Un passo dall’altare

Un passo dallaltare

Sveva oscillava davanti allo specchio antico nella sua cameretta tra curve e riflessi che si srotolavano come foglie al vento. La luce che filtrava dalle persiane dipingeva sulla seta dellabito nuziale onde leggere, quasi marine, e la gonna ampia si gonfiava a ogni sua lenta piroetta, vibrando come un fiore in un sogno di primavera. Sorrisi enormi le esplodevano sulle labbra senza controllo, una felicità così grande che pareva esploderle nel petto. Sollevava e lasciava andare il bordo del vestito, immaginando i passi irreali che lavrebbero condotta allaltare.

Appoggiata allo stipite, apparve Cecilia, la sorella maggiore, con le braccia incrociate e un sorriso ironico a piegarle la bocca sottile.

Sei uno splendore, Sveva, davvero, rise infine Cecilia, la voce che tremava daffetto. Ma ti serve un altro vestito, su. Tutto il giorno e tutta la sera in quellarmatura di tulle? Dai, pensa al banchetto, ai balli, agli zii che vorranno trascinarti qua e là Ti serve qualcosa di comodo, fidati di me!

Sveva si fermò e guardò il suo riflesso come se da lì, da quello specchio di sogno, una voce potesse confermarlo. Non ci aveva mai pensato davvero: quellabito era perfetto per la cerimonia, anzi, per la foto nel sole, per la solennità, era ESATTAMENTE quello che aveva sempre immaginato, sontuoso e un poco favolistico. Ma per saltare tra parenti e amici, meglio qualcosa di più agile: magari un vestito bianco al ginocchio, leggero e dondolante, che desse aria ai passi.

Dici? chiese Sveva, aggrottando le sopracciglia, sfiorando la gonna. E va bene. Però mi aiuti a scegliere?

Certo che sì, replicò Cecilia, occhi brillantini. Se lasci tutto a te sola, rischi di vivere dentro la boutique degli abiti da sposa! Mi sorprendo già che tu abbia trovato quello lì!

Sveva avvampò appena e strinse le spalle magre.

Lho fatto fare su disegno, dalla sarta sotto casa, disse sottovoce. Se entravo in atelier, finivo per restarci a vita troppe scelte, troppi sogni, e io con la testa tra le nuvole.

Lasciò lo specchio e si sedette sul letto, guardando la sorella con speranza.

Domani sei libera? Mi accompagni? Da sola mi perderei per sempre davanti agli scaffali.

Cecilia si avvicinò, lisciando delicatamente una piega immaginaria sulla bianca seta, e sorrise con calore.

Per te rimando tutto. Mica capita ogni giorno che la mia sorellina si sposa! Caccia al vestito perfetto, domani! E dopo cannoli e gratta e vinci!

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Sveva si ritrovava in cucina circondata da bianche montagnette di inviti sparsi su tutta la tavola. Era sera: dai vetri arrivava la malinconia di una Milano notturna, il lampadario diffondeva calore tra i cartoncini e le buste aperte. Curva su ogni invito, Sveva autografava nomi con un tratto ricamato, caparbia nel voler dare un tocco personale a tutte le lettere, per rendere la festa più umana, più vivaniente stampati anonimi, solo calligrafia tremolante e cuore.

La mamma e Cecilia avevano provato ad aiutare, ma Sveva era irremovibile: La mia festa, almeno qualcosa lasciatemelo fare! Di tanto in tanto sospirava tra sé, mani indolenzite dalla fatica, dita che tremavano per ore e ore di piccoli riccioli dinchiostro.

Manca poco, mormorava, rigirando un altro invito come fosse una reliquia. Che male la mano, però Non ci sono più abituata!

Dalla porta, Cecilia comparve in silenzio, poi si sedette davanti a lei, gambe accavallate, occhi che seguivano la sorella immersa. Guardava quel volto giovane che si preparava a diventare sposa.

Vuoi che ti aiuti? propose sottovoce, piegandosi in avanti. Dai, guardalo qui, il mucchio e poi Andrea? Dovè? Non dovrebbe aiutare anche lui? Metà sono suoi parenti!

