi si sedette sul divano in soggiorno. Si alzò, si rimise a sedere.

Il cellulare era sul tavolino. Guardò lo schermo.

Due messaggi di sua madre: Hai parlato? e Marco, fammi sapere.

Lo tenne in mano a lungo, senza scrivere niente. Poi si alzò, andò in cucina, si mise davanti alla finestra. I tigli ondeggiavano appena, il sole era già di traverso, anche se non era tardi. Nel cortile, il cane del vicino abbaiava a un piccione.

Digitò un altro numero.

Sergio Rinaldi? Sono Marco. Buon pomeriggio.

Oh, Marco! La voce di mio suocero era allegra, energica. Tutto bene? Che succede?

Volevo chiederti una cosa Hai comprato la macchina la settimana scorsa?

Certo! Ho preso una Panda usata, il prezzo era buono. Tua moglie è stata un portento, perché coi bonifici io proprio niente Rise. Lei mi ha aiutato subito con la banca. Tu passa, eh? Ho fatto la torta di mele, la mangiamo di nascosto altrimenti tua moglie brontola per lo zucchero!

Passerò. Grazie, Sergio.

Ma figurati A presto!

Marco si lasciò cadere sulla sedia. Mani sul viso.

Che stupidaggine.

Sua madre aveva detto, lui aveva subito creduto. Senza pensare, era andato a prendersela con me. Io, che aiutavo mio padre perché era giusto, perché era famiglia.

Mi aveva rivista lì, con le mani bagnate, le parole ferme, lo sguardo stanco. Non ero arrabbiata. Ero, semplicemente, esaurita.

E mi aveva fatto male la verità sui vecchi scontrini, le domande insistite. Anche quella storia del vicino era vera, e lui aveva lasciato che lo turbasse a vuoto, influenzato da sua madre.

Prese il telefono. Chiamò sua madre.

Marco! Finalmente! Hai parlato? Che ti ha detto?

Mamma, sì. Mi ha spiegato tutto.

E quindi?

Papà di Luciana stava comprando la macchina, erano soldi suoi. Tutto normale.

Dallaltra parte silenzio.

Non cambia niente rispose, con voce dura. Dovevi comunque sapere anticipatamente se passano soldi di altri sul vostro conto.

Mamma, basta. Ti preoccupi, ok, ma oggi hai messo confusione nella mia testa e son corso a urlare a Luciana. Ora lei è uscita di casa per colpa mia. Ho sbagliato.

Marco, io volevo solo

Mamma, ascolta. Spesso mi chiami per parlare di Luciana, e io ogni volta ti ascolto, poi vado da lei con i tuoi dubbi, e tutto si ingarbuglia. Sono stanco. Voglio vivere sereno con lei, capisci?

Lo faccio per il tuo bene!

Lo so, mamma. Ti voglio bene. Ma così non va. Se noti qualcosa, chiamami e dimmelo con calma: Marco, chiarisci tu. Basta giudizi e allarmi.

Adesso la difendi.

No, non è questione di prendere parte. E questione di rispetto. Basta.

Silenzio lungo.

Ho detto tutto, mamma. Ti voglio bene. Ci sentiamo.

Chiuse la chiamata senza aspettare risposta. Guardò il telefono, muto.

Sua madre avrebbe richiamato. O magari no. Forse si sarebbe offesa, in silenzio per settimane, come solo lei sapeva fare. Ma questa volta, Marco si sentiva pronto a ripetere la sua posizione, topo dopo topo.

Chiamò Luciana.

Squilli lunghi. Poi la segreteria.

Lasciò stare il telefono. Si avvicinò alla finestra. I tigli si fermarono in una pace da prima sera, solo un velo di vento.

Si mise il giubbotto. Uscì.

Anna Ferrari mi accolse a casa sua, capendo tutto da come la guardai.

Vieni, disse soltanto. Metto su il tè.

Restammo un po in silenzio, nella sua cucina: tende con piccoli limoni, il gatto Gino a pancia in su sul termosifone, odore di torta e caffè. Tenni la tazza tra le mani e Anna, saggia, non forzava la conversazione.

Sono stanca, Anna, sussurrai.

Si vede.

Non è solo rabbia. Quella passa. E unaltra cosa.

Quale?

Scaldai le mani sulla tazza.

Non si fida di me. Ventisei anni insieme e crede più a sua madre che a me.

Ti crede, solo che la madre è lo sai comè la signora Teresa.

Sì. Ma la scelta è sua. Potrebbe venire a chiedere a me, invece ogni volta va da lei.

Anna tacque.

Non gli chiedo di smettere con la mamma, continuai. Ma almeno di ascoltare anche me. Finché non cambia, non riesco più.

Glielhai detto?

Sì.

E ora?

Sono uscita.

Anna mi versò altro tè.

Forse hai fatto bene. Così magari riflette.

Paura che non cambi niente. Che mi dirà: Hai ragione, si scuserà, e poi la madre chiamerà di nuovo e si ricomincia.

La gente cambia, anche se lentamente.

O non cambia proprio. Come si fa a capirlo?

Non rispose. Alcune domande restano là, sospese nellaria: ci si convive semplicemente.

Gino si girava pigramente. Fuori, una vecchietta con la borsa della spesa.

Devo andare, dissi.

Torni a casa?

Sì, cè ancora da fare.

Ti ha cercata?

