Sveva era sdraiata sul divano, fissando il soffitto. I pensieri ansiosi non le davano pace. E come poteva dormire, se la sua bambina era malata? Ma perché l’ho mandata all’asilo? Se fosse rimasta ancora un paio di giorni a casa, magari non si sarebbe presa questa brutta influenza…

Sara era sdraiata sul divano, fissando il soffitto, inquieta. Non riusciva proprio a prendere sonno: come si fa a dormire quando la tua bambina sta male? E pensare che era stata proprio lei a portarla allasilo… Magari se fossero rimaste un paio di giorni ancora a casa, tutto questo non sarebbe successo… Il cuore le si strinse, sentiva un peso sul petto. Si alzò, si avvicinò alla finestra. Un cielo grigio, appesantito dalle nuvole, incombeva su quel piccolo paesino toscano. Era il terzo giorno di fila che pioveva sottile e insistente, quella tipica pioggia autunnale che non lascia mai spazio al sole. Sospirò forte. Dal letto si mosse Giulia, la sua bambina, che nel sonno gemette e si mise a tossire. Sara corse subito da lei, le mise una mano sulla fronte infuocata. Anche senza termometro si sentiva subito che la febbre era di nuovo salita. Prese allora il termometro, accese la piccola lampada sul comodino e lo infilò sotto lascella di Giulia.

Quaranta! Madonna santa, cosa faccio adesso?

Giulia aprì gli occhi.

Mamma, ho caldo

Sì, piccola mia, ora sistemiamo tutto. Lo so che hai caldo

Anche Marco, il marito di Sara, si svegliò e si sedette accanto a loro. Lei si mise subito in moto, preparando la prossima dose di tachipirina. Ma la febbre, niente, non scendeva. Verso lalba, una macchina dellambulanza si fermò davanti casa, illuminando il cortile con le luci blu. Portarono Sara e la piccola Giulia allospedale.

Linfermiera, vedendo la giovane mamma così pallida e impaurita, la accarezzò piano e con la solita sicurezza inserì una flebo nel braccino della bimba.

Sta tranquilla, adesso sistemiamo tutto. Vedrai che andrà bene.

Sara si lasciò soltanto sfuggire un sospiro. Poco dopo, davvero, Giulia si sentì meglio. Aprì gli occhietti e chiese dellacqua. Girandosi, Sara vide che dal letto accanto la stava osservando una bimba magra magra, con due occhi azzurri enormi da farti perdere la testa. I capelli chiari e arruffati le cadevano sulle spalle ossute, e addosso aveva solo dei leggings bucati sulle ginocchia e una maglietta ormai stinta. Sotto il letto, al posto delle pantofole, cerano delle scarpette da ginnastica infilate nei copri-scarpe blu.

Ciao.

Ciao. Siete arrivate stanotte?

Sì, è stata proprio una nottataccia. E tu come ti chiami?

Io sono Vera.

Io sono Sara, e lei è Giulia. Ma tu da tanto sei qui?

Eh sì. Mi dimettono venerdì ormai.

Ma oggi è solo lunedì!

Eh, mi tocca aspettare Tua mamma è con te?

No la mia mamma è morta quando ero piccola Poi mio papà ha iniziato a bere e se nè andato pure lui. Così mi hanno portato alla casa famiglia

Vera sospirò proprio come fanno le vecchiette.

Lì vivo Ma qui mi piace di più. Si mangia meglio, e i più grandi non mi danno fastidio

Si alzò e iniziò ad infilarsi le scarpette.

Presto arriva la colazione. Vuoi che te la porto?

No, grazie tesoro, faccio io…

Sara la guardò andare via e sentì il cuore farsi di nuovo pesante. Unaltra signora nel reparto la salutò sottovoce: Brava bambina, tenera e gentile… Non ha avuto fortuna. Sara avrebbe voluto risponderle ma in quel momento squillò il telefono.

Pronto?

Sara, come state? E la Giulia?

Mamma, siamo in ospedale.

Oh Signore, che è successo?

Niente di grave mamma, la febbre di Giulia era alta, ma ora va meglio. Parlano di bronchite. Adesso dorme.

La mamma singhiozzò: Povera cucciola mia Dove siete, che arrivo subito. Vuoi che porti qualcosa?

Mamma, mi sono dimenticata le mie ciabatte, e a Giulia serve il pigiamino rosa. E mamma Qui cè una bimba della casa famiglia. Puoi portare uno shampoo, un sapone anche per lei? E ti sono rimaste le cose di Sofia, vero?

Ma di chi parli?

Dopo ti dico tutto Porta una canotta, un grembiule, dei leggings e soprattutto delle pantofole da bimba, più o meno per sei anni, okay?

Ovvio che porto tutto!