Sveva depose la penna e si massaggiò le dita, accennando un sorriso sfinito.

Andrea è sempre al lavoro, spiegò, carezzando gli inviti completati. Vuole sistemare tutto prima del viaggio di nozze. Lo sai comè, qui in città lasci anche solo un angolo irrisolto, te lo ritrovi nei sogni.

Sorrise vagamente, le palpebre socchiuse in un pensiero lontano.

Dopo il matrimonio partiamo. Un posticino sereno, caldo. Voglio ricominciare lontana dal frastuono.

Eppure, poteva almeno firmare dieci inviti per la sua famiglia, ribatté Cecilia, tentando di mantenere la voce neutra.

Nel profondo, qualcosa la inquietava. Sin dal primo incontro, Andrea le era parso in qualche modo distante. Pur vedendo Sveva illuminarsi damore, sentiva in lui la dissonanza di chi cammina sopra una nube di sogni non propri.

E se fossi io troppo protettiva? si diceva Cecilia. Forse Andrea è solo riservato mica tutti sventolano i sentimenti come pennacchi!

Ma il tarlo rimaneva. In certi momenti sembrava che Andrea non vivesse davvero ciò che accadeva: come se si piegasse a tutte le richieste di Sveva, senza opporsi, senza desiderio.

Ironia voleva che fosse stato proprio Andrea a chiederle la mano dopo solo tre mesi. Era lui a scegliere il ristorante, la data, lordine degli invitati.

Voglio che questo evento resti stampato nei nostri ricordi, diceva mostrando cataloghi di fioristi e allestimenti in pastello. Guarda che tenerezza questi centri tavola sarà indimenticabile!

Pressava per una festa in grande, diceva che la sua famiglia veniva dallaltra punta della penisola, che non si doveva far torto a nessuno.

Sveva lo ascoltava incantata, tutta immersa nel suo mondo celeste, senza accorgersi dei silenzi improvvisi di lui, degli occhi persi. Cecilia osservava sconcertata, incapace di capire se fosse reale dedizione o solo recita da copione del fidanzato ideale.

Forse è solo stress, cercava di convincersi. Il matrimonio spaventa chiunque Ma perché questo disagio non se ne va?

Guardava la sorella esaminare campioni di stoffe per i centrotavola e sussurrava tra sé: adesso basta che lei sia felice. Al resto risponderà il tempo.

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Lorganizzazione procedeva sorprendentemente bene. Andrea aveva prenotato un ristorante in Porta Ticinese, scelto un fotografo stimato, pianificato un viaggio di nozze tra le colline pugliesi. Tutte le ansie erano ammorbidite: bastava a Sveva scegliere labito, fissare trucco e capelli, risolvere poche sciocchezze residue. Era sollevata, e la gratitudine per Andrea cresceva di giorno in giorno.

Una sera, mentre si ritrovavano a sorseggiare tè e a briciolare biscotti di mandorle in cucina, Cecilia non seppe trattenersi e gettò una domanda delicata nel flusso del racconto.

Non hai paura di correre troppo, Sveva? disse, ciondolando il cucchiaino. Vi conoscete da poco Sai se vi sopporterete condividendo una casa? E se invece di sposarvi fra un po, prima provaste a convivere?

Sveva non si offese: sapeva che Cecilia parlava solo per amore. Gli occhi si illuminarono di comunque segrete certezze.

Non preoccuparti, Ceci. Ho imparato a cucinare tutto, e Andrea avrà sempre il frigo pieno. Mi piace tenere ordinato Al massimo con laiuto di una signora delle pulizie! E lo amo. È la prima volta che un uomo mi fa sentire così. Questa occasione non me la lascio scappare.

Cecilia si sforzava di non mostrare dubbi, davanti a quel volto radioso, quegli occhi che sembravano pieni dopale e futuri dorati.

Sei proprio sicura di lui? provò ancora, ultima trincea di scettica.

Sicurissima. Non conta da quanto ci conosciamo: lo sento dentro che è quello giusto. Vogliamo le stesse cose, una famiglia solida con il profumo del basilico e dei libri intorno.