Tirai fuori il telefono. Una chiamata persa, era Marco.

Ha chiamato.

Visto?

Non vuol dire nulla, risposi, ma mi infilai la giacca.

Sul tram osservavo fuori. Milano brillava di primavera, con macchie di polvere e vita: bambini sui pattini, ragazze in bicicletta, un vecchio intento a dare da mangiare ai piccioni.

Pensai a mio padre. Avrei dovuto passare da lui, ora che aveva la macchina nuova. Stava invecchiando, meglio esserci.

Pensai ad Andrea, nostro figlio, lontano da anni, ma sempre presente. Un ragazzo con la testa sulle spalle, una moglie adorabile; presto un nipotino, forse.

Pensai perfino agli arredi. Cartellina chiara o più calda?

La fermata era la mia.

Scelsi di scendere.

Quando entrai, la porta era aperta cosa rara, Marco chiude sempre a doppia mandata.

Marco?

Sono qua, rispose dal salotto, voce più calma.

Entrai. Era seduto sul divano, davanti a due tazze. Non la tv, non il telefono. Solo lui.

Sei tornata.

Sono tornata.

Mi sedetti dallaltro lato. Presi una tazza: caffè.

Hai chiamato mia madre? domandai.

Sì.

E?

Ho detto che ora ci pensiamo noi. Che basta intromissioni.

Davvero?

Sì. Si è offesa, ma era necessario.

Lo sentivo sincero come poche volte. Non ero sicura che ci credesse anche lui, ma stavolta era diverso.

Scusami, Luciana, disse Marco. Davvero. Ho ascoltato subito mamma, senza fermarmi a pensare.

Lo so.

Usiamo la scusa dei lavori in casa? Questo week-end? Scegli il colore che vuoi, facciamo la tinteggiatura. O andiamo al mare, come desideravi.

Non serve un viaggio.

Lo so che non è questo il punto Non so che altro fare, la testa mi gira ancora.

Appoggiai la tazza.

Non mi serve un regalo. Mi serve solo la tua fiducia, Marco. Tutto qua.

Mi fido di te.

Ma oggi hai creduto prima a tua madre.

Silenzio.

Ho sbagliato.

Non è una sola volta. Ho paura che si ripeta ancora.

Non succederà.

Voglio una promessa diversa, Marco. Voglio un accordo.

Mi guardò.

Che tipo di accordo?

Mi voltai verso lui.

La prossima volta che mamma ti dice qualcosa su di me, vieni a chiedermi: Luciana, è vero?. Solo questo. Sinceramente.

Rifletté.

Sì, lo farò.

Allora siamo daccordo?

Daccordo.

Le nostre mani non si toccavano neppure, ma il clima era già un po più disteso. Gli alberi fuori nella sera si fermavano, silenziosi.

Non la convincerai mai, lo sai dissi sottovoce. Teresa si arrabbierà, farà la vittima, ricomincerà.

Sì.

E succederà ancora.

Sì.

Come pensi di affrontarlo?

Stette zitto un momento. Apprezzavo il suo stare zitto e pensare.

Non so ancora fu la risposta. Lei è mia madre, la rispetto. Ma questa volta glielo dovrò dire chiaro. Di persona.

Piangerà.

Piangerà, sì. Ma questa volta non mi fermerò.

Lo guardai, poi allontanai lo sguardo.

Non si risolverà subito.

Lo so.

E penserà sempre male di me.

Fa niente. Quello che conta sei tu. Io devo vivere con te, Luciana. Con te voglio stare.

Annuii.

Il caffè era freddo, ma lo bevvi. Adesso avevo solo voglia di normalità.

Il colore delle pareti, dissi tra me e me.

Cosa?

Pensavo ad un beige, forse giallo chiaro Non ho ancora deciso.

Sorrise appena, di lato.

Vanno bene entrambi.

Ci andiamo insieme in negozio.

Quando vuoi tu.

Mi sollevò la tazza, caldo e accogliente il tepore della stanza. Non si era risolto tutto, lo sapevo. Domani forse Teresa avrebbe chiamato ancora, e tutto avrebbe ripreso da capo. Ma le parole erano state dette, finalmente. E, per una sera, bastava questo.

Marco?

Dimmi.

Versami ancora un po di caffè, va.

Si alzò senza fiatare, prese la tazza, andò in cucina.

Rimasi a fissare Milano che, dietro la finestra, si stendeva silenziosa. La vita era anche questo: giornate difficili, stanchezze, parole non dette. Ma ancora insieme.

Marco tornò con le due tazze fumanti. Sedette vicino, poggiando una mano sulla mia.

Luciana, quellaccordo. Posso davvero venire a chiedere così, senza troppi giri di parole?

Prendi e chiedi.

E tu mi rispondi?

Io ti rispondo.

Annui.

E facile, sai?

Facilissimo.

Fuori passò una macchina, una scia di fari. Il caffè finalmente caldo.

Domani chiamerò papà per chiedergli della macchina, e sabato andremo insieme a scegliere il colore delle pareti.

Lho imparato oggi, che la fiducia non si pretende, si costruisce. E che a volte basta sedersi e dirsi tutto con calma, anche quando si pensa di sapere già tutto dellaltro.

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Stavo lavando i piatti quando mio marito è entrato urlando. Di nuovo sua madre. Di nuovo la mancanza di fiducia. Basta.