Il giorno dopo, Giulia era già più allegra e a giocare con Vera sembrava dimenticarsi di tutto il resto. Sara uscì nel corridoio e si fermò una infermiera che passava lì accanto.

Senta, ma a Vera non viene mai a trovare nessuno?

No. Quando la dimettono vengono a prenderla dalla casa famiglia.

E può fare il bagno?

Linfermiera sorrise mestamente: Non solo può, le farebbe bene Solo che qui con tutto il da fare, spesso non ci riusciamo.

La sera stessa, quando Vera fu bella pulita, con il pigiamino nuovo e le pantofole rosa con dei cagnolini ricamati, sembrava unaltra bambina. Tutte le cose che Sara le aveva regalato, lei le mise ben piegate sotto il cuscino. Le pantofole, invece, le nascose sotto il materasso.

Vera, perché nascondi tutto? chiese dolcemente Sara.

Così non me le rubano…

La donna tirò un sospiro profondo.

Quando la luce si spense, Vera chiuse gli occhi e iniziò a sognare: si vedeva mentre passeggiava per una via soleggiata e piena di verde, mano nella mano con Giulia, e laltra mano era stretta da zia Sara. Desiderava tanto avere una mamma, un papà. Voleva qualcuno che la accarezzasse prima di dormire, la coccolasse, la lavasse con acqua calda, le infilasse un pigiamino morbido e la facesse ridere. Voleva che suo papà la prendesse in braccio e la lanciasse in alto fino quasi al soffitto, e lei che rideva a crepapelle. Avrebbe fatto di tutto: aiutato in cucina, pulito il pavimento, badato a Giulia, imparato le letterine. Bastava che qualcuno la amasse. Solo quello, una mamma tutta sua

Nel collegio dove viveva nessuno la picchiava, certo, ma la responsabile, la signora Elena, urlava sempre, gli altri bambini le facevano i dispetti e le rubavano vestiti e merenda. Qualche giorno prima, aveva fatto cadere il piatto di minestrone giù dalla tavola. Per punizione lavevano rinchiusa nello sgabuzzino buio. Il grande, Vittorio, le aveva sussurrato maligno: Eh ciccia, ora stai coi topi. Vera dei topi aveva una paura folle. Aveva pianto appoggiata con la schiena alla porta, tremando dal freddo e dalla paura. La sera, quando si era proprio stancata, si era accovacciata sul pavimento freddo. Ed era lì che si era presa il malanno e poi era finita in ospedale

A quel ricordo, le lacrime iniziarono a scorrerle sulle guance. Singhiozzò Allimprovviso sentì una mano che le accarezzava i capelli. Aprì gli occhi.

Zia Sara

Piccola mia Dai, non piangere Andrà tutto meglio, te lo prometto

Sara la strinse a sé, e Vera si sentì avvolta da una tenerezza così autentica da immaginare che quella fosse la sua vera mamma.

Zia Sara…

Dimmi, amore.

Quanto mi piacerebbe che fossi tu la mia mamma

Due lacrime scesero anche dagli occhi di Sara. Una decisione che non nacque dalla testa, ma dal cuore. Doveva solo parlarne coi suoi.

La mamma di Sara capì subito e le fu vicina con gioia. Anche la suocera votò sì: lei pure aveva cresciuto senza genitori Solo Marco non era convintissimo.

Ma sei matta? Hai idea che significherebbe per tutta la vita?

Sì, lo so. Ma so anche che se non lo faccio, non avrò mai pace. Lho deciso col cuore, capisci?

Lui abbassò lo sguardo.

Voglio incontrarla.

Va bene.

Quella sera andarono insieme in reparto. Marco prese Giulia in braccio e la baciò.

Sei la mia gioia, mi sei mancata tanto

Poi si voltò verso Sara, che gli fece cenno verso Vera.

Vedi, questa è Vera. Il papà Marco…

La piccolina sorrise, gli occhi grandissimi e azzurri fissavano luomo.

Piacere di conoscerti!

Piacere mio, Vera

A Marco si strinse qualcosa dentro. Guardò la moglie e negli occhi gli salirono le lacrime. Annui.

Qualche mese dopo, davanti alla casa famiglia di Firenze, si fermò una macchina. Ne scesero Sara e Marco. I bambini si appiccicarono alle finestre.

Vera, vieni! Sono venuti per te!

Vera, raggiante, corse incontro ai suoi nuovi genitori.

Ciao Vera! Siamo qui per te. Andiamo a casa?

Il cuoricino di Vera esplose di felicità.

Sì, mamma!

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Sveva era sdraiata sul divano, fissando il soffitto. I pensieri ansiosi non le davano pace. E come poteva dormire, se la sua bambina era malata? Ma perché l’ho mandata all’asilo? Se fosse rimasta ancora un paio di giorni a casa, magari non si sarebbe presa questa brutta influenza…