Cecilia sospirò, rassegnandosi. Era il momento di essere solo la sorella maggiore che sostiene.

Daccordo, svegliati presto domattina che si va da Priori il negozio di abiti da cerimonia, e se serve ti porto pure la vaschetta di gelato per consolarci se non troviamo subito quello che vuoi.

Sveva strinse la mano della sorella tra le sue.

Grazie, Cecilia. Non ho paura, sul serio. È solo linizio del bello.

Andrea, bisogna ammetterlo, era impeccabile allitaliana: cene a sorpresa in trattorie inaspettate, mazzi di fiori senza motivo, biglietti scritti al volo lasciati tra i libri, scatole di Gianduiotti che Sveva mangiava da bambina. In ufficio le arrivava ogni mattina, da parte sua, un caffè con panna e sciroppo di amaretto, consegnato dal barista con la scritta Per la regina del mio cuore. Colleghi che sussurravano:

Che uomo, Sveva, e dove lhai trovato uno così?

Lei arrossiva, incredula di vivere una storia da film francese, eppure era tutto vero.

Cecilia si chiedeva spesso se la sua inquietudine non fosse solo gelosia o paura di essere lasciata indietro. Ma ogni tanto, qualcosa nella perfezione di Andrea suonava come una dissonanza. Perché dietro i fiori e le carezze, cera unombra che sfuggiva alla vista.

Una sera, Cecilia tentennò e poi esplose:

Senti, Sveva, lui sembra perfetto. Ma non so, ho il sospetto che qualcosa non quadri. È una sensazione, non so spiegarla.

Sveva la guardò sorpresa:

Ma Andrea è attento, mi fa sentire bene Che vuoi che ci sia?

Cecilia cadde in silenzio, cercando le parole giuste.

È che sembra tutto troppo liscio. Nessun intoppo, nessuna sbavatura, nessuno scatto. Non voglio mettere dubbi dove non ci sono, ma vedi come si comporta quando le cose non filano dritte? Quando il destino cambia improvvisamente musica?

Sveva pensò un attimo, poi sorrise.

Tu sei una razionale. Io invece qui ci sto bene si batté il cuore. Lasciami sognare ancora un po e poi, vedremo.

Cece scosse la testa, ma qualcosa dentro di lei tremava, unallerta sottile. E come spesso capita nei sogni damore, ciò che temeva stava per accadere, anche se mai avrebbe potuto immaginarne la forma

*******************

Una sera Sveva si presentò a casa di Andrea, cartelletta di fogli in mano e mille idee per la finale organizzazione: tavoli, posti, canzoni, décor. Sperava in una serata di complicità, dialoghi e comfort food, come nella pubblicità di un agriturismo in Toscana.

Ma non appena entrò, sentì la temperatura calare come unacqua scura. Andrea la accolse in cucina ma non le venne incontro, non la abbracciò, restò impietrito, lo sguardo gettato fuori dalla finestra. Una durezza sconosciuta gli ammorbava il viso.

Che vuol dire che non ci sposiamo più? sussurrò Sveva, con una paura da incubo che le faceva scivolare il terreno sotto i piedi. La voce era gelida, le labbra tremanti.

Andrea la fissò appena, mascherando la rabbia con una smorfia di disprezzo.

Cosa hai fatto? Nulla, in fondo. Sei nata donna, tutto qui. E voi donne, tutte uguali: sempre a correre dietro ai soldi, cercando chi possa offrirvi di più. Vi odio

Sveva restò senza fiato. Non capiva, non riconosceva quelluomo: il suo Andrea era sparito come la rugiada al sole. Lei, che non aveva mai desiderato nessun altro, che aveva rimandato viaggi, abbandonato abitudini, tutto per organizzare quella festa.

Andrea, non capisco singhiozzò. Non ho mai guardato nessun altro, lo sai.

Andrea scosse la testa, spalle sghembe verso la finestra.

Sì, come no. Anche laltra mi giurava lo stesso, e poi mi ha mollato davanti a tutti Ero convinto che tu fossi diversa. Mi sbagliavo.

Sveva cercava risposta nella nebbia. In pochi minuti la vita le era crollata addosso come una casa di carte. Sentiva in bocca il gusto della cenere dei sogni bruciati.

Ma io ti amo non voglio nessun altro! sussurrò, serrando le dita.

Andrea la guardò, infelice, ma incapace di altro che di rivedere lantica ferita: la fidanzata precedente che lo aveva lasciato un passo dallaltare, davanti a duecento invitati. E ora, di nuovo, era come se tutto si ripetesse allinfinito.

Fa male, lo so continuò essere mollati sotto gli occhi di tutti. Ringrazia che lo faccio ora e non alla festa

Le parole le caddero addosso come un secchio dacqua gelata. Sveva non trovò più la voce, la bocca serrata dal pianto. Uscì portandosi via le sue carte, lasciando Andrea nella penombra di una casa in silenzio.

Seduto sul divano, Andrea si coperse il viso con le mani. Sentiva dentro il peso di quella paura che gli corrodeva il cuore: la paura di essere abbandonato ancora, la paura di non valere abbastanza.

«Forse è ora di chiedere aiuto ad uno di quegli strizzacervelli» pensò, con un sorriso amaro.

A Sveva voleva bene davvero: era la donna giusta, ascoltava, cucinava il suo risotto preferito, rideva alle sue battute storte. Ma la paranoia si frantumava dentro di lui, sempre più prepotente. Ad ogni sguardo dolce di Sveva, riemergeva leco della vecchia storia, Niki, e la paura che anche lei, prima o poi, avrebbe sorriso a qualcun altro, avrebbe trovato la felicità e la sicurezza che pensava lui di non poter mai offrire.

Stringendo il telefono fino a fargli scricchiolare la cover, Andrea chiamò. Il volto illuminato dallo schermo, la voce stanca ma determinata.

Pronto? Sono io. Ho bisogno di parlare. Ho paura che si ripeta tutto da capo. Questa volta voglio fermarmi prima.

Dallaltro capo, una voce calma, amichevole:

Hai fatto bene a chiamare. Quando puoi passare?

Anche domani, mormorò Andrea, guardando il tramonto svanire tra i tetti di Milano.

***********************

Un anno dopo, Sveva danza sotto i raggi oro di un pomeriggio di giugno, circondata da risate, parenti e amici. Indossa finalmente il vestito dei sogni: leggero, ricamato, volante come una nuvola.

La musica è lieve. Sveva prende la mano di Andrea, e insieme si muovono nel centro della sala, sotto gli occhi attenti di Cecilia e di tutti quelli che hanno aspettato il loro lieto fine.

E allora, marito? Come ci si sente? sussurra Sveva, occhi nel suoi.

Strano, sorride Andrea. Tutto uguale, eppure tutto diverso.

Ora è vero, dice Sveva. Ora niente paure, niente se.

Ricorda come un lampo il giorno in cui aveva dovuto lasciarlo, la solitudine nera che sembrava inghiottirla. Ma fu proprio quella fine amara a insegnarle la forza di tornare, di affrontare la storia senza rabbia.

Il giorno dopo si ripresentò alla porta, non più da vittima ma da donna adulta:

Adesso non me ne vado, non scappo. Risolviamola insieme, questa paura che ti divora.

Andrea rimase a lungo in silenzio, alla fine confessando la sua ferita mai guarita. Insieme andarono dallo psicologo, ridendo e piangendo tra le sedute, ricominciando passo dopo passo.

Sveva non lo giudicava: restava, ascoltava, sosteneva anche le angosce più insane. E Andrea, lentamente, imparava a fidarsi e a vedere il presente, non solo il passato.

Ora sono lì, marito e moglie, tra gli applausi e il profumo di peonie e cannoli. Lo sguardo di Andrea, finalmente sereno.

Grazie per non aver mollato, le dice lui.

Grazie a te, risponde lei, abbracciandolo forte. Ora so davvero che il nostro amore è più forte di ogni paura.

La musica si attenua, il ballo continua. Sono insieme e questo è tutto ciò che conta: un sogno surreale diventato realtà.